365 giorni, Libroarbitrio

IL MOSTRO – POKER D’INCUBI – DuediRipicca – GIANLUCA PAVIA/LIE’ LAROUSSE

“Le si era avvicinato di soppiatto, senza farsi notare, come faceva con ogni altra prescelta, e quando le fu abbastanza vicino da rubarle qualche particella di profumo, lo stomaco si era sciolto, le sinapsi ingarbugliate. L’aveva seguita fino a casa, in quella villa appena fuori città. L’aveva vista chiudersi la porta alle spalle e da quel momento non era esistito altro. Doveva averla, ossia rubare una parte di lei: un pettine, un paio di mutandine, qualsiasi cosa avrebbe potuto stringere a sé nelle lunghe notti spese nella solitudine del suo monolocale. Stefano non era un maniaco, né un pervertito, anche se la situazione suggeriva tutt’altro. Stefano aveva solo bisogno di calore, della vicinanza di una donna, ma le donne preferivano stargli alla larga, come qualsiasi altro essere vivente. E non era una semplice paranoia, Stefano aveva imparato per bene la lezione, erano quasi quarant’anni che il mondo intero gliela ripeteva.”

E tu?
Tu il desiderio lo sai davvero cos’è?
Le angosce le conosci?
Le paure dei mostri nell’armadio e di quelli nella testa?
E gli incubi, ma quelli veri, quelli che ti restano dentro, che ti camminano affianco, che ti sporcano le mani e i giorni, li hai mai letti?
No?
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#ILMOSTRO
DuediRipicca
#POKERDINCUBI
Alter Ego Edizioni

365 giorni, Libroarbitrio

Stanotte – L.L.

nè del mare nè della terra

In quale letto dormi
stanotte
mentre lasci che siano gli altri
a prendere il tuo posto
stanotte.

E il sogno è lì con te?
O con l’incubo in collisione

Stanotte.

Non so più scrivere.
Né parlare né tacere.
Non so più niente
di me stanotte.
Non ho più niente
di mio stanotte.

 

365 giorni, Libroarbitrio

Sole d’estate – Grazia Deledda

the wind knocked

e tra una foglia e l’altra
innumerevoli frutti piccoli e scarlatti,
che sembrano duri
e invece a mangiarli sono dolci e teneri,
d’una tenerezza un po’ resistente
che si prolunga,
che si fa succhiare,
si cede a poco a poco
per farsi meglio godere.
E’ l’albero delle giuggiole.

365 giorni, Libroarbitrio

“Dittico testamentario” di Lorenzo Migliorini & Lorenzo Farfarelli

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Quanno moro

 Quanno moro, vojo

esse seppellito in riva

ar mare,

vicino a no scojo,

pe famme consumà

la carne dar vento e dar sale.

Roso da li vermini

ne la terra nuda,

ignudo come quanno

so’ sortito dar ventre de mi madre.

Da vivo c’è sempre quarcuno

che te dice cosa fare,

da morto fateme fà

come me pare.

di Lorenzo Migliorini

antonio-mora- uomini
Er testamento de Lollo

Quanno che me moro fateme er favore,

tumulateme ‘n campagna, ar paese mio

lontano da Roma, lontano dar rumore

e teneteme a distanza pure da dio:

che mentre ‘sto lì inerme a fermentare

nun c’ho voja de sentì er prete fa la messa:

so’ ateo, nun ce credo a quer piagnucolare

la mia storia ‘n paradiso è compromessa.

Vojo ‘na funzione semplice e veloce

vojo li Black Sabbath a palla: Electric Funeral

e bira a galloni e canti viva voce

‘na cagnara da sentisse insino er Nepal.

E nun vojo musi lunghi o piagnistei,

che la morte è solo na’ trasformazione

che si ce pensate bene amici miei,

è l’antra faccia dell’umana condizione…

A trovamme ar cimitero nun venite ,

lasciateme ‘no spazio ner vostro core

e ner mentre che bevete l’acquavite

brinderete a Lollo vostro con amore.

Ricordateve ‘nfine n’urtima lezione,

che la morte nun è dura pe’ chi è morto

perché dell’uman dolore è l’estinzione:

è pe’ chi resta che è dolor e sconforto.

Io ner mentre scoprirò er grande mistero,

cor soriso j’andrò ‘ncontro serenamente,

spero solo, ovunque vada su ner cielo

che ce sarà  bira, vino e uischi sufficiente.

Er tempo ‘ntanto m’avrà mutato,

e io sarò arbero, sarò erba, sarò ‘n fiore,

sarò ‘n lago, sarò der lupo l’ululato

sarò er silenzio fra ‘n battito de core.

di Lorenzo Farfarelli 

365 giorni, Libroarbitrio

“Sul far della sera” Tristan Tzara

Yuu Sakai - Horizon

colora gli uccelli con l’inchiostro, cambia la guardia alla luna

– andiamo a prendere i maggiolini

mettiamoli in una scatola

– andiamo al ruscello

facciamo vasi d’argilla

– andiamo alla fontana e ti bacerò

– andiamo nel parco comunale

fino al canto del gallo

che si scandalizzi la città

– oppure adagiamoci nel soppalco della stalla

dove ti punge il fieno e senti le mucche ruminare

e poi è desiderio di vitelli

partiamo, partiamo.

365 giorni, Libroarbitrio

“Febbre” Sylvia Plath

Paura? Cosa vuol dire?

L. abeille

Le lingue dell’Inferno
sono ottuse, ottuse come la tripla
lingua dell’ottuso, grasso Cerbero
che anela sulla porta. Incapace
di sanare leccandolo l’infiammato
tendine, il peccato, il peccato.
Sfrigola l’esca da fuoco
l’indelebile puzza
di candela soffocata!
Si srotolano, o amore, i bassi fumi
da me come le sciarpe di Isadora, ho terrore
che una mi accalappi, mi ancori alla ruota.

Amore mio, ho passato
tutta la notte annaspando
fra lenzuola grevi come il bacio d’un perverso.

Penso che sto sollevandomi
forse mi librerò –
I grani di ardente metallo volano e io, amore, io
sono una pura
Vergine d’acetilene
con una scorta di rose,
di baci, di cherubini
di tutto che esprimono queste rosee cose…

365 giorni, Libroarbitrio

“Mattino nella casa bruciata” Margaret Atwood

Surreal Katerina PlotnikovaTristi angeli di marmo
covano come galline
su nidi erbosi
dove nulla si schiude.

Gli angeli si potrebbero definire volgari
o spietati,
a seconda dell’angolazione della macchina fotografica

Ogni volta, naturalmente, raccolgo un fiore o due
e lo infilo nella Bibbia dell’albergo
come souvenir.

Sono umana anch’io, come te.

365 giorni, Libroarbitrio

“Al mare canto” Shakespeare

mare ghiaccio

Coloro che sono i favoriti  delle stelle
si vantino di pubblici onori e titoli superbi
mentre io, cui fortuna simili trionfi nega,
gioisco in disparte di ciò che più onoro

tu sei tutta la mia arte, e innalzi
in alto sapere la mia rozza ignoranza,
e come può mancare alla mia Musa l’invenzione
finché tu respiri poeta, tu che versi nelle mie rime
te stesso, dolce argomento, troppo eccellente
per essere ripetuto  da pagine volgari?

Oh ringrazia te stesso se qualcosa in me
scopri degno della tua attenzione;
chi è così muto da non saper scriver di te
quando tu stesso dai luce all’invenzione?