UNA SERATA AD ARTE – Reading & Live Music su WIKIEVENTI

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Grazie Wiki Eventi Torino per aver inserito il nostro evento Una Serata Ad Arte – Reading & Live Music tra le cose belle da fare nel fine settimana a Roma! Musica, spettacoli, cultura e tanto altro venerdì 26 gennaio alle ore 21:00 alla 2dR ART GALLERY @ The Public House in via delle Tre Cannelle, 8/9, con gli artisti FLAKE, Gianluca Pavia, Lié Larousse, Andrea Mauri, Giovanni Lucchese, Marco Rinaldi, Marco Caponera, Marco De Angelis, l’etichetta discografica Street Label Records , la rivista umoristica Buduàr e gli editori Miraggi EdizioniFazi EditoreAlter Ego Edizioni

Organizzato da DuediRipicca

per leggere l’articolo cliccate il link di seguito

https://www.wikieventi.it/roma/254284/una-serata-arte-reading-live-music/

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.spiegamelo tu. – Lié Larousse

aykutmaykut art
 
.perché la scrittura m’allontana sempre di più dalle persone
perché chi mi desidera prima mi osanna, poi mi vuole cambiare
perché non riesco più a non farmi del male
perché quello che disprezzo mi piace
perché nonostante tutto mi faccio ancora così schifo
perché la tristezza mi ruba tutta la felicità
perché l’amore l’odio
perché Dio non può essere per davvero mio padre
perché il pensiero che vivrò un altro anno mi uccide
perché voglio gridare aiuto, ma no, no tranquilli, va tutto bene
perché ho questo fischio nelle orecchie, le mani e le gambe tremano, tutto ruota e ho paura, paura Cristo, e vorrei così tanto piangere ma niente,
niente,
questi occhi non vomitano nemmeno una misera lacrima
perché?
allora rido, si che rido AHAHAHAHA
e vaffanculo
vaffanculo tutto, e tutti.
 
Lié Larousse
Miraggi Edizioni Alter Ego Edizioni
#aykutmaykutart
 

AL TRE – GIANLUCA PAVIA & LIE’ LAROUSSE/2dR – POKER D’INCUBI – PREMIO DACIA MARAINI FESTIVAL DUE ROCCHE

Lucianella Cafagna - Qualcosa di importante
 
– Ciao Bambino.
– Che?
– Ciao Bambino!
– Ma che voi? E vattene.
– Io?
– E chi io?
– Ah! scusa, ti sto disturbando Bambino?
– E smettila de chiamamme Bambino!
– Perché?
– Come perché? Ma che non lo vedi che non so’ un Bambino, sono un adulto io!
– Davvero?
– E già!
– Scusa ma a me sembri proprio un Bambino.
– Te piuttosto, Bambina, che voi? Non lo vedi che so’ impegnato?
– Impegnato?
– Sì impegnato!
– Ah sì?
– Eh sì!
– Ehi non farmi il verso! E allora va bene, se dici che sei impegnato, che tanto poi non è vero. Lo vedo che non stai facendo proprio nulla, lì, in piedi con le braccia aperte, poi neanche tanto aperte. Guarda che è difficilissimo stare in equilibrio su quella ringhiera, e il fiume che sotto.
– E statte un po’ zitta per favore!
– Era per dire.
– Ecco non dire! C’ho già il cervello pieno di vocine, mi mancano solo le tue!
– Dai? Che vocine?
– Ma che palle sei?
– Uffa però, non ti si può chiedere niente.
– Quei bastardi dei miei amici, va bene? Possino morì tutti ‘sti stronzi ‘nfami. Quelle merde dei miei genitori va bene? Schiattassero pure loro. Tanto più solo di così. Se possino svejà freddi tutti quanti domani mattina, non me serve nessuno a me.
– Attento! Se non fai attenzione qui l’unico che muore sei tu .
– La colpa è la tua. Sei te, co’ tutte ‘ste domande, me stai a innervosì! Ma perché non te ne vai?
– Perché dovrei andarmene? Pensa che sto aspettando che finisci, che qui c’ero prima io.
– Finisco? Ma te sarai scema?
– Ohi, veramente! Qui, io ci vengo quasi sempre, e a te non ti ci ho mai visto prima, quindi c’ero prima io!
– Te?
– Io, si! Perciò o mi fai spazio, o ti butti, o te ne vai. Va bene?
– Non urlare !
– E allora fammi spazio che devo salire pure io, e poi qui non ci sente nessuno strillare, e posso urlare quanto voglio!
– E sì, te sei proprio tutta scema.
– Ma la smetti di insultarmi?
– E dai sentiamo, perché te verresti qui?
– Guardo l’acqua scorrere sotto il ponte fino a che quel punto lì. Vedi quei due grandi numeri scritti in bianco?
– Si vedo la scritta di bianco ma non vedo bene…
– Ecco, quando quei due numeri saranno tutti ricoperti dall’acqua ne avrò vista abbastanza, il tempo giusto sarà passato, e me ne potrò andare, a meno che non mi capiterà per una volta di avere più coraggio.
– Più coraggio per cosa?
– Per non starla solo a guardare quest’acqua. Quant’è bella. Vedi come è pulita, come corre via.
– Attenta! Aoh, ma che te voi butta?
– E tu?
 
Racconto di Gianluca Pavia & Lié Larousse/2dR,
Premio #DaciaMaraini Festival delle Due Rocche, continua a leggerlo sul tuo POKER D’INCUBI, segue da pagina 97, non ce l’hai? Acquistalo ora on line https://www.amazon.it/Poker-dincubi-DuediRipicca/dp/8893330644
oppure in tutte le librerie.
 
DuediRipicca – Alter Ego Edizioni  – I Trapezisti
 
#lucianellacafagnaart #qualcosadimportante #book

IL VILLAGGIO DELL’ALTRO NATALE & I NOSTRI LIBRI – READING POETICO DI GIANLUCA PAVIA & LIE’ LAROUSSE/2dR

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QUESTO POMERIGGIO ALLE 18:00 LEGGEREMO LE NOSTRE STORIE,
VENITE,
CI TROVERETE TRA GLI SPETTACOLI TEATRALI,
LA PISTA DI GHIACCIO, LETTURE ANIMATE e IL BARATTO DEI GIOCATTOLI…
IL BLUFF DELLA FELICITA’
Talmente assuefatti
alla lobotomia quotidiana
da cercare sempre
qualcosa di forte,
emozioni forti,
un salto nel vuoto
con l’elastico ai piedi
o i piedi nel vuoto
e una corda al collo.
Condannati
a dover essere felici,
ad avere tutto e tutti
e il prima possibile,
affoghiamo
nei nostri bicchieri
mezzi vuoti
sognando paradisi tropicali
dai nostri inferni periferici.
Perché lì
saremmo felici,
facendo questo o quello,
saremmo felici
scappando in continuazione
saremmo felici
o per lo meno,
distratti.
Non è tanto
trovare la felicità
né iniziare
a cercarla,
abbiamo già
tutto ciò che serve
dentro,
basta lasciargli spazio
e tempo
per uscire fuori.
 
di Gianluca Pavia #spietatesoeranze edito da Miraggi Edizioni
 

“LIBROARBITRIO 365 giorni” blog di letteratura ed arte da oggi nella BIBLIOTECA POETICA GUIDO GOZZANO TERZO

immagine Libroarbitrio 365 giorni

Un grazie speciale a Roberto Chiodo, per questa novità bella ed importante, un vero e proprio premio inaspettato per il nostro blog “LIBROARBITRIO 365 giorni”  è stato inserito come uno dei blog di poesia e arte di riferimento nella Biblioteca Nazionale Poetica Guido Gozzano Terzo, ne siamo lieti ed onorati. Quest’anno il nostro blog compie cinque anni, cinque anni di promozione e divulgazione gratuita di letteratura ed arte in  lingua italiana. Siamo partiti dalla Stele di Rosetta pubblicando, recensendo, studiando artisti e autori del passato ma anche quelli che stanno facendo la storia della scrittura moderna giorno dopo giorno, un quotidiano di nomi noti ed importanti, altri agli albori ma non meno importanti. Noi continuiamo così, prima di tutto lettori, poi scrittori, questo straordinario risultato è anche vostro, di ognuno dei nostri 82.180 followers che si collegano e crescono culturalmente con noi.

Lié Larousse & Gianluca Pavia /2dR
DuediRipicca #guidogozzano

Apriamo il blog quest’anno con l’amore visto attraverso le parole e le emozioni  di Guido Gozzano nelle sue lettere per Amalia Guglielminetti 

“Ma come fare per dirle che i suoi versi mi sono piaciuti? Si dice così anche quando non è vero. Come fare per dirle che di molti suoi sonetti sono innamorato? Lei non sa, Egregia, che cosa significhi per me l’essere innamorato d’una poesia?
Significa questo: averne la presenza nel cervello, con una dolcezza quasi importuna, sentirne pulsare il ritmo di continuo nelle cose più diverse e più bizzarre come nel mare, nel treno, nel ticchettio dell’orologio, nel soffiare del vento fra i palmizi, nel contare le gocce di creosoto, nel tinnire delle posate, nel gridio de’ bimbi… Proprio! E molti dei suoi sonetti mi perseguitano. Mi balza alla mente una quartina, due: mi abbandono a quella dolcezza.
La memoria ad un tratto s’arresta e il piacere del sogno si stronca a metà.”

 

Da oggi ci trovate anche qui:
https://concorsoguidogozzano.wordpress.com/links/links-a-blog-amici/

.ciao. – Lié Larousse

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.ciao
ti presento questo cuore
l’ho appena massacrato e ucciso
tieni
il suo cadavere
ma non piangerlo
ballaci sopra,
ti presento questi occhi
lividi e rotti, come queste
due ali smozzicate
e senza più piume
volaci dentro, e guarda
quanto troppo vedo
quanto troppo sento
quanto troppo voglio,
dopo siediti, e riposa
ti presento questo presagio
sempre lo stesso
m’osserva sull’uscio
non mi volto ma so
la morte è una porta
per me sempre aperta
perciò approfittane adesso
baciami
ciao.

Lié Larousse
DuediRipicca
poem by .Lié. edito da Miraggi Edizioni
#manaralafemme #ciao

Acquista il libro in tutte le librerie grande e piccine ma anche on line al link di seguito
https://www.amazon.it/Lié-Larousse/dp/8899815429

SARA’ – GIANLUCA PAVIA

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Sarà
che mi hai beccato
al momento giusto.
Sarà
che ti eri persa
nei posti sbagliati.
Sarà l’allineamento planetario
di costellazioni familiari
schizofreniche.
Sarà quel che sarà
di questi giorni
della saliva che brucia la pelle,
fregandocene del domani
di disturbi patologici
e piani pensionistici,
sarà
fregandocene
di quel che sarà.

di Gianluca Pavia
DuediRipicca
#NOTTESTELLATASULRODANO #VANGOGH
Alter Ego Edizioni Miraggi Edizioni

 

CRISTOPHERE DE NAZONACCIA – GIANLUCA PAVIA

Christophere de NAZONACCIA

Correva l’anno…
Non lo so, correva troppo veloce e non presi la targa.
Comunque, era una notte buia e tempestosa…
Ad essere sincero, non sono troppo sicuro neanche di questo, già allora il meteo era più variabile dell’umore di una donna in certi giorni particolari.
Per farla breve, due immigrati clandestini avanzavano nell’oscurità.

– Giuse’, io non ce la faccio più. Perché non ci siamo fermati in quella stalla?

– Mari’, venti denari per quella catapecchia erano veramente troppi, non c’era neanche il wi-fi.

– Magari se non ti trastullassi tutto il giorno con le seghe…

– Mari’, sono un falegname, ci lavoro con le seghe, Cristo! E poi parla quella che si è fatta ingravidare dallo Spirito Santo. Pffh, vergine ‘sto prepuzio circonciso.

– Eri ubriaco, cretino. E continua pure a fare lo stronzo, così non la rivedi neanche in cartolina.

– Cos’è una cartolina?

– Non lo so, ma suonava bene. Comunque, non mi dispiace Cristo, come nome per il piccolo, intendo.

Giuseppe non lo tollerava quel nome, suonava antico, polveroso, faceva pensare ad un mignolo contro lo spigolo. Lui preferiva qualcosa di più moderno, all’avanguardia, tipo Goffredo o Arcimboldo o Kevin.
Ne avrebbero discusso in seguito, ora era troppo stremato dal viaggio.
Viaggio iniziato parecchie lune prima, qualche giorno dopo quella fatidica notte in cui Maria, stringendo la mano dell’amica Gabrielle, aveva confessato di essere incinta.
Di cinque mesi. Di. Cinque. Mesi.
Poco importa se erano sposati da appena una settimana e che il povero Giuseppe, tra un mal di testa e una nausea e un’infernale sbornia post nozze, fosse certo d’essere l’unico a doversi accontentare del vecchio, sano, lavoro manuale. E lì ce ne metteva di spirito, più o meno santo.
Era stato un miracolo, la gravidanza, cos’altro? E loro erano fritti, ormai. Giuseppe, mani callose per il quotidiano impegno con le seghe, cosa poteva fare? Privo di qualsiasi istinto paterno, era pur sempre innamorato di Maria: una gnocca stellare, tanto che quando passava la gente si voltava ad esclamare: – E la madonna!
Optò per il buon viso a cattiva sorte, o come si diceva a quei tempi, porse l’altra guancia. Guancia centrata all’istante da vari ceffoni. La gravidanza della vergine aveva già aizzato malelingue e dicerie. I più imputavano il concepimento ad un’intercessione della sua amica, l’arcangelo Gabrielle: nordafricano d’origine, francese d’adozione, brasiliana d’operazione. Per inciso, nessuno è a conoscenza dell’origine dell’appellativo “arcangelo”. Alcuni studiosi lo imputano alla “spada infuocata” celata sotto l’ampia tunica, ma non ci sono testimonianze di nessuno che abbia avuto il coraggio di toccare con mano, tranne un certo Tommaso, detto Lapo, che nonostante scottatosi le dita più e più volte non è mai riuscito a togliersi il vizietto.
Giuseppe mandò giù le insinuazioni d’adulterio e porse ancora l’altra guancia. Guancia bersaglio ideale per un altro ceffone, e al pover uomo iniziarono a finire le guance e girare le palle. La fecondazione di una giovane pura si era estesa a macchia d’acqua benedetta per tutto l’Impero, giungendo all’orecchio di Erode, noto produttore di format con una forte inclinazione alla pedofilia. Il buon Erode li cercò per ogni pertugio dell’impero, era stato infatti abbagliato da un’illuminazione sulla via di Damasco, poi rivelatosi un tir in contromano, ma la decisione era ormai stata presa: madre e nascituro andavano scritturati per il suo nuovo reality “Non sapevo di essere incinta”. E magari solo la madre per un talk incentrato su di lei, qualcosa del tipo “Amici di Maria”, che tanto a Giuseppe non se l’era mai cagato nessuno, neanche per il concepimento la prima notte di nozze, figuriamoci per un cameo in prima serata. E non c’era da sottovalutare la fine filosofia esistenziale del buon Erode: scoparsi un bambino is for boys, il figlio di una vergine is for Erode.

Fatto sta, che tra le malelingue dei vicini, la presenza ingombrante, ingombrante ed infuocata, di Gabrielle e la caccia di Erode intenzionato ad abusare a piacimento della sua famiglia, Giuseppe raccolse le loro poche cose ed emigrò con Maria. Purtroppo non c’erano ancora gli scafisti, o perlomeno non erano così organizzati. Fu una fuga massacrante attraverso il deserto, senza l’ombra di un autogrill. Senza un’ombra e basta.
Patirono la fame, la sete, la stanchezza, le incessanti chiamate di diversi call center che promuovevano la Terra Promessa a prezzi stracciati; tutto per arrivare in quel buco di culo alla periferia dell’impero: Nazonaccia, dove non fecero in tempo a trovarsi una sistemazione che eccoli vittime del razzismo dei locali, terrorizzati all’idea che quegli immigrati potessero rubargli il lavoro che non avevano. Alla fine riuscirono a strappare un prezzo scontatissimo per una baracca in lamiera all’idroscalo, concedendosi finalmente cinque minuti di relax.

– Giuse’.

-…..

– Giuseppe!

– Mari’, lasciami in pace che sto leggendo una mail di Ammazzaoh. Dice che è partito un certo corriere Magi Exp. con i per tuo…ehm, nostro figlio. Ma se neanche è nato, è poi mica ce l’ha indirizzo, tua madre quella rompico

– E certo, lui ha sempre da fare.- Sbuffò Maria guardandosi l’enorme pancia.- E a me chi ci pensa? E al piccolo? E

– E mi si sono hai rotto le palle!- Sbottò Giuseppe.

Maria strabuzzò gli occhi: – A me le acque.

– Cosa?

– Mi si sono rotte le acque.

– Che Natale di merda.- Chiosò Giuseppe.

– Cos’è il Natale?

– Non lo so, ma suonava bene.

E così venne alla luce il piccolo, che dopo una diatriba infernale tra i genitori, tra chi lo voleva chiamare Cristo e chi con un più attuale Manuel, chi rivendicava un tradizionale David e chi un innovativo Natan Falco, prese il nome di Cristophere, una sorta di compromesso tra antico e nuovo, in perfetta sintonia con l’aristocratica atmosfera di Nazonaccia.
La prima decina di mesi passarono in fretta, il bambino era in buona salute, a parte un perenne cerchio alla testa, per di più dorato, ma quello lo vedevano tutti e invece di crucciarsene divenne fonte d’interesse, se non di superstizione.

– E’ il figlio di Dio.- Urlava il pastore.

E ti pareva, bofonchiava Giuseppe sempre più convinto che la creatura non gli somigliasse per niente.

– E’ il re dei re.- Urlava il fabbro.

– Ha il fattore x, sì, è lui il prescelto.- Urlavano gli ubriaconi della locanda.

– Prescelto per cosa?- Chiedeva il padre putativo sperando di sbolognare il piccolo.

– E che ne sappiamo noi, siamo solo ubriaconi.

Insomma, filava tutto liscio e in un attimo giunse il primo anniversario del miracolo, proprio la sera in cui tre ombre misteriose incombevano sull’uscio della dimora in lamiera.

– Oh, mio dio!- Esclamò Giuseppe spaventato da quei tre sconosciuti.

– Sì, dimmi.- Rispose Cristophere che già camminava, parlava e whatsuppava come un adulto.

– No tu, pezzo di scemo. Invocavo Dio.

– Sì, sono io.

Giuseppe ormai fuori dalla grazia di Dio, o del suo presunto figlio, provò a battere il figlio come vuole la Legge, senza riuscirci. Una delle tre ombre aveva interceduto placando la sua ira.

– Non picchiarlo, lui è il figlio di Dio.

– Mari’, te lo dicevo che non era figlio mio.

– Non dire stronzate.- Rispose lei, emergendo dal salotto angolo cottura spigolo da letto vista cloaca bella come non mai, candidandosi di prepotenza a prima milf della storia e della religione. E di educazione fisica, ma ad honorem.

– E voi chi sareste? Se vi manda EquiIsraele abbiamo già pagato le cartelle in sospeso.

– No, Santa Vergine, siamo i re magi, del Magi Exp.- Fece l’uomo indicando gli altri due che non erano più ombre ma gioielli e turbanti e sneaker in diamanti.- Melchiorre, Gasparre e Zuzzurro.

– Siamo venuti ad omaggiare la nascita del figlio di Dio.

– Allora siete in ritardo di un anno.- Replicò Giuseppe.

I tre magi si fissarono le punte delle scarpe, tossicchiando come smarriti.
Poi spiegarono che erano addirittura partiti in anticipo, per non trovare ingorghi al casello di Betlemme, ma solo una volta giunti a Biella, già in ampio ritardo, si erano resi conto che quella che avevano seguito non era la scia della stella cometa, bensì una scia chimica.

– Bando alle ciance.- Fece Giuseppe sfregandosi le mani.- Fuori i doni.

Il primo magio offrì oro, riscuotendo urla di giubilo da parte di Giuseppe; il secondo incenso, riuscendo a strappare appena uno smorfia a Maria.
Il terzo offrì mirra.

– Birra?- Squillarono all’unisono Giuseppe e Cristophere.

– No, no: mirra!

– E che è?

Il terzo magio arrossì in volto e bofonchiò qualcosa a bassa voce.
Sonanti invece furono le pedate, lì dove non batte la luce della cometa, con cui il falegname lo buttò fuori. In breve arrivò un nuovo magio interinale con contratto a progetto, ma almeno portò un paio di casse di birra e tutti poterono sbronzarsi felici e contenti.
Nazonaccia, scolo nevralgico del pattume imperiale, non era certo il Paradiso Terrestre dove far crescere un pargolo, tra tossici, puttane, ladri e i cani dell’Impero sempre più corrotti. Eppure Cristophere veniva su sano e forte.
Nonostante fosse figlio di immigrati s’integrò benissimo con gli altri bambini, drogandosi, rubando e molestando le lucciole con i suoi nuovi amichetti. Una dozzina che lo seguiva dappertutto, un po’ scalmanati ma tutti bravi ragazzi. Solo Giuda, con i suoi lineamenti delicati e quell’ambigua passione per i trucchi della mamma, metteva un po’ in difficoltà Cristophere, specialmente quando lo carezzava sussurrandogli: – Guarda che pettorali e che addome, hai proprio un corpo di cristo. Dammi un bacino, su, un bacino.
I problemi iniziarono con la scuola, specialmente quando Cristopehere prese a rispondere ai maestri, consapevole che non avrebbero potuto insegnare nulla al figlio di Dio.

– Qui le raccomandazioni non contano.- Era solito ripetere il maestro, scordandosi di un certo zio Tonino col posto fisso al ministero.

Il concetto stesso di istruzione obbligatoria lo soffocava, con l’intrinseca assenza di qualsiasi libero arbitrio. La scuola iniziò ad andargli sempre più stretta, anche perché nonostante le rassicurazioni della Protezione Civile, l’edificio crollava ogni morta di papa, ma essendo l’aspettativa di vita molto breve, era un bel casino ritrovarsi sempre in mezzo alle macerie. Così, nonostante le proteste dei suoi, decise di mollare gli studi.

– Allora te ne vieni in bottega con me.- Gli ordinò il padre.

Sfortunatamente, al perdere tempo con seghe e affini, Cristophere preferiva correre dietro alle maddalene, e anche come pescatore non ebbe grande successo. Tirava su e riportava a riva solo uomini, fregandosene delle acque territoriali e di qualsiasi confine deciso dall’uomo, e vedendo che era cosa buona e giusta creò le ong. Inutile dire che la sua attività non era ben vista né dagli abitanti di Nazonaccia, istruiti a dovere dalla propaganda di Erode su cosa pensare di tutti quegli sbarchi, né dai cani dell’Impero che un bel giorno silurarono la sua nave. Per fortuna schizzò sulle acque riuscendo a raggiungere la riva e quindi a salvarsi. Gli altri poveretti imbarcati con lui affogarono tutti, guadagnandosi dieci minuti d’indignazione e post solidali e gessetti colorati e poi il dimenticatoio.
Il tempo passava irrigidendo il clima intorno a lui. Essendo Nazonaccia un territorio che professava l’omertà come credo, in cui ognuno volgeva la testa dall’altra parte pur di non vedere certi intrallazzi, un giovane come Cristophere era indigesto ai più. Nessuno volevo ascoltare le sue invettive contro le piaghe da decubito sui culoni flaccidi degli spettatori di Erode, né farsi assillare con i vari “non desiderare la donna altrui” o “raccogli la cacca del cane”, tantomeno farsi convincere ad andare fuori a vivere la vita piuttosto che rintanarsi nel Tempio, il nuovo centro commerciale che andava per la maggiore. Anche i cani dell’Impero iniziarono ad essere stanchi, ogni volta che c’era una lapidazione arrivava quel giovanotto strambo urlando: – Scagli la prima pietra chi è senza peccato. E figuriamoci, quello era onnisciente, e in una periferia piccola come Nazonaccia i segreti avevano vita breve, così ognuno preferiva filarsela piuttosto che essere sputtanato in piazza, rovinando la festa a tutti.
La rottura vera e propria con la sua gente fu sancita dall’incidente alla discoteca Heaven. Pietro, il buttafuori alla porta, ritrovandosi davanti quella marmaglia mal vestita sbarrò l’ingresso del locale. Cristophere, che era già su di giri per via di certi funghetti rimediati dai suoi amici Esseni, sbottò afferrandogli la testa:

– Tu sei Pietro, e prima che il vocalist canti perla terza volta, con questa pietra spaccherò la console del dj.

L’energica comitiva forzò allora l’entrata riversandosi nel locale, scatenando l’effetto domino dei problemi a seguire. Erano tutti ragazzi di periferia, con le mani bucate e quindi senza un soldo, non potevano di certo permettersi alcuna consumazione alcolica. Come al solito, ci pensò Cristophere a risolvere il problema.
– Ecco la consumazione di Dio, che toglie la sete del mondo.- Urlò al bancone trasformando l’acqua in vino, la coca cola in cuba libre, i quattro bianchi annacquati in tre negroni belli carichi, per la gioia di Giuda e la disperazione di Ponzio Pelato, il manager della discoteca, e dei vari spacciatori di incenso e polvere d’angelo. Ne uscì fuori una festa come dio comanda, e a Cristophere gli ci vollero tre giorni e tre notti per risorgere dalla sbronza. Non fu un bel risveglio: gran parte dei pusher del quartiere ce l’aveva su con lui per avergli rovinato il mercato, i cani dell’Impero lo cercavano per non aver emesso fattura e Maria preoccupata lo mise sul primo lowcost che lo portasse via da Nazonaccia.
Gli anni passati a vagabondare si confondono con il mito. Alcuni studiosi assicurano abbia aperto un chiringuito sulle spiagge spagnole, altri che fosse il lavapiatti di un ristorante londinese, ma essendo già allora un peccato capitale preparare una carbonara con panna e bacon l’alternativa più credibile sembra essere un viaggio in India per ritrovare se stesso. Il problema per il figlio di Dio era che in quel paese ce n’erano un fottio, di divinità. E di reincarnazioni di Dio, E di concubine di Dio, e ne erano tutti felici. Un po’ meno i concubini, di Dio. Fu così che venne investito in pieno, prima da un tuctuc, poi dall’illuminazione.

– Siamo tutti figlio di Dio. Ognuno di noi è Dio, e può crearsi tutti i paradisi ed inferni che vuole.

Il suo misticismo di amore, libertà, rispetto, musica, poesia, dipingere corpi nudi in spiaggia all’alba, sorrisi a sconosciuti incrociati per caso, lo convinse a tornare a casa. Non per mandare avanti gli affari di famiglia, come sperava Giuseppe, né per tirarsene su una propria, di famiglia, sogno di Maria. La sua missione sarebbe stata il risveglio di tutti i suoi fratelli e sorelle. Avrebbe predicato l’amore e la consapevolezza, per risvegliare gli animi corrotti dalle leggi e dalle convenzioni degli uomini. Prese a girovagare insieme ai soliti amici arringando le folle con il suo credo.
– Beati i poveri, perché loro è i regno dei cieli.- Urlava, ma i più sognavano una multiproprietà ai Caribi e non molti gli diedero spago. Primo fra tutti Giuda, imprenditore in rampa di lancio che non gradiva le malsane idee del suo amico, nonostante continuasse ad ammirare quel corpo di cristo patendo le pene dell’inferno. Quindi il buon Giuda decise di non perderlo di vista, sabotando la sua campagna d’illuminazione.
– E’ più facile che un cammello passi per la cruna di una ago, che un ricco entri nel regno di Dio.- Proclamava Cristophere, e Giuda con un rapido giro di chiamate ai suoi amici palazzinari fece costruire aghi di cinquanta metri, ecomostri di ferro e cemento per la cui cruna sfilavano lisci lisci non solo i cammelli, ma anche il suo mega yacht e quelli dei suoi compari.

– Se ci amiamo gli uni con gli altri,- esortava il messia – Dio rimane in noi.

Giuda passando tra le file più lontane dal maestro, ripeteva: – Sbattitene degli altri e fatti i cazzi tuoi. Così l’ampio messaggio di Cristophere prese ad essere travisato.

Diceva: – Ama il tuo prossimo come te stesso.

– Gli immigrati nel cesso.- Correggeva Giuda mischiato tra la folla.

– Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

– Beati programmi di Erode che cancellano la noia.

– Sfamate gli affamati e dissetate gli assetati.

– Con le offerte di McDonald è anche più facile.

– Non giudicate e non sarete giudicati.

Beh, questo fu il messaggio che arrivò più chiaro, viste tutte le grane giuridiche che avevano Giuda e i suoi amici.
Il seguito di Cristophere cresceva sempre più, pari passo al malumore delle istituzioni e delle grandi aziende, che registravano dissensi in ascesa e profitti in picchiata. Eppure questo non bastava al rivoluzionario di Nazonaccia, che decise di abbinare le sue prediche a esibizioni da like and share, rispolverando quei miracoli che tanto gli erano costati in gioventù.
Si recò allora fuori l’ospedale più vicino e guarì tutti i lebbrosi, ma Giuda, sempre sulle sue tracce, insinuò l’utilizzo di metalli pesanti aizzando il malumore perfino nei miracolati. Fu così che la folla si ribellò contro Cristophere, compresi gli stessi ex-lebbrosi, e al grido di “ No vax!” lo riempirono di mazzate. Il messia non era tipo da abbattersi, così continuò il suo peregrinare, e trovandosi dinanzi al funerale di un ricco mercante, urlò alla sua tomba: – Lazzaro, alzati e cammina.
La tomba si spalancò, e ne saltò fuori un vecchietto arzillo e raggiante.

– Sono tornato, merde!

E le merde, i vari parenti non più eredi della sua fortuna multimiliardaria, non la presero bene, e riempirono Cristophere di mazzate, a cui si aggiunsero quelle dei finanzieri indispettiti dal suo favoreggiamento al falso invalido. Le cose non andavano per il meglio, per il messia era l’ora di giocarsi l’asso nella manica, e decise di giocarselo in casa. Organizzò una mega festa per promuovere la sua predicazione, con tanto di musica, balli, sballo e buffet. Per sua sfortuna, ad occuparsi del catering fu Giuda e va bene estasi e trance mistica, ecstacy e trans moschisti, ma ritrovarsi al buffet con due tramezzini al tonno e nulla è una bestemmia. La gente era ubriaca, affamata e iniziava ad innervosirsi. Senza perdersi di spirito il maestro guardò la folla, impose le mani e moltiplicò i pani e i pesci. Neanche Giuda era un tizio arrendevole, e sempre mimetizzato nella folla, prese a baccagliare: – Non è giusto, io non mangio pesce, sono vegano. E un mormorio contrariato si levò dalla folla.

– Io sono celiaco, non mangio pane.

Il mormorio divenne protesta e poi baccano indemoniato.

– Io sono respiriano, tutta questa gente mi leva il cibo di bocca.

Cristophere rimpianse il posto come lavapiatti.

– E la tracciabilità degli ingredienti?

– Io mangio solo bio a chilometri zero?

– E che vuol dire?

– Non lo so, ma suonava bene.

– E’ vero, suoniamogliele per bene.

E niente, in un attimo centinaia e centinaia di persone, innervosite dalla fame e sballate dall’ecstacy e sobillate da Giuda caricarono il maestro e lo gonfiarono di botte.
La degenza per riprendersi dalle varie fratture fu lunga e dolorosa. Cristophere era stanco e sconsolato, ignorava perché il suo messaggio venisse costantemente frainteso. I suoi amici più stretti vedendolo ridotto come un povero diavolo, decisero di organizzare una cena in suo onore.

– Per quanti prenoto?- Chiese Matteo.
– Per dodici, Giuda non ce lo voglio.- Intervenne Luca.- Ogni volta che c’è lui in giro succede qualche casino.
– Già, sta sulle palle anche a me.- S’accodò Giovanni.- Niente Giuda, fosse l’ultima cena che organizziamo.

E così si ritrovarono intorno ad una lunga tavolata, a bere e mangiare e ridere e scherzare. Tutti tranne Giuda, di cui nessuno aveva messo in conto un passeggiata serale che lo conducesse lì per caso, ad imbattersi in loro rimanendoci di sale. Giudo vacillò, si resse alle mura in fango e guano della locanda. Tutti i suoi presunti amici intorno a quel bonazzo di Cristophere, che, già brillo a metà cena, sollevando una bruschetta al lardo di colonnata e un quartino di rosso si lanciò in uno dei suoi soliti sketch.

– Questa è la mia carne e questo è il mio sangue, prendete e mangiatene tutti, e fanculo i vegani.

La locanda venne scossa dalle risa degli avventori, tutti abbastanza ubriachi da trovare esilarante quella misera gag. Unanimità che escludeva Giuda, lesto a riprendere la scena con lo smartphone e correre a tradire il suo vecchio amore. I Nas fecero irruzione nella locanda e fermarono Cristophere con l’accusa di cannibalismo. Lo misero in croce tre giorni per farlo confessare, ma lui non spiccicò parola, certo che il continuo predicare amore e perdono avrebbe spinto i suoi seguaci a ribellarsi contro quella ennesima assurda ingiustizia.

Invece niente.
Nessuno protestò. Nessuno alzò la voce.
Nell’indifferenza più totale, i suoi amici e tutti i suoi seguaci ne approfittarono.
Chi concesse diverse interviste urlando alla telecamera che era sempre sembrato una brava persona.
Chi confessò di aver sempre nutrito dubbi su di lui, come fece Giuseppe.
Chi denunciò tocchi in fuorigioco sotto la doccia dopo il calcetto.
Chi addirittura raccontò di festini privati a base di carne umana e sangue di vergine.
Giuda intraprese perfino un commercio di souvenir dal dubbio gusto: corone di spine in plastica con led a 200w, statuette di Maria che piangeva sangue con un Cristophere neonato che le leccava via, medagliette con su inciso “sono sopravvissuto al cannibale di Nazonaccia”.
Un minimo di sollievo lo provò vedendo quei fiumi di persone in processione verso di lui, magari per confortarlo, per gridare all’ingiustizia. Quando si rese conto che si trattava dei soliti turisti della tragedia, accorsi a flagellarlo con i flash dei loro selfie, a pagare per strizzargli l’aceto in gola, alzò gli occhi al cielo e sospirò la celebre frase:
– Perdonami padre, era meglio se che mi facevo i cazzi miei.
Il cielo lampeggiò d’elettricità condensata, le nuvole si diradarono e una voce tuonò:
– E che vuol dire?
– Non lo so, ma ci stava bene.

I FANTASMI DEL NATALE – GIANLUCA PAVIA & LIE’ LAROUSSE/2dR

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Non è colpa di Dio
se ci scartiamo come regali
riciclati da un altro Natale
se le uniche palle rimaste
– trite e ritrite –
penzolano tristi
da un albero spelacchiato
non è colpa di Cristo
se ci scambiamo segni di pace
come malattie veneree
se i Magi hanno confuso
una scia chimica
per quella della cometa
non è colpa del bue e dell’asinello
se la mucca è pazza
e maiali e polli hanno l’influenza
né dei pescatori d’anime
se siamo finiti in una rete
che la lacera
l’anima
non è colpa della Madonna
se non c’è rispetto per le donne
se Cristo si è fermato ad Eboli
a chiedere indicazioni
e se i pochi valori rimasti
li abbiamo venduti al compro oro
no, non è colpa loro
ma dell’uomo
se oggi ti senti così vuoto
se i fantasmi del Natale
Passato Presente Futuro
sono ectoplasmi spietati
ma va bene, io li aspetto
Xanax in blister
e un fucile da Ghostbusters.

Gianluca Pavia & Lié Larousse /2dR DuediRipicca

#ifantasmidelnatale