365 giorni, Libroarbitrio

“Nessun male viene per nuocere” Lié Larousse

E’ stata un’estate faticosa per me. “Nessun male viene per nuocere” , spesso mi sono domandata cosa significasse davvero questa frase che mia nonna mi diceva già da bambina, ma credo che io l’abbia compresa solo ora.

Ad ottobre 2021 ho iniziato a star male, ad avere delle emorragie che mi impedivano, mi impediscono, la normale attività quotidiana. A novembre dopo due pronto soccorso ed una trasfusione di ferro, non avevo quasi più non solo ferro ma emoglobina nel sangue da rischiare l’infarto, decidono di operarmi per un problema all’utero a dicembre. A gennaio la situazione è sempre meno sotto controllo. Ogni medico che incontro ipotizza un problema diverso con diverse terapie più o meno invasive, ogni medico mi rimprovera come se la colpa fosse mia e mi tratta, nel vero senso della parola, con incuranza e insensibilità, spendo molti soldi in visite private comincio ad avere timore delle dottoresse sempre molto poco delicate ma non posso fare altrimenti ed inizio alcune terapie fino a che ad agosto dopo l’ennesima corsa in pronto soccorso ginecologico vengo ricoverata. Sembrava mi dovessero operare da un momento all’altro, e invece non è stato così. Ero molto preoccupata in più non riuscivo a dialogare ne a fidarmi delle dottoresse, mi ricordo l’ansia e il dolore sdraiata nel letto d’ospedale, eppure, una parte di me sapeva che dovevo avere fede, la mia anima e il mio spirito mi parlavano dicendomi di avere fede, di alzarmi, andare in corridoio e sorridere alla meravigliosa luna che quella notte sembrava fosse lì per me parlandomi con la voce di mia nonna: nessun male viene per nuocere. Ed è stato proprio così, la mattina seguente tutto è cambiato, il dottore che era di turno mi ha visitata con amore e delicatezza, mi ha spiegato quale fosse il reale problema e le varie ipotesi per prendermene cura, ci vorrà tempo sì, ma finalmente dopo quasi un anno non sono più sola e incompresa, perché è arrivata un’anima straordinaria, un dottore che ama profondamente la sua missione e che mi sta aiutando davvero!

Siamo a metà settembre, quello che era un problema invalidante è diventato una parte nuova di me che vuole attenzione così come ognuno di noi ne vuole dalla vita, sono affiancata da un Dottore speciale che è sempre presente, ed ho fede negli eventi, anzi spero di esserne all’altezza, e nel frattempo ho ricevuto la bellissima notizia che sarò ospite a Casa Sanremo Writers per il Festival di Sanremo 2023 dove presenterò il mio romanzo difronte ad un pubblico maestoso come il pubblico italiano, e sì, ho cambiato la mia routine, ho dovuto ripristinare dei nuovi equilibri, ma nessun male viene per nuocere, forse viene per insegnarci che ciò che ci accade nella vita non riguarda solo noi, che non siamo soli, ma siamo una grande comunità fatta di anime meravigliose con una missione da compiere, un destino da compiere, una grande famiglia guidata dalla potenza dell’amore dell’universo.

Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés

Una donna può desiderare follemente essere vicino all’acqua
o a pancia in giù, con la faccia nella terra
a odorare quel profumo selvaggio.

Può aver voglia di correre nel vento o di piantare qualcosa,
di togliere qualcosa dalla terra o mettere
qualcosa nella terra.

Può avere voglia di salire su una montagna,
saltando di roccia in roccia e facendo risuonare la sua voce.

Può aver bisogno di ore di notti stellate, quando le stelle
sono come cipria sparsa su un pavimento
di marmo nero.

Può sentire che morirà se non potrà danzare nuda
nella tempesta, sedere in perfetto silenzio,
tornare a casa sporca d’inchiostro, di lacrime, di luna…

365 giorni, Libroarbitrio

Cronache dalla Montagna: MUSEI A CIELO APERTO – di Renata Covi

In montagna si va per camminare, per i panorami, per l’aria sottile, e in quest’estate che assomiglia ad un altro-forno, anche per respirare l’aria fresca.
Le Dolomiti sono sempre bellissime, anche se le chiazze di neve che le punteggiavano non ci sono più. Camminando e salendo con la funivia capita di fare degli incontri imprevisti: dei musei.

Già, i musei d’alta montagna, modernissimi oppure vecchie cose che abbiamo sempre visto adesso si chiamano “Musei a cielo aperto”.
Comincio dal più antico e malinconico il Monte Piana, lo dice la parola è un altopiano, davanti alle maestose Tre cime di Lavaredo, panorama sublime. La strada è chiusa al traffico e si sale con la navetta. Monte Piana è un luogo di trincee della Grande Guerra 15/18, dove si vedono ancora le trincee italiane e quelle austriache.  Si fronteggiano, ed è facile immaginare che ogni tanto quei poveri ragazzi costretti lassù fraternizzassero, almeno a Natale.

Nelle trincee sono rimaste delle brandine arrugginite a ogni tanto si trova una stufa. Quei ragazzi hanno passato anni lassù a 2300m s/l, sepolti dalla neve, gelati dal freddo, bruciati dal sole. Tra i due fronti, su quel piccolo pezzo di terra sono moti 14.000 giovani:

“Tutti giovani sui vent’anni
La sua vita non torna più.”

Questo lo cantavano mentre qualcuno suonava l’armonica.  

Un posto totalmente diverso è il museo a Passo Rombo. Una strada stretta con mille curve ti porta su, salendo da Merano. Strada stretta e curve vuol dire paradiso dei motociclisti. Poi arrivi al passo e trovi davanti a te il ghiaccio dove hanno trovato Ötzi, la famosa mummia, ma quello che non ti aspetti è che in quel posto isolato ci sia il museo dedicato alla moto.

Vorrei descrivere quello che ho visto, ma non posso. Perché quello che ho visto io e stato raso al suolo da un incendio. Però lo hanno ricostruito a tempo di record e da tutto il mondo hanno inviato moto per riaprire il museo, che funziona da novembre 2021.

Il terzo luogo è sopra Brunico dominato dalla campana dell’amicizia: Plan de Corones.
Si sale in funivia ed è legato alla leggenda della bellissima principessa Dolasilla del regno di Fanes. Dolasilla era coraggiosa e i nani le avevano donato delle frecce d’argento infallibili, la principessa aveva combattuto e vinto per il suo popolo, e a Plan de Corones fu incoronata “Eroina” dal Re suo padre.

Ovunque vai in alto vedi sempre le Dolomiti in tutta la loro bellezza, sempre uguale e sempre diversa a seconda dell’angolazione e della luce. Lassù sui monti, talvolta in mezzo alle nuvole, c’è il museo della montagna voluto da Messner, il grande scalatore. Il museo non si vede perché è scavato nel terreno, ma guarda fuori attraverso delle grandi finestre. Dentro si vede la storia della fatica della salita in roccia. Non si celebrano gli alpinisti ma la montagna e i mezzi per salire. Nelle vetrine si vedono scarponi, corde, chiodi, ramponi, picozze e tanto altro.

C’è anche una sezione dedicata ai quadri con le montagne di tutto il mondo dall’800 in avanti, interessanti e suggestivi.

Articolo di Renata Covi

365 giorni, Libroarbitrio

PAPIN: Il Re della Bici – di Renata Covi

Fotografia di Renata Covi –

C’era una volta un re … adesso i regni non ci sono più ma in Val Pusteria c’è un signore che domina tra Italia e Austria.
PAPIN è il nome che tutti i ciclisti conoscono. È il re della bicicletta. L’imperatore delle ciclabili tra San Candido Cortina e Brunico e Lienz in Austria. La famosa ciclabile San Candido Lienz è battuta dalle bici di Papin, 52 chilometri nel bosco e lungo il fiume Drava.
Vuoi fare la ciclabile ma ti sei portato il cane e non puoi farlo correre così a lungo?
Papin ti dà la bici con carrellino per il cane, se invece del cane hai i gemelli al seguito, si aggancia alla bici il carrello per i pargoli. Se poi strada facendo ti si rompe la bici, può sempre accadere, arriva il camion e la sostituisce. Insomma qualsiasi percorso tu voglia fare, Papin ha la bici giusta. Se la bici ti da problemi ci pensa Papin. Le sue bici ancora non arrampicano sulle ferrate ma ci manca poco. Anch’io ho arricchito un po’ Papin. Due volte siamo andati a Lienz, due volte ci siamo fatti tutta la strada fino alla scritta ENDE cioè FINE.  Che soddisfazione, come aver vinto una tappa di montagna del Giro d’Italia. Forse mi sono scordata di dire che i 52 chilometri sono tutti in leggera discesa e con poche curve, fa poco Giro d’Italia ma va bene lo stesso.  Arrivati in città si fa come fanno tutti: ci si schianta in un bar della piazza per recuperare velocemente le poche calorie che si erano perse. Sacher Torte e Würstel con patatine fritte dominano la scena. Si mangia e si esulta e ci si lamenta che il sellino ha massacrato il didietro. Soddisfatte le esigenze primarie di mangiare e bere arriva il momento di tornare in Italia a San Candido. Rifare la stesa strada, questa volta in salita, e per di più doloranti per la mancanza di allenamento, non è pensabile. Ma le ferrovie Italo-Austriache hanno dei treni speciali dove si caricano le bici che vengono agganciate alle rastrelliere, in ordine preciso per scaricarle alla fermata giusta. La tua.

Fotografia di Renata Covi

Ci sono ciclisti bravissimi che si arrampicano per la terribile salita di Passo Stelvio, ci sono ciclisti che ti gelano il sangue quando li vedi andare allegramente sui sentieri più impervi di montagna, in mezzo ai sassi, cosa che se perdono l’equilibrio precipitano a valle, eppure noi che affittiamo da Papin bici normali per un’intera giornata ci sentiamo eroi.

Fotografia di Renata Covi

Articolo di Renata Covi

365 giorni, Libroarbitrio

CRONACHE DAL FRESCO – In fuga da Caronte – di Renata Covi


Lasciato l’inferno della città mi sono rifugiata in montagna, sulle Dolomiti, oltre i 1200 m/slm a Cortina d’Ampezzo. C’è gente, ma non tantissima. In albergo e a passeggio si vedono molte teste bianche oppure tinte.

I giovani dove sono? Tutti al mare oppure al lavoro! Teoricamente è vero, ma c’è un … ma.

Basta lasciare il paese e avviarsi verso i sentieri che puntano in alto, oppure salire verso i Passi dolomitici che il panorama cambia. Cambia la vista delle montagne, cambia il paesaggio naturale e anche quello umano. Compaiono i giovani. Anche qui dobbiamo distinguere perché abbiamo i centauri, i ciclisti e gli scalatori. Questi ultimi li riconosci subito, camminano veloci in salita, senza fare il fiatone, con passo sicuro e sciolto. Sono abbastanza carichi. Grandi zaini, moschettoni appesi alla cintura, scarpe da scalata legate allo zaino che dondolano ad ogni passo, corde a tracolla.  Sono ragazzi e ragazze e l’età varia dai 20 ai 40 anni. Dormiranno solo nei rifugi perché a fondo valle non si vedono.
I giovani a fondo valle circolano in passeggino o tentano i primi passi inseguiti dai genitori. Dopo gli scalatori ci sono i ciclisti. Se non siete mai stati in montagna vi siete persi un vero spettacolo, la maggior parte sono giovani, ma ci sono anche anziani incredibili che arrampicano “senza aiutino elettrico” il passo Giau – 29 tornanti – oppure affrontano il passo Stelvio – 42 tornanti. Un dislivello che va dai 1500 metri ai 2000.  La salita verticale delle Stelvio stanca anche in macchina. Sono tanti, salgono stando piegati sul manubrio e scendono a ruota libera. Andranno anche a 80 km all’ora. La paura di investire   qualcuno attanaglia chi è al volante di un’auto.
Tutti indossano il casco e a volte sono a gruppetti, in allenamento, seguiti da un’auto che interviene in caso di problemi. Quando arrivati in cima al passo si siedono al rifugio per bere e mangiare, vedi solo facce felici e sorridenti, la fatica non li riguarda.
L’ultima categoria è quella dei centauri che con parola moderna si chiamano “Bikers”.
Sono sempre in gruppo e fanno un rumore infernale. Le salite verso i passi, piene di curve e tornanti sono la loro gioia, perché affrontano la curva piegati verso l’interno e a volte superano la linea di mezzeria, con grande gioia della macchina che viene in senso inverso. Sono quasi sempre in gruppo, anche dieci, e sono sempre tutti vestiti di nero, uomini e donne. Qualche macchia di colore sulle loro giacche speciali, quelle con le spalle rigide, non manca, ma le loro tute aderenti esaltano molte pance.

Molto interessanti sono i motociclisti tedeschi. Arrivano con moto gigantesche, anche moto a tre ruote, sono pieni di borchie e di tatuaggi e come si fermano prendono in mano un boccale di birra. Sono molto folkloristici. Fuori dai paesi ci sono alberghi e ristoranti con la scritta “Bikers benvenuti” in tutte le lingue. In paese non se ne vedono. Forse cambiano le tute aderenti con dei jeans qualsiasi.

Articolo di Renata Covi

365 giorni, Libroarbitrio

Roma inghiottita dal traffico e dal nero dei SUV – di Renata Covi

Le Range Rover erano le macchine del “camel trofy” erano quelle che affrontavano deserti e guadi e superavano le zone più impervie.
La Range Rover era anche la macchina ideale per andare da Roma al Circeo.
Il ricordo delle antiche paludi richiedeva mezzi sicuri e versatili per guadare asfalti e sfuggire agli ingorghi, in città ovviamente erano scomodissimi, per le strade strette di Roma quei macchinoni erano solo esibizione.
Intanto il traffico è aumentato vertiginosamente.
Ovunque si avanza adagio e si sta molto fermi.
A New York mi è capitato di arrivare alla Carnegie Hall, per un concerto, in risciò.
Scelta esotica?
No, disperazione.
Se per motivi tecnici escludiamo il Sahara la fatica di muoversi e parcheggiare è un problema mondiale.
La ricerca del parcheggio corrisponde alla ricerca del Santo Graal.
Molte case automobilistiche sono venute incontro ai malcapitati cittadini e hanno prodotto le City Car, macchina ideale per Roma, piccolina, comoda e si parcheggia su un francobollo di asfalto.
Ma la storia, si sa, non insegna niente.
Adesso sono tornate di moda le macchine extra – large, comode per portare a scuola i bambini, anche se vivono a soli 500 metri dalla stessa.
Assomigliano a quei bus turistici che scaricano 50/60 persone a volta, invece queste trasportano una sola persona, al massimo due: davanti chi guida e dietro il pargolo che gioca beatamente in quel grande spazio.
Sono i nuovi SUV, grandi, grossi, aggressivi e quasi sempre neri.  
Quando parcheggiano invadono tutto lo spazio delle strisce blu e spesso debordano.
Le strisce blu hanno una misura europea cm 250 x 450 mentre i nuovi SUV sono larghi anche cm 300 x 500. Quindi sono invadenti. Accanto a loro può parcheggiare giusto una city car.
Quindi i parcheggi già scarsi si riducono ulteriormente, dove prima parcheggiavano 200 macchine adesso ne parcheggiano solo 180.
Quindi ci saranno 20 disgraziati in più alla disperata ricerca di un posto dove lasciare la macchina, intanto lo stress aumenta e l’aggressività va alle stelle.
Che sia il caso di passare tutti ai monopattini, magari con targa come quelli tedeschi?

Articolo di Renata Covi

365 giorni, Libroarbitrio

GIALLO PALLADIO – Recensione di Renata Covi

Un libro mi piace quando mi tira dentro le sue pagine e mi avvolge come uno scialle caldo, come l’attesa del Natale.
Un libro mi piace quando non vorrei uscire mai da quelle pagine, quando sospendere la lettura, per vivere la vita, è sofferenza.
I libri scritti in maniera così avvolgente non sono molti e il fascino non dipende dell’argomento ma dalla magia della scrittura.
Politica, scienza, storia, romanzo d’amore, giallo sono alla pari quando la scrittura ti coinvolge.
A questa categoria appartiene il libro GIALLO PALLADIO di Umberto Matino, Edizioni Biblioteca dell’Immagine.

Questo libro ha molti piani di lettura, il primo è certamente il giallo: una vicenda complessa dove ingordigia, soldi, alcol e arte si intrecciano.
Un secondo piano è l’arte di Andrea Palladio e il suo tempo, dove mercanti d’arte, collezionisti e truffatori convivevano come noi oggi.
Terzo piano è il dialetto vicentino che affiora qui e là e i suoi legami con il passato dei Cimbri.
Infine, l’ultimo piano di lettura li riassume tutti ed è la provincia di Vicenza.

L’amore che Umberto Matino ha per il suo territorio emerge anche quando si tratta di crimini efferati, lui ama la campagna e le Prealpi, osserva rassegnato la devastazione del territorio, che sostituisce l’arte con i capannoni industriali, è una zona del Veneto che ti entra nelle ossa come la nebbia e l’umido.

Articolo di Renata Covi

365 giorni, Libroarbitrio

“LEGGI CHE TI PASSA” consigli e pratiche per una non solita lettura di Lié Larousse

Buongiorno un corno !
Questo è il nome del programma tv e radiofonico che va in onda ogni giovedì dalle 11:00 alle 12:00 sulle piattaforme digitali, condotto da Sara Colonelli, Valeria Vitolo e prodotto da Studio Sound. Durante ogni puntata interverrò con la rubrica letteraria LEGGI CHE TI PASSA già dal nome capirete che ogni libro che vi consiglierò in lettura è frutto di un attento studio anche pratico, perché pratico? Perché leggere è un viaggio e come per ogni partenza bisogna preparare il necessario da portare con noi, e a volte, la fantasia sola non basta, a volte quando il libro è davvero bello è un dono utile alla crescita e all’evoluzione della nostra anima, quindi fornitevi sempre di carta e penna non solo per segnarvi titolo e autore!

Nella clip consiglio un libro che vi farà scoprire l’importanza di credere in noi stessi cercando sempre un luogo caro dove sentirci a nostro agio e sognare, senza limiti ed impossibilità, perché nei sogni tutto è possibile, perché sognando i nostri desideri scopriamo le infinite strade che ci portano alla loro realizzazione!

Vi aspetto giovedì 23 giugno alle ore 11:00, vi parlerò di un poeta romano molto amato Er Pinto che ha deciso di uscire dall’anonimato, del suo ultimo libro con una prova importante di narrativa breve e molto altro.

Scopritelo nella puntata di giovedì nel frattempo LEGGI CHE TI PASSA!

Lié Larousse

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Gli Influencer di un tempo che fu – articolo di Renata Covi

GLI INFLUENCER CI SONO SEMPRE STATI

Oggi si parla di “Influencer” cioè di persone che utilizzano i social e indirizzano i gusti degli altri semplicemente indossando abiti o commentando un evento. Potenza dei social. Questo vuol dire che prima dei social le persone non venivano influenzate e agivano di propria iniziativa. Non è mai stato così. Le persone sono sempre state influenzate in mille modi diversi, e un sistema insospettabile è quello dei mosaici romani dal IV secolo in poi. Due mosaici in particolare mostrano il messaggio non verbale inviato e l’evoluzione del pensiero teologico cristiano, sono tutti due a Roma. 

Il primo mosaico, è quello di Santa Pudenziana in Via Urbana, mai andare la domenica non vi fanno entrare e il catino dell’abside si vede meglio di pomeriggio quando non batte il sole.  Questo è uno dei mosaici più antichi realizzato dopo l’editto di Costantino del 313 d.C. Per capire l’influenza che poteva avere bisogna pensare a come erano le persone di allora e quello che potevano sapere. Fino a quel momento il Cristianesimo era stato vietato, quindi la comunicazione era stata esclusivamente orale.  Fino ad allora non c’era stata nessuna rappresentazione né del Vangelo né della Bibbia. Tutti aspettavano il ritorno di Cristo sulla terra e il suo trionfo. L’ attesa era spasmodica. Allora l’abside della chiesa serve a mostrare ai fedeli il regno dei cieli, la regalità di Cristo e cosa attendeva i credenti dopo la morte. Il mosaico informava anche i pagani di quali meraviglie si stavano perdendo perseverando nella loro ignoranza. Entrando l’abside attira lo sguardo e si vede Gesù al centro che indossa una veste d’oro ed è seduto su un trono di velluto e oro. Attorno a lui ci sono apostoli e martiri e alle loro spalle è ritratta la Gerusalemme celeste, che assomiglia molto alla Roma di allora. Gli apostoli indossano la veste dei senatori, quella preziosa bordata di porpora. Sopra tutti incombe un cielo cosparso di nuvolette rosse e blu. Non sono nuvole, ma le due nature del Cristo: quella umana e quella celeste. I colori sono ancora quelli chiari del mosaico romano, che usava poco oro. Il mosaico faceva le veci del Social mostrando un’immagine che valeva più di tante parole e l’immagine diceva: tu sei misero e povero, ma poi tutto quello che vedi sarà anche tuo. A pochi metri da Santa Pudenziana c’è la Basilica di Santa Maria Maggiore con un mosaico molto più recente.  Di questo magnifico catino conosciamo sia la data, XIII secolo, sia l’autore Jacopo Torriti. Tra un mosaico e l’altro sono trascorsi ben otto secoli. Nel frattempo la Chiesa si è affermata e si è trasformata. Le storie del Vangelo e della Bibbia ormai sono note a tutti e sono state disegnante e dipinte in ogni basilica, chiesa e chiesetta. La venuta di Cristo non è più considerata un fatto imminente ma è qualcosa che accadrà alla fine di tempi. Entrando lo sguardo si rivolge verso l’abside che vede, al centro di un cerchio, Gesù e Maria seduti in trono e Gesù è colto mentre sta incoronando Maria. La corona è grande e molto preziosa ed è anche molto simile a quella dell’imperatrice Teodora a Ravenna. Il trono è ricchissimo, come si conviene agli imperatori. Ai lati del catino dell’abside e sull’arco trionfale si snodano varie storie della Bibbia, dei Vangeli e della tradizione. L’oro è dappertutto, perché non si ossida e rimane lucente sempre, come la divinità che si trova nei cieli ed è eterna.
La gente che entrava in Basilica doveva restare affascinata da tanto splendore e ricchezza.

Quattro secoli dopo, con la Controriforma, la chiesa viene modificata. Non è più il catino absidale che deve attirare l’attenzione dei fedeli, bensì l’altare. E per essere certi che questo avvenisse, l’altare è sovrastato da un baldacchino imponente, come in San Pietro. L’osservatore viene a sua insaputa influenzato e indirizzato a vedere quello che deve essere visto, cioè l’altare. Il magnifico catino absidale si intravede appena e ha perso il suo grande fascino.

Articolo di Renata Covi

Renata Covi
Ragazza degli anni 60′
laureata in Farmacia e in Scienze Biologiche,
vissuta in Italia e all’estero
ha coltivato l’amore per la storia
in particolare per la storia della farmacia.
E’ scrittrice e gioca a golf.

365 giorni, Libroarbitrio

“Il cucchiaino scomparso” – recensione di Renata Covi

Il freddo era terribile, Capitan Scott e i suoi uomini si affrettarono a raggiugere il luogo dove avevano lasciato le provviste e le taniche di cherosene. Scaldarsi e scaldare qualcosa da mangiare era l’unico pensiero nella mente di quegli uomini. Finalmente arrivarono sul posto ma il disastro era davanti a loro: il tappo di stagno che chiudeva le taniche con il grande freddo si era sbriciolato, le taniche erano vuote e il cherosene filtrando fuori aveva reso immangiabili le provviste così la spedizione di Scott al Polo Sud finì tragicamente.

Lo stagno pare che sia stato anche responsabile della disfatta dell’armata napoleonica in Russia, anche lì per colpa del freddo i bottoni delle divise si disintegrarono e il petto dei soldati si trovò esposto ai venti gelidi del Nord.
Stagno, uno degli elementi della natura, come l’Argento o l’Ossigeno o l’Europio che colora le nostre banconote per contrastare i falsari.

Quando Röntgen scoprì i Raggi X credette di essere diventato pazzo. Mise un libro sotto la macchina e vide attraverso, poi fece venire sua moglie che mise la mano sotto la macchina quando i raggi partirono si videro le ossa della mano. Bertha Röntgen credette che fosse opera del diavolo.

Quante curiosità e aneddoti si nascondono dietro ogni singolo elemento che la natura ci ha dato. Gli elementi fondamentali della natura scoperti finora sono 103, Mendeleev iniziò a metterli in ordine nel 1869, leggere la storia degli elementi vuol dire passare attraverso tutti gli stati d’animo e le peggiori bassezze dell’umanità: bombe, veleni, ricchezze, paure, Nobel, morti casuali.
Sam Kean, fisico- chimico e divulgatore scientifico, ha scritto un libro dal titolo intrigante “IL CUCCHIAINO SCOMPARSO e altre storie della tavola periodica degli elementi” edito per Gli Adelphi, è la storia del “Sistema Periodico degli Elementi”, una narrazione ricca di aneddoti, di curiosità e naturalmente di scienza. È un libro adatto a chi ama la chimica, a chi vuole approfondire superficiali conoscenze di chimica e a chi si vuole divertire con lontani ricordi di studi universitari. È un libro godibile dalla Prefazione all’ultima pagina.

di Renata Covi

Renata Covi
Ragazza degli anni 60′
laureata in Farmacia e in Scienze Biologiche,
vissuta in Italia e all’estero
ha coltivato l’amore per la storia
in particolare per la storia della farmacia.
E’ scrittrice e gioca a golf.