365 giorni, Libroarbitrio

CIAO NICOLINO “PALADINO SGHEMBO”

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“Da sempre, averti immaginata,
desiderata, attesa.
Per attimi, VIVERTI, 
completamente,
nel più totale abbandono,
e morirti,
annegando nel mare dei tuoi occhi
e annullandomi fra le tue sconfinate braccia
e poi, tornare ad attenderti,
desiderarti,
immaginarti,
nel paradiso circolare del CERCARTI,
fuggendoti e rincorrendoti
fino alla Fine dei Tempi.”

Così ci saluta Nicolino Pompa. 

Alessandro Pompa ringrazia tutti, amici e amiche, invitandoci a salutare il padre poeta oggi dalle 15 alle 18:30 al Policlinico Umberto I Roma, Sala Mortuaria, cappella n°5.
Dopo il 20 ottobre ricorderemo Nicolino con una cerimonia laica presso la sua abitazione di Roma, intanto per chi volesse può contattare Alessandro al numero 3711417678.

Nicolino, dice Alessandro, ci avrebbe sorriso, donato rose bianche e bicchieri di vino fresco.

Ciao Nicolinooooo

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365 giorni, Libroarbitrio

UN, DU E TRE – Gianluca Pavia

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Un, du e tre
un, due,
è bello ballare con la morte
casqué
e sfiorarle il viso così dolce.
Non è per niente brutta
come dicono,
ha solo l’aspetto
delle occasioni perse.
Un, due
passo di lato,
labbra mai baciate
scuse accampate
passi che seguon passi
che non hai seguito
perché diretti troppo lontano.
E’ un valzer suonato
da mariachi,
l’elettronica di un aborigeno
in sandali e guepiere.
Oh, guarda
è la nostra milonga,
e quando ti strusci nel tuo vestitino
accendi musica in me.
Ora però
fai silenzio
e lascia il ritmo condurre,
fai silenzio
che è l’ultimo pezzo,
un’unica pazzia
che fa
un, du, tre
casqué.

Gianluca Pavia
DuediRipicca

365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori -La nostra rosa – Enrico Valdès

mammina

Fu il suo regalo per il compleanno della madre, quando lui aveva vent’anni, un vaso fiorito di rose gialle, bordate di scuro e profumate.
Luca abitava con la famiglia in un appartamento in città, poco adatto però alle esigenze di aria e sole della piccola pianta.
Sua madre la curava con sollecitudine e la teneva nella stanza più luminosa, le attenzioni erano tante, ma la piantina non cresceva, le foglie si raggrinzivano e cadevano. Era destinata a seccarsi.
In giugno la famiglia si trasferì nella casa al mare e, con loro, si spostò anche quel vaso con i suoi deboli rametti spinosi.
In un angolo del giardino la rosa venne messa in piena terra, era l’ultimo tentativo per farla sopravvivere.
Ogni mattina la madre la scrutava ansiosa, sperando che la linfa vitale non si fosse esaurita, e in luglio, come per miracolo, la piantina riprese forza, spuntarono nuove gemme, foglie e fiori profumati.
“Vedi, – disse la madre a Luca – la rosa non si è arresa.”
Passarono le stagioni, la piantina divenne pianta, il giardiniere la potava e diventò forte, con spine acuminate e fioriture esuberanti.
Faceva parte oramai del giardino, era come se da sempre fosse esistita là, ed era lei la preferita della madre, che l’aveva salvata con le sue cure.
Con la rosa lei e Luca avevano un legame speciale, un vincolo non detto tra madre e figlio.
Molti anni, boccioli, petali e profumo.
Ogni volta che Luca entrava nel giardino il suo sguardo correva alla rosa e al ricordo dei suoi vent’anni. Con la madre passavano là davanti e si fermavano, felici o tristi, parlavano o tacevano.
Luca diventò adulto e la madre anziana, indebolita dalle malattie, camminava con difficoltà ma, quando il figlio le era accanto, si sentiva forte e non si lamentava di alcuna sofferenza.
Gli ultimi anni li trascorse tra poltrona e letto, senza mai abbandonare il suo sguardo coraggioso e dolce.
L’ultima sua estate, dal letto chiese a Luca di sollevarla, di metterla seduta.
“Cosa vuoi fare?” lui le domandò.
“Vorrei vedere la nostra rosa.”
Era la prima volta che la chiamava “la nostra”, e lui ne fu colpito, si commosse, i suoi occhi divennero lucidi.
Lei osservò a lungo la rosa da lontano. Era fiorita.
“Vorrei sentirne il profumo.” gli disse.
Luca l’accontentò e, tra le sue mani dalla pelle sottile, ne mise un bocciolo.
Lei l’aspirò,“Che bel profumo, – disse – senti.” e Luca si avvicinò, le trattenne le mani tra le sue e respirò l’aroma del “loro” fiore.
Erano passati dieci anni da quando la madre se ne era andata, portando via con sé quel suo speciale sorriso, e tutto cambiò.
Cambiò anche il giardino della casa al mare, con nuovi alberi, nuovi cespugli e nuovi rampicanti.
La terra venne smossa, rivoltata attorno alla rosa, che soffrì e divenne spoglia.
Giunse l’estate, il sole prosciugò le zolle, della pianta rimasero tre soli rami nudi, e il giardiniere disse che, forse, non si sarebbe ripresa.
Vicino a essa un prato verde, piante e fiori rigogliosi, solo la rosa era inerte, come senza vita, ma l’acqua tornò a dissetare il terreno e le sue radici.
Luca ogni giorno la guardava con speranza, e infine spuntò un germoglio, poi ne vennero altri, e ancora giovani foglie. Comparve per ultimo un bocciolo come quello che sua madre tenne un giorno tra le mani, con lo stesso profumo, e Luca risentì la voce di lei.

Aiutami, – mi chiese –
sollevami dal letto,
voglio veder la rosa
che un giorno mi donasti.”

Crebbe laggiù la pianta,
con spine e verdi foglie,
con boccioli e con petali,
gialli e di scuro orlati.

Rinascono ogni anno,
e ancora qua profumano.
Era la nostra rosa,
ricordo di mia madre.

Racconto “La nostra rosa”  scritto da Enrico Valdès
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi,
in tutte le librerie a distribuzione nazionale
oppure on line al link di seguito
http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/racconti-nella-rete-2016

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365 giorni, Libroarbitrio

Vedo vedooo… DuediRipicca

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Preferirai sempre la pazzia. Rischierai tutto. Sarai il buffone e il saggio di corte, farai quello che nessuno è stato mai capace di fare. Ti rispetterai non rispettando ciò che ti impedisce di volare, di sognare, e camminerai in precario equilibrio su di un filo teso piuttosto che averlo attorno al collo.

Godrai del corpo dell’orgasmo del piacere. Morderai leccherai toccherai scoprirai tutti i sensi gustando il grande senso di tutto.

E un giorno ti dimenticherai ti perdonerai e vivrai dentro la tua testa senza il bisogno di specchiarti e volerti vedere per forza perché saprai essere e sentirti essere.

E allora amerai. Sceglierai qualsiasi possibilità d’amare e d’essere amato. L’impossibile sconclusionata complicata certezza che ferisce. L’incorreggibile eccessiva costante che guarisce.

E sarai casa ovunque. E dormirai beato.

DuediRipicca

 

365 giorni, Libroarbitrio

La zona cieca – Chiara Gamberale

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La goccia nera.
Qualcosa che quando c’è lei non ci sei più tu.
E’come la perdita dei superpoteri per un supereroe.
Un senso assoluto di fallimento.
I pensieri che ti si sciolgono di dosso.
Sono lo schizzo di sperma di un’eiaculazione notturna.
Il legno marcio di un vecchio galeone affondato.
La cacca quando non ti viene.
La bolletta scaduta.
Sono uno zero.
Nemmeno degno della rotondità di uno zero.
Sono zero virgola due.

365 giorni, Libroarbitrio

una poesia quasi inventata – Charles Bukowski

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ti vedo mentre bevi a una fontana con minuscole mani blu, no, le tue mani non sono minuscole sono piccole, e la fontana si trova in Francia da dove mi hai scritto l’ultima lettera e ti ho risposto senza avere più tue notizie.
scrivevi sempre poesie folli su
DIO E GLI ANGELI, tutto in lettere maiuscole, e
conoscevi artisti famosi e quasi tutti erano tuoi amanti, e ti risposi, va bene così, continua pure, entra nella loro vita, non sono geloso perché non ci siamo mai visti. ci siamo trovati vicini quella volta
a New Orleans, separati da mezzo isolato, ma non ci siamo mai
incontrati,
mai toccati,
così tu andavi con la gente famosa e scrivevi sulla gente famosa e ovviamente scopristi che le persone famose si occupano solo della propria fama – non della bella ragazza che si sveglia la mattina per scrivere poesie in lettere maiuscole su
DIO E GLI ANGELI.
sappiamo che Dio è morto, ce l’hanno detto, ma a starti a sentire non ne ero più sicuro. forse era per via delle maiuscole. eri una delle migliori poetesse e lo dissi agli editori,
ai redattori
<< pubblicatela, pubblicatela, è matta ma ha un tocco magico. non c’è falsità nel suo fervore.>>

365 giorni, Libroarbitrio

DANIEL VARUJAN – IL CANTO DEL PANE

 

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Il Canto del Pane 

                                                                                                                           Luglio 1915 deserto d’Anatolia

Un giovane contadino miete la terra e canta poesie. Ha da poco compiuto il trentesimo anno di età. Si siede ai piedi di uno dei salici che costeggiano il fiume dove il bue s’abbevera. La carrareccia curva e una piccola casa di mattoncini rossi s’affaccia. Dalle finestre l’odore della pasta del pane adagiata in fazzoletti di lino a lievitare per la sera. E’ la mezza. Una pentola sul fuoco e una mano di donna che apparecchia la tavola. Il giovane contadino ha legato una bisaccia sulla cinta che gli tiene su il pantalone in vita, dentro c’è un piccolo quaderno rilegato dalle stesse mani che ora versano la minestra nei piatti, e una penna. L’odore della pasta del pane si mescola appena fuori dalla finestra con quello delle patate bollite e del fieno bagnato dal mezzogiorno.
– Daniel. Caro venite! E’ pronto!
Daniel Varujan volta lo sguardo alla scia della voce della donna, la sua donna. Sorride e svelto scrive:

Alla Musa

Come vigoroso il lavoratore afferra
la curva impugnatura dell’aratro,
lacera il fianco delle terre
e sotto il torrente dei raggi solari
i solchi aridi diventano fertili,

– Daniel se il brodo di patate si fredda poi non ti piace più! E non farmi gridare! Che il pane poi smette di crescere!
E Daniel ora quasi ride, sa che deve affrettarsi perché è vero, il brodo di patate freddo proprio non gli piace, ma il volto dolce e fintamente arrabbiato della sua amata, quello, gli piace tanto, come ogni cosa di lei, come

Come il grano fulvo nell’aia
si ammassa e i mulini ruggiscono;
come trabocca dalla vasca la pasta lievitata,
e il contadino la cuoce in forno
che è sempre acceso,

il piacere, il vigore creatore
che diffonde il pane,
tu insegnami, Musa mia amata,
Musa dei miei padri,

insegnami, e incorona di spighe la mia lira,
come questa penna, perché sull’aia,
alla fresca ombra del salice,
io mi possa sedere e generare
le mie canzoni, le mie poesie.

Daniel chiude soddisfatto il quaderno, lo ripone con la penna nella bisaccia e prende a correr verso casa, ma. I suoi passi risuonano in uno strano silenzio, poi un improvviso chiacchiericcio dall’interno della casa accompagna la presenza di due figure militari.
– Lei è il Signor Daniel Varujan, il poeta Daniel Varujan?
– Sì, sono io, come posso
– Ci segua per favore, prenda il documento di identificazione e ci segua, un semplice controllo.
La donna non riesce a trattenersi.
– Ma Daniel, stavo proprio dicendo ai signori che magari poi andare subito dopo pranzo, insomma, che modi sono questi e poi.
– Cara, copri il piatto, come dicono i signori sarò subito di ritorno, tu mangia non aspettarmi.
– No io ti aspetto invece
– D’accordo. Intanto potresti riporre questa, magari se ti va leggila, così poi mi dici se ti piace.
Daniel slega la bisaccia dalla cinta e la ripone nelle mani della giovane donna, prende il cappello dal portabiti, le dà un bacio, ed esce da casa a passo svelto. Lei lo insegue, il cuore in petto le batte fortissimo, lo tira a sé per un braccio, i militari si fermano innervositi.
Daniel ha quel sorriso buono negli occhi, la guarda per un tempo infinito.
Lei lo stringe fortissimo. All’orecchio si parlano piano.
– Allora vado a riordinare le tue poesie, e poi, e poi ti scaldo il brodo di patate, e non ti preoccupare di nulla e, e io ti aspetto!
– Amore mio, risolvo questa questione e torno.

Daniel Varujan quello stesso giorno fu mandato nel deserto, con altri uomini del suo paese, a camminare, senza metà, per nessun luogo, fino a morire di stenti.

                                                        Le sue poesie e quel che è stato della sua breve vita
potete leggerle, ed andare a conoscere la sua storia, visitando di persona
l’Isola di San Lazzaro Congregazione degli Armeni – Laguna di Venezia

Luglio 2016 – Venezia – Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

perché se sei triste ridi? – L.L.

 

vai

Non voglio dire
che proprio tutto mi fa schifo
perché non è così
ma ci siamo pure un bel poco vicini
invece Pazzo mi piace e mi sta simpatico
per quanto mi rimbambisca domandandomi sempre
– perché se sei triste ridi?

diciamo che prego che le mie preghiere
vengano esaudite
prima delle tue

diciamo che la gente che urla ai propri amici, ai compagni, ai conducenti dei bus
e quelli che gli cade la mano morta sul mio culo m’hanno annoiata
e stancata di più che attendere l’improvviso della morte stessa
che però non è mai nei loro paraggi quando serve
e quindi non ne capisco il senso

diciamo che non c’è più nulla di normale e che tutto non ha senso
e poi perché dovrebbe averne ? la normalità sta nell’anomalia
come Pazzo che pare sia l’unico a capirci qualcosa della mia vita
e dei mali del mondo – che non vengono mai per nuocere
dice biascicando mentre si fa un tiro di sigaretta spenta
e mi cammina affianco

diciamo che il caffè
a me non piace
l’allungo lo correggo lo inzucchero per bene, aspetto che si freddi
e continua a non piacermi
ma non ci rinuncio,
e ora entro al bar e vediamo

diciamo che incontro sempre un sacco d’uomini
pure quando non me l’aspetto,
sarà perché al mondo ce ne sono tanti e dappertutto,
sarà perché ad essere così in tanti per alcuni non si ha meglio da fare
per fortuna che a me piacciono gli uomini
tutti e tanto
pure se di biondi se ne vedono pochi in giro

diciamo che non riesco più ad entusiasmarmi,
non voglio dire che non mi entusiasma più nulla però
è solo che mi sembra d’ascoltare sempre le solite frasi,
musica volti chiacchiere storie vittime eroi mostri

e diciamo che non mi posso smentire
il caffè mi fa proprio schifo
pure se il barista
bruno con gli occhi fuori da ogni prognostico calcistico azzurri
ben pettoruto sotto la canotta appositamente sforbiciata via dalle maniche
da due anni convivente con convissuta mai tradita
m’ha disegnato con la schiuma un cuore sporcandolo con schizzi di cacao

mezz’ora dopo
ho mandato giù tutto d’un fiato
ho sorriso, ringraziato.
Tornata in strada
m’ha raggiunta Pazzo
che parla questa lingua tutta sua
nel mondo che è tutto suo
così, passeggiando scortata
fino a casa mia.

365 giorni, Libroarbitrio

“Studia la matematica!” Primavera – Alfons Mucha

Alfons Mucha - Primavera

La villetta era al capo opposto della città
vi stagnava un afrore di soffritti
il fermacarte era un bossolo di granata.
La vestaglia mia frusciava, un po’ si apriva
lasciavo s’intravedesse
succhiavo assorta una matita faber
dal sotterraneo udivo il ronzio
di un uomo ingegnere.
Capivo poco, dicono dipenda dall’età,
non ricordo altro,
sì, clacson nelle vie sotto cieli di piombo…