365 giorni, Libroarbitrio

Giulia Anania “Nessuno Bussa”

Roma 7 gennaio 2014

Giulia Anania

Foto di Matteo Nardone

Ho visto la figura sottile
e delicata delle mie angosce
aggirarsi di mattina vicino al letto
semplice, nostro.
L’ho vista rovistare nella solitudine
tranquilla che ci caratterizza
lanciare le cose in aria
mettersi le mani fra i capelli
non capirci più nulla.
Faceva ridere
abbiamo sorriso insieme.

da L’amico immaginario

Musica da un pianoforte, leggero il suono della pioggia. Ma fuori la notte è chiara, si distinguono le stelle che fanno sempre piacere, fuori la notte profuma di periferia e si vergogna di essere osservata dalla mia estasi. Dietro cento muri qualcuno urla il mio nome, il mio nome vuole liberarmi dall’incanto, non vuole che mi bagni i piedi nelle pozzanghere del terrazzo, che il vento ferisca il mio petto sotto la sottile corazza di cotone, che basti mordermi le unghie e fumacchiare, per essere vagamente in pace.

da Il ricamo imperfetto

Giulia Anania cantautrice e  poetessa romana, ma soprattutto, oggi donna.
Donna perché le poesie estrapolate dalla raccolta Nessuno bussa le ha scritte quando aveva tra gli undici e i sedici anni, e nonostante la giovinezza della sua vita all’epoca dei versi, leggiamo in essi una maturità, una voce compiuta ed esperta.
Avere il dono dell’attitudine artistica ad una così tenera età non può passare inosservata, pertanto, le percezioni e le immagini sono forti, di una forza misurata che conosce delicatezza e sfinimento, così come, a rovescio, le inflessioni di “delirio”, di “farnetico” sono sostenute da un tono raziocinante.

Oggi viaggia in tour nazionali ed internazionali portando i suoi versi e la sua musica nel mondo.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Inés Hernandez ” Ricordo”

Roma 28 dicembre 2013

mare

Quando penso a te
vedo armonia
di gabbiani
di pellicani
di bianche sabbie
sorgenti
sulla parte
oceanica
della madre terra
onde
onde lunghe
che si muovono
con una forza
che mi ricorda
la comprensione
degli anziani
che si riuniscono
che si riunivano
aliotide
vongola
e altra conchiglia
per trafiggere
i cuori
di chi fa offerte
al mare
suoni
mormoranti
mi catturano
e mi trascinano
verso
di
te

 

Inès Hernandez, definita la “voce del nord America”, nella sua poesia dà la parola alle istanze culturali dei nativi americani, utilizzando spesso il bilinguismo.

I titoli delle raccolte poetiche pubblicate sono Con razon, corazon, Abrecaminos: Collected Poems e War Dance: For All the skins and All the Meskins.

*Aliotide: mollusco con conchiglia a forma di orecchia, detto anche orecchia marina.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Il “Limerick” e il “Nonsense” di Toti Scialoja

Roma 6 ottobre 2013

Toti Scialoja

Con questi due termini inglesi ci si riferisce  a due tipi di composizioni simili: brevi filastrocche con rigorose  strutture grammaticali e metriche, ma contenuti assurdi.

Il “Limerick” è di origine irlandese, ha la forma di una strofa rimata di cinque versi.

Il “Nonsense”, storiella senza senso in rima, divenne famoso  come genere nell’Ottocento per merito del poeta pittore inglese Edward Lear.

In Italia possiamo annoverare tra i poeti che fecero uso di queste due composizioni liriche Toti Scialoja.

Il suo esordio come poeta risale al 1961 e da quel momento la produzione in versi continua con risultati  molto originali.

Le poesia basate nel gioco ricercato delle rime, assonanze, consonanze e allitterazioni, sono cariche di ironia e gusto per l’invenzione provocatoria.

Il poeta pubblica: Versi del senso perso, I violini del diluvio, Rapide e lente amnesie.

Muore a Roma nel 1998

Di seguito un accenno dei suoi originali versi:

L’orchestrina tra i glicini
attira la bufera
d’agosto – estremi applausi
a un valzer che si oscura.
Il vento gira in tondo
svita i violini vili
– poi da un cielo di piombo
l’argento scende a fili.

Toti Scialoja

A domani

LL

 

365 giorni, Libroarbitrio

Alessandro Poerio: l’Enjambement

Roma 23 giugno 2013

Dal francese “enjamber”, “scavalcare”. Si ha un enjambement quando la fine di un verso non coincide con la fine di una frase. Nella poesia, qui di seguito, Una stella di Poerio la parola “gioia”  del verso 4 conclude la frase del verso 3. Questo meccanismo consente al poeta di dare particolare rilievo a singole parole e un ritmo più fluido alla composizione, nel superamento della rigida scansione dei versi.

Una Stella

Da una stella lontana e come ascosa

fra gli splendori del notturno cielo,

mi viene una pensosa

gioia, che sboccia come fior da stelo;

 e come di confuse alme fragranze,

empiemi di memorie e di speranze.

S’ella non fosse eterna, io breve cosa,

la crederei per la mia pace nata,

tanto cara mi giunge e innamorata

la sua pallida luce.

Finch’ella non tramonti in lei son fiso,

come tra mille aspetti

occhio rivolto a desiato viso.

L’altre eteree sorelle,

assai di lei più belle,

supreme intelligenze radianti

paiono al mio pensier; ma questa sola,

questa viene al cor mio, come pietade

che dalla terra i pianti

intende, e  racconsola.

di

Alessandro Poerio

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Giuseppe Gioacchino Belli e la sua Roma spietata

Roma 25 maggio 2013

Nato a Roma nel 1791, Belli ha un’infanzia difficile. Rimasto presto orfano, conosce miseria e umiliazioni, ma si fa largo da solo ottenendo un impiego pubblico e segnalandosi nell’Accademia Tiberina.

Negli anni quaranta del primo Ottocento si dedica all’unico figlio, Ciro, facendolo studiare a Perugia perché non ama l’educazione romana impartita dai gesuiti. Ha gran rispetto per la moglie ma molti altri amori lo coinvolgono soprattutto coinvolgono la sua produzione letteraria: per la marchesina Vincenza Roberti dedica un canzoniere petrarchesco, ispirandogli anche piccantissimi versi in dialetto.

Dopo la morte prematura della moglie, ha un trasporto sentimentale per l’attrice Amalia Bettini, corteggiata da letterati come Stendhal, lei si appassiona ai suoi scritti esortandolo, invano, di proporli all’editoria.

Amatore del teatro, Belli, concepisce i suoi sonetti per la dizione vocale. Il secondo matrimonio gli permette economicamente maggiori svaghi, inizia così un periodo di viaggi per l’Italia e ricerche. L’unica città che lo appassiona è Milano che si presenta con i suoi intellettuali impegnati e una forte sensibilità del popolo nell’essere civile, doti che a Roma con i suoi pettegolezzi, l’essere cialtrona e spietata, certamente  mancano.

Nella capitale lombarda approfondisce i suoi studi autodidattici, legge le Poesie milanesi di Porta, si dimette dall’Accademia, commenta Dante con gli amici e fonda ” società di lettura” per aggiornarsi sulle riveste europee; legge ossessivamente i Canti di Leopardi e il romanzo di Manzoni avvicinandosi alle idee liberali.

Tra il 1830 e il 1849 il Belli compone oltre duemila sonetti romaneschi, importante documento sul dialetto romanesco, folclorico e antropologico, una poesia maestra per la forma  e la metrica vivace e caparbiamente espressiva.

Prepara testi introduttivi e note esplicative ma non riuscendo a pubblicarli li legge solo agli amici tra cui Gogol’ che ne resta entusiasta ma fortemente impressionato, tuttavia, la mole di scrittura supera i 45.000 versi, ed egli pubblica solo due piccole antologie nel 1837 e nel 1843.

In quegli stessi anni la nuova politica ecclesiastica lo spaventa a tal punto da dover affidare alcuni sonetti alla figura di monsignor Vincenzo Tizzani,che si occuperà della loro edizione antologica tra il 1865 e il 1866.

Rientrato nella sua odiata Roma sempre più depresso e solo, si dedica alla lettura dei suoi versi ai pochi amici rimasti, restando egli serissimo tra le loro risa.

Muore nel 1863.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Lord George Gordon Noel Byron: il cuore sepolto.

Roma 23 maggio 2013

cuore disegno Francesca Cortona

Il poeta Byron si identifica nel mito del vate romantico, bello e tenebroso, trasgressivo e stravagante, libero e appassionato. Sono molto pochi i poeti illuministi preromantici che scelgono di intraprendere questa strada.

Figlio di un nobile dissoluto, il barone John Byron, detto “Jack il Matto”, che ha dilapidato il patrimonio familiare, Lord George Gordon Noel Byron nasce nel 1788 a Londra e cresce ad Aberdeen, in Scozia, con una madre che odia, in ristrettezze economiche.

Infatuato di una lontana cugina, a dodici anni scrive per lei i primi versi. Nel 1805 entra al Trinity College di Cambridge, e l’anno dopo pubblica anonimamente una raccolta, subito ripudiata.

Nel 1808 si trasferisce nel castello familiare di Newstead Abbey, a Nottingham, e in seguito occupa il suo seggio alla Camera dei Lord.

Secondo gli usi dell’aristocrazia inglese, nel 1809 parte per il grand tour: Lisbona, Spagna, Malta, Grecia, Albania, Turchia.

Tornato a Londra nel 1811, si mette in luce per il fascino e l’abilità oratoria, pubblica vari discorsi e i primi due canti del Pellegrinaggio del cavaliere Aroldo, ottenendo subito fama.

Alcuni critici lo stroncano, gli uomini lo invidiano, le donne e il bel mondo se lo contendono. Ma nel 1816, all’apice della gloria  e di un successo travolgente, parte per un esilio volontario e senza ritorno. Si lascia alle spalle il breve matrimonio con Anne Isabella Milbanke, l’ipocrisia dei suoi censori e ogni sorta di maldicenze sul suo conto.

In realtà a ridurlo alla fuga sono gli scandali: un rapporto incestuoso con la sorellastra Augusta Leigh e i fondati sospetti sulla sua omosessualità ( nell’Inghilterra del primo Ottocento la pena per i “sodomiti” consiste nell’impiccagione preceduta da gogna).

Fa tappa a Ginevra, dove incontra l’amico Shelley con la fidanzata e la di lei sorellastra Claire, che mette subito incinta. La neonata, Allegra, viene chiusa in convento presso Ravenna, dove morirà giovanissima.

Nel 1817 Byron sbarca aVenezia: deve fermarsi pochi mesi, ma vi resterà tre anni. Qui naturalmente primeggia nell’egoismo erotico, impara l’armeno, l’italiano, il veneto, legge Pulci, Ariosto, e Boiardo, diventa un maestro nel poema eroicomico, scrive Il lamento di Tasso, un drammatico e appassionato canto d’amore per Eleonora d’Este, e i primi cinque  dei XVI canti del Don Juan, il suo capolavoro incompiuto.

La vendita della proprietà di Newstead  Abbey non lo libererà dai suoi problemi economici, ma soprattutto il senso di inappagamento che lo accompagnerà per tutta la vita.

Nel 1819 riceve la visita di Shelley, che lo trova trascurato, capelli lunghi e grigi, sciatto dedito a una sessualità sfrenata.

La sua vita cambia radicalmente quando si innamora della contessa  diciottenne  Teresa Guiccioli, moglie di un uomo ricco, il cui fratello lo convince ad entrare nella Carboneria.

Ramingo in varie città italiane, scrive senza tregua drammi e poesie:: Ravenna gli ispira l’appassionata Profezia di Dante, in cui fa esprimere all’autore della Commedia la propria visione sulla futura liberazione dell’Italia; a Pisa fonda un periodico politico-letterario, compone altri canti del Don Juan e lavora alla splendida traduzione del  Morgante Maggiore di Pulci.

Ma il naufragio di Shelly nella baia di Lerici lo indice a cercare il proprio naufragio.

Nel 1823 accetta la proposta della Commissione greca di Londra  di recarsi in Grecia per aiutare la guerra di indipendenza  contro i turchi. Parte entusiasta, cercando un epilogo che dia un senso al suo ossessivo ” bisogno di fatalità”. Forse sogna una fine gloriosa, ma muore di febbre reumatica, nel 1824, a Missolungi.

I greci lo piangono come un eroe della loro lotta.

Il suo corpo viene imbalsamato, il cuore sepolto a Missolungi .

La salma è tumulata nella cappella familiare di Newstead.

A domani

LL

Disegno in copertina:
The Heart machine
di Francesca Cortona

Spunto di lettura:

Poesia, Vite di poeti
Fondazione poesia Onlus
Testo scritto da Maria Franguli

365 giorni, Libroarbitrio

La poesia giocosa e il ditirambo II parte

Roma 23 aprile 2013

D’ogni intorno era giorno, adorno e chiaro

di qua e di là nella città di Piero,

e s’udia per la via “tocca cocchiero”

e dicea “calde cialde” il ciambellaro.

Come abbiamo letto nel post precedente il Leporeo fa’ della sua ricerca il suo studio, egli oscilla fra paesaggi realistici, riflessioni morali, indagini, e confessioni autobiografiche. Ma a tanta fatica di escogitazioni metriche e verbali non corrisponde nessuna profonda novità. Il gusto dell’oscuro, del difficile e del raro alimenta anche, accanto alla poesia ionadattica , in una specie di esoterismo burlesco e conviviale, quella enigmistica per la quale fu famoso a Firenze Antonio Malatesti.

A firenze alcuni scrittori con la forza della loro personalità e nello sfondo e nel quadro del pubblico delle accademie, riprendono i modelli di tutto un genere letterario e li consacrano con celebri e significativi esempi.

Un aspetto e una cadenza particolare del giocoso segna il Bacco in Toscana di Francesco Redi, come ditirambo esso ha immediati antecedenti nel tema e nella struttura di polimetro. L’ondeggiare di metri, il piglio talvolta estroso, i giochi fonici si ripercuotono in lui da pagina a pagina, dall’alternanza di quaternari e ottonari di

Damigella / tutta bella

sino all’estrema saturazione di parole composte del Ditiramb all’uso de’greci:

Ecco l’alme reali,

non mai disattristate,

curvaccigliata ambizion disbrana;

e le dimesse menti ognor tormenta

la corinfestatrice povertate:

l’arcier di Citerea

disviscera ad ognor la giovinezza.

A domani

LL

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Per Vostra libera interpretazione

Roma 21 marzo 2013

Trascrivo pochi ma incantevoli versi, dell’iracondo Torquato Tasso, che, così estrapolati, a ogni cosa o  anima fan sognare, prive di altisonanti critiche passate, per Vostra libera interpretazione miei cari amici lettori.

Perché tutto è com’è, e nulla è come realmente appare?

Qual rugiada o qual pianto

quai lagrime eran quelle

che sparger vidi dal notturno manto

e dal candido volto de le stelle?

E perché seminò la bianca luna

di cristalline stelle un puro nembo

a l’erba fresca in grembo?

Perché ne l’aria bruna

s’udian, quasi dolendo, intorno intorno

gir l’aure insino al giorno?

Fur segni forse de la tua partita,

vita de la mia vita.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Figura retorica: Litote

Roma 5 marzo 2013

Pietro Bembo
“nemico d’umiltà non amo orgoglio”

Dal greco “litotes” cioè “semplicità”. E’ una figura retorica consistente nell’esposizione di un concetto attraverso la negazione del suo contrario: “non è un agnellino”, per dire “è molto aggressivo”, “non nego” al posto di  “ammetto, riconosco”. Nella poesia di Bembo l’espressione “nemico l’umiltà” al verso 7 è una litote: negando l’umiltà il termine cui il poeta allude è “orgoglioso, superbo”. Una famosa litote letteraria è contenuta nei Promessi Sposi, là dove Manzoni presenta il carattere pusillanime di Don Abbondio con le parole “non era nato con il cuor di leone”.

Di seguito la poesia di Pietro  Bembo, di sopra, presa in questione:

Lasso me, ch’ad un tempo e taccio e grido

        Lasso me, ch’ad un tempo e taccio e grido

        e temo e spero e mi rallegro e doglio,

        me stesso ad un Signor dono e ritoglio,

        de’ miei danni egualmente piango e rido.

5      Volo senz’ale e la mia scorta guido,

         non ho venti contrari e rompo in scoglio,

         nemico d’umiltà non amo orgoglio,

         né d’altrui né di me molto mi fido.

         Cerco fermar il sole, arder la neve,

10    e bramo libertate e corro al giogo,

         di fuor mi copro e son dentro percosso.

         Caggio, quand’i’ non ho chi mi rileve;

         quando non giova, le mie doglie sfogo,

         e per più non poter fo quant’io posso.

A domani

LL

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I Canti Carnascialeschi

Roma 4 marzo 2013

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Con il termine ” Canti Carnascialeschi” si definiscono alcuni componimenti, costituiti da  versi brevi e destinati alla musica, che venivano cantati durante il carnevale da cori mascherati, nella Firenze dei secoli XV e XVI.

L’origine antica di questi canti si fa risalire ai Saturnali dei romani e alle feste dei Pazzi medievali. Si raccoglie nei versi la tradizione orale popolare per mescolarla con quella colta creando così un nuovo genere letterario.

I temi cantati, scherzosi e spesso scurrili, riguardano oggetti e situazioni della vita quotidiana, in una frequente commistione di sacro e profano, comico e serio, allegro e triste.

Presso la Biblioteca Nazionale di Firenze si possono osservare otto preziosi manoscritti, ben conservati, sessanta Canti Carnascialeschi con la notazione musicale. Le composizioni sono a tre o a quattro voci, per lo più con ritmo binario, frasi musicali piuttosto brevi a cadenze conclusive ben definite. La struttura metrica dei testi ha una forma simile alla ballata, che viene generalmente definita con il nome di “Frottola”: una sequenza di stanze per lo più di ottonari, alternate ad un ritornello.

A domani

LL

Rif. lettura testo
Antologia illustrata di poesia
di Elvira Marinelli
Demetra Editore