365 giorni, Libroarbitrio

Il Romanzo Cortese II

Roma 23 gennaio 2013

I trovatori

Alcuni di loro appartengono alla nobiltà feudale: Gugliemo d’Aquitania, il primo di cui si abbia notizia, vissuto fra l’XI e il XII secolo, è egli stesso un esponente della grande feudalità, e aristocratici sono Jaufré Rudel e Bertram de Born; mentre Arnaldo Daniello, Bernardo di Ventadorn, Piere Vidal fanno parte di quella categoria di chierici cortigiani che si va facendo sempre più numerosa. Essi hanno un forte senso della loro individualità, una consapevolezza particolare del loro fare artistico, fino al punto da risolvere il più delle volte l’esercizio letterario in un puro esperimento formale, portato al limite dell’oscurità. Perché il rigore retorico con cui concepiscono le loro rime, da una parte induce alla ricerca dello stile  dolce attraverso immagini e allusioni squisite nell’esprimere il vagheggiamento del piacere amoroso, dall’altra induce alla ricerca del linguaggio scabro e ardito nell’esprimere la sofferenza e la rampogna morale. il loro è pubblico è del resto ristretto, è l’élite di corte, ma più precisamente è l’élite di coloro che siano capaci di decifrare il sottile messaggio del poeta.

Il Romanzo Cortese nasceva su questo terreno, in una società che avvertiva l’amore come svago, ma nobile svago dell’animo, paragonabile all’avventura perché pieno di rischi, di slanci e di fatiche, e degno di essere riprodotto nell’arte e proposto come esempio di vita e tema di meditazione morale. Molte sono le ragioni che spiegano l’indirizzo assunto dal romanzo cortese. Innanzitutto il posto centrale che il tema dell’amore aveva nell’etica cristiana, e specialmente nelle correnti mistiche del secolo; in secondo luogo la rivalutazione della donna, che è parte integrante del codice feudale, e lo sviluppo che ha in seno all’ideologia religiosa il concetto della funzione redentrice della donna.

A domani

LL