365 giorni, Libroarbitrio

ELEANOR OLIPHANT sta benissimo – Gail Honeyman

dipinto-quadro-fuoco-511_LARGE Chiara Ciccone

A che cosa servivo io? Non avevo dato nessun contributo al mondo, assolutamente nulla, e non ne avevo nemmeno ricavato nulla. Quando avessi smesso di esistere, non sarebbe materialmente cambiato niente per nessuno.
L’assenza della maggior parte della gente sarebbe stata avvertita, a livello personale, da almeno una manciata di persone. Io, invece, non avevo nessuno.
Non illumino una stanza quando entro. Nessuno spasima per vedermi o sentire la mia voce. Non provo la benché minima pena per me stessa. E’ semplicemente la constatazione di un dato di fatto.
E’ tutta la vita che aspetto di morire. Non voglio dire che desidero attivamente morire, solo che non voglio seriamente essere viva. Ora qualcosa si era mosso, e mi ero accorta che non serviva che aspettassi la morte. Non volevo. Svitai la bottiglia e bevvi a fondo.

 

UNA CONVERSAZIONE CON GAIL HONEYMAN

Com’è nato ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO?
“Sono partita da due idee correlate. La prima è la solitudine, un problema che solo di recente comincia a ricevere la giusta attenzione….La seconda il punto di vista narrativo, un personaggio come questo è affascinante perché apre infinite possibilità”
Cover Eleanor Oliphant sta benissimo

Cari amici lettori vi consigliamo di leggere questo romanzo, e per gli appassionati di scrittura c’è un’interessante intervista alla scrittrice che parla di ispirazione e stesura della storia.
#2dR

 

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365 giorni, Libroarbitrio

“Amleto” William Shakespeare

lottatore - Schiele
Chi è Ecuba per lui, o lui per lei,
per piangerla in quel modo? E che farebbe,
lui, con le mie ragioni, e con in bocca
le battute di ciò che provo io?
Bagnerebbe di lacrime la scena,
strapperebbe  le orecchie con dei gridi
che cadrebbero giù come fendenti
a inorridire i giusti, a dare orrore
di se stessi ai colpevoli, a confondere
i poveri ignoranti, a gettar tutte
le facoltà degli occhi e delle orecchie,
nello stupore e nella confusione.
E io, povero, tardo, opaco, triste
Giovannino dei sogni, io inetto a agire,
non ho battute! – no, non per un re
di cui la vita e la prosperità
fu fatta a brani. Sono dunque un vile?
E chi mi insulta? Chi mi rompe il collo?
Chi mi strappa la barba, e me la sbatte
in faccia? Chi mi tira il naso? Chi
sostiene che io mento per la gola
e più giù, nei polmoni – chi fa questo?
Dio! Se lo accetterei! Il fatto è
che ho cuore di colomba, e non ho il fiele
che fa amaro il soffrire.
Altrimenti, a quest’ora avrei ingrassato
legioni di avvoltoi di tutti i cieli
col carname di questo miserabile.
Maledetto, schifoso puttaniere!
Impudente, vigliacco, ripugnante,
volgare puttaniere!

Il mio spettro può essere anche il diavolo,
a cui piace truccarsi, sì, e forse,
potente come è lui sulle nature
fragili e malinconiche, m’inganna
per dannarmi.

365 giorni, Libroarbitrio

“Le Lettere” Sharon Olds

incastrata nella tela del ragno

La macchina entrò nel vialetto al crepuscolo e si fermò.
La donna scese sotto i giganteschi alberi neri,
andò in giardino e sentì che c’era qualcuno,
qualcuno furioso. Gli alberi erano inzuppati di oscurità
e i germogli cacciavano fuori i loro coltelli.

Rimase fuori del suo giardino
e vide come i fusti flettevano i loro muscoli
e tutto l’appezzamento sembrava una tomba
dalla quale qualcuno stava  tentando di uscire.

All’improvviso
sentì alzarsi un’ombra enorme
e correre via – la sua mano andò al collo
bianca come una radice.

Lei fu casa, poi.
Questo era il suo luogo, quello fra tutti gli altri
dove aveva paura di camminare, dove c’era sempre qualcuno
arrivato prima, che lo occupava contro di lei
ad ogni costo.

365 giorni, Libroarbitrio

“Il fiore della poesia” Basho

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In mezzo al campo 
il canto libero 
dell’allodola

nella frescura
faccio la mia casa,
e qui riposo

languore d’inverno:
nel mondo di un solo colore
il suono del vento

***

Haranaka ya
mono ni mo tsukazu
naku hibari

suzushisa wo
waga yado ni shite
nemuru nari

fuyugare ya
yo wa hito iro ni
kaze no oto

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Compagno di letture” Haruki Murakami a Raymond Carver

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Haruki Ray e Tess

Dissi a Ray: ” A volte percepisco i tuoi racconti  come fossero delle poesie e le tue poesie, a volte, come dei racconti”. Era così compiaciuto dell’osservazione che balzò in piedi e chiamò Tess: “Ehi, Tess, senti questa. Sai che ha detto?” E le ripeté le mie parole.
Ray scrisse una poesia intitolata “Il proiettile”, ispirata dalle impressioni del suo incontro con me. E questa poesia, per quanto mi sia difficile crederlo, è dedicata a me. Naturalmente è diventata una delle mie preferite. Ogni volta che la leggo, sono pervaso da un’ondata di affetto. Quando leggo i versi di Ray, certe volte sento l’ispirazione a cimentarmi anch’io nella poesia. Sebbene non abbia mai scritto una poesia, quando leggo le sue ho subito la sensazione che potrei scriverne anch’io.
Penso che sia meraviglioso.

“Il Proiettile”

Sorseggiavamo il tè. Scambiandoci educate
congetture su come mai i miei libri
avessero tanto successo nel tuo paese. Non so come,
ci mettemmo a parlare del dolore e delle umiliazioni
che, secondo te, ricorrono spesso
nei miei racconti. E quell’elemento
di pura casualità. E di come tutto ciò si traduce
in termini di vendite.
Ho fissato un angolo della stanza.
E per un attimo ho avuto di nuovo sedici anni,
quando in cinque o sei scemotti ce ne andavamo in giro
sbandando nella neve in una Dodge del ‘50.
Mandavamo a farsi fottere altri scemotti
che urlando bersagliavano la nostra macchina
con palle di neve, ghiaia, rami
secchi. Noi sgommavamo via, berciando.
E sarebbe finita lì.
Se non che il mio finestrino era abbassato di tre dita.
Solo tre dita. Ho scagliato il mio ultimo
insulto e ho visto uno di quei tizi
prendere lo slancio per tirare una cosa. Da dove mi trovo ora
immagino di vederla arrivare. La vedo
accelerare in aria mentre guardo,
come quei soldati che all’inizio
del secolo scorso vedevano volare
verso di loro le granate
mentre se ne stavano lì paralizzati
dal tremendo fascino del terrore.
In realtà mica l’ho vista avevo già girato
la testa per ridere insieme ai miei compagni.
Quando quella cosa mi ha colpito alla tempia
così forte che mi ha sfondato un timpano e poi
mi è caduta in grembo, intatta. Una palla di ghiaccio
e neve compressi. Il dolore fu stupefacente.
Per non parlare dell’umiliazione.
La cosa peggiore fu che mi misi a piangere
davanti a quei duri mentre gridavano:
Che botta di culo ! Che caso strano !
Una possibilità su un milione !

Il tizio che l’aveva tirata, anche lui deve essere rimasto sorpreso
e fiero di sé mentre si sentiva acclamato
con urla e pacche dai suoi compagni.
Deve essersi asciugato le mani sui pantaloni.
E poi avrà combinato qualche altro casino
prima di tornare a casa per cena. Poi sarà cresciuto,
avrà avuto la sua parte di difficoltà e si sarà perso
nella vita proprio come io mi sono perso nella mia.
A quel pomeriggio non avrà mai più
pensato. E perché mai avrebbe dovuto?
Ci sono sempre tante altre cose a cui pensare.
Perché ricordarsi di quella stupida macchina
che slittando in discesa girò l’angolo
e sparì per sempre ?
Educatamente alziamo le nostre tazze di tè nella stanza.
La stanza in cui per un attimo è entrata un’altra cosa.

Raymond Carver

365 giorni, Libroarbitrio

Paul Verlaine: Art Poétique

Roma 13 luglio 2013

Art Poétique

De la musique avant  toute chose (…)

De la musique encore et toujours!

Que ton vers soit la chose envolée

qu’on sent qui fuit d’une ame en allée

vers d’autres cieux à d’autres amours.

Que ton vers soit la bonne aventure

éparseau vent crispé du matin

qui va fleurant la  menthe et le  thym…

et tout le reste est littérature.

Un po’ di musica prima di tutto (…)

musica e sempre musica ancora!

Sia il tuo verso cosa che dilegua

e senti che con anima inquieta

fugge verso altri cieli, altri amori.

Sia il tuo verso bella avventura

nel vento frizzante del mattino

che porta odori di menta e timo…

e tutto il resto è letteratura.

Con i suoi toni ora mistici e spirituali, ora sentimentali e sensuali, Verlaine influenzò tutto il Simbolismo francese, e non solo, ricercando nella poesia una musicalità intima, la valenza evocativa delle parole più che la loro capacità descrittiva, un mondo di sentimenti delicati, una realtà ultraterrena.

Le sue opere: I poeti maledetti, Poemi saturnini, Feste galanti, Romanze senza parole, Saggezza, Allora e ora.

A domani

LL