365 giorni, Libroarbitrio

“Peace” by Henry Vaughan

Amoremare

“My soul,
there is a countrie
far beyond the stars,
where stands a winged centrie
all skilfull in the wars,
there above noise, and danger
sweet peace sits crown’d with smiles…”

Anima mia, c’è un paese
lontano oltre le stelle
dove si leva un’alata sentinella
perfettamente esperta delle guerre,
laggiù sopra il pericolo e il rumore
la dolce pace siede coronata di sorrisi.

Se tu potessi giungere in quel luogo!

Laggiù cresce il fiore della pace,
la Rosa che non può appassire,
la tua forza,
la tua quiete,
la tua vita,
la tua cura.

***

Cieloltremare
ogni vocale e consonante
melodia di note dolci
per te!
Lié


365 giorni, Libroarbitrio

“La sera della festa” Gibran

images (4)

Era scesa la notte e le tenebre inghiottivano la città, mentre le luci splendevano nei palazzi, nelle casupole e nei negozi. La folla, con indosso l’abito della festa, si accalcava per le strade, e sul volto della gente comparivano i segni della celebrazione e della contentezza.
Io preferivo evitare il clamore della moltitudine e camminavo da solo, meditando sull’Uomo la cui grandezza si stava onorando, e riflettevo sul Genio dei Secoli che nacque in povertà, visse in virtù e morì sulla croce.
Meditavo sulla torcia ardente accesa dallo Spirito Santo in quell’umile villaggio della Siria…Lo Spirito Santo che aleggia in tutte le epoche e che permea con la Sua Verità una civiltà dopo l’altra.
Quando giunsi ai giardini pubblici, mi misi a sedere su una semplice panchina e comincia a guardare tra gli alberi spogli, in direzione delle strade affollate; ascoltavo gli inni e i canti della festa.
Dopo un’ora di profonda meditazione, mi guardai a fianco e fui stupito di trovare un uomo seduto accanto a me, che con un rametto tracciava sul terreno delle figure indistinte. Trasalii perché non lo avevo visto né udito avvicinarsi, ma mi dissi “E’ solo come me”. E dopo averlo ben osservato, mi accorsi che, malgrado gli abiti antiquati e i capelli lunghi, si trattava di un uomo di una certa dignità, meritevole d’attenzione. Parve percepire i miei pensieri, perché mi disse, con voce profonda e calma: – Buona sera, figlio mio-.
– Buona sera a te-, risposi con rispetto.
Ed egli riprese a disegnare mentre il suono stranamente rasserenante della sua voce continuava a riecheggiarmi nelle orecchie. Gli rivolsi nuovamente la parola, dicendo – Sei forestiero in questa città?-.
– Sì, sono forestiero in questa città come in qualsiasi altra-, replicò. Per confortarlo aggiunsi: – Durante questi giorni di festa, un forestiero dovrebbe riuscire a dimenticare di essere un estraneo, perché la gente si dimostra gentile e generosa-. Egli replicò stancamente: – Sono ancor più forestiero in questi giorni che in qualsiasi altro-. Detto questo, volse lo sguardo al cielo limpido; i suoi occhi esplorarono le stelle e le sue labbra ebbero un fremito, quasi avesse rinvenuto nel firmamento l’immagine di un paese lontano.

Gibran

Per arrivare a te
non c’è altra via che il volo d’angeli
per arrivare a te
non c’è altra via che nuotare  nei grani di salsedine
L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

“La mia Bohème” Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Me ne andavo, coi pugni nelle tasche sfondate,
il mio paltò così diventava ideale;
andavo sotto il cielo, o Musa, a te leale.
Oh amori splendidi e sognanti!
I miei unici calzoni avevano uno strappo.
– Pollicino sognante, sgranavo rime nella corsa.
Il mio albergo era all’Orsa Maggiore.
– Dolce era il fruscio delle mie stelle in cielo.
Io le ascoltavo, seduto ai bordi di qualche strada,
in quelle belle sere di settembre quando la rugiada
sulla fronte aveva lo stesso vigore del vino
e rimando in mezzo a fantastiche ombre,
tiravo, come corde di lira, gli elastici
delle scarpe ferite, un piede accanto al cuore!

Vocali - Arthur Rimbaud

Vocali
Arthur Rimbaud
(scritto originale)

365 giorni, Libroarbitrio

“Pianoforte di notte” Salvatore Di Giacomo

Roma 28 marzo 2014

Boldini- Il pianista -la-cantante-mondana

 

Un pianoforte di notte
suona in lontananza,
e la musica si sente
per l’aria sospirare.

E’ l’una: dorme il vicolo
su questa ninna nanna
di un motivo antico
di tanto tempo fa.

Dio, quante stelle in cielo!
Che luna! E che aria dolce!
Quanto una bella voce
vorrei sentir cantare!
Ma solitario e lento
muore il motivo antico;
si fa più cupo il vicolo
dentro l’oscurità.

L’anima mia soltanto
rimane a questa finestra.
Aspetta ancora. E resta,
incantandosi, a pensare.

A domani
Lié Larousse

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Notte di Luna” Joseph Von Eichendorff

Roma 28 febbraio 2014

Notte di luna

Era come se il cielo, pacato,
avesse baciato la terra,
così che di lui, tra lo splendore
dei fiori, la terra dovesse sognare.
Una brezza passava tra i campi,
le spighe dondolavano appena,
piano i boschi sussurravano
nella notte di stelle serena.
Larghe le sue ali
spiegò la mia anima,
per i campi quieti volò
come se andasse a casa.

“Questa poesia  è per te mio Sole, con essa ti auguro il buongiorno, e mille altri Buongiorno! Ove con la tua luce risplenderai sul mio volto il tuo riflesso e  seppur il cielo sarà oscurato dalla notte e dal compassionevole maltempo riempirai l’anima mia, la memoria, il mio cuore di tuo fulgore così ch’io non possa mai dimenticare come con note di musica morbida tu riesca tale dono sussurrare.”

A domani
Lié Larousse 

365 giorni, Libroarbitrio

“I buchi neri divorano le stelle” Ilaria Palomba

Roma 21 febbraio 2014

Ilaria Palomba

COMA
Le parole sono capaci del mondo.
Queste sillabe ne contengono le deviazioni.
Dammi dinamite di suono e spasmodici flash di vuoto.
Dammi visioni altalenanti come fruste spezzate sul dorso dei sogni.
Dammi città shock in cui siamo tutti macellati da i-phone esistenziali.
Dammi unghie esiziali da conficcare nel cranio indolente di questo tempo acre.
Dammi vanità. Bontà. Invidia. Crocifissione di vendetta sbiadita. Rivalsa di panorami trascendenti.
Dammi l’Amore Universale della macchina che tiene in vita i nostri corpi ingoiati dall’eccelsa
distanza intergalattica di questo eterno
COMA.

Nei versi di Ilaria Palomba, la vita viene presentata come caleidoscopio di emozioni allo stato puro, come estratto di bellezza, ma anche presagio di putrefazione poetizzandosi :

“Se non posso essere una stella
sarò un buco nero.
Vi deglutirò
con il peso del mio nulla”

Ricorre nel suo testo poetico un’ossessione circolare, il rischio di cadere nell’insignificanza e nel nulla, come una stella che, esaurita la sua energia, lascia dietro di sé una scia luminosa prima di cadere nel buco nero, la sua tomba.
Ilaria Palomba usa un linguaggio fatto di parole rutilanti, in cui i sentimenti interiori trovano corrispondenza in paesaggi bellissimi che ricordano il Salento (sua terra di adozione), con le sue acquemarine e tarantole nere. In un periodo storico come il nostro, in cui c’è una confusione babelica dei linguaggi che diventano sempre più volgari, dimostra una singolare dimestichezza con l’uso delle parole, che usa come tessere di un mosaico meraviglioso, dove ognuna concorre a formare una fantasmagoria onirica alata: “Le parole hanno le ali degli angeli”. Le sue parole sono come proiettili che trafiggono il lettore o, come lo sguardo di Gorgone, hanno l’effetto di pietrificare situazioni e stati d’animo. La poetessa usa le parole come la pittrice impressionista usa il pennello e dalle sue righe esplodono lapilli di lava vulcanica che provocano un big bang di emozioni allo stato puro. Ella intinge il suo pennello nella tavolozza della sua sensibilità, usando tutti i colori di cui è capace la sua anima, e sgorga acqua di risorgiva, fresco lenitivo per i suoi dolori e turbamenti giovanili. Il suo stile va al di là degli stretti confini della periferia del dire comune. Maestra di epifanie meravigliose, costruite con la luce di stelle lontane e solarità forti, Ilaria esprime una sorta di terrore per la opacità che ottunderebbe la limpida trasparenza e, con lo sguardo sempre rivolto al cielo dove sono appesi i suoi assoluti, conficcati come gelide stelle fisse, si trincera nella fortezza di una forma scintillante ed elegante, in cui non c’è posto per i cultori delle ideologie, ma solo per i cultori della bellezza, perché, Ilaria Palomba crede, come Dostojevskj nell’Idiota, che “la bellezza salverà il mondo”.

Tratto dalla raccolta poetica
I buchi neri divorano le stelle
Presentazione di Mariella Cataldo

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Vladimir Majakovskij il poeta affamato di umanità

Roma 15 novembre 2013

Vladimir Majakoskij

Ascoltate!

Ascoltate!
Se accendono le stelle-
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d’essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella! –
giura
che non può sopportare  questa tortura senza stelle!
E poi
cammina inquieto
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
“Ora va meglio, vero?
Non hai più paura?
Si?!”.
Ascoltate!
Se accendono
le stelle –
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?!

Da Poesia Russa del 900

Uno sparo che ha attraversato la Storia di un’era che voleva trasformare il tempo in poesia, in sogno, un sogno che era tutto nella mente di uno dei poeti più disperati  ed estremi che il mondo abbia avuto.

Disperatamente innamorato  della vita, estremamente teso a rendere la vita, sua e degli altri, una visione nervosa di bellezza e tensione inenarrabile verso un tempo messianico ma concreto, nel capovolgimento del quotidiano in narrazione continua e rocambolesca di un piacere arcaico e infantile.

Scortato dalla madre del suo sogno, la luna belligerante dei miti più arcaici e arcani.

L’epopea esistenziale di Vladimir Majakovskij è stata un tutt’uno con la sua poesia, e le sua poesia ha voluto coincidere con l’utopia che ha travolto una generazione di poeti.

Tratto da:  Poesia, vita di Poeti, Fondazione Poesia Onlus

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Alda Merini “E’ un filosofo puro il poeta”

Roma 24 settembre 2013

Alda Merini

Lirica antica

Caro, dammi parole di fiducia
per te, mio uomo, l’unico che amassi
in lunghi anni di stupido terrore,
fa che le mie mani m’escano dal buio
incantesimo amaro che non frutta…
Sono gioielli, vedi le mie mani,
sono un linguaggio per l’amore vivo
ma una fosca catena le ha ben chiuse
ben legate a un ceppo. Amore mio
ho sognato di te come si sogna
della rosa e del vento,
sei purissimo, vivo, un equilibrio
astrale, ma io sono nella notte
e non posso ospitarti. Io vorrei
che tu gustassi i pascoli che in dono
ho sortiti da Dio, ma la paura
mi trattiene nemica; oso parole,
solamente parole e se tu ascolti
fiducioso il mio canto, veramente
so che ti esalterai delle mie pene.

E’ un filosofo puro il poeta, che va sulle montagne a cogliere l’ultima stella.

Alda Merini 

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Del Poeta è il cuore che ama innocente

Roma 24 maggio 2013

Ella splendida incede, come notte

di cielo limpidamente stellato,

e tutto il meglio di oscuro e di luce

negli occhi e nell’aspetto suo rifulge

dolce in quel tenero chiarore

che il cielo nega allo sfarzo del giorno.

Un’ombra in più, uno raggio in meno

avrebbero sciupato la grazia indicibile

che tra i capelli di ebano si tinge

e sul suo volto poi risplende chiara;

un volto dai pensieri lieti che dicono sereni

quanto puro il loro rifugio sia e prezioso.

E sulla fronte, lungo le dolci guance

e calme, e tuttavia vivaci,

sorrisi docili e colori ardenti

parlano solo di giorni puri

e di una mente serena  e sovrana

e di un cuore che ama innocente.

di

Lord George Gordon Byron 

A domani

LL