365 giorni, Libroarbitrio

“Alla sera” la passione di Ugo Foscolo

Roma 22 giugno 2013

Ugo Foscolo, esponente di una poesia eroica, nella sua opera coniugò la tradizione classica con la nuova passionalità preromantica.

Nella sua ampia produzione letteraria sono notevoli le Ultime lettere di Jacopo Ortis, primo grande romanzo epistolare della letteratura italiana, I Sepolcri, carme in cui il poeta espresse i suoi più alti ideali umani e civili, il poema incompiuto Le Grazie, dodici sonetti tra cui Alla sera, In morte del fratello Giovanni, A Zacinto e le due odi di stile neoclassico All’amica risanata e A Luigia Pallavicini caduta da cavallo.

Alla sera

Forse perché della fatal quiete

 tu sei l’immago a me sì cara vieni

o sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquiete

tenebre e lunghe all’universo meni

sempre scendi invocata, e le secrete

vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge,

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirito guerrier ch’entro mi rugge.

di

Ugo Foscolo

A domani

LL

 

365 giorni, Libroarbitrio

L’illuminismo tragico del Foscolo

Roma 7 maggio 2013

Foscolo nasce un’epoca di passaggio, fine Settecento ove sarà sempre esule, e segnato dall’illusione di riscatto, albori dell’Ottocento,  nonostante la tragicità relegata dalla sua origine, alla vita e alle opere.

Nel mutare degli orizzonti politici di un’Europa attraversata dalla tempesta napoleonica e sottoposta poi alla Restaurazione, nel vortice degli eventi di cui fu partecipe, egli vide il suo amor di patria dapprima vittima del trattato di Campoformio, che concesse Venezia al dominio austriaco , in seguito irreparabilmente offeso dalla consacrazione, nel 1815, di quello stesso dominio.

Ciò nonostante egli potè ritrovare sempre la sua vera patria. Dentro di sé. Questo concetto è ben descritto nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis ove anche se non si era in grado di lavare via il sangue, il riflesso di quel sorriso, il lampo di femmineo pudore di Teresa, sua protagonista, consolava il cuor.

Il carme Dei sepolcri, apparso a Brescia nel 1807, traccia intorno al motivo della tomba, simbolo concreto dell’apparente condanna dell’uomo alla dissoluzione ma anche della sua permanenza nella memoria, un affresco della storia umana e della condizione dei singoli: entrambe sempre oscillanti tra grandezza e miseria, tra slancio ideale e rovinose cadute.

Negli endecasillabi foscoliani la tragedia del destino umano, proteso al morire, risuona con la gravità austera e maestosa del canto attribuito alle Parche.  Questo canto, oscuro e dolente, fa vibrare il carme per il mistero dello scoprirsi, in quanto uomini, nudi e indifesi.

Un altro canto però risuona, subito dopo, non a rinnegare l’inno delle Parche, bensì a completarlo, quasi a farlo risplendere mentre lo rende sopportabile, ed è il canto delle Pimplèe: le Muse.

Le Muse che son bellezza cantano la bellezza.

Le Parche sillabano con lenti rintocchi un inevitabile morire.

Ma i versi delle Muse pulsano di un’eco iridata che risuona “oltre”: oltre il tempo, oltre la fine del mondo e delle cose. 

A domani

LL