365 giorni, Libroarbitrio

“Una piacevole riflessione” di Loris Giorgi

Quando poesia e musica decidono improvvisamente di accompagnarti in questa vita, dove ognuno di noi almeno una volta si è sentito perso e poi ascoltando il brano .la vita comunque. di Lié Larousse feat. Emilio Stella ci si ritrova.
In un attimo si viene letteralmente rapiti da un vortice di sensazioni che spaziano dal dolore, alla gioia, alla potenza, regalandoti un momento di piacevole riflessione.
Tutto questo viene meravigliosamente raccontato da Lié Larousse accompagnata dalle note e dai versi inediti di Emilio Stella, dalle visioni della regista Virginia Pavoncello, in una collaborazione veramente ben riuscita che ha saputo unire immagini, parole e musica in un Book Music Film, creazione originale dei tre artisti, che ti lascia lì leggero, con una percezione di appartenenza e memoria.
Con questo brano Lié Larousse conferma la sua capacità di sorprendere unendo tre arti: poesia, musica e video, in un modo tutto nuovo!

Recensione di Loris Giorgi

Mercoledì  21 luglio 2021 alle ore 21:00
presso Casa Clandestina Via San Quiriaco, Lido di Ostia, Roma,
gli artisti Lié Larousse, Emilio Stella, Gianluca Pavia  
si esibiranno per una serata di poesia e musica
durante la quale sarà presentato il brano .la vita comunque. 

BOOKMUSICFILM
.la vita comunque. di Lié Larousse Feat. Emilio Stella

LIBRO .la vita comunque. di LIE’ LAROUSSE
EDITORE BESTSELLER BOOKS & Co.

REGIA E MONTAGGIO VIRGINIA PAVONCELLO
TESTO E VOCE NARRANTE LIE’ LAROUSSE – TESTO E VOCE CANTATA EMILIO STELLA
MUSICA SAMUEL STELLA
PRODUZIONE PONTINA SOUND
VOICE OVER RECORDING FRANCESCO COPPOLA
con MANUEL GENTILE, MARTINA BENIGNI, ROBERTA MASSOTTI, FRANCESCA CORTONA
GIOIELLI I,WITCH di SARA TEODORI

COPERTINA e INTERNO LIBRO GABRIELE FERRAMOLA

365 giorni, Libroarbitrio

Come la poesia può cambiarti la vita: i versi di Cesare Pavese – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Ci sono certi giorni che pesano come macigni e non sai il perché, vanno così e sembra non ci sia nulla da fare al riguardo. In quei giorni ci sono poche cose che riescono a salvarmi ed una di queste è la Poesia. Mi siedo, oppure sto in piedi, prendo un libro e lascio che il malumore si sciolga fra i versi, come un cucchiaino di miele in una tazza di tè; lo guardo scivolare piano piano fino a staccarsi dal foglio, ticchetta come quelle gocce d’acqua che riescono a sfuggire dal rubinetto, ma il ritmo è più lento, quasi rilassante, nulla a che vedere con le torture di un tempo. Finalmente, il miele disciolto si è disperso, staccatosi dalla pagina ha liberato i versi ed è diventato una sorta di vapore acqueo finissimo che si nasconde alla mia vista e finalmente il cuore e la mente si alleggeriscono, si fanno soffici nuvole di zucchero filato, perché è così che credevo fossero davvero da piccola, quando fantasticavo di tuffarmici dentro per gioco.

Il peso dal cuore, oggi, me lo ha tolto Cesare Pavese (1908-1950), che purtroppo, invece, si è dato per vinto troppo giovane, cedendo a quel “vizio assurdo” di cui tanto parlava nelle lettere e non solo. Il poeta, scrittore e antifascista piemontese ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario italiano, tanto nella poesia quanto nella prosa, due piani che, in realtà, riesce a fondere magistralmente in un’unica penna che sa tessere “poesie narrative” e “prose poetiche” senza il minimo sforzo, o almeno così appare.

Cesare Pavese nato nelle langhe e vissuto per diversi anni in campagna, con le mani e i piedi immersi nella terra, che tanto vagheggerà nelle sue opere, ben presto si trasferisce nella Torino antifascista dove si dedicherà agli studi con uno sguardo sempre attento e partecipe all’attualità del tempo. Pavese rifiuta da subito il verso ungarettiano e il metro tradizionale, rifiuta persino l’influenza dei poeti francesi come Baudelaire, così importanti all’epoca, per farsi ammiratore e grande conoscitore, invece, della letteratura anglo-americana; discuterà, infatti, una tesi su Walt Whitman (1819-1892) dal quale riprenderà soprattutto l’amore per la natura e la gioia delle lunghe passeggiate nei boschi, liberi, così come dovremmo essere. Questo slancio verso una diversa concezione di “comunità” e di libertà compare spesso nei suoi versi dove le persone si sdraiano sull’erba, sui fossi, sulla terra baciata dal sole o vicino ai torrenti, quasi a voler sentire il contatto tra i corpi: quello umano e quello della natura, che in realtà ci appartiene come noi apparteniamo al suo. Emblematici a tal proposito sono i seguenti versi che rappresentano, non a caso, le parole di una donna: “dovremmo poter star nudi e vederci senza fare sorrisi da furbi”. Vivere, dunque, insieme la verità di tutti senza malizie.

La vita già difficile dello scrittore sarà scossa ulteriormente dall’arresto dell’amico e intellettuale antifascista-siamo negli anni Trenta e vale la pena sottolineare l’adesione o meno al fascismo-  Leone Ginzburg (1909-1944), che vedrà di lì a poco anche la condanna al confino dello stesso Pavese il quale passerà un anno a Brancaleone Calabro, dove tuttavia non si abbandona del tutto all’amara tristezza della prigionia, ma scrive. Scrive tanto e si guarda intorno, aggiungendo splendidi versi alla già ricca raccolta “Lavorare stanca” che da tempo aspettava di essere pubblicata. La raccolta, dopo non pochi problemi con la censura fascista, verrà finalmente pubblicata nel 1936.

Le poesie di “Lavorare stanca” sono segnata da una cifra comune: il cinismo timido e risoluto di Pavese che si pone come osservatore più o meno disincantato della realtà e degli esseri umani che tutti i giorni si trovano a fare i conti con le difficoltà della vita. Conformismo, ipocrisia e frustrazione sociale sono tutti elementi che Pavese delinea e attacca con la sua penna, cercando di porsi alla stregua di un sociologo che tuttavia non può chiamarsi fuori dalla “materia” d’esame. Le poesie di questa raccolta sono, potremmo dire, asciutte, semplici, segnate da piccoli e immensi momenti rivelatori che risvegliano il lettore o la lettrice, mettendoli in crisi e costringendoli a farsi delle domande e ad interrogarsi sulla propria vita. In questi versi ci sono tanti nomi comuni, quasi nessun nome proprio, a voler indicare un’indefinitezza che solo così può abbracciare l’universale e con esso fondersi. Essendo stata scritta negli anni Trenta, non si può far a meno di collocare la raccolta nel periodo storico, e a leggere, come fece Franco Fortini, l’asfissia delle “colline insensibili”, “immobili come fossero secoli”, come l’asfissia del periodo fascista, un’impossibilità di movimento dettata non tanto dalla vita dei campi quanto dalla violenza fascista.

“Anche noi ci fermiamo a sentire la notte/ nell’istante che il vento è più nudo: le vie/ sono fredde di vento, ogni odore è caduto;/ le narici si levano verso le luci oscillanti.” Quanta bellezza in questi pochi, semplici versi? Ecco, questa è la base su cui si fonda il poetare di Pavese: la semplicità. Il suo vocabolario, infatti, si compone di un pugno di parole umilissime che tornano sempre come terra, casa, donna, nudità, silenzio e tante altre che abbiamo imparato a conoscere e ad amare col tempo, cercando sempre di scavare al fondo di ogni singola parola portatrice di universi. Sempre dalla stessa poesia:

“Anche lei si è scaldata nel sole e ora scopre/ nella sua nudità la sua vita più dolce, / che nel giorno scompare, e ha sapore di terra.”

Nel 1938, dopo aver scritto e pubblicato molto, diventa redattore di casa Einaudi curando diverse e importanti collane oltre che a lavorare con alcuni degli intellettuali più importanti dell’epoca come Elio Vittorini, Leone Ginzburg, amico ritrovato, e la stessa Natalia Ginzburg. Tra “Lavorare stanca” e “La casa in collina” (1948) c’è la Guerra, che Pavese racconta proprio nel romanzo appena citato in cui la “casa” del titolo è quella della sorella, dove lo scrittore trova rifugio durante quei terribili anni. Nel 1950 vince il Premio Strega grazie a “La bella estate” (1949) dove racconta la storia di un’adolescente che fa i conti con l’amore e con le prime esperienze segnando un cambiamento totale nella sua vita. Il tema del passaggio dall’adolescenza alla maturità, infatti, è molto caro a Pavese che lo tratta tanto in poesia quanto in prosa, mettendo a contrasto le “stagioni” della vita quali adolescenza ed età adulta proprio come mette a contrasto città e campagna.

Cesare Pavese è stato definito più volte come “una delle voci più isolate della poesia” del tempo ed in effetti la sua opera si erge solitaria in mezzo a tutte le altre, proprio come il poeta che, in fin dei conti, visse una vita altrettanto solitaria che però, penso, abbia cercato di combattere fino all’ultimo. Sebbene Pavese si definisca “vecchio” e disincantato, ormai disinnamorato della vita che altro non è che pura vanità, in realtà si tradisce con i suoi stessi versi che più volte, invece, dichiarano uno strenuo amore per la vita e per tutte le cose che battono al ritmo dello stesso cuore: “Hai un sangue, un respiro. / Vivi su questa terra.”

La raccolta pubblicata postuma “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1951), proprio perché intrisa della consapevolezza della fine ultima e inevitabile, sembra aggrapparsi ancor di più alla vita, sino a graffiarla, quasi. Ci sono, come sempre, tante immagini di donna, spiragli di luce e di amore, ci sono gli elementi della natura che trovano dimora negli esseri umani e viceversa:

“Anche la notte ti somiglia, / la notte remota che piange/ muta, dentro il cuore profondo, e le stelle passano stanche”. O ancora: “Come/ erba viva nell’aria/ rabbrividisci e ridi, / ma tu, tu sei terra. / Sei radice feroce. Sei la terra che aspetta.”

Pavese non si è rassegnato alla vita e nemmeno alla morte, si dibatte, cade, si rialza e cade di nuovo, ma in ogni parola si respira la vita e la voglia di battersi, dolorosamente: “Lottare senza posa e pur sapere/ che questo sarà sempre il mio destino!”; “Mi sento traboccare d’una vita/ caldissima, potente”, così scriveva Pavese tra il 1923 ed il 1925. In questa “lotta” l’unica “arma” che si propone di usare è la poesia, e infatti: “Il poeta attraversa/ tutto il cielo notturno/ e ha gesti grandi, come chi combatta.”

Per parlare di Pavese e della sua penna non basterebbe un giorno intero e nemmeno tutta la delicatezza del mondo, perciò vi saluto con una sua poesia sperando di avervi fatto venir voglia di leggere le opere di questo scrittore unico nel suo genere:

Per tutta l’esistenza
ti avrò, fragilità,
nella stanchezza ardente del mio sangue.

Mi sei venuta accanto
colla promessa viva di un’aurora,
sconvolgendomi il sangue

come un grande tesoro
che si potrà conoscere
e possedere fino a sazietà.
Racchiudevi un mistero di dolore
e di gioia profonda, sconosciuta.

Oh un attimo solo di te
e mi saresti stata per la vita
un ricordo di sogno.
Ma non ti sei svelata.
Hai saputo il tuo gioco.
Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo
rinascondendo in te
il segreto degli occhi arrovesciati,
della tua bellezza piú grande,
dell’attimo che gioia e sofferenza
si fanno un solo brivido.

Mi hai strappate le lacrime dal cuore.
E da quel giorno buio
dinanzi al tuo ricordo
per tutta l’esistenza
dovrò soffrire ancora
la febbre del mistero che ho perduto.

(12 agosto 1928)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Fare spazio e Sognare – Di fiori di pesco e pagine scritte – Martina Benigni

La tartaruga rossa ( studio Ghibli)

Le cinque e trenta di pomeriggio: le ultime luci del tramonto si erano infiltrate nella stanza sciogliendosi come un liquido dolce su ogni superficie, fino a inumidirmi gli occhi e la mente. Avevo passato l’intera giornata al computer lasciandomi distrarre soltanto dallo scambio di e-mail e dal suono acuto delle notifiche non richieste; ero satura, provata, staccata da me. Fu un attimo: sentii la necessità di chiudere tutto, di distogliere i pensieri e di aprire gli occhi per davvero, sebbene li avessi aperti da almeno otto o nove ore, era come se dovessi ancora svegliarmi e farvi entrare una luce vera, che non mi ferisse, diversa da quella dei display. L’unico rumore a cui prestai attenzione, allora, fu quello dello schermo che si chiudeva sulla sudata tastiera sancendo davvero l’inizio della mia giornata.

I pensieri viaggiano alla velocità della luce infrangendo le barriere dello spazio e del tempo, così mi ritrovai in Cina a cavallo tra il quarto ed il quinto secolo, nella poesia di Tao Qian (365-427), anche noto come Tao Yuanming, che in un’epoca di disordini e violenza decise di abbandonare le cariche ufficiali per dedicarsi ad una vita semplice e felice che valesse la pena di essere vissuta, riscoprendo il senso delle piccole-grandi cose di ogni giorno: “In queste cose si trova/ l’essenza del Vero. / Ad esprimerlo/mancan le parole” (dalla traduzione di Giuliano Bertuccioli di Yin jiu, Bevendo il vino).

Il poeta mi porse un filo rosso invitandomi a fidarmi e a seguirlo: lo afferrai e di colpo attraversai altre epoche, altri luoghi, famigliari e sconosciuti, luoghi che avevo lasciato con noncuranza, immagini sulle quali non mi ero soffermata abbastanza e che ora mi chiedevano di riemergere. Mi ritrovai in uno spazio indefinito fatto di sfumature in cui distinguevo appena la forma delle cose che, però, sentivo note, vicine. Ero già stata lì e ci sarei tornata altre volte. Di nitido c’era, oltre alle sensazioni, quel filo rosso al quale mi tenevo aggrappata con forza, non sapevo più chi ci fosse dall’altra parte, ma continuai a fidarmi e a lasciarmi guidare, senza una ragione.

“Tieni aperta la porta del cuore, e anche tu troverai la tua Spiaggia dei Sogni.”

Erano anni che non mi tornava in mente questa frase de “L’onda perfetta” di Sergio Bambarén, anzi, a dir la verità credevo quasi di averlo dimenticato quel romanzo, ma lui non si era dimenticato di me, per fortuna. Ci sono momenti, emozioni, frasi, immagini, mani e occhi che rimangono dentro di noi ed agiscono segretamente, anche se non ce ne accorgiamo, ci levigano dolcemente come il vento e la pioggia fanno con le montagne. Quante albe hanno, inconsapevolmente, illuminato i nostri cammini? Bussole magiche che ci tengono saldi alla vita quando meno ce lo aspettiamo.

Il filo rosso, dunque, mi aveva fatta approdare sulla “Spiaggia dei Sogni” dove poter “disincagliare il cuore” e riprendermi il “tempo per vivere”. La “Spiaggia dei Sogni” è un luogo profondamente democratico, senza frontiere, dove pur parlando lingue diverse ci si capisce senza sforzo, è una dimora marina comune a tutti gli esseri umani, anche a chi non se ne ricorda o pensa di non sapersene più ricordare. La “Spiaggia dei Sogni” è paziente come il suo mare che di onda in onda si fa più profondo e limpido, sa aspettare, non ha fretta mentre conta le impronte dei sognatori erranti sulla sabbia dorata.

Oggi siamo tutti più smart: smartworking, smart TV, smartphone, ma la cosa più smart che potremmo fare davvero sarebbe staccare la spina, donarci il tempo di farlo, il tempo “di vivere”, appunto, di uscire, di scoprire di che blu si è tinto il cielo e di respirare. Ci insegnano l’importanza di accumulare ma, forse, dovremmo imparare soprattutto a fare spazio e a lasciar andare, a sgomberare la mente, a dire addio alle cose superflue per far entrare un pensiero nuovo, e recuperare, così, i sogni che aspettano di essere ripescati da anni, forse da secoli, per imparare a farne di nuovi, ogni giorno.

“L’onda perfetta”

articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Fiumi di Trasformazioni nel mare di Essere – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Il nuovo anno ha un profumo noto e sconosciuto, denso e pungente, mischiato a quello di caffè: si è fatto spazio nella stanza, cavalcando il soffio d’aria gelida che è entrato dalla finestra aperta per “far cambiare aria.”
Cambiare. Che parola incredibile. Il dizionario mi suggerisce provenire da una parola di origine gallica, a sua volta derivata dal greco “Kambein” che significava “curvare”, “girare intorno”. Il cambiamento, infatti, penso che coinvolga proprio il saper “curvare”, nel senso di essere elastici, di fare curve laddove necessario: disegnarle, percorrerle, essere noi stessi sinuose curve pronte a ridisegnare strade un tempo irte di rigidi rettilinei. Senza volerlo, forse guidata dalla mano del vento invernale, apro uno dei miei taccuini e dalle pagine del 2017 escono queste parole:


“Vorrei incontrarmi tra qualche tempo per vedere se mi riconosco. Quanto bisogna cambiare per non riuscirci più? Forse, invece, è proprio nel cambiamento, nella trasformazione che ci si conosce e riconosce, che ci si ritrova…”

Nel 2021 posso dire di rivedermi in queste righe, di riconoscermi, sebbene molto cambiata. Qualcuno, tempo fa, mi disse che tra ieri, oggi e domani scorrono anni, e che la me di adesso è già diversa da quella di un’ora fa. Non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma siamo fatti di cambiamento più di quanto siamo fatti d’acqua, siamo fatti di piccoli, impercettibili, enormi, trasformazioni che una dopo l’altra fluiscono nel mare del nostro Essere.

Ancora una volta, decido di rivolgermi ai poeti per cercare delle risposte, ma, come al solito, finisco sempre per ritrovarmi con nuove, bellissime domande. Al mio interrogarmi, oggi, risponde Pedro Salinas (1891-1951) con la poesia “Paura. Di te. Amarti.”, tratta dalla raccolta-poema d’amore “La voce a te dovuta” (1933), di cui vi riporto i versi incisi nel mio cuore, così come li ho sottolineati nel libro, sperando di farvi venire voglia di Cambiamento e di Poesia: 

“Paura. Di te. Amarti
è il rischio più alto.
Molteplici, la tua vita e tu.
Ti ho, quella di oggi;
ormai ti conosco, penetro
in labirinti, facili
grazie a te, alla tua mano.
E i miei ora, sì.
Però tu sei
il tuo stesso più oltre,
come la luce e il mondo:
giorni, notti, estati,
inverni che si succedono.
Fatalmente, ti trasformi,
e sei sempre tu,
nel tuo stesso mutamento,
con la fedeltà
costante del mutare.”

di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Antonia Pozzi: perché dovremmo tutti avere un “Desiderio di cose leggere” per la rubrica – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni –

Il porto

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

Le poesie della Pozzi sono di una luce abbacinante: ci fanno andare al di là delle vette dei suoi amati monti lombardi per poi farci ripiombare nelle Radici della terra dove “sfacendosi/ dolorano le cose.” Questo per darvi solo un assaggio della bellezza e della profondità delle immagini che la sua penna, di nuvola e di roccia, sanno dipingere. Sono rapporto così intimo da considerarla una parte di sé, forse la più viva e pulsante, ecco perché nella poesia Bellezza (1934) nel donare se stessa dona anche i suoi “meriggi/ sul ciglio delle cascate, / i tramonti/ ai piedi delle statue, sulle colline, / fra tronchi di cipressi animati/ di nidi.” Altro tema importante è sicuramente l’amore verso l’altro, il diverso da sé che all’inizio è il tragico amore per il suo professore di greco e di latino, il quale, una volta finito, lascia nella poetessa un senso d’amaro e d’ingiustizia che si porterà dietro per tutta la vita, persino nella sua Vita sognata (1933). C’è, insomma, nell’opera della Pozzi, un mare infinito di immagini da cogliere con delicatezza e sensibilità, c’è una semplicità di stile e di scelta delle parole che rende al lettore la poesia accessibile e segreta al tempo stesso, quasi fosse un canto ancestrale che abbiamo la sensazione di aver già sentito, come un’eco lontana, forse di millenni fa. C’è, infine, la consapevolezza della pienezza della vita che, però, la poetessa non sa reggere !no in fondo, le trabocca dalle vene e lo sa: “Per troppa vita che ho nel sangue/ tremo/ nel vasto inverno”. Un inverno gelido che deve aver provato in alcuni dei rapporti umani, probabilmente in quelli fondamentali, che segnano irrimediabilmente. E a quell’inverno spaventoso, credo, la Pozzi abbia saputo rispondere con una splendida estate di poesia. In molti hanno tentato di dare delle etichette alla sua poesia: “crepuscolare”, “ermetica”, “d’amore”, “descrittiva”, “autobiografica”, ed altre, ma noi abbiamo una missione in quanto lettori nonché destinatari di questa bellissima eredità che è la sua poesia, e cioè quella di scavalcare le definizioni da “libro di matematica”, per assumerci l’onere e l’onore di leggere le parole nude, così come sono, così come le ha concepite l’autrice che solo nello scrivere riusciva a sentirsi Viva davvero, a stare al centro, in mezzo alla vita e non più in Riva ad essa “come un cespo di giunchi/ che tremi/ presso l’acqua in cammino.”

Spero che in questo 2020 che ha pesato e ancora pesa come un macigno sulle spalle di tutti noi, siate comunque riusciti a trovare quelle cose leggere che rendono più rosso il cuore e più dolce il cammino. E seppure non ci siate riusciti, consolatevi e gioite nella certezza di averci provato fino in fondo, sempre. Perché la ricerca non è mai vana.

articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Fra Noi e gli Altri .la vita comunque.” Recensione di Angelo Andriuolo

in copertina Lié Larousse .la vita comunque.

Quella di Lié non è solo Poesia: esonda, attraverso espressi concetti di cogito e coscienza, con cruda delicatezza e sfrontato garbo, in una “filosofia” che ha al suo centro il concetto di vita. La vita è teatro, ma non sono ammesse le prove, diceva Anton Čechov. L’ Autrice “questo teatro” lo percorre come si fa con una strada, a volte, poche in verità, dritta e perfetta, altre volte sconnessa e in salita come un sentiero di montagna su cui faticosamente inerpicarsi; sempre, però, con la ben presente consapevolezza della necessità e inevitabilità del cammino e dei suoi infiniti possibili bivi e della impossibilità di percorrerlo a ritroso. I versi sono il suo carburante: quello che le serve per non fermarsi mai. La méta diventa quasi irrilevante, vacua, incerta, fumosa. E’ il passo (il muoversi, l’avanzare) a fare da metronomo alla musica dell’esistenza e a dare tempi e ritmo al momento. Lié riesce ad annullare le distanze fra passato e futuro contestualizzandole in un presente che ogni cosa avvolge, e che poi è l’unica cosa che, in fondo, esiste per davvero. Esattamente “ in questo preciso punto/ qui nella testa/ qui nel ricordo” . E questa condizione diventa la sua “sofferenza” : .se questa tua vita/ in una vita si aprisse/ una dentro un’altra/ e dentro questa/ un’altra ancora/ vita su vita.; ma anche la sua forza perché sa trasformare ogni negatività, che sia sua o altrui non importa, in energizzante poesia che per lei, e per chi legge, è rinvigorente come la Madre Terra per il gigante Anteo. Chi leggerà questo libro scoprirà che è un aiuto alla riflessione sulle relazioni intercorrenti fra Noi egli Altri, e sul come dovremmo allenare, con l’immedesimazione, la percezione empatica del mondo che ci circonda. Imparando a fare un po’ più nostri i sentimenti e le sensazioni delle persone che, magari per un attimo, gravitano nelle nostre vite o anche solo nei nostri pensieri. La poesia di Lié non risponde (non vuole, non deve); la poesia di Lié solo dipinge, magari con iperrealistica crudezza, e a volte domanda. Con un approccio soggettivo, istintivo ed istantaneo. Che, come una rasoiata, ferisce a fondo ma senza immediato dolore: “ho lasciato che il vento/ di questo pomeriggio disgraziato/ prendesse a sé/ tutte le promesse di film al cinema mai visti/ l’intonaco e gli stracci di pelle/ che a fine giornata/ ancora m’erano rimasti appiccicati/ al culo però/ più che al cuore”. Una ferita che non ti uccide e da cui puoi guarire: per continuare a vivere, a vivere .la vita comunque.

Articolo di Angelo Andriuolo

365 giorni, Libroarbitrio

” .la vita comunque. un grido d’amore e coraggio” recensione di Martina Benigni

“…vivere è proprio un lavoro.” Così recita una delle poesie di Lié Larousse che è una donna che ama, come lei stessa ci confessa, e proprio per questo è una donna che Vive.  Con questa raccolta ci fa affacciare sulla sua vita, anzi, sulle sue vite che si mischiano inevitabilmente con quelle degli altri “scapigliati”, distratti, di fretta, alcuni innamorati e bellissimi. La vita è dolorosa e il “tempo è bastardo”, ma in tutto ciò giace una profonda dolcezza che la poetessa sa ritrarre alla perfezione nelle immagini quotidiane e intime che regala ai lettori, come la pennellata d’acquerello della bimba dai capelli rossi o il sughetto finto del Nonno.
Lié lo sa che “.è la vita, si muore.” e, forse, proprio in questo nostro essere “un attimo” si cela tutta la nostra eternità. Ci vuole davvero tanto amore per scrivere versi come questi, per riuscire a cogliere tutta la poesia che divampa dai bar di periferia ad una Nonnina che chiacchiera “di tempo al tempo”. L’amore è la forza segreta che tutto muove: delusioni e gioie, soprattutto quelle, e in quanto tale va difeso. Mai farsi rubare l’amore, mai. Forse è proprio questo il messaggio più potente che sprigionano queste pagine, quasi accecandoci, lasciandoci senza fiato, inebetiti di fronte a tanta “semplice” verità.
La vita ci porta spesso a navigare mari in tempesta, così scuri e grandi da farci credere che tutto sia ormai perduto, che la rotta sia introvabile, ma è proprio allora che dobbiamo scrivere più forte, amare più forte e vivere più forte, che penso di non sbagliare nel definire sinonimi.
Vivere è, dunque, sbagliare, ridursi in pezzi, frantumarsi il cuore, per poi scoprirsi dolcissime “Sìbellule” pronte ad amare e ad amarsi perché non dobbiamo “lasciarci al caso”, ma reinventarci per noi e per chi amiamo.
Ecco, c’è tutto questo e molto di più nelle poesie di Lié: c’è la Vita. La Vita comunque.

di Martina Benigni

Martina Benigni è attualmente una studentessa della Magistrale in Lingue e Civiltà Orientali, presso La Sapienza di Roma, città dove è nata e cresciuta. Dopo la laurea triennale decide di recarsi in Cina, a Pechino, per approfondire la lingua, innamorandosene ancor di più, grazie alla bellezza della cultura, dei luoghi e delle persone conosciute durante quei tre mesi di studio e scoperta. L’amore per la letteratura comincia in tenera età, fra i banchi di scuola: da sempre avida lettrice, scopre molto presto anche la bellezza della poesia che diventa una sorta di bussola nella vita di tutti i giorni. Il sogno è quello di scrivere e viaggiare, che sono un po’ la stessa cosa, e di riuscire a tornare presto nella sua amata Cina. 
Da dicembre terrà una sua rubrica letteraria sul sito e blog http://www.libroarbitrio.com

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COSA RIMANE – La poesia in musica di Emilio Stella e Er Pinto

Emilio-Stella-&-Er-Pinto---Cosa-Rimane

La copertina del singolo è stata disegnata a mano
e colorata in digitale dall’illustratore e Street Artist, Mattia Yest.

Quanto spesso ci chiediamo come vivono la loro vita artistica cantautori e poeti, come passano le giornate? Li sappiamo di notte tra concerti e presentazioni di libri e dischi, li immaginiamo a feste circondati da fiumi di alcool e belle donne fino a mattino, ma che significa essere un poeta e un cantautore per davvero, nell’epoca contemporanea, a Roma, durante una pandemia globale?

Ce lo raccontano il cantautore Emilio Stella ed il poeta Er Pinto, con Cosa Rimane, due uomini che non amano essere etichettati come “artisti” perché per loro l’arte non è un mero status quo ma è una vocazione che ha delle solide basi nella vita di tutti i giorni, con tutto ciò che di buono e cattivo essa porta in se’, con “il peso delle cose” che si trascina dentro ci scriverebbe Er Pinto, con una testa ed un animo tutto “Suonato” ci canterebbe Stella, perché queste non sono solo parole scelte e virgolettate a caso, ma sono i titoli delle loro ultime opere d’arte, uno in poesia l’altro in musica. Con la parola entrambi giocano e la rispettano cercandola, studiandone il significato, apprezzandone la musicalità e il ritmo, ed è proprio questa loro vita di parole che li ha fatti incontrare, un giorno, anni fa per Roma.  Così con il tempo idee e intuizioni si sono trasformate in sceneggiature teatrali e canzoni, con  “E io te amo” (2015) hanno regalato alla loro città Natale una poesia che in brevissimo tempo è diventata una delle più belle dichiarazioni d’amore a Roma, per poi approdare a teatro con lo spettacolo “Tutte le Strade Portano ar Core”, con la partecipazione dell’attore Ariele Vincenti, durante lo spettacolo raccontano di un viaggio in musica e poesia che parte dalla periferia per arrivare al cuore pulsante della città.

Ma è in questi ultimi due mesi, quando il mondo si è ritrovato a fronteggiare una pandemia a cui nessuno era preparato che i due hanno unito riflessioni a passione con ore e ore di discorsi, che si sono tramutate in una minuziosa ricerca, e questa ricerca è divenuta la stesura del  brano scritto a due mani: Cosa Rimane.

A fare da sfondo al brano la passione per uno dei grandi maestri della musica italiana: Rino Gaetano. Immaginando di poter duettare con il loro idolo, i due artisti romani, hanno scritto un omaggio che prende ispirazione dalla “Fontana chiara un poco dolce e un poco amara” cantata dal loro mentore.
Cosa Rimane è una vera e propria poesia musicata, e poi suonata dai musicisti che spesso accompagnano Emilio Stella nei suoi tour in tutta Italia: Primiano Di Biase (piano) – Ruggero Giustiniani (percussioni) – Samuel Stella (chitarre) – Davide Costantini (basso)

 

La data del release è domani
2 Giugno 2020

 

di seguito il link per il Pre-Save su Spotify e il Pre-Order su ITunes

PRESAVE DIGITAL STORE: https://tropicana.lnk.to/CosaRimanePre

 

Il brano Cosa Rimane è sotto Edizioni Aloha Dischi/Tropicana
e distribuito digitalmente da Artist First.
Booking e management: alohadischi@gmail.com
Alessandro Martinelli:    +39 3397992043

 

articolo di Lié Larousse
http://www.libroarbitrio.com

 

365 giorni, Libroarbitrio

Auguri Terra – In viaggio con Gabriele Ferramola alla scoperta di luoghi incantati

Lo sapete che l’organo più grande che abbiamo del nostro corpo è la pelle?
La mia pelle è la mia Terra, e oggi è la sua giornata mondiale, è la giornata mondiale della Terra!
Per me stessa cerco di dirmi di celebrare queste ricorrenze sempre, non solo quando dedichiamo loro una giornata specifica, ma tutti i giorni e con gesti d’amore quotidiano, per noi e per gli altri, di mio ci provo con la poesia, perché credo che la poesia sia in ogni dove, e lo è anche negli straordinari viaggi e scatti del mio amico fotografo Gabriele Ferramola che ha una passione innata per la natura ed ogni suo essere vivente.
Allora oggi questa bella ed importante ricorrenza voglio celebrarla così: invitandomi ed invitandovi a guardare questo breve video documentario di un luogo incantato, e scoprire tanti animali selvatici dai nomi buffi e dalle buffe abitudini, e magari continuare a visitare anche gli altri, da casa certo, ma comunque in viaggio per la nostra amata Terra, la nostra pelle!
Ringrazio di cuore Gabriele per condividere queste sue avventure curiosissime nel suo canale Youtube, e per avermi chiesto di prestare la voce alle belle immagini che vedrete.

Buona visione e abbiate cura della vostra pelle, la nostra Terra 

Lié Larousse
#giornatamondialedellaterra

365 giorni, Libroarbitrio

BUONASERA TARANTO – Il giornalista Gian Carlo Lisi recensisce “Star Wars sotto un cielo di periferia” dell’autore Gianluca Pavia

Poesia insolita. Poesia inconsueta. Poesia originale.
Una poesia così insolita, inconsueta e originale che parla in una maniera personale “anomale”. Anche il titolo fa presagire altro e poi…e poi “banalmente” fa riferimento “al tuo pigiama di Star Wars/sotto il mio cuscino…”.
Gianluca Pavia, bisogna ammetterlo, è idoneo a ragionare di sentimenti: “Eri una creatura semplice e fragile/ con l’anima ricoperta da mille lamine…”
Diventa ancora più profondo quando ammette che “Stanotte, la notte aveva il tuo profumo…”.
I quattro versi finali sono una stilettata inferta dritta al petto: ” Ho pensato che ti pensavo/ e che mancavi, / troppo da passare al lato oscuro/ e senza ritorno”.
La poesia deve emozionare e far riflettere, e l’autore è capace di farlo con rara e chirurgica precisione. Utilizza un linguaggio apparentemente convenzionale ma lo impasta e gli assegna la forma che desidera come fa un vasaio con la creta. In questa maniera “artigianale” di concepire la scrittura riesce a rendere il verso pregno di un significato intenso e inatteso. E quella periferia che cita nel titolo potrebbe essere la zona d’ombra di ciascun cuore.

di Gian Carlo Lisi
Articolo uscito per la testa BUONASERA TARANTO

Il libro WHISKEY & SODA CAUSTICA d’amore, di vita, morte e altri casini
dell’autore Gianluca Pavia è acquistabile in tutte le librerie e nei migliori canali online
https://www.lafeltrinelli.it/smartphone/libri/gianluca-pavia/whiskey-soda-caustica-d-amore/9788894500905