365 giorni, Libroarbitrio

GIALLO PALLADIO – Recensione di Renata Covi

Un libro mi piace quando mi tira dentro le sue pagine e mi avvolge come uno scialle caldo, come l’attesa del Natale.
Un libro mi piace quando non vorrei uscire mai da quelle pagine, quando sospendere la lettura, per vivere la vita, è sofferenza.
I libri scritti in maniera così avvolgente non sono molti e il fascino non dipende dell’argomento ma dalla magia della scrittura.
Politica, scienza, storia, romanzo d’amore, giallo sono alla pari quando la scrittura ti coinvolge.
A questa categoria appartiene il libro GIALLO PALLADIO di Umberto Matino, Edizioni Biblioteca dell’Immagine.

Questo libro ha molti piani di lettura, il primo è certamente il giallo: una vicenda complessa dove ingordigia, soldi, alcol e arte si intrecciano.
Un secondo piano è l’arte di Andrea Palladio e il suo tempo, dove mercanti d’arte, collezionisti e truffatori convivevano come noi oggi.
Terzo piano è il dialetto vicentino che affiora qui e là e i suoi legami con il passato dei Cimbri.
Infine, l’ultimo piano di lettura li riassume tutti ed è la provincia di Vicenza.

L’amore che Umberto Matino ha per il suo territorio emerge anche quando si tratta di crimini efferati, lui ama la campagna e le Prealpi, osserva rassegnato la devastazione del territorio, che sostituisce l’arte con i capannoni industriali, è una zona del Veneto che ti entra nelle ossa come la nebbia e l’umido.

Articolo di Renata Covi

365 giorni, Libroarbitrio

Il teatro all’Italiana

Roma 18 marzo 2013

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Alla fine del Cinquecento, la costruzione del Teatro olimpico di Vicenza offre una soluzione architettonica per la messa in scena delle prime opere classiche italiane.

Questo modello, basato sulla presenza di un uditorio a forma di ferro di cavallo e di un palcoscenico determinato da un arco di proscenio, si rifà al modello dei teatri greci. Un passo successivo è costituito dall’edificazione del Teatro farnese di Parma che introduce un boccascena – ovvero quella porzione di palcoscenico attraverso il quale  il pubblico vede lo spettacolo- capace di nascondere gli ingombranti macchinari per il movimento delle scenografie e differenzia, al centro delle gradinate della cavea, un palco per i duchi.

Questi elementi si modificano sempre più nel corso del Seicento.

La gradinata viene sostituita da una bassa platea e da file di balconi rialzati dove il pubblico prende posto a seconda dell’importanza e del ceto sociale. Al centro troneggia il maestoso palco reale. In questa struttura di riflette la gerarchia sociale e gli spettatori diventano parte dello spettacolo in continuo gioco di sguardi nel quale il fasto e la ricchezza vengono messe in mostra.

Parallelamente, il movimento delle scenografie dipinte diventa sempre più complesso sia per i cambi di scena, sia per il complicato disegno di prospettive costruito dagli scenografi. Con questo apparato il movimento degli attori è relegato ad uno spazio ridotto per non disturbare  l’effetto ottico della prospettiva con l’eccessiva vicinanza delle scene.

Questa struttura è quella che caratterizza il cosiddetto teatro all’italiana e che va precisandosi in edifici con una struttura allungata a pianta ellittica divisa nelle zone del palco, della platea a piano inclinato e dalla successione verticale dei palchi.

Questo modello si diffonde in tutta Europa e si afferma come struttura del teatro sino a tutto l’ Ottocento.

A domani

LL