365 giorni, Libroarbitrio

“Rinascere” Loris Giorgi

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Muti i minuti
urlano dentro la mia assopita mente
riempiendomi il cuore di spine.
Come un fiume in piena
ora il tempo annega ogni mia illusione
mostrandomi limpida la mia immensa gioia di vivere.

Basta una sola notte per piangere
l’indomani già so
mi tornerà il sorriso.
Dubbi e paure non ti lasciano respirare
e invecchiano il tuo viso.
Non dargli mai tutto questo potere
ma afferra la tua vita
con fare deciso.

La luce opaca di questa luna storta
mi scalda l’anima
mentre le stelle accarezzano i miei pensieri.
Il tutto tra sogno e realtá.

L’amore
siamo ognuno di noi
non esiste una forma
una tipologia
l’amore si trova anche in una bugia.
L’amore mai saturo
nutre i tuoi sorrisi.

365 giorni, Libroarbitrio

Che te ne fai d’un titolo? Charles Bukowski

Bukowski poesia

Non ce la fanno i belli muoiono tra le fiamme:
sonniferi, veleno per i topi, corda, qualunque cosa.
Si strappano le braccia,
si buttano dalla finestra,
si cavano gli occhi dalle orbite,
respingono l’amore
respingono l’odio
respingono, respingono.
Non ce la fanno i belli non resistono,
sono le farfalle,
sono le colombe,
sono i passeri, non ce la fanno.
Una lunga fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco.
Una fiammata,
una bella fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco, al sole.
I belli si trovano all’angolo di una stanza
accartocciati tra ragni e siringhe,
nel silenzio,
e non sapremo mai perché se ne sono andati,
erano tanto belli.
Non ce la fanno i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
Amabili e vivaci: vita e suicidio e morte mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole nel parco.

365 giorni, Libroarbitrio

“La matrona caparbia” Lollo

 film halloween (18)

C’era na vorta ‘na matrona che nun ce stava,

settant’anno pe’ gamba e nun sentilli

che la natura ‘nfame contrastava

co’ botuli, plastiche e atri gingilli.

 

Ma la morte che orchestra er gran finale

vide che era giunta alla fine della vita,

prese i suoi  strumenti e partì pe’ lavorare,

vedenno che drentro era marcita

pe’ quanto fora ‘sta matrona era gioviale.

 

Je se presentò in tenuta, come da prassi,

cor teschio de nero incappucciato,

la farce de lato, er passo strascicato;

vista così spaventava pure i sassi!

 

“Mori!” esclamò la morte e schioccò le dita,

la matrona, ‘nvece, arispose inacidita:

“Mori te vecchia n’famona, io nun ce penso!

Sai quanti sordi ho ‘nvestito a fondo perso?

 

“Guardame teschiaccio, so ‘na pischella

bisturi e silicone m’hanno reso troppo bella!”

“Mucchio de ossa mica me spaventi,

la vita mia, io me la strigno fra li denti!”

 

L’oscura mietitrice rimase esterrefatta:

nessuno mai  avresse detto sino ad ora

che ‘n cristiano de qualunque schiatta

potesse da resiste ar richiam della Signora.

 

Così rimase  a guardasse quella matta,

senza parole, sconvorta e stupefatta,

scosse er capo e tentò ‘n’antra gufata

ma la matrona restava lì, tutta sfrontata…

 

E comme succede a chi fa la voce grossa,

che quanno trova quello che nun abbozza,

fa pippa e tela ar posto de scavaje ‘na fossa,

così, dalla matrona, la morte scappò scossa.

 

La vecchia soddisfatta fece un gran sospiro

“Come sto bene!” pensò “Sto tutta in tiro!”.

E decise de uscire e annare a festeggiare,

ostriche, sciampagne e un pischello da baciare!

 

Ma pe quanto la tenacia sia cura alle cose della vita,

la natura nun se sfida,

e come dice er saggio sulla rassegnazzione:

c’è quarcosa d’eroico ad accettà la situazione!

 

‘Nvece la matrona piano piano,

aretta solo da ‘na folle volontà

ignara e putrefatta se ne annava a festeggià…

nun s’accorgeva pora vecchia pazza

che la gente scappava dalla piazza.

Ar suo passo strascicato,

pure er cattivo se scostava de lato.

 

La matrona  arancava e nun capiva,

perchè la gente urlava e scappava

mentre ‘no sciame de mosche ‘ntorno je ronzava.

Scosse er capo costernata,

“Guarda quanta fretta” esclamò…avariata…

 

e mentre l’acconciatura se aggiustava

la mano fra i capelli je restava,

“Oddio” urlò sconvorta, “la mano mia è ita!”

e mentre urlava pure na gamba era partita.

 

Cadde a terra co’ na piroetta,

e mentre che girava, n’anca se sbiellava,

‘na vecchia marcia e  abietta

che dio solo sa come a campare continuava

e ner mentre…je volò puro ‘na tetta….

 

Insino che arimasero solo due occhioni disperati,

all’interno de un teschio ‘ncastonati,

che fissaveno ‘na scena immobbile e sbiadita

e in  quella triste sorta de non vita,

all’interno de quer cranio  putrefatto,

solo un pensiero rimaneva, nascoto in un anfratto:

“Per dinci! er corpo mio…

con tutto quello che c’ho speso, sant’iddio….”

365 giorni, Libroarbitrio

Seneca “Il Tempo” (VII parte)

Roma 11 marzo 2014

Paura. Fatica d’esprimersi. Parole. Voce. Assente.

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I giorni migliori fuggono, non c’è dubbio,
se ci si lascia travolgere da faccende
di ben poca importanza.
Così la vecchiaia sorprende gli uomini quando,
nello spirito, non sono ancora cresciuti,
e li coglie impreparati e inermi;
non l’avevano previsto infatti;
e ci si trovano dentro da un momento all’altro,
senza aspettarselo: non si rendevano conto
che la vecchiaia si avvicina un po’ tutti i giorni.
Succede anche in viaggio: chi si lascia distrarre
da una piacevole conversazione o dalla lettura di
un libro o da un pensiero inesistente
si accorge di essere già arrivato prima ancora di
rendersi conto che si sta avvicinando;
così pure questo viaggio della vita,
ininterrotto e veloce, che noi facciamo sempre
con lo stesso passo da svegli e nel sonno,
a chi è sempre affaccendato
si manifesta solo al suo termine.

A domani
Lié Larousse