365 giorni, Libroarbitrio

“Ode su un’urna greca & Ode a un usignolo” John Keats

Ricardo Fernandez Ortega

Avere un sorso di vino!
Da lungo, lungo tempo
raffreddato nelle profonde caverne della terra,
dal sapore di Flora, di campagna verde,
danze, canti provenzali, e allegria solare!
Poter bere una coppa colma del caldo Sud,
colma di rossa, vera Ippocrene,
con perle, bollicine scintillanti all’orlo,
e la bocca una purpurea macchia;
potessi io bere, e non visto abbandonare il mondo
e via, con te svanire nella foresta oscura.

Via! Via! Volerò da te, 
non portato da Bacco e dai suoi leopardi,
ma sulle ali invisibili della poesia,
anche se lenta e dubbiosa la mente indugia:
con te, di certo, tenera è la notte…
Ma qui non c’è alcuna luce,
se non quella che dal cielo le brezze hanno soffiato 
attraverso verdeggianti oscurità
e tortuosi sentieri di muschio

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365 giorni, Libroarbitrio

“Guerra nella pace” Jorge Guillén

Dalì

La piazza con le sue colombe
e qualche vecchio sulle panchine.
E le pietre gotiche, grigie ormai
o nerastre: tempio attuale.
Vicino passa il traffico rotante.
La grande città stride, si affretta,
e risuonando non cessa di donarsi,
di promettere la creazione di un nuovo mondo.
Perfino l’ozioso gattino collabora,
vagando nella sua zona soleggiata,
ad arricchire le luci e la promessa
della splendida città
che aspira a essere perenne.

“Nel marzo del 1938 Dalì si trasferisce per due mesi con Gala nella città eterna: nello studio di Lord Berners che si affaccia sui Fori. L’artista è attratto dalla sovversione delle leggi dell’ordine e della simmetria, che gli offrono spunti significativi per successive declinazioni del suo linguaggio surrealista e visionario.”

365 giorni, Libroarbitrio

“Sparire lontano, dissolvermi, e dimenticare…” : versi magici di Keats

Roma 23 giugno 2013

Sparire lontano, dissolvermi, e dimenticare

ciò che tu tra le foglie non hai mai conosciuto:

la stanchezza, la malattia, l’ansia qui,

dove l’uomo siede e ascolta lamenti

dove il tremito scuote i pochi, ultimi capelli grigi,

dove la giovinezza impallidisce

e come uno spettro  si consuma e muore,

dove anche il pensare  è riempirsi di pena

e regna  la disperazione dalle ciglia di piombo,

dove la bellezza non può far brillare i suoi occhi

 e l’amore nuovo non li piange oltre il domani.

Via!Via!Volerò da te,

non portato da Bacco e dai suoi leopardi,

ma sulle ali invisibili della poesia,

anche se lenta e dubbiosa la mente indugia:

con te, di certo, tenera è la notte

e forse la luna quale regina sta sul trono

con intorno la schiera delle fate stellate.

Ma qui non c’è alcuna luce,

se non quella che dal cielo le brezze hanno soffiato

attraverso verdeggianti oscurità

e tortuosi sentieri di muschio.

Non posso vedere i fiori ai miei piedi

e neppure il dolce incenso che pende sui rami,

ma nell’oscurità profumata intuisco ogni dolcezza

con cui il mese propizio  arricchisce

l’erba, il bosco e l’albero da frutta selvatico,

il biancospino e la rosa canina di campagna,

le viole che presto appassiscono, sotto le foglie,

e la figlia più antica del mese di maggio:

il boccio di rosa muschiata, pieno di vino rugiadoso,

rifugio mormorante d’insetti nelle sere estive.

(…)

Tu non sei nato per morire, uccello immortale!

non ti calpestano generazioni d’affamati.

La tua voce, che sento in questa fugace notte,

già fu ascoltata da re e buffoni:

forse è lo stesso canto  che una breccia aprì

nel triste cuore di Ruth, quando malata dio nostalgia

in lacrime restò nel campo straniero;

lo stesso canto che tante volte ha affascinato

magiche finestre aperte  sulla schiuma

di mari pericolosi, in incantate terre deserte.

Deserte! Questa parola è come una campana

che da te mi riporta alla mia solitudine.

Addio! La fantasia non può più illudermi,

come si dice faccia quest’elfo ingannevole.

Addio, addio! Il tuo lamentoso canto si perde

oltre i prati, oltre il torrente quieto,

al di là del colle, e ora è sepolto

tra i boschi della vicina valle.

E’ stata una visione? Un sogno a occhi aperti?

Svanita è la musica: ” Sono sveglio o dormo?”

John Keats

da

Ode a un usignolo 

A domani

LL