365 giorni, Libroarbitrio

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”: una favola per amare la lettura e la natura – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

“Quanto a baciare, come diceva?, «con ardore», come diavolo si faceva? Ricordava di aver baciato pochissime volte Dolores Encarnación del Santísimo Sacramento Estupiñán Otavalo. Forse in alcune rarissime occasioni lo aveva fatto così, con ardore, come il Paul del romanzo, ma senza saperlo.”

(Luis Sepúlveda, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”)

Il 16 aprile 2020 ci lasciava il meraviglioso Luis Sepúlveda (1949-2020), imprimendo una tristezza indelebile nel cuore di tutti noi. Definendosi sempre “cittadino prima che scrittore” ha speso la sua vita a “dar voce a chi non ha voce”, fino all’ultimo istante, fino all’ultimo, doloroso, addio. Il coronavirus è riuscito a sradicare un uomo che non si era fermato neanche davanti alla dittatura di Pinochet, e a noi oggi non resta che portare avanti le sue idee riguardo alla democrazia, al rispetto per l’ambiente, all’amore e al rifiuto di qualsiasi forma di razzismo, attraverso la lettura della sua magnifica penna.

Lucho, come lo chiamavano affettuosamente gli amici e l’amata moglie Carmen, non fu solo un grande paroliere, ma anche un’attivista politico, un giornalista, un migrante ed un convinto ecologista. Grazie alla sua opera è possibile interfacciarsi con la storia del Novecento in tutte le sue sfumature con un fondo di ottimismo per un mondo migliore, che Luis, senza dubbio ha contribuito e contribuirà a costruire.

Proprio come il poeta Nâzım Hikmet (1902-1963),  l’esperienza del carcere, seppur tremenda, non riesce a scalfire la vitalità interna dell’autore, che infatti riuscirà a scrivere opere di grande bellezza e profondità come “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, favola che tutti i grandi dovrebbero non solo raccontare ai bambini ma leggere e rileggere per ricordarsi che spesso nella vita bisognerebbe imparare ad essere come il gatto Zorba e la piccola Fortunata.

Il libro di cui voglio palarvi, però, è “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, apparso in Italia nel 1993. Questo romanzo, o “favola ecologica”, parla soprattutto d’amore: non solo quello che “il vecchio” cerca avidamente nei libri, ma anche e soprattutto quello per la lettura in sé e per la natura, grande protagonista di tutta la storia. La vicenda è ambientata a El Idilio, villaggio immerso nel Sud America, dove Antonio José Bolívar Proaño, il “vecchio”, appunto, dimora da moltissimi anni. Per un periodo decide di stare in mezzo agli shuar, indios che gli insegnano a vivere con la foresta, seguendone rispettosamente i ritmi e le leggi. Gli shuar lo trattano come fosse uno di loro, rivelandogli i segreti e le meraviglie del “grande verde”, insegandogli il linguaggio delle piante e degli animali, facendolo a poco a poco allontanare dalla sua mentalità violenta di colono bianco, o gringo. Un episodio particolare costringe il Vecchio a lasciare la comunità degli shuar per stabilirsi in una capanna presso El Idilio dove grazie alle sue conoscenze riesce a risolvere questioni spinose, come quella in cui saranno coinvolti un gringo ammazzato ed un fiero tigrillo che il Vecchio si vede costretto, a malincuore, a cacciare. Proprio quest’ultima faccenda costituisce la vera e propria storia del romanzo, attorno alla quale ruotano personaggi, ricordi e mondi che si incontrano-scontrano.

Antonio conduce una vita abbastanza solitaria e non vede di buon occhio gli uomini che provano continuamente a violentare la natura per i loro sporchi guadagni, costruendo “il capolavoro dell’uomo civilizzato: il deserto”. L’amore per la natura si alterna a quello per la lettura: il nostro Antonio, infatti, fa una scoperta strepitosa: sa leggere. Pensava di essersene dimenticato dopo tanto tempo nella foresta, ma invece, grazie alle elezioni del paese, scopre di esserne ancora capace. Da allora, non farà altro che questo: leggere e ancora leggere rigorosamente romanzi d’amore, “riempiendosi al tempo stesso di dubbi e di risposte”. Non possedendo alcun libro, però,  è sempre costretto a farseli prestare da tutte quelle persone che hanno la possibilità di andare periodicamente in città. Le scene in cui vengono descritte le impressioni di Antonio riguardo ai libri, i pensieri che scaturiscono dalle letture, e lo struggimento per i personaggi che via via incontra, sono di una dolcezza che commuoverebbe anche i cuori più duri.

In poco più di 130 pagine, Lucho, riesce a creare nel lettore le emozioni di un’intera saga, ci si ritrova su un’altalena emotiva dalla quale dispiace dover scendere a fine libro, viene voglia di “pagare un altro giro” e poi un altro ancora, fino a saziarsi di dolori e gioie, lacrime e sorrisi. In poco tempo si è costretti a fare i conti con la violenza di alcuni esseri umani ma anche con la bellezza disarmante di altri, per non parlare delle riflessioni che siamo chiamati a fare rispetto al trattamento che stiamo riservando all’ambiente, grande malato dei nostri tempi. Penso che le ultime righe del romanzo siano le migliori per concludere anche questo articolo la cui autrice, a modo suo, continua a credere e a battersi per un mondo migliore:

“…si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”.

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Evento: “Ritiro Esperenziale: La Vocazione, scopri il tuo tesoro interiore!” Aperte le prenotazioni per il 12 e 13 Giugno 2021 – Scuola Umanetica Fioritura del Sé

La Scuola Umanetica Fioritura del Sé presenta il ritiro esperienziale in presenza: La Vocazione, scopri il tuo tesoro interiore! Il 12 e 13 giugno, immersi nella natura, percorreremo insieme le vie che portano all’autoconoscenza.

Questo è un incontro importante, un’occasione per prendersi Cura di Sé e della propria forma interiore nella costruzione di un ponte tra spirito e mente. Offre la possibilità di iniziare un processo di liberazione verso una vita che ci rappresenti pienamente, scoprire il nostro “Tesoro” Interiore, farne un nuovo punto di partenza e tornare a muoversi verso il vero significato della propria esistenza.
Non è mai troppo tardi ed è possibile trasformare quel malessere, governare con gioia la propria vita e fare dell’Unicità un Potere.
Insieme, attraverso la relazione, condizione naturale dell’essere umano, diverremo lettere di una stessa parola, formeremo e sperimenteremo l’Unità, dando vita ad un dialogo alla scoperta del proprio tesoro interiore, per arrivare a desiderare, immaginare e poi creare una vita fondata su un sentimento di felicità. Il metodo attivo ha come fine la scoperta del proprio potenziale, mentale e spirituale, e la costruzione di una bussola personale da seguire, affinché la vita fiorisca e non venga subìta ma vissuta.
L’Anima è sensibile, vuole essere ri-conosciuta e non sopporta il pensiero meccanico di una vita che sia solo frenesia.

Per informazioni e prenotazioni: Ritiro esperenziale: La Vocazione, Scopri il tuo Tesoro Interiore! | Fioritura del Sé (fiorituradelse.it)

Conduce il ritiro con amore: Amira Musleh, educatrice, studiosa e ricercatrice di scienze teosofiche ed umanistiche, nasce a Roma nel 1982.

Nei suoi viaggi per il mondo è andata alla ricerca di caratteristiche comuni tra le varie culture, che potessero creare una mappa armonica per lo sviluppo della Coscienza.
Parallelamente, dal 2000, frequenta, studia e sperimenta più di 50 corsi sull’evoluzione personale e spirituale sia in Italia che all’estero, osservando le dinamiche psicologiche, spesso dannose, causate da pseudo maestri ai danni di persone fragili alla ricerca di loro stesse.
Nel 2016 crea “Fioritura del Sé”, un metodo attivo slegato da qualsiasi pratica o credo religioso che favorisce la fioritura della propria esistenza a partire dalla propria unicità.
Da quel momento, aiuta le persone a riequilibrare in una sintesi armoniosa mente e spirito, al fine di raggiungere un corretto processo di pensiero autonomo, responsabile del benessere individuale e collettivo.
Conduce seminari di autoconoscenza e percorsi di fioritura personale, ideatrice e fondatrice della Scuola Umanetica “Fioritura del Sé”.

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Italo Calvino e la Resistenza – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Il 25 Aprile 2020 “Bella Ciao” passava a tutto volume fra le strade deserte d’ Italia costellate di cuori appesi ai balconi. Ricordo che c’era un bel sole e la realtà, seppur incerta, sembrava meno opprimente. Cantai quest’inno più volte e mentre le lacrime mi rigavano lentamente il viso, mi sentii abbracciare da migliaia di corpi invisibili, da una storia che parlava anche di me, di noi. Passai l’interna giornata ad ascoltare le storie delle partigiane e dei partigiani, ad immaginarmeli giovani e coraggiosi, spaventati ed innamorati. Una di loro raccontò dell’ultima volta in cui fece l’amore con il suo uomo, fra i campi, laddove si consumava la lotta, e di come le fossero rimasti i segni sulla schiena, forse i più belli mai avuti. La libertà mi sembrò davvero una cosa semplice allora…

Quest’anno le strade saranno un po’ meno deserte, forse, in apparenza. Mi domando se riuscirò a portare un fiore rosso per le vie, se riuscirò a fare qualcosa, se riuscirò a sentirmi parte di un sogno o di una speranza, parole che come mai sembrano mancare all’appello. Spesso mi sono sentita dire che la Resistenza è finita ed è ora di andare avanti, quasi fosse un “inciampo” della storia, ma penso che, invece, ci sia ancora tanto da fare, e che la nostra piccola resistenza quotidiana possa davvero fare la differenza. Proprio come può farla leggere un libro, e lo sapevano bene i nazifascisti che, infatti, ne bruciarono a migliaia senza riuscire ad incenerire le idee.


“Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino (1923-1985), può essere considerato un classico della letteratura della Resistenza: è stato letto e riletto- forse non abbastanza- ma come diceva lo stesso autore: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” e sembra impossibile dargli torto. Questo romanzo neorealista fu pubblicato nel 1947 da Einaudi, riscuotendo da subito un grandissimo successo. Fra gli altri, lo stesso Cesare Pavese (1908-1950) scrisse una recensione al bellissimo romanzo, commentando: “A ventitré anni ltalo Calvino sa già che per raccontare non è necessario «creare i personaggi», bensì trasformare dei fatti in parole. Lo sa in un modo quasi allegro, scanzonato, monellesco. A lui le parole non fanno paura ma nemmeno gli fanno girare la testa: fin che hanno un senso, fin che servono a qualcosa le dice, le snocciola, le butta magari, come si buttano i rami sul fuoco, ma lo scopo è la fiamma, il calore, la pentola.”

La storia, per chi non la conosce, è quella di un bambino del “carrugio”, “sboccato” e “cencioso” di nome Pin, fratello di una prostituta che si ritrova ad andare anche con i tedeschi, cosa che gli costerà le canzonature di tutti gli abitanti del borgo ligure dove vive. Il piccolo Pin ha circa dieci anni ma vuole fare l’adulto e passa le giornate all’osteria fra alcol, sigarette e parolacce, imitando tutti i comportamenti che vede fra i grandi intorno a lui. Un giorno, per provare il suo coraggio, ruba la pistola P38 di un tedesco, cliente della sorella, e va a nasconderla in quel posto speciale che conosce solo lui: il sentiero dove fanno il nido i ragni. Arrestato per il furto, finirà in carcere dove conoscerà alcuni partigiani, ai quali dopo una serie di peripezie finirà per unirsi, costruendo, poi, un rapporto importante e profondo con uno di loro, Cugino.

La storia è ricca di dettagli che rendono il tutto più vivido e vissuto: si ha l’impressione di sentire il freddo della montagna entrare nelle ossa, mischiato all’odore dei campi dorati macchiati di sangue. Viene voglia di abbracciare Pin e di sedersi a mangiare con la brigata per parlare di marinai e di sirene, di amori veri e strade sbagliate, dei sogni di democrazia, dell’Italia liberata e di come migliorarla. I partigiani di Calvino, va detto, non sono degli “eroi”, non hanno tratti nobili, ma piedi lerci e cuori grandi. Sono, come confessa l’autore, i “peggiori possibili”, dei tipi un po’ “storti” che però, nonostante tutto, furono guidati da un grande senso di giustizia e da “un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi”.
La mia piccola resistenza di oggi è quella di condividere con voi un piccolo estratto di questo romanzo perché i libri dicono già tutto, basta solo trovare il coraggio di leggerli.

Buon 25 Aprile!

“Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

Articolo Martina Benigni

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“Non dire un parola che non sia d’amore” – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

XIV

Amo il pezzo di terra che tu sei,
perché delle praterie planetarie
altra stella non ho. Tu ripeti
la moltiplicazione dell’universo.

I tuoi grandi occhi son la luce che posseggo
delle costellazioni sconfitte,
la tua pelle palpita come le strade
che percorre la meteora nella pioggia.

Di tanta luna furon per me i tuoi fianchi,
di tutto il sole la tua bocca profonda e la sua delizia,
di tanta luce ardente come miele nell’ombra

Il tuo cuore arso da lunghi raggi rossi,
e così percorro il fuoco della tua forma baciandoti,
piccola e planetaria, colomba e geografia.”

(Pablo Neruda, Cento Sonetti d’Amore)

San Lorenzo è un quartiere romantico e feroce, giovane e anziano: ambientazione perfetta per un film sulla Vita. Le strade sono raramente silenziose: vi si intrecciano culture e generazioni diverse, gioie e drammi. Il tutto vi abita in un equilibrio inspiegabilmente naturale, come se non potesse essere altrimenti, come se fosse così da sempre.

San Lorenzo profuma di Resistenza e Birra Peroni, mentre nell’aria, tra i rintocchi delle campane più tristi di Roma, riecheggiano lingue diverse e da una lontananza che risale al 1943, ancora giunge fioco l’eco delle bombe, memento per il futuro.

“Non dire una parola che non sia d’amore”. Così recita un muro nel tratto di Via Tiburtina che costeggia il Verano. Sono anni che vedo quella scritta almeno una volta a settimana, eppure non smette ancora di stupirmi, di farmi pensare, di emozionarmi. Ed è così che ogni volta, assorta nei miei pensieri, finisco per perdere l’autobus. Tutta “colpa” dell’amore. Quell’amore che il grande poeta Pablo Neruda (1904-1973) ha splendidamente cantato per tutta la sua vita.

Tra le raccolte nerudiane “Cien sonetos de amor” (Cento sonetti d’amore) è sicuramente una delle più rappresentative e che affronta il sentimento amoroso a 360° attraverso la figura dell’amata, Matilde Urrutia, che è spesso paragonata alla “terra”, elemento vivifico, centro e origine del tutto. La raccolta è divisa in quattro “capitoli” che corrispondo alle quattro fasi della giornata- Mattino, Mezzogiorno, Pomeriggio e Sera– ma che altro non sono metafora della parabola amorosa.

Per il poeta l’unica chiave per comprendere il mondo e per farvi parte è proprio l’Amore, che egli conosce attraverso l’amata: terra, legno, sangue e pane, tutti elementi positivi che più volte tornano a descriverla. La visione di fondo del poeta è profondamente panteistica, come leggiamo in splendidi versi come “Nel tuo abbraccio io abbraccio ciò che esiste/ l’arena il tempo, l’albero della pioggia/ e tutto vive perché io viva.”

Tuttavia, le immagini vivifiche e felici della prime due sezioni, subiscono una naturale trasformazione ed un certo incupimento nell’avvicinarsi della “Tarde”, ovvero il Pomeriggio. Qui è l’assenza dell’amata l’immagine che più torna e con essa tutto ciò che ne deriva, soprattutto un continuo senso di malinconia che avvolge il poeta e l’universo, in un sentire così profondo che definisce “intercostale”. Le note di tristezza che tingono queste ultime sezioni, però, trovano sempre riscatto, perché è nel rinnovarsi dell’amore che il poeta trova coraggio e slancio verso l’universo. “Il giorno che stinge i suoi petali graduali” è un verso di rara bellezza che ben descrive l’ansia del poeta nei confronti del tempo che scorre inesorabile e la paura della morte, che non fa sconti a nessuno. Più volte in Notte è la morte a muoversi tra i versi coraggiosi del poeta, che pur avendone chiara la presenza, continua a sperare nell’amore e nell’amata che si augura possa “continuare a fiorire” e a vivere in tutte le cose che amarono e che videro insieme, come il mare, la sabbia e il vento.

Sebbene in questa parte finale si respiri una certa tristezza, il poeta non si abbandona fino in fondo poiché capisce che l’unica cosa che può superare la morte è l’Amore che tutto può e che può veramente dirsi immortale. Così nel finale, nell’ultimissimo sonetto della raccolta gioiamo del riscatto del poeta, degli innamorati, e della speranza che nessuno muore davvero se ha conosciuto Amore: “E lì dove respirano i garofani/ fonderemo un vestito che resista/ l’eternità di un bacio vittorioso.”

Amiamo e innamoriamoci, dunque!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Tram per Shanghai: viaggio tra i ricordi e i racconti di Zhang Ailing – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

La malinconia ha le sue leggi, ti viene a trovare quando meno te lo aspetti e ti resta attaccata come il sale dopo un tuffo in mare. Per me è una presenza costante, mi accompagna dovunque vada, solo che a volte tace, seguendomi in punta di piedi, e allora mi illudo che non ci sia. Oggi, invece, mi ha colpito in pieno petto mentre, aspettando il tram, mi ero persa con lo sguardo fra gli altissimi cipressi del Verano, custodi di lacrime e memorie. Il mondo intorno a me faceva tanto rumore: imprecazioni varie per il ritardo, chiacchiere impastate di fumo, scampanellii e clacson rabbiosi, eppure in quell’attimo mi sembrò di non sentire nulla, o meglio, di riuscire solo a percepire quel suono quasi ineffabile della brezza leggera che fruscia tra i bigliettini rossi traboccanti desideri appesi qua e là nei templi buddhisti cinesi. La prima immagine che mi tornò in mente fu quella del tempio del Buddha di giada a Shanghai, un luogo fuori dal Tempo e dalla metropoli, nonostante poco al di sopra delle mura si possano scorgere i grattacieli che invadono la città.

Shanghai, la “Perla d’Oriente”, è una signora elegante, vecchia e modernissima al tempo stesso. Situata sul delta del Fiume Azzurro, può permettersi il lusso di affacciarsi sul Mar Cinese Meridionale, mentre al suo interno è percorsa da un’arteria pulsante, meglio nota con il nome di fiume Huangpu. Salita sul tram, vedo scorrermi davanti il Bund di Shanghai con la Pearl Tower abbellita da migliaia di luci al neon, a fare capolino dal lato opposto. Dopo un attimo, ecco passare una via di cui non so il nome, ma larghissima e affollatissima: mi vedo schiacciata tra la gente come una formica, e allora, esausta, esco dalla laboriosa calca e mi dirigo verso una viuzza grigia per riprendere fiato. Qui la città sembra silenziosa, mi chiedo se sia ancora la stessa di un secondo fa. Che abbia attraversato qualche confine che ignoravo? No, è sempre la “Parigi d’Oriente, ma della Concessione Francese c’è ben poco qui: non ci sono bar alla moda né forzati accenti inglesi, ma ci sono signore che cucinano su carretti ingialliti dal tempo e dalla frittura, e tanti, tanti operai, con i caschetti gialli e i pantaloni macchiati. Forse vanno a costruire nuovi palazzi in centro o magari qualche albergo di lusso che nemmeno gli “stranieri” più ricchi riescono a permettersi.

Prima fermata, Via dei Sardi, però quando le porte si aprono, mi sembrano quelle del negozio di ravioli dove, dopo un’ora di fila, sono riuscita finalmente ad assaggiare uno di quelli tipici della città, con la zuppa dentro che ti esplode in bocca come uno tsunami di sapori infuocato. Le cuoche avranno la mia età, sono timide ma si lasciano fotografare volentieri dai turisti e ridacchiano tra loro mentre con le dita, velocissime, chiudono un raviolo dopo l’altro. I negozi di souvenirs hanno tutti le stesse cose: nodi rossi portafortuna, monete antiche, calamite della Grande Muraglia, bracciali con perline di legno per le preghiere e chi più ne ha più ne metta. La parte migliore, però, è contrattare con i negozianti in una battaglia all’ultimo Yuan solo per divertirsi a fingere di andar via per farsi rincorrere con l’ultima offerta, che non è mai l’ultima, si sa.

L’umidità di Shanghai, nel frattempo, ha assalito i finestrini del tram e dentro si inizia a sudare, proprio come quel giorno al Giardino del Mandarino Yu (Yu Yuan) dove mi sono ustionata il naso prendendo il sole, seduta sulle pietre del lago Tai incastonate fra le piante più disparate. Una vera oasi, un luogo incantato, nel centro di una delle città più all’avanguardia d’Asia, fra le architetture orientali e l’equilibrio perfetto tra il mondo umano, la casa, e la natura tutta intorno con fiori, alberi, rocce, e laghetti colmi di pesci. In Cina, sin dall’antichità, vige un pensiero per il quale gli opposti non vengono praticamente mai contemplati, tutto è complementare, e così il microcosmo, il mondo umano, è parte integrante e fondamentale del macrocosmo, il mondo naturale e i suoi prodigi.

Ecco la mia fermata, Scalo San Lorenzo. Scendo senza pensarci nemmeno, e mi siedo sulla prima panchina che incontro. Lascio che il sole mi riscaldi il cuore mischiandosi a quella malinconia che già da un po’ stava facendo il suo lavoro, regalandomi di nuovo le sensazioni indimenticabili di quel soggiorno a Shanghai, ormai lontano. La vita scorre veloce al ritmo frenetico della tecnologia e del PIL che cresce a dismisura, ma di Shanghai ho apprezzato soprattutto il fascino antico dei Longtang, vie d’altri tempi che danno vita a veri e propri blocchi di abitazioni dette Shikumen, letteralmente “porta di magazzino in pietra”, che fondono architettura cinese e occidentale in due o tre piani, decorati dalla quotidianità più disarmante, quella che ti riempie gli occhi di una bellezza tutta famigliare che sa di domeniche e pasta fatta in casa. 

Mentre gusto queste dolcissime memorie all’aroma di tè, ripenso alla Shanghai che non ho conosciuto, quella degli anni ’40 che però ho immaginato tante volte grazie alle parole della scrittrice Zhang Ailing (1920-1955) che, cosmopolita come la sua città, ha saputo ritrarre soprattutto le donne di questa ormai megalopoli, con tutte le loro emozioni ed immerse nel loro mondo, costellato di eleganti qipao, tradizionale abito femminile, e vivaci salotti. Mi sembra di sentire il rumore delle tessere di majiang che vengono spostate e rimischiate continuamente nella speranza di trovare la giusta combinazione, un po’ come si fa per la vita. Zhang Ailing in racconti come “Lussuria” – da cui l’omonimo film- ci racconta la Shanghai della guerra antinipponica, dello spionaggio e degli intrighi, dei tradimenti e degli ideali ma soprattutto degli amori che, spesso, si rivelano fatali soprattutto per le donne che mettono sempre un po’ di cuore in più. L’autrice guida il lettore per le vie più distinte e gli anfratti più deprimenti, passando sempre per i fitti pensieri dei suoi personaggi e dedicando ampie pagine descrittive agli oggetti, a tutti quei piccoli dettagli che contribuiscono a costruire in maniera credibile l’atmosfera di un’epoca.

Sperando di avervi invogliato a compiere questo viaggio nel tempo e nello spazio vi lascio un estratto da “Lussuria”:
“Sopra il tavolo da majiang la luce resta accesa anche di giorno e, quando si mescolano le tessere, gli anelli di diamanti sprizzano bagliori a destra e a manca. La tovaglia bianca, i cui angoli sono fissati alle quattro gambe del tavolo, è così perfettamente tesa da sembrare ancora più bianca, d’un candore niveo, quasi abbacinante. L’intenso contrasto tra luci e ombre mette in risalto i seni ben modellati di Jiazhi, e il suo viso, che regge bene anche la spietata illuminazione dall’alto.”

(Zhang Ailing, “Lussuria”, trad. it. M. Gottardo e M. Morzenti, 2007)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Scrittrici dimenticate: Alba de Céspedes per Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Alba de Céspedes

“Il grande segreto della vita è eliminare. Proprio così: eliminare tutte le cose inutili, quelle che ci fanno perdere tempo. Bisogna avere la forza di dire di no, se si vuole riuscire in qualche cosa. Ci sono persone che stanno bene solo se si distraggono, non possono restare sole dieci minuti… Quando si scopre di avere un interesse, bisogna essere pronti a sacrificargli tutto. Per scrivere qualche cosa di serio, bisogna dare la vita…”
(Alba de Céspedes, “Diari”)

Alba Carla Lauritai de Céspedes (1911-1997) è stata una scrittrice, una giornalista, una poetessa, un’intellettuale impegnata, una radiocronista, partigiana con lo pseudonimo di Clorinda: una donna.  Suo padre fu in Italia dal 1908 come ambasciatore della repubblica cubana, mentre sua madre era di Roma, città natale di Alba che, tuttavia, affermò più volte di sentire Cuba, “immensa zattera verde”, come sua vera patria.

Seduta sull’erba, con gli occhi chiusi, ascoltavo la voce delle foglie carezzate dal vento, quando mi venne in mente Alba de Céspedes. Non è un caso che le foglie mi abbiano sussurrato il suo nome proprio ora, in aprile, il mese della Libertà, nata sui monti, fra i papaveri rossi e i “nidi di ragno”. E non è un caso se il suo nome mi rimbomba in testa, a pochi giorni di distanza dall’infame voto contro Cuba, tradita da quegli italiani che fino a poco tempo fa la elogiavano per il prezioso aiuto prestato durante la “Fase 1” della pandemia.

Alba si sposò, come d’uso all’epoca, a quindici anni, riuscendo però a separarsi qualche anno dopo. Pubblicò, giovanissima, un racconto sul “Giornale d’Italia” che le valse una certa fama e la possibilità di collaborare con diverse testate giornalistiche, tra cui “Il Messaggero”. A far parlare di sé, però, fu il romanzo “Nessuno torna indietro” (1938), pubblicato da Mondadori nonostante il rischio di censura da parte del regime fascista. A provocare l’indignazione dei fascisti fu la presenza all’interno del romanzo di otto protagoniste, giovani ragazze, che perseguivano una vita libera, all’insegna del rifiuto del modello tanto caro a Mussolini di donna come “angelo del focolare”. Alba dedicherà tutta la sua vita alla scrittura- mezzo di comprensione di sé e del mondo- e soprattutto alla rappresentazione di immagini femminili non stereotipate, bensì vere, limpide, con tutte le loro contraddizioni, i loro dubbi, i loro desideri e le loro lotte per affermarsi in una società che, spesso, finge di non vederle nemmeno.

Tra i romanzi più “femministi” c’è sicuramente “Dalla parte di lei” (1949) che già dal titolo invita il lettore ad immedesimarsi nella protagonista, a indossare lenti e abiti nuovi per cercare di comprendere un mondo che il più delle volte viene giudicato da fuori, sulla base di insensati e violenti stereotipi ancora duri a morire. La protagonista, Alessandra, è forse tra le donne più ribelli e appassionate mai dipinte dalla De Céspedes: è una scrittrice che si misura ogni giorno con la “condizione femminile”, con il problema dell’incomunicabilità e con la violenza del regime fascista. Il romanzo è vivo così come la sua protagonista, che sembra farsi più vicina di pagina in pagina, non solo per via dell’abilità narrativa della sua autrice, che sa farci scendere nella profondità dei suoi pensieri, ma anche per via di una certa facilità, ahimé, a comprendere tutta una serie di meccanismi che sviliscono l’identità femminile e, di conseguenza, il rapporto con l’altro da sé. Come per “Una donna” di Sibilla Aleramo, invito soprattutto i lettori a cimentarsi in questo esercizio di empatia, sperando che possano uscirne arricchiti e alleggeriti, sgombri da ciò che da secoli sembra “normale”, “quotidiano”, ma che così non è.

Oltre a scrivere romanzi, Alba fondò anche una rivista, Mercurio (1944-1948), all’interno della quale lavorarono moltissimi intellettuali antifascisti, che si dedicarono ai temi più disparati, soprattutto per quanto riguarda l’Italia e la sua ricostruzione. Un vero e proprio “luogo letterario” della Resistenza. Fra gli articoli ivi comparsi, penso valga la pena rileggere queste poche righe di Anna Banti (1895-1985) che racconta del suo primo, sudato, voto:

“Quanto al ’46 e a quel che di “importante” per me, ci ho visto e ci ho sentito, dove mai ravvisarlo se non in quel due giugno che, nella cabina di votazione, avevo il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi fra il segno della repubblica e quello della monarchia? Forse solo le donne possono capirmi: e gli analfabeti. Era un giorno bellissimo, si votava in vista di un giardino dove i bambini giocavano fra i grandi che, calmi e sorridenti, aspettavano, senza impazienza, di entrare. Una riunione civilissima; e gli elettori eran tutti di campagna, mezzadri e manovali. Quando i presentimenti neri mi opprimono, penso a quel giorno e spero.”

La ricchissima vita di Alba de Céspedes vanta una marea di esperienze: dal carcere per mano dei fascisti, fino alla partecipata osservazione del ’68 parigino, senza mai smettere di dedicarsi alla comprensione delle trasformazioni in Italia e a Cuba. Una vita a cavallo di una penna, compagna fedele, che ha saputo districarsi fra le pagine più disparate che, per fortuna, possiamo ancora leggere.

Buona lettura!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Lié Larousse, Libroarbitrio

.un quadernino e una penna biro. di Lié Larousse

.e se invece del cellulare
avessimo sempre a portata di mano
un quadernino e una penna biro
e ci accostassimo ai nostri pensieri
più che a quelli degli altri
ogni volta che ci sentiamo stanchi ed annoiati
disperati e ossessionati,
e accostassimo la macchina o un piede ad un albero
all’ombra di un caffè nella pausa pranzo,
affamati e insonni nel cuore della notte,
e iniziassimo ad appuntare solo le nostre di emozioni
i deliri e i nomi di amici, e nemici,
che sarebbe meglio evitare,
e scarabocchiassimo disegni e parole
come odori e sogni
a fuoriuscire da vecchi cassetti mentali
d’impolverate speranze da rispolverare nuove
e smettere di farci una guerra antisociale
e smetterla anche di pensare
che l’erba del vicino è sempre più verde e fashion
che solo chi vivrà vedrà, che volere è potere
che mal comune fa sempre mezzo gaudio
di dare il tempo al tempo,
e se ce lo riprendessimo noi, fin da subito,
tutto questo nostro tempo?
appuntandoci a cuor leggero
la lista delle cose da non fare
perché lo sappiamo che tanto poi ci faranno male
e con estrema audacia invece
scriver ciò che di bello abbiamo e siamo,
e sappiamo e vogliamo creare,
per liberarci un po’ la testa, e stare meglio davvero,
a volte penso, che addirittura,
potremmo semplicemente esser felici così,
annotando tutto di noi,
ma solo con l’inchiostro, su questo quadernino tutto nostro
questo tempo dedicato, troppo spesso impiegato
a star piegati su mille lumen, messaggini e mail
ad affaticarci a dar consigli
che la gente non vuole davvero
è solo un impicciarsi delle fatiche altrui
e perderci così l’essenziale della vita nostra
che è solo una, e questa.

di Lié Larousse
estratto da .la vita comunque.

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365 giorni, Libroarbitrio

La conoscenza rende l’essere umano libero – Fiori di pesco e pagine scritte – Martina Benigni

“Considerate la vostra semenza: 
fatti non foste a viver come bruti, 
ma per seguir virtute e canoscenza”

(Dante Alighieri, “La Divina Commedia” – Inferno: C. XXVI)

È appena trascorso il 25 marzo, giornata che dal 2020 è dedicata al Sommo Poeta Dante Alighieri (1265-1321) prendendo il nome di “Dantedì”. Una giornata che rimette al centro senza dubbio la cultura, la poesia, il meglio della nostra identità nazionale, come in molti hanno affermato in questi giorni. Sarebbe bello se queste giornate non solo si moltiplicassero, ma che venissero dedicate ad altre artiste ed altri artisti da tutto il mondo, per ricordarci l’universale e innegabile importanza della Bellezza e della Cultura, tra le grandi vittime di questo periodo, considerate inutili orpelli e nulla più.

Fra i canti della Divina Commedia, quello dedicato ad Ulisse (Canto XXVI dell’Inferno) è forse uno dei più noti e amati dai lettori di ieri e di oggi, non solo per via dell’emblematica figura di Odisseo, perenne viaggiatore e sognatore, ma anche per l’esaltazione, attraverso la sua figura, dell’umanità stessa e della sua insaziabile voglia di Conoscenza, quella voglia che, per fortuna, a mio dire, avrebbe spinto Eva a cogliere la mela, proprio perché il desiderio di conoscere è vitale quanto il sangue che ci scorre nelle vene. In una Commedia che sembra tutta rivolta al divino, Dante, uomo di mondo politicamente impegnato, non smette di guardare agli esseri umani, ed è proprio nell’Inferno che troviamo i ritratti più celebri e splendidi di un’umanità che, se liberata dal pesante fardello del peccato originale, ormai inaccettabile, potrebbe splendere in tutta la sua “imperfetta” beltà, come l’amore, ormai eterno, di Paolo e Francesca.

Uno dei grandi temi del XXVI canto dell’Inferno è proprio quello della Conoscenza che Dante decide di celebrare attraverso Ulisse il quale, fraudolento, si trova nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, condannato ad essere avvolto da una lingua di fuoco che divide con il compagno Diomede.  “Lo maggior corno”, Ulisse, racconta al Sommo Poeta la vicenda della sua morte partendo dal ritorno ad Itaca, patria tanto agognata dalla quale, però, decide di dividersi nuovamente perché come scriverà il cretese Nikos Kazantzakis (1883–1957): “Anima, la tua patria è sempre stata il viaggio!”.


L’ardore di “diventare esperto del mondo” è più forte di tutto e non gli lascia altra scelta che quella di rimettersi in viaggio. Raduna così, i suoi compagni “vecchi e tardi” su un’imbarcazione e inizia una navigazione di cinque mesi volta a raggiungere le Colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra) che all’epoca segnavano il limite oltre il quale era proibito spingersi. Prima di oltrepassare lo stretto, cogliendo la difficoltà dell’impresa, Ulisse incoraggia i suoi compagni con un’orazione breve ma persuasiva, diventata una delle terzine più celebri della Commedia: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Sembra quasi di sentirglielo gridare con le lacrime agli occhi ed il volto imperlato di sudore, mentre le onde tartassano la nave, che nonostante tutto trova il cuore e il coraggio di andare avanti.

In questa memorabile terzina leggiamo, dunque, come la conoscenza sia all’origine stessa della natura umana: “la vostra semenza”, appunto, un seme piantato nel nostro cuore, sempre pronto a far sbocciare nuovi, splendidi, fiori, se ben accudito. Il desiderio di conoscere è sinonimo di vita ed Ulisse è il personaggio più adatto per simboleggiare questo nostro intimissimo aspetto, questa cosa chiamata Conoscenza senza la quale non saremmo veramente Liberi.

Conoscenza e Libertà camminano mano nella mano: l’una è condizione dell’altra.
Dove saremmo oggi se l’essere umano non avesse superato ogni volta le sue conoscenze? Se non si fosse posto delle domande? E se non avesse ricercato a fondo per darsi delle risposte?
La conoscenza è ricerca, è informazione, è coraggio, è saper mettere in discussione se stessi e gli altri. È una navigazione a vele spiegate in mare aperto. È sentirsi vivi e liberi, è avere la possibilità di realizzarsi e di sconfiggere l’ignoranza dalla quale non nascono altro che violenza e ingiustizie.

Solo la Conoscenza potrà farci uscire “a riveder le stelle”.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Nasce la Scuola Umanetica Fioritura del Sé!

Viviamo un’epoca d’inverno freddo, in cui il razionale e la materia hanno congelato lo Spirito e la sua attività. Crediamo di essere ciò che abbiamo, trasformando la vita in una rincorsa verso cose che crediamo di desiderare e quando le otteniamo, ci rendiamo conto che poco dopo lei, la Felicità, ci sfugge. Il ghiaccio è arrivato a tenerci in casa, le distrazioni si sono ridotte e una sensazione di vuoto fa capolino a tenerci compagnia. Ma ecco che il ciclo di questo lungo inverno ha finalmente raggiunto il suo apice, e come natura vuole, sta morendo per lasciare il posto ad una nuova Era: L’Era della Primavera.

Abbiamo scelto questo tempo nuovo per portare alla luce la

Scuola Umanetica Fioritura del Sé

Dopo anni di studio e ricerca, tra discipline scientifiche, spirituali ed umanistiche vogliamo offrire la possibilità, in questo momento maturo di riscoprire lo Spirito, nutrire l’essere di questo sacro “tesoro” Interiore per far si che restituisca all’uomo la propria natura, così da risvegliare il significato profondo della propria vita. Star bene, auto realizzarsi, vivere attraverso un sentimento di felicità senza diventare monaci buddisti, passare anni in analisi, o praticare lo yoga, è possibile ed è alla portata di chiunque. Si può portare lo Spirito ad una dimensione quotidiana ed integrarlo alla nostra complessa tecnologia umana. Il malessere di questo lungo inverno emerge solo a causa dall’ignoranza. Non sappiamo chi siamo, a cosa serviamo, né come funzioniamo. Tutto qui. Se vogliamo aiutare la Primavera possiamo intraprendere un nuovo viaggio attraverso la mente e lo spirito, intriso di bellezza, stupore e meraviglia, la cui meta è la ricostruzione di un “ponte- coscienza”, che li faccia comunicare e mettere a servizio della nostra felicità. Siamo opere d’arte dotate di un’incredibile e complessa tecnologia, che come ogni essere vivente, tende e vive per compiere se stesso. Per Fiorire dobbiamo esporci a una certa quantità di luce, la scuola Umanetica Fioritura del Sé è un giardino a cielo aperto dove il Sole splende. L’ideatrice e fondatrice della Scuola Umanetica “Fioritura del Sé“ e di tutti i suoi corsi è Amira Musleh, educatrice, studiosa e ricercatrice di scienze teosofiche ed umanistiche, che dopo aver studiato, frequentato e sperimentato più di 50 corsi sull’evoluzione personale e spirituale, sia in Italia che all’estero, e averne osservato le dinamiche psicologiche, spesso dannose, causate da pseudo maestri ai danni di persone fragili alla ricerca di loro stesse, decide di creare “Fioritura del Sé”, un metodo attivo slegato da qualsiasi pratica o credo religioso che favorisce la fioritura della propria esistenza a partire dalla propria unicità. L’accompagna in questo progetto Sara Teodori, studiosa e ricercatrice della verità attraverso diverse discipline umanistiche e arti, quali la fotografia e la scrittura, che le hanno permesso di indagare l’animo umano in profondità e sviluppare una visione immaginativa del mondo e della realtà. Ha contribuito attivamente alla creazione della scuola Umanetica “Fioritura del Sé” e attualmente si occupa della gestione organizzativa, digitale e di accoglienza della scuola.

Per conoscere la scuola, visitate il sito Scuola di Fioritura Personale (fiorituradelse.it)

Potrete invece conoscere Amira Musleh in occasione dell’evento online:

Chiacchere Umanetiche,

Giovedi 25 Marzo alle ore 17

in diretta su Facebook, Instagram, Youtube e Twitch,

ai seguenti indirizzi:

Fioritura del Sé | Facebook

Fioritura del sè (@fiorituradelse) • Foto e video di Instagram

Fioritura del Sé – YouTube

fiorituradelse – Twitch

365 giorni, Libroarbitrio

A che serve la letteratura? – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

 “La letteratura ha ridestato in me quelle idee che bisognerebbe avere nei riguardi di ogni cosa e di cui prima non mi ero resa conto. In queste idee, che sono tutt’altro che scientifiche e perfette, si trovano tuttavia i motivi reconditi che mi hanno spinto a lottare fino a battere la testa e a farla sanguinare. Ma non me ne pento. Quando si è innamorati di qualcosa o di qualcuno non si è mai oggettivi o razionali.”

(Zhang Jie, “Uno studio sulla perseveranza” (1981), trad. M.E. Testa)

Zhang Jie (1937) è una delle autrici più importanti della letteratura cinese del ‘900. Dopo gli anni terribili della Grande Rivoluzione Culturale (1966-1976, secondo gli storici cinesi) riesce a dare voce alla sua penna, elegante e dura al tempo stesso, e a parlare dei temi a lei più cari quali l’amore con la “a” maiuscola, la condizione femminile e, più in generale, le vicissitudini umane: storie comuni di gente comune con tutto quello che ne consegue. 

Queste poche, profonde, righe riprese da un suo saggio mi riecheggiano nella mente da ormai qualche mese. Più volte, infatti, mi sono interrogata sul ruolo della letteratura, o meglio, sul ruolo che quest’antica forma d’arte e di Essere ha oggi per le persone. La risposta non è mai la stessa e non è nemmeno definitiva, per fortuna, ma più volte mi è sembrato di trovarmi a fronteggiare un muro di indifferenza e scetticismo nei confronti di questa tematica, eretto da tutte quelle persone alle quali ho sentito dire: “Sì, bella la letteratura, ma poi che ci fai?”. Tutto si riduce, insomma, ad una mera soddisfazione dei bisogni materiali: le cose devono servirti e tutto ciò che non serve è inutile, lo dice la parola stessa…Eppure non mi convince, non ci sto. Ho sempre avuto la sensazione che perseguire l’utile, in fondo, fosse una grande fregatura, anzi, un vero e proprio pericolo per la propria identità. Se non vi fidate di me, fidatevi di Zhuangzi, filosofo cinese vissuto, forse, tra il IV e il III secolo a.e.c. che diceva:


“Solo coloro che conoscono il valore dell’inutile possono parlare di ciò che è utile. La terra che calpestiamo è immensa, ma questa immensità non ha valore pratico: l’unica cosa che serve per spostarci è lo spazio ricoperto dalla pianta dei nostri piedi. Supponiamo che uno perfori la terra su cui camminiamo, scavando una fossa così profonda da arrivare giù fino alla Fonte Gialla: avrebbero una qualche utilità i due pezzi di terreno su cui poggiano i nostri piedi?”. Hui-Tzu rispose: “Effettivamente, sarebbero inutili”. E il maestro concluse: “Dunque, è evidente l’utilità dell’inutilità”.

(Chuang-Tzu, brani scelti da Ottavio Paz, Oscar Mondadori)

Per ognuno di noi la letteratura ha un valore diverso, ognuno di noi crea delle immagini proprie ed uniche a partire dalle parole scritte da qualcun altro e la cosa meravigliosa è che l’opera vive sempre di vita propria a prescindere dalla mano che le ha dato vita, essa diventa di tutti, diversa ad ogni lettura, mai identica, sempre in trasformazione come l’identità di chi legge. E questo lo sapeva bene William Shakespeare (1564-1616) che era consapevole di come i suoi versi sarebbero vissuti in eterno superando ogni barriera, ogni confine, eternando la sua amata e la scrittura stessa, come leggiamo negli ultimi versi del celeberrimo sonetto n. 18: “finché ci sarà un respiro od occhi per vedere/ questi versi avranno luce e ti daranno vita.”

Nel caso di Zhang Jie, la letteratura le ha permesso di restare umana come afferma lucidamente lei stessa, ha fatto sì che lei potesse rimanere “un essere umano vivo”, perché c’è differenza fra Vivere e sopravvivere, fra passare le giornate e viverle intensamente, anche nell’umile poetica-prosaicità di ogni giorno.

Mi sembra che tutto porti ad una parola, cioè Ricerca perché cos’è la letteratura se non ricerca continua? Il vento che gonfia le vele spiegate della “barca della Ricerca” è fatto di tante cose secondo me, e fra di esse c’è di certo la letteratura in tutte le sue declinazioni e sfumature con la sua natura fondamentalmente democratica. Essa rappresenta una Ricerca personale e sociale al tempo stesso, di rapporto, partendo dal singolo fino ad abbracciare il mondo intero di cui tutti e tutte siamo parte integrante, pensante, “leggente” e “scrivente”, e non solo numeri o ombre di passaggio, come ci vogliono far credere.

Ci sarebbe tantissimo altro da dire proprio perché la letteratura è in grado di abbracciare la “molteplicità” nella sua forma più varia e completa ed io, forse, non ho ancora le parole per dire di più, forse domani ne troverò di migliori, forse mai, forse qualcuno le ha già trovate per e le ha scritte su un foglio sgualcito, infilato in una bottiglia che ora galleggia chissà in quali mari.

Charles Baudelaire (1821-1867) scriveva Enivrez-vous, cioè “Ubriacatevi”, scegliete voi di cosa, io mi faccio un altro sorso di letteratura.

Articolo di Martina Benigni