365 giorni, Libroarbitrio

DANIEL VARUJAN – IL CANTO DEL PANE

 

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Il Canto del Pane 

                                                                                                                           Luglio 1915 deserto d’Anatolia

Un giovane contadino miete la terra e canta poesie. Ha da poco compiuto il trentesimo anno di età. Si siede ai piedi di uno dei salici che costeggiano il fiume dove il bue s’abbevera. La carrareccia curva e una piccola casa di mattoncini rossi s’affaccia. Dalle finestre l’odore della pasta del pane adagiata in fazzoletti di lino a lievitare per la sera. E’ la mezza. Una pentola sul fuoco e una mano di donna che apparecchia la tavola. Il giovane contadino ha legato una bisaccia sulla cinta che gli tiene su il pantalone in vita, dentro c’è un piccolo quaderno rilegato dalle stesse mani che ora versano la minestra nei piatti, e una penna. L’odore della pasta del pane si mescola appena fuori dalla finestra con quello delle patate bollite e del fieno bagnato dal mezzogiorno.
– Daniel. Caro venite! E’ pronto!
Daniel Varujan volta lo sguardo alla scia della voce della donna, la sua donna. Sorride e svelto scrive:

Alla Musa

Come vigoroso il lavoratore afferra
la curva impugnatura dell’aratro,
lacera il fianco delle terre
e sotto il torrente dei raggi solari
i solchi aridi diventano fertili,

– Daniel se il brodo di patate si fredda poi non ti piace più! E non farmi gridare! Che il pane poi smette di crescere!
E Daniel ora quasi ride, sa che deve affrettarsi perché è vero, il brodo di patate freddo proprio non gli piace, ma il volto dolce e fintamente arrabbiato della sua amata, quello, gli piace tanto, come ogni cosa di lei, come

Come il grano fulvo nell’aia
si ammassa e i mulini ruggiscono;
come trabocca dalla vasca la pasta lievitata,
e il contadino la cuoce in forno
che è sempre acceso,

il piacere, il vigore creatore
che diffonde il pane,
tu insegnami, Musa mia amata,
Musa dei miei padri,

insegnami, e incorona di spighe la mia lira,
come questa penna, perché sull’aia,
alla fresca ombra del salice,
io mi possa sedere e generare
le mie canzoni, le mie poesie.

Daniel chiude soddisfatto il quaderno, lo ripone con la penna nella bisaccia e prende a correr verso casa, ma. I suoi passi risuonano in uno strano silenzio, poi un improvviso chiacchiericcio dall’interno della casa accompagna la presenza di due figure militari.
– Lei è il Signor Daniel Varujan, il poeta Daniel Varujan?
– Sì, sono io, come posso
– Ci segua per favore, prenda il documento di identificazione e ci segua, un semplice controllo.
La donna non riesce a trattenersi.
– Ma Daniel, stavo proprio dicendo ai signori che magari poi andare subito dopo pranzo, insomma, che modi sono questi e poi.
– Cara, copri il piatto, come dicono i signori sarò subito di ritorno, tu mangia non aspettarmi.
– No io ti aspetto invece
– D’accordo. Intanto potresti riporre questa, magari se ti va leggila, così poi mi dici se ti piace.
Daniel slega la bisaccia dalla cinta e la ripone nelle mani della giovane donna, prende il cappello dal portabiti, le dà un bacio, ed esce da casa a passo svelto. Lei lo insegue, il cuore in petto le batte fortissimo, lo tira a sé per un braccio, i militari si fermano innervositi.
Daniel ha quel sorriso buono negli occhi, la guarda per un tempo infinito.
Lei lo stringe fortissimo. All’orecchio si parlano piano.
– Allora vado a riordinare le tue poesie, e poi, e poi ti scaldo il brodo di patate, e non ti preoccupare di nulla e, e io ti aspetto!
– Amore mio, risolvo questa questione e torno.

Daniel Varujan quello stesso giorno fu mandato nel deserto, con altri uomini del suo paese, a camminare, senza metà, per nessun luogo, fino a morire di stenti.

                                                        Le sue poesie e quel che è stato della sua breve vita
potete leggerle, ed andare a conoscere la sua storia, visitando di persona
l’Isola di San Lazzaro Congregazione degli Armeni – Laguna di Venezia

Luglio 2016 – Venezia – Lié Larousse

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365 giorni, Libroarbitrio

“Come di fossili e farfalle” Alessandro Baricco

Anne-Marie Zilberman - Larme d'or
E a proposito della quale ieri un vecchio amico mi ha chiesto, candidamente, se c’entrava qualcosa con le vicissitudini che mi stanno uccidendo in questi mesi e cioè nello stesso periodo in cui mi ritrovo a raccontare questa storia che, pensava il vecchio amico, poteva anche avere a che fare con la storia di ciò che mi sta uccidendo. La risposta giusta – no- non era difficile da dare, eppure sono rimasto in silenzio e non ho risposto niente, e questo perché avrei dovuto spiegare come tutto quello che scriviamo c’entra naturalmente con cosa siamo, o siamo stati, ma per quanto mi riguarda non ho mai pensato che il mestiere di scrivere si possa risolvere nel confezionare in modo letterario gli affari propri, col penoso stratagemma di modificare i nomi e talvolta la sequenza dei fatti, quando invece il senso più giusto di quello che possiamo fare mi è sempre parso mettere tra la nostra vita e quel che scriviamo una distanza magnifica che, prima prodotta dall’immaginazione, poi colmata dal mestiere e dalla dedizione, ci porta in un altrove dove risultano mondi, prima inesistenti, in cui quanto c’è di intimamente nostro, inconfessabilmente nostro, torna ad esistere, ma a noi quasi ignoto, e toccato dalla grazia di forme delicatissime, come di fossili e farfalle.

365 giorni, Libroarbitrio

“Ti condurrò fuori dalla notte” Giampaolo Pansa

Arlene Graston

Come le sembrava brutto, quell’uomo!
Brutto e abbastanza vecchio. Un magrone stagionato e rinsecchito, la fronte ossuta, le labbra avare.
Gli occhi no: erano di una persona triste, o sorpresa dal fotografo in un momento di malinconia, però possedevano un guizzo che l’attraeva, di determinazione e di dolcezza.
L’insieme le suggeriva un tipo abbastanza sicuro di sé, abituato a fare da solo, pratico. Ma anche alle prese con qualche pena segreta, immaginò lei, pur domandandosi se quest’ultima suggestione non le fosse dettata dal proprio stato d’animo, ossia dalla delusione disperata che l’assaliva in quegli istanti.
Nella sua casa di Parigi, Angela Mercier prese una lente d’ingrandimento e si chinò sulla pagina del “Corriere della Sera”, a scrutare con attenzione la fotografia dello sconosciuto. Ma da quello studio non ricavò nulla di nuovo. A parte una costatazione che riguardava lei: il suo cuore batteva sempre più svelto.
E le ordinava di piangere.

365 giorni, Libroarbitrio

“Il dio vicino” di Rabindranath Tagore

Moon 

Se vuoi riempire la tua brocca, vieni, vieni al mio lago.
L’acqua bagnerà i tuoi piedi e ti mormorerà
il tuo segreto.
La traccia della pioggia vicina è già sulla sabbia,
le nuvole sono basse sulla linea azzurra
degli alberi come i folti capelli sopra i tuoi occhi.
Conosco bene il ritmo dei tuoi passi:
batte nel mio cuore.
Vieni, vieni al mio lago, se devi riempire la tua brocca

365 giorni, Libroarbitrio

“Adrienne Mésurat” Julien Green

Bar aux le Folies Berger - Manet

In piedi, le mani dietro la schiena, Adriana guardava il “cimitero”. In casa Mesurat così chiamavano un gruppo di dodici ritratti appesi in sala da pranzo sopra una credenza, uno presso l’altro, in modo da coprire tutta una parete. Si contavano sette Mesurat, tre Serre e due Lécuyer, membri di famiglie imparentate ai Mesurat, tutti morti.
Fatta eccezione per un dipinto del quale riparleremo, erano di quelle fotografie come se ne faceva venticinque anni fa, aride e fedeli, nelle quali il volto appariva su un fondo bianco senza che un’ombra indulgente ne addolcisse i difetti; la verità sola parlava il suo duro linguaggio.

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Futuro” Billy Collins

Fabian Perez - SABA ON THE STAIRS

Quando alla fine ci arriverò –
e ci vorranno molti giorni e molte notti –
mi piace pensare che ci saranno altri in attesa
e che vorranno perfino sapere com’era.

E così mi abbandonerò al ricordo di un cielo particolare
o di una donna con un accappatoio bianco
o della volta in cui ho visto uno stretto molto angusto
dove si era svolta una famosa battaglia navale.

Poi squadernerò su un tavolo
una grande mappa del mio mondo
e spiegherò al popolo del futuro
dagli abiti sbiaditi com’era –

come le montagne si alzavano tra le valli
e questa era detta geografia,
come le navi cariche di merci percorrevano i fiumi
e questo era detto commercio,

come il popolo di questa zona rosa
si spostava in questa zona verde chiaro
e come si incendiava e uccideva chiunque trovasse
e questa era detta storia –

e loro ascolteranno, con lo sguardo gentile e in silenzio
mentre altri arriveranno ad unirsi al cerchio,
come onde che non si allontanano,
ma si muovono verso un sasso lanciato in uno stagno.

365 giorni, Libroarbitrio

“Di vetro son fatti” Giovanni Boccaccio

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William Turner  – Sunset over a lake

Vetro son fatti i fiumi, e i ruscelli
gli serra di fuor ora la freddura;
vestiti son i monti e la pianura
di bianca neve e nudi gli arbuscelli,
l’erbette morte, e non cantan gli uccelli
per la stagion contraria a lor natura;
Borea soffia, ed ogni creatura
sta chiusa per lo freddo ne’ sua ostelli.
Ed io, dolente, solo ardo ed incendo
in tanto foco, che quel di Vulcano
a rispetto non è una favilla;
e giorno e notte chiero, a giunta mano,
alquanto d’acqua al mio Signor, piangendo,
né ne posso impetrar sol una stilla.

365 giorni, Libroarbitrio

” Il lato oscuro del cuore” Corrado Augias

“Deborah adesso non si limitava più a pulire il pavimento e a rigovernare le tazzine. Si muoveva con disinvoltura alla macchina dell’espresso, aveva imparato le infinite varianti delle capricciose preferenze dei clienti in fatto di caffè: lungo, corto, macchiato, schiumato, bollente, tiepido, al vetro, in tazza grande, perfino americano ristretto, puro paradosso se preso alla lettera.
Come diceva Roberto, facendo un po’ il verso a De Gaulle, non si può governare un Paese dove esistono decine di varietà differenti di caffè.”

 

365 giorni, Libroarbitrio

Bhagavadgita e tanti auguri per i nostri due anni Libroarbitrio!

Manara Hommage

Sono seme eterno di tutti gli esseri,
ragione dell’uomo razionale,
gloria in chi è illustre.

Nei forti sono la forza
libera da smania e da passione.

Nelle creature sono un desiderio
che mai è in conflitto con la giustizia.

Amen

L.L.

( mia rispettabilissima traslucidazione traduttoriale dallo psico sanscrito )

365 giorni, Libroarbitrio

“Ghirlande di Anice” Alceo

Klimt 3

Ghirlande di anice
qualcuno mi ponga intorno al collo
e dolce profumo
mi versi abbondante sul petto.

Sento la primavera
venire con i suoi fiori.
Presto, mescete nella coppa il vino più buono!

Figlia del bianco mare e degli scogli
incanti la mente dei fanciulli
conchiglia marina
dolcemente sorridente
stella.