365 giorni, Libroarbitrio

Stefan George e il “culto estetizzante della bellezza efebica”

Roma 7 agosto 2013

Stefan George poeta

Ora d’azzurro

a Reinhold  e Sabine Lepsius

Guarda quest’ora d’azzurro, che là

oltre il velario del giardino inciela!

Lei recava ogni raggiante scoperta,

ricompensa alle pallide sorelle.

Palpitante e grande e serena, accorre

infine con le sue nuvole – guarda!

offerta lei d’avvampanti relitti.

Cosa concede dice quand’è inerte.

E ch’esse sì velocemente immote

meditiamo – solo a lei consacrati-

ormai allo stesso modo gli archi tende

caligine d’opulento festino.

Come un accordo di profonda musica

che senza fine paradisa e plora

nel nuovo empireo maggiormente adesca

e più avviva se più si va spegnendo.

Stefan George 

Addentrarsi nelle spinose questioni che riguardano la vita di Stefan George è un’impresa rischiosa, e forse il poeta stesso non lo considererebbe  un contributo alla sua gloria.

Nato nel 1868  a Budesheim, nel Palatinato assiano-renano, George iniziò presto a viaggiare in Europa seguendo itinerari poetici: poco più che ventenne frequentò a Parigi  il cenacolo simbolista, accolto da Mallarmé e Verlaine con ammirazione e stupore per il suo precoce talento poetico, mentre in Inghilterra conobbe, restandone affascinato, Swinburne e i pittori preraffaelliti.

Furono, queste, esperienze determinanti per la sua personalità artistica, influssi che concorsero in modo decisivo alla formazione di quella immagine di “poeta numinoso”, poeta vate, che contraddistinguerà poi tutta la vita di George.

In questi anni si viene formando la sua concezione della letteratura come un evento aristocratico, elitario: la poesia deve essere pura e depurata da residui di contingenza, pervasa da una tensione metafisica che trabocca spesso nel linguaggio vaticinante dell’esperienza mistica.

La lingua tedesca si modella a un’estenuante perfezione formale, messa in rilievo anche da un’attenzione scrupolosa alla squisita presentazione tipografica  dei testi, intesa come funzione stilistica.

Al lettore italiano sarà qui risuonato in mente sempre più chiaro il nome di Gabriele d’Annunzio, e infatti il parallelismo tra i due poeti offre moltissimi riscontri, nell’arte come nella vita.

Ma la missione di poeta – vate, tradotta nella realtà biografica, assume caratteristiche alquanto ambigue e inquietanti.

Nel 1890 Stefan George crea un proprio circolo attorno alla rivista “Blatter fur die Kunst”, (“Fogli per l’arte”).

Qui  il maestro  si contorna  di giovani discepoli, da lui accuratamente selezionati  secondo criteri  semplici  e precisi: maschi, belli, efebici, spesso adolescenti,  non di rado ancora bambini.

Un’élite di adepti sui quali il poeta esercita un potere assoluto, invasivo e senza scrupoli.

Soggiogati dal carisma del vate, ma anche vincolati dal suo imperioso  e capriccioso volere, i giovani si consacrano a lui, si sottopongono a umilianti rituali di adorazione, si votano a una dedizione assoluta, che contempla persino la rinuncia al matrimonio, pena l’esclusione dal circolo degli eletti.

Tutto ciò in nome dell’Arte e dell’Estetica.

Quello che finora  nella storia della letteratura  era definito come “culto estetizzante della bellezza efebica”, o “trasfigurazione poetica dell’ideale apollineo”, in una recente, ponderosa biografia curata da Thomas Karlauf viene rinominato  altrimenti, in una sola parola: pedofilia.

Di fatto, sul  versante  poetico, tra le più belle liriche  di Stefan George si annoverano senz’altro le “Canzoni” dedicate all’efebo Massimino, raccolte  in Der Stern des Bundes (La stella del patto, 1914).

Ma indagare soltanto su questa componente  della vita del poeta sarebbe miope  e riduttivo.

Al di là dell’indiscusso  valore dell’opera  poetica, la storia  di Stefan Geroge  e del suo circolo è anche la storia della Germania del Terzo Reich: entrambe sono vicende di sottomissione e di culto dell’autorità, di fanatismo ma anche di grande coraggio.

Uno dei discepoli di George fu infatti quel colonnello Cluas von Stauffenberg,  che il 20 luglio 1944 colpì un fallito attentato contro Hitler, collocando una bomba nella baracca del Fuhrer durante una riunione di alti ufficiali nazisti.

Nel 1933, disgustato per l’uso propagandistico che il regime andava facendo delle sue poesie, Stefan George si trasferì in Svizzera, a Minusio, nel Canton Ticino, dove morì quello stesso anno.

A domani

LL

Testo di studio:
Poesia, Speciale 25 anni, Vite di poeta
Donata Berra
Editore Fondazione Poesia Onlus

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365 giorni, Libroarbitrio

Uno dei poeti maledetti: Stéphane Mallarmé

Roma 11 luglio 2013

Risveglio

Una primavera malata tristemente ha cacciato

il lucido inverno, stagione dell’arte serena,

e nel mio essere che un cupo sangue sostiene

l’impotenza si stira in un lungo sbadiglio.

Crepuscoli bianchi si scaldano sotto il mio cranio,

un cerchio di ferro lo stringe come vecchio sepolcro,

triste vado errando e inseguo un vago sogno

nei campi ove la linfa sterminata si pavoneggia.

Poi cado snervato dai profumi degli alberi, stanco,

e con la faccia scavo una fossa al mio sogno,

mordo la terra calda dove sbocciano i lillà,

e sprofondo aspettando che la mia noia si alzi…

– Eppure ride l’Azzurro sopra la siepe, e fiori

d’uccelli si svegliano e cantano al sole.

di

Stéphane Mallarmé

A domani

LL

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Les Fleurs du Mal” Charles Baudelaire

Roma 16 giugno 2013

Nel 1857 tutti si aspettavano che il libro di Charles Baudelaire Les Fleurs du Mal avesse successo, e invece finì sotto processo.

Con August Poulet-Malassis, lo stampatore che sapeva scoprire i giovani talenti, l’autore aveva seguito con molta cura e attenzione la stampa dei suoi versi.

Ma cosa aveva turbato l’animo degli accusatori?

Forse versi come questi, tratti da Les Bijoux:

La mia amata era nuda…

Era dunque distesa e si lasciava amare…

Gli occhi fissi su di me , come  tigre domata,

indolente e sognante provava diverse pose…

E le braccia e le gambe e le cosce e le reni,

lisce come olivo, sinuose come cigni,

sfilavano nei miei occhi attenti  e sereni,

e il suo ventre e i suoi seni, grappoli della mia vigna.

Alcuni, specie nel passato, attenti alla lezione naturalista del milieu,  hanno cercato di interpretare la passionalità di Baudelaire, irrispettosa dei codici morali vigenti, come un risultato dell’ereditarietà.

Il padre e la madre erano, per età, una coppia disarmonica: il primo, vecchio giacobino e spretato, aveva sessantadue anni alla nascita di Charles, mentre la madre, giovane e puritana, aveva soltanto ventisette anni.

Inoltre la madre, come Charles, morirà di paralisi, e il fratellastro, nato dal primo matrimonio del padre, soffriva di turbe nervose.

E tra i critici vi fu anche chi accusò il poeta di curare con predilezione la propria isteria.

Del resto Baudelaire stesso annota in Hygiène: “Je cultivé mon hystérie avec jouissance et terreur”.

Ma i processi di stampo naturalistico non sono adatti a capire la novità introdotta da Baudelaire che, come disse Victor Hugo, entrò nell’arte come un “brivido nuovo”, che trasformò l’estetica  e la scienza del verso.

Ma soprattutto bisognava rendersi conto che Baudelaire ritraeva l’uomo così com’era e non come avrebbe dovuto essere; egli rianimava in tal modo, anche una tradizione abbandonata, quella che poteva rifarsi ad autori come Francois Villon.

Nonostante tutto i contemporanei non parvero ben capire questo artista, per il quale l’arte non ha un rapporto specifico con la morale; un artista pieno di oscillazioni, che non risolve mai definitivamente i conflitti, ma solo provvisoriamente, che è eccentrico, ma è preso dalle seduzioni della vita comune, che si lascia prendere dall’abisso e poi anela a respirare l’aria libera, che è continuamente angosciato per non si sa quale colpa.

I contemporanei, soprattutto, non furono consapevoli che quest’opera avrebbe trasformato dal profondo tutta la lirica.

Il dedicatario stesso del libro, Théophile Gautier, riteneva I Fiori del Male un bouquet avvelenato: ” Dai loro calci, a guisa di rugiada, non stilla che acqua tofana”.

Baudelaire  influenzerà le generazioni successive, e tutto il movimento simbolista si rifarà a lui. Ispirerà grandi poeti francesi come Verlaine, Mallarmé, Rimbaud.

Les Fleurs du Mal con i suoi elementi di modernità, con i suoi impasti aulici e surreali si imporrà, infine, come una delle opere più ricche di stimoli e più innovatrici dell’Ottocento europeo.

A domani

LL

Spunto di lettura:
Poesia, vite di poeti
Editore Fondazione Poesia Onlus

365 giorni, Libroarbitrio

La poesia nel XIX secolo (parte prima)

Roma 9 giugno 2013

Come stiamo studiando in questi giorni, l’Ottocento europeo fu un secolo molto complesso e articolato nei suoi aspetti politici, sociali e culturali. L’ottimistica fede illuministica di migliorare il mondo, dopo il fallimento della Rivoluzione francese e la reazione restauratrice delle monarchie europee, cedette il posto alla delusione e allo scoraggiamento.

L’individuo si contrappose alla società, che sentiva nemica, e si rifugiò in un mondo intimo e privato.

Il Romanticismo fu il vasto movimento di idee che nella prima metà dell’Ottocento interpretò queste inquietudini.

Sorto in Germania per esaltare l’anima nazionale tedesca contro il predominio della cultura francese illuministica e classicheggiante, si diffuse con aspetti diversi in tutta l’Europa. Suoi caratteri fondamentali furono il culto del sentimento e delle passioni contro il razionalismo, la religiosità concreta contro l’ateismo, la ricerca delle tradizioni dei singoli popoli contro il cosmopolitismo.

La poesia romantica fu il campo privilegiato del sentimento spontaneo, del mistero, dell’irrequietezza. Sintomatiche di un  disagio e di una ricerca di nuovi valori, le vite dei poeti furono in genere travagliate, disordinate e ribelli, segnate dalla tisi e dall’alcolismo, dall’isolamento e dalla precarietà economica, provocatorie nei confronti del conformismo e dell’ipocrisia borghese.

Abbiamo già studiato la corrente romantica per l’Italia, andiamo a vedere come si impose sul resto del mondo:

In Francia la poesia romantica conobbe una straordinaria fioritura ed ebbe significative risonanze sul piano mondiale. i romantici rivendicarono il ruolo centrale della soggettività e del biografismo, la ricerca dell’intimità dell’anima, il bisogno di sincerità e il senso profondo della natura. A tale concezione si contrappose il movimento del Parnaso, con il suo modello di poesia come arte pura, libera da ogni virtù pratica  e morale, quale visione spirituale e facoltà di scoprire e contemplare le idee. La rivoluzione più grande fu però compiuta dal Simbolismo di Baudelaire, che inaugurò la poesia come espressione del vissuto e traduzione cifrata sussurrata, da Rimbaud con l’affermazione del ruolo veggente del poeta e da Mallarmé con la ricerca dell’assoluto poetico.

A domani

LL