365 giorni, Libroarbitrio

“La figlia della tigre” T.L.Hayden

Katerina-Plotnikova- Tigre

Ciao, disse allegramente.
Ciao. Che cosa ci fai qui? domandai.
Ho cercato il tuo indirizzo sull’elenco telefonico, ma lì non ci sei ancora, così ho chiamato l’ufficio informazioni abbonati, rispose. Posso entrare?
Non dovrebbero darlo, l’indirizzo, ribattei.
No, lo so, ma se fai finta di averlo già e dici per esempio: Hayden di Maple Avenue, loro ti dicono sempre, no, e ti danno l’indirizzo giusto. O una parte, almeno. Poi riagganci, provi con qualcun altro e poi usi quello che hai saputo per sapere il resto. Funziona sempre.
Guardò alle mie spalle.
Posso entrare?
Entrò senza aspettare risposta. Sorridendo, guardò le pareti del mio appartamento.
Però, è proprio bello, qui. Mi piace molto come hai sistemato questo posto.
Si lasciò cadere su una sedia.
Sono venuta qui perché ho pensato che magari potremmo parlare.
Non volevo farla sentire sgradita, ma non mi ero proprio aspettata una sua visita. E per un attimo mi lasciò interdetta.
Cerchi sempre di parlarmi, in macchina, quando mi porti a Fenton Boulevard, disse, ma c’è troppo poco tempo. So che il viaggio finirà presto e non riesco mai ad organizzarmi le idee abbastanza velocemente. Stasera non avevo niente da fare così ho pensato di venire qui a parlare.

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365 giorni, Libroarbitrio

“Mattino nella casa bruciata” Margaret Atwood

Surreal Katerina PlotnikovaTristi angeli di marmo
covano come galline
su nidi erbosi
dove nulla si schiude.

Gli angeli si potrebbero definire volgari
o spietati,
a seconda dell’angolazione della macchina fotografica

Ogni volta, naturalmente, raccolgo un fiore o due
e lo infilo nella Bibbia dell’albergo
come souvenir.

Sono umana anch’io, come te.

365 giorni, Libroarbitrio

“Le relazioni pericolose” Laclos

Screen-Shot-12-05- Veleno

“Nel mio cammino,
tra la prudenza e la timidezza;
che, soprattutto, io,

possa temere un uomo al punto di non vedere altra salvezza che nella fuga?
No! Mai.
Bisogna vincere o perire.
Io voglio lui; lui vuole farlo sapere, ma non lo farà:
ecco in due parole il nostro romanzo.” 

365 giorni, Pubblicazioni

“Aspro e dolce” Mauro Corona

Katerina Plotnikova

Ho iniziato molto presto a bere vino. Ero ancora fanciullo quando, su consiglio dei parenti, ho dato mano ai primi bicchieri che, secondo loro, dovevano farmi sangue.
In famiglia si onorava Bacco sin dall’età del bronzo, e si brinda tutt’ora.
Siamo una dinastia di bevitori e non ci vergogniamo.
A partire  dal bisnonno Matteo e anche prima, la memoria infallibile dei paesani si è premurata di tramandare aneddoti inerenti la nostra sacrosanta fede nel dio vino. A un fratello di mia nonna paterna, inveterato bevitore, nell’osteria di Pilìn un giorno gli fu chiesto: “Vi piace il vino Luiso?”.
” Mi piace – rispose imperturbabile – se potessi salterei dentro una botte di dieci ettolitri piena di Merlot. Poi aprirei la bocca a livello del vino e incomincerei a bere. e a mano a mano che il vino cala, mi abbasserei anch’io fino ad inginocchiarmi.”
In tempi di carestia vinicola, Luiso sapeva essere anche ironico. Una volta, in piena estate, subito dopo l’ultima guerra, stava scaricando la legna dalla teleferica di Valdapont. Due turisti di passaggio, a quei tempi piuttosto rari, lo notarono mentre, accaldato e stanco, beveva grandi sorsate d’acqua dalla fontana vicino la chiesetta.
“Preziosa l’acqua, vero barba?” esordì uno con aria di presa in giro. Senza scomporsi, Luiso rispose: “Preziosa e buona, peccato non avere un po’ di vino per risparmiarla”.
Di bevitori famosi in famiglia ce ne sono stati parecchi. Da Sepp Corona, un vecchio celibe e taciturno, allo zio Pinotto, dal nonno Felice a suo fratello Domenico Menin, morto sul Pal Piccolo, centrato da una granata mentre all’interno di una tenda divideva con i commilitoni una damigiana di vino. Questo episodio il nonno me lo ha raccontato più volte. Concludeva dicendo: “Morirono in otto”.
E poi mio padre, mia madre e altri parenti più o meni stretti. Come si può dedurre, il terreno della tradizione bevereccia era assai fertile perché anche i nuovi rampolli della dinastia Corona fossero tentati dal calice. In famiglia di musicisti, è facile che figli e nipoti dei suonatori contengano il DNA della musica che li spingerà fatalmente tra le note.

Il primo approccio vinesco
che ricordo in maniera affettuosa
è stato con il Raboso.
E,
come succede con il primo amore,
quel vino è rimasto per sempre a invecchiare con me,
nella cantina degli affetti.

365 giorni, Libroarbitrio

“Settima Elegia” Nichita Stanescu

мм Katerina Plotnikova

Vivo in nome delle foglie,
ho nervature, cambio il verde per il giallo
e mi lascio morire nell’autunno.
In nome delle pietre vivo e mi lascio
spianato nei cubi delle strade,
percorse da macchine veloci.
Vivo in nome delle mele e ho
sei noccioli sputati in mezzo ai denti
della giovane fanciulla portata col pensiero
verso pigre danze di ebanite.
In nome dei mattoni vivo,
con bracciali di calce infilati
in ogni mano, mentre abbraccio
un possibile tuorlo di esistenza.
Mai sarò sacro. Ho molta,
troppa immaginazione
delle altre forme concrete.
E per questo non ho nemmeno tempo di riflettere
sulla mia stessa vita.
Eccomi. Vivo in nome dei cavalli.
Nitrisco. Salto alberi tagliati.
Vivo in nome degli uccelli,
ma prima di tutto in nome del volo.
Credo di avere ali, ma esse
non si vedono. Tutto per il volo.
Tutto,
per appoggiare quello che c’è
su quello che ci sarà.
Tendo una mano, che al posto di dita
ha cinque mani,
che al posto di dita
hanno cinque mani, che
al posto di dita
hanno cinque mani.
Tutto per abbracciare
minuziosamente il tutto,
per tastare i paesaggi non nati
e per graffiarli
fino al sangue con una presenza.