365 giorni, Libroarbitrio

“Amleto” William Shakespeare

lottatore - Schiele
Chi è Ecuba per lui, o lui per lei,
per piangerla in quel modo? E che farebbe,
lui, con le mie ragioni, e con in bocca
le battute di ciò che provo io?
Bagnerebbe di lacrime la scena,
strapperebbe  le orecchie con dei gridi
che cadrebbero giù come fendenti
a inorridire i giusti, a dare orrore
di se stessi ai colpevoli, a confondere
i poveri ignoranti, a gettar tutte
le facoltà degli occhi e delle orecchie,
nello stupore e nella confusione.
E io, povero, tardo, opaco, triste
Giovannino dei sogni, io inetto a agire,
non ho battute! – no, non per un re
di cui la vita e la prosperità
fu fatta a brani. Sono dunque un vile?
E chi mi insulta? Chi mi rompe il collo?
Chi mi strappa la barba, e me la sbatte
in faccia? Chi mi tira il naso? Chi
sostiene che io mento per la gola
e più giù, nei polmoni – chi fa questo?
Dio! Se lo accetterei! Il fatto è
che ho cuore di colomba, e non ho il fiele
che fa amaro il soffrire.
Altrimenti, a quest’ora avrei ingrassato
legioni di avvoltoi di tutti i cieli
col carname di questo miserabile.
Maledetto, schifoso puttaniere!
Impudente, vigliacco, ripugnante,
volgare puttaniere!

Il mio spettro può essere anche il diavolo,
a cui piace truccarsi, sì, e forse,
potente come è lui sulle nature
fragili e malinconiche, m’inganna
per dannarmi.

365 giorni, Libroarbitrio

“Guerra nella pace” Jorge Guillén

Dalì

La piazza con le sue colombe
e qualche vecchio sulle panchine.
E le pietre gotiche, grigie ormai
o nerastre: tempio attuale.
Vicino passa il traffico rotante.
La grande città stride, si affretta,
e risuonando non cessa di donarsi,
di promettere la creazione di un nuovo mondo.
Perfino l’ozioso gattino collabora,
vagando nella sua zona soleggiata,
ad arricchire le luci e la promessa
della splendida città
che aspira a essere perenne.

“Nel marzo del 1938 Dalì si trasferisce per due mesi con Gala nella città eterna: nello studio di Lord Berners che si affaccia sui Fori. L’artista è attratto dalla sovversione delle leggi dell’ordine e della simmetria, che gli offrono spunti significativi per successive declinazioni del suo linguaggio surrealista e visionario.”

365 giorni, Libroarbitrio

Emile Zola colui che teorizzò i principi del Naturalismo

Capalbio 21 agosto 2013

Figlio di un italiano, Emile Zola, nacque a Parigi  nel 1840.

Incominciò a lavorare giovanissimo, a causa delle difficoltà economiche causate dalla prematura morte del padre.

S’impiegò presso una casa editrice e, dopo qualche anno, intraprese con successo la carriera giornalistica.

Il primo successo letterario lo portò  a maturare ‘idea di realizzare una serie di venti romanzi che rappresentassero, in diversi ambienti sociali, generazione per generazione, le vicende di una famiglia, I Rougon-Macquart, studiandone anche, da una generazione all’altra, le caratteristiche “ereditarie”.

Lo sforzo di Zola è rivolto allo studio della realtà e all’osservazione della vita quotidiana, secondo un metodo sperimentale tipico della scienza che egli volle applicare alla lettera.

Convinto, in pieno accordo con le teorie scientifiche del tempo, che il comportamento di ogni essere umano sia determinato dalla sua origine  e dal suo ambiente, Zola nel 1880 teorizzò i principi letterari del Naturalismo: il nuovo romanzo sperimentale doveva non solo raccontare i fatti ma indagare anche le cause, analizzando scientificamente le origini di ogni fenomeno.

Lo scrittore elesse a protagoniste dei suoi romanzi  le classi popolari: ne descrisse le tare ereditarie determinate dai condizionamenti biologici e ambientali che pesano sul destino degli individui.

Zola analizza in tal modo una società in piena crisi, da un lato con l’occhio freddo e distaccato dello scienziato, dall’altro con la passione di chi attua una denuncia sociale.

Scrittore progressista di orientamenti socialisti, Zola si espose pubblicamente durante un caso che appassionò la Francia, l'”affare Dreyfus”.

Dreyfus, un ufficiale dell’esercito francese di origine ebraica, venne accusato ingiustamente di essere una spia al soldo della Germania.

Lo scrittore prese le sue difese e denunciò le gravi responsabilità  dei militari  e dei politici  conservatori; per questo egli stesso subì una condanna, tuttavia Dreyfus venne più tardi scagionato.

Zola morì a Parigi nel 1902.

Le sue maggiori opere furono i romanzi: Teresa Raquin, I Rougon-Maquart, ciclo che comprende La fortuna dei Rougon, Il ventre di Parigi, L’ammazzatoio, Nanà, Germinale, La bestia umana.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Il “finito/infinito” di Hegel

Roma 29 giugno 2013

Secondo Hegel  la filosofia rinuncia a comprendere quando isola i propri oggetti di studio considerandoli di per sé, ossia come finiti.

Comprendere realmente, al contrario, significa collocare ogni oggetto nel contesto cui appartiene come parte necessaria: si capisce la funzione di un organo solo conoscendo il corpo cui appartiene; nessun evento storico è razionale in sé, ma solo come tappa di una sequenza inevitabile; nessun individuo ha valore in sé,  ma solo come componente di un gruppo ( famiglia, società, Stato).

Ogni parte diventa comprensibile a partire dalla tonalità; si può capire ogni finito solo partendo dall’infinito.

Hegel vive la sua vita con molti altri protagonisti dell’epoca romantica come Schelling e Holderlin, con i quali condivide l’iniziale entusiasmo per la Rivoluzione francese che poi rifiutò in un secondo momento.

Hegel fu sempre sensibile alle istanze culturali del suo tempo e ben informato sui progressi raggiunti in vaste aree del sapere, ma dall’altra parte fu l’antitesi del genio romantico e sregolato.

Egli costruì lentamente il suo sistema filosofico, famosa fu la sua affermazione con la quale descrisse Platone:

Platone studiò presso molti filosofi, si sforzo duramente, viaggiò. Non fu davvero un genio produttivo, né poetico, bensì una mente che produceva adagio.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Condillac e “il saggio sull’origine della conoscenza”

Roma 28 maggio 2013

Etienne Bonnot, poi abate di Condillac, fu un rappresentante della cultura illuministica.

A metà del Settecento abbandonò gli interessi teologici per dedicarsi pienamente allo studio della filosofia.

Entra così in contatto con i maggiori esponenti del suo tempo: Diderot, Rousseau, D’Alembert, e nel 1746  scrisse Il saggio sull’origine della conoscenza, la sua opera più importante, in cui enunciò la celebre ipotesi della statua.

I suoi interessi per i fenomeni della sensazione lo portano, assieme a Berkeley e a Diderot, alla partecipazione su discussioni sorte a seguito dei primi interventi chirurgici di cataratta, che riproponevano in modo nuovo gli antichi problemi relativi alla visione.

Nel 1758 lo accusano di eresia e ateismo, per tale avvenimento si vede costretto ad abbandonare Parigi per stabilirsi a Parma. Durante il periodo “italiano”, durato dieci anni, lavora presso Ferdinando di Borbone, esercitando un notevole influsso sugli intellettuali italiani.

Tornato a Parigi, si ritira nella sua dimora, un castello di famiglia sulla Loira.

Questi saranno gli ultimi anni di studio,  approfondirà argomentazioni sulla scienza dell’economia, dell’agricola, della pedagogia e della logica.

A domani

LL

 

365 giorni, Libroarbitrio

L’immaterialismo di Berkeley

Roma 15 maggio 2013

La materia non esiste è pura apparenza. Questa è la dottrina elaborata dal vescovo irlandese George Berkeley agli albori dell’era illuministica.

Esiste solo lo spirito, di cui la mente umana è una componente, e le cose che ci pare di percepire dal mondo esterni  sono solo idee, puri contenuti della mente.

Questa sua dottrina appare fortemente contraria al buon senso  comune: gli oggetti materiali esistono solo nella mente di chi li percepisce e solo nel momento in cui vengono percepiti.

Ragionamenti di questo tipo tendevano a un fine apologetico, ossia dimostrare l’esistenza di Dio: infatti se il mondo non ci appare come una massa caotica di sensazioni soggettive e se riusciamo a sopravvivere in un modo che in realtà non è affatto come ci pare ( ossia materiale ), è solo per il continuo intervento della divinità che ci fornisce in ogni momento  la conoscenza più adeguata alla situazione e al contesto.

Sono tesi estreme, ma ciò che fa di Berkeley un pensatore, un illuminista fra i più studiati nella modernità sono le argomentazioni, veramente sottili e ingegnose, con cui le sostiene.

Non vi ricorda nulla? Matrix?

Questo per rispondere a molti perché di chi mi chiede come mai io abbia ripreso gli studi del passato. Senza il passato e senza coloro che hanno basato le loro vite su studi , anche se a noi oggi appaiono inutili o infondati, non saremmo nulla.

Mio parere, opinabile per chiunque.

A domani

LL