365 giorni, Libroarbitrio

Se la luna – L.L.

I numeri dati dalla Luna-Lié ottobre '15 070

Se la luna
non donasse tutta la sua luce in terra fino a sparire dai cieli all’alba
se la luna
non amasse mostrandosi nuda seppur celata da nebulose vesti
se la luna
non sognasse di baciare il giorno di notte impaurita dal tramonto
se la luna
non ballasse piroettando gli astri a creare nel cosmo il caos
se la luna
non vivesse di rinascite dopo la follia della morte
se la luna
non piangesse stelline erranti della loro amara sorte
e se la luna
non gioisse passioni d’eclissi per attimi di Sole
allora la luna
non sarebbe se stessa

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365 giorni, Libroarbitrio

John Steinbeck “Furore” una famiglia americana nella Grande depressione

Roma 7 novembre 2013

John Steinbeck

Nato a Salinas, in California nel 1902, John Steinbeck si interessò fin da giovane ai gravi problemi sociali del tempo, conseguenti alla crisi economica del 1929.

Così, si unì a un gruppo di braccianti che emigravano verso occidente, conoscendo più da vicino la realtà dei lavoratori del suo paese.

Frutto di questa esperienza furono i due grandi romanzi sociali La battaglia (1936) e Furore (1939), che gli diedero grande fama di scrittore ma gli procurarono le critiche  degli ambienti più conservatori della società americana.

Meno politicizzati ma comunque legati alla rappresentazione del mondo dei “vinti”, dei diseredati, alla loro voglia di vivere e alla loro tragica incoscienza, sono i romanzi Pian della Tortilla, Uomini e topi, Vicolo Cannery, scritti tra il 1935 e il 1945.

Durante la guerra, Steinbeck fu corrispondente per alcuni giornali.

In questo periodo scrisse La luna è tramontata, ispirato a quel conflitto.

Da La valle dell’Eden, pubblicato nel 1952, venne tratto un celebre film.

Nel 1962 vinse il premio Nobel per la letteratura.

Grande narratore, acuto osservatore della realtà, sensibile come pochi altri ai temi della giustizia sociale e della libertà, Steinbeck fu uno dei capostipiti della generazione degli scrittori americani del realismo sociale, quella che meglio degli altri seppe raccontare l’America degli anni trenta e quaranta, nelle sue profonde contraddizioni.

Morì a New York nel 1968.

 

Furore
Stati Uniti: nella metà degli anni trenta la gravissima crisi economica, nota con il nome di Grande depressione, ha costretto alla disoccupazione decine di migliaia di famiglie contadine. Tra queste la famiglia Joad, i cui membri si spingono su un camion in un avventuroso viaggio verso la California, alla ricerca di un lavoro come braccianti.
Con loro, migliaia di camion percorrono la lunga strada, ma il lavoro non si trova mai. Quando c’è, nella tanto sognata California, si svolge nella più totale condizione di sfruttamento, con la complicità delle autorità e della polizia, pronte a dare una mano ai padroni dei campi contro ogni protesta. Nell’odissea del viaggio della famiglia Joad muoiono i due nonni; il predicatore Casy, amico di famiglia, è ingiustamente arrestato  e Tom, il figlio maggiore, è costretto a nascondersi per aver ucciso un uomo durante un’aggressione subita. Dopo aver sostato in vari campi e aver patito umiliazioni e sofferenze di ogni tipo, i Joad si fermano in un campeggio per lavorare alla raccolta del cotone.  Ma anche in questo caso va male e mentre il vicino torrente allaga il carro  bestiame dove abita la famiglia, Rosa Tea, la figlia incinta, partorisce un bambino morto. Per sottrarsi all’inondazione, i Joad abbandonano il campeggio a piedi, in un ultimo disperato tentativo di sopravvivenza, ancora pronti a lottare e a compiere gesti di solidarietà verso i poveri come loro.”

A domani

Lié Larousse

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Pier Paolo Pasolini “Me ne vado, ti lascio nella sera”

Roma 19 ottobre 2013

Me ne vado, ti lascio nella sera

che, benché triste, così dolce scende

per noi viventi, con la luce cerea

che al quartiere in penombra si rapprende.

E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,

intorno, e, più lontano, lo riaccende

di una vita smaniosa che del roco

rotolio dei tram, dei gridi umani,

dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto. E senti come in quei lontani

esseri che, in vita, gridano, ridono,

in quei loro veicoli, in quei grami

caseggiati dove si consuma l’infido

ed espansivo dono dell’esistenza –

quella vita non è che un brivido;

corporea, collettiva presenza;

senti il mancare di ogni religione

vera; non vita, ma sopravvivenza

– forse più lieta della vita – come

d’un popolo di animali, nel cui arcano

orgasmo non ci sia altra passione

che per l’operare quotidiano:

umile fervore cui dà un senso di festa

l’umile corruzione…

da Le ceneri di Gramsci

Buona lettura

A domani

LL