365 giorni, Libroarbitrio

L’Oste ar tramonto – Lollo

Foto di Vito Guarino

Trent’anno d’osteria  senza compromessi,
pajate coratelle matriciane e carbonare
porpette fettucine vaccinare e poi ‘l’allessi
caffè ammazzacaffè e tarallucci d’anzuppare.

Ereno stati anni de gloria e de magnanza,
non una lagnanza, er paradiso della gola
osteria da Checco cor core e co’ la panza
c’era sempre stata ‘na gran coda li de fora.

Insino a che lì accanto comparve ‘na vetrina
susci fusion, ristorante cino giapponese
lui se spizzava quei smerdanzi da latrina
chidennose che d’era er tofu pechinese.

E interdetto se cioccava quei miseri piattini
euri sette cadauno e più leggeva e più rideva
quante migliaia carcolanno, de quei tristi rotolini,
n’omo fatto e navigato magnasse se doveva.

Checco co’ na sette ‘nvece apparecchiava,
nun se scherzava, ‘na fojetta ar tavolino
pasta cacio e pepe sur momento mantecava
infine er maritozzo pe’ tappatte l’angolino.

Ma er monno come se sa gira ar contrario,
e i gusti so’ gusti, ce lo dicono i latini
così er susciaro cominciò a rubbaje l’onorario
e l’osteria je se svotò sconfitta dai piattini.

E la sera Checco ‘nsieme all’amichi de ‘na vita
se spizzava quelle infinite file del susciaro
ragazzi secchi allampanati, gioventù fallita
gregge segue gregge, falene dietro a’n faro.

Nun capivano, quell’ommini, cosa succedeva,
l’estetica zen, la modernità de quer locale,
er vecchio tavolaccio d’osteria che nun poteva
tenè testa a quer tocco forestiero e tropicale.

Er lieto fine pe’ ‘storie proprio nun esiste,
Checco se mise ‘n mano ai cravattari
nun aveva afferrato ch’era mejo nun insiste
e ‘n breve s’aritrovò senza più denari.

Je torsero tutto, lentamente, pure l’osteria,
e Checco s’aritrovò solo e senza gnente
s’aggirava per quartiere co’ malinconia
ricordannose i bei tempi, sguardo assente.

Fu ‘na sera, così, che decise er gran finale
proprio nun ce stava a morì dimenticato:
lui ch’era un tempo er re der baccanale
avrebbe ricordato a tutti chi era stato.

‘Mbocco’ dar susciaro cor pezzo ‘n saccoccia
deciso a fa ‘na strage, a scatenà n’inferno,
fu accolto da ‘na cinesina, fu ‘na fredda doccia
mollò er fero sorridendoje con fare paterno.

Era stato ‘n gran coco, ma nun era un assassino
in du’ secondi da camerieri s’aritrovò circondato
s’uno sgabbello appollaiato de fronte ar tavolino
ancora sgomento a fissasse un menù colorato.

Fece n’ordine che nun aveva manco capito,
in pochi minuti er tavolo era pieno de robba
magnò senza fiatà come stordito
co’ le bacchette a‘mpazzì a raccattà quella sbobba

Trenta minuti era durata la spedizione,
e si j’avressero chiesto cosa s’era magnato
nun avrebbe saputo risponne co’ precisione…
tutto e gnente, questo aveva assaggiato.

‘Na cosa però ormai aveva afferrato:
ora aveva capito, era arivato ar tramonto
er susciaro era er futuro lui er trapassato
e nun ce la faceva più a subire st’affronto.

Arrancò fino ar ponte, ce s’erano in tanti buttati
scavarcò e in du’ secondi planava ner voto,
n’antro omo s’univa all’esercito dei suicidati:
solo pochi attimi e avrebbe abbracciato l’ignoto.

E quanno che ‘nfine tera toccò ‘co quer volo letale,
nell’urtimo afflato de vita coll’occhi velati der pazzo
de fronte all’antr’anime ebbe l’intuizione finale:
“Fratelli suicidi, ‘sti rotolini nun sanno d’un cazzo”.

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365 giorni, Libroarbitrio

” Il lato oscuro del cuore” Corrado Augias

“Deborah adesso non si limitava più a pulire il pavimento e a rigovernare le tazzine. Si muoveva con disinvoltura alla macchina dell’espresso, aveva imparato le infinite varianti delle capricciose preferenze dei clienti in fatto di caffè: lungo, corto, macchiato, schiumato, bollente, tiepido, al vetro, in tazza grande, perfino americano ristretto, puro paradosso se preso alla lettera.
Come diceva Roberto, facendo un po’ il verso a De Gaulle, non si può governare un Paese dove esistono decine di varietà differenti di caffè.”

 

365 giorni, Libroarbitrio

Che te ne fai d’un titolo? Charles Bukowski

Bukowski poesia

Non ce la fanno i belli muoiono tra le fiamme:
sonniferi, veleno per i topi, corda, qualunque cosa.
Si strappano le braccia,
si buttano dalla finestra,
si cavano gli occhi dalle orbite,
respingono l’amore
respingono l’odio
respingono, respingono.
Non ce la fanno i belli non resistono,
sono le farfalle,
sono le colombe,
sono i passeri, non ce la fanno.
Una lunga fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco.
Una fiammata,
una bella fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco, al sole.
I belli si trovano all’angolo di una stanza
accartocciati tra ragni e siringhe,
nel silenzio,
e non sapremo mai perché se ne sono andati,
erano tanto belli.
Non ce la fanno i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
Amabili e vivaci: vita e suicidio e morte mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole nel parco.

365 giorni, Libroarbitrio

Attila Jozsef : passione dolente d’immagini umane

Roma 5 dicembre 2013

Attila Jozsef

Attesa

Ti aspetto sempre. L’erba è rugiadosa.

Anche gli alberi grandi

dalle fiere chiome aspettano. Io sono

rigido ma a volte vacillante. E’ buia

la notte per chi è solo.

Se tu venissi, si farebbe liscio

il prato: e il silenzio, gran silenzio.

Ma sentiremmo una musica notturna

misteriosa; sulle nostre labbra

i cuori canterebbero e lentamente

ci uniremmo, offerti al rosso ardore

di un altare profumato,

nell’infinito.

Poeta ungherese Attila Jozsef  nacque a Budapest nel 1905 da una famiglia molto povera.

Condusse una vita dura segnata dall’indigenza.

Di indole ribelle, deluso politicamente, disperato per un amore non corrisposto, gravemente malato, si diede la morte nel 1937 gettandosi sotto un treno.

La lirica di Jozsef a tratti simbolica a tratti profondamente mistica, vuole essere testimonianza di un’amara realtà sociale.

Per questo il poeta si interroga sulle condizioni di vita degli sfruttati e anela alla libertà e alla giustizia.

L’impegno sociale della poesia di Jozsef non è annunciato in modo enfatico e declamatorio, ma espresso con una realistica sequenza di dolenti immagini umane.

Il mendicante di bellezza, Non io grido, Fa molto male, sono le tre opere poetiche di maggior interesse di questo appassionato poeta che scrisse sempre, ogni giorno della sua breve vita.

” Compio trentadue anni:

questa poesia è una sorpresa

un gingillo,

un regalo che offro

nell’angolo di un caffè

a me stesso.”

 

A domani

Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Primo Levi raccontare per non dimenticare (prima parte)

Roma 26 ottobre 2013

Primo Levi

Nato a Torino nel 1919 da una famiglia ebraica di agiate condizioni economiche, si laureò in chimica nel 1941 nel capoluogo piemontese.

Le persecuzioni razziali e l’impegno politico  lo spinsero, nel periodo della resistenza, a unirsi alle formazioni partigiane della Valle d’Aosta.

Catturato nel dicembre del 1943, dopo un breve internamento nel campo di Fossoli, in provincia di Modena, nel febbraio del 1944 venne deportato  nel campo di concentramento nazista di Auschwitz, in Polonia.

Qui rimase per circa un’anno, fino alla liberazione per opera delle truppe sovietiche, nel gennaio del 1945.

Solo nove mesi più tardi riuscì a tornare in patria, dopo un viaggio reso complicato e pericoloso dalla contemporanea ritirata delle truppe di Hitler verso la Germania.

Rientrato in Italia, Levi si impiegò come chimico in un’industria di vernici, ma iniziò immediatamente anche l’attività di scrittore.

Pubblicò nel 1947, proprio sulla tremenda esperienza vissuta nel campo di Auschwitz, il romanzo autobiografico Se questo è un uomo.

Il romanzo però incontrò il successo solo dieci anni più tardi, nella riedizione dell’opera da parte della casa editrice Einaudi.

Del 1963 è il secondo romanzo, La Tregua, ispirato ai mesi del travagliato ritorno in patria dei reduci dai lager.

Ai due romanzi, negli anni successivi, fecero seguito altre opere di successo, nelle quali dominante  e ricorrente  era il tema della dignità dell’uomo, della sua moralità.

Tra gli altri, La chiave a stella,  dedicato ai problemi del mondo operaio e Se non ora, quando? (1982), che torna ancora sui i temi della guerra e della resistenza partigiana Europea.

Levi collaborò anche, come articolista e saggista, a numerosi quotidiani e riviste.

Morì a Torino, suicida, nel 1987.

A domani

Lié Larousse

 

365 giorni, Libroarbitrio

La scrittura privata: Virginia Woolf attendendo il Diario di una scrittrice (prima parte)

Roma 22 ottobre 2013

Virginia Woolf

Nata a Londra nel 1882, figlia di Leslie Stephen,un importante critico letterario, Virginia Woolf  visse e fu educata in un’ambiente molto colto.

Studiò privatamente e a diciassette anni, tramite il fratello Thoby, entrò in contatto con importanti intellettuali del suo tempo, i cosiddetti “apostoli” dell’università di Cambridge, discepoli del filosofo Moore.

Pochi anni dopo, trasferitasi con la famiglia nel quartiere londinese di Bloomsbury, diede vita col fratello, la sorella Vanessa e alcuni degli ” apostoli”, al gruppo chiamato “Bloomsbury set”,  un circolo letterario che fu protagonista della vita culturale londinese degli anni venti e trenta, grazie all’attenzione dedicata alla letteratura d’avanguardia, alla filosofia e alla psicoanalisi.

Dopo aver sposato Leonard Woolf, uno degli intellettuali del gruppo, nel 1913 pubblicò il primo romanzo, La crociera, e iniziò un’intensa attività di critica letteraria  e di saggista.

Le frequenti crisi depressive, che spesso alteravano il suo equilibro nervoso, non ostacolarono il lavoro di scrittura.

La Woolf, a partire dal 1919, con la seconda opera Giorno e notte, produsse una serie di romanzi, tutti pubblicati dalla casa editrice fondata con il marito, che la fecero emergere tra i grandi della letteratura europea  del Novecento, soprattutto per la novità della scrittura, capace di cogliere e descrivere il divario tra il tempo interiore della coscienza dell’individuo e il tempo reale degli avvenimenti.

Tra i romanzi di questo periodo vanno  ricordati La stanza di Jacob, La signora Dalloway e soprattutto il capolavoro Gita al faro, edito nel 1927.

Sempre in questi tempi fu pubblicato il saggio sociologico Una stanza tutta per sé, importante studio sulla condizione femminile.

Negli anni trenta, nonostante  il risorgere delle crisi depressive, lavorò intensamente, pubblicando nuovi romanzi Le onde, gli anni, e il saggio Le tre ghinee.

Dopo aver terminato l’ultimo romanzo, Tra un atto e un’altro, i segnali di una nuova crisi depressiva la prostrarono e l’avvilirono a tal punto da spingerla al suicidio: nel marzo 1941 la scrittrice si uccise gettandosi nel fiume Ouse.

Dodici anni dopo la sua morte il marito Leonard diede alle stampe il Diario di una scrittrice, le pagine autobiografiche  che la Woolf scrisse tra il 1915 e il 1941.

A domani

LL