365 giorni, Libroarbitrio

“Homo Homini Virus” romanzo di Ilaria Palomba per Meridiano Zero ad aprile nelle librerie!

Ilaria Palomba fdproductions

TRACCIA 1 – TU ODI (Rammstein – Du Hast)

In principio credevo nel corpo. In principio credevo nella salute. In principio credevo bastasse amare. Ora provo solo odio.
La parola corpo, svuotata di senso, perde la propria dignità d’essere. Tutto procede nel caos. E non credere stia parlando del niente. Il vuoto che mi pervade non ha nulla a che fare con l’assenza di materia. Al contrario, si tratta di un eccesso. Un surplus di esistenza che non sono in grado di contenere. Da ciò ne consegue, con una stringata logica del non-senso, l’odio viscerale che nutro nei confronti dei ben riusciti. Non ci sono Übermensch in questa storia, Bowie. Non vertiginose altezze. Non ideali. Tutto mi sovrasta. E da questa totalità sono escluso in definitiva. La protervia della comunicazione si è insinuata in me avviluppandomi. La comunicazione porta alla ribalta soltanto una parte di questa eccedenza. E in linea di massima la parte più inutile. Ciò che consola, non ferisce, non crea dubbi. L’eccedenza accolta è soltanto quella che non getta nel dubbio. Sono stato battuto da quell’eccedenza, quel residuo di realtà che non posso più esperire. È l’odio a tenermi in vita. Il giornalismo come l’arte, la moda come il degrado, l’estetica del nulla come l’etica dell’assoluto. Di tutto io vedo l’opposto. Non vi è più nulla al mondo in cui valga la pena credere. Certo, vi è stato un tempo in cui ho creduto. Vi è stato un tempo in cui ho amato. Vi è stato un tempo in cui ho lottato. Ma contro cosa, Bowie? Mi sono illuso. Ho creduto di vincere il fato e infine lui ha vinto me. Ora mi domandi giustificazioni teoriche per l’odio che mi nutre. Non ve ne sono. Ho provato a elaborare teorie, a estrapolare significati reconditi, a mitigare il senso d’impotenza con bieco altruismo da gregge. Ho provato a figurarmi la morale e la democrazia come strumenti per combattere i demoni. Nulla di più ingannevole, Bowie. I demoni non si combattono e non si addomesticano. Si può solo sperare di incarnarli mentre a poco a poco sbranano e devastano. Sono arrivato a Roma per cercare un lavoro, una posizione sociale, un ruolo. Ho trovato una donna. Io l’adoro. Io la venero. Io la amo. Ma lei è morta.

 

Un grazie di cuore alla scrittrice Ilaria Palomba
per avermi concesso l’incipit del suo nuovo romanzo
qui in lettura
per noi tutti!
L.L.

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“Vivere la vita” Mannarino

“Vivere la vita è come fare un grosso girotondo
c’è il momento di stare su e quello di cadere giù nel fondo.
E allora avrai paura
perché a quella notte non eri pronto
al mattino ti rialzerai sulle tue gambe
e sarai l’uomo più forte del mondo.
Lei si truccava forte per nascondere un dolore.
Lui si infilava le dita in gola per vedere se veramente aveva un cuore.
Poi quello che non aveva fatto la società l’ha fatto l’amore.
Guardali adesso come camminano leggeri senza un cognome…”

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Seneca “Il Tempo” (I parte)

Roma 5 marzo 2014

Il tempo

Imbattuta in me stessa, vestita di notti senza sonno col desiderio di possibilità di un tempo che verrà non troppo lontano a portarmi un’epistole dall’amore dove è scritto che anch’io posso essere amata, ed ammirare i colori della Terra e del suo Cielo con meno trasparente terrore mentre assorta dal pensare continuo, spazio tempo, mi rendo conto che di quest’ultimo, il tempo, non mi sono mai curata. E allora ostino il pensare, e mi dico: forse il tempo è come l’amore è come la morte, non lo si vede finché non si manifesta, finché non ce ne rimane più alcuno, come quando è già mattina pure se il buio è ancora dentro di me e fuori il Sole è maestoso, o come quando piango una giovane amicizia andarsene con quasi cento anni nel cuore, sdraiata, ben vestita e pettinata, col volto coperto da sottile velo e un rosario stretto nelle fredde anziane mani. Pertanto, continuo ad approfittarmi di questo tempo riflettendo ricordando. Ma io sono solo io, un’unica direzione che  porta a rincorrere vortice d’infiniti pensieri. Tuttavia, credo non sia sola a provare queste inquietudini emozionali, ci sei anche Tu, fra tutti loro che leggono, Tu con l’animo irrequieto più del mio che digrigni  denti e stringi pugni, che a volte sai, ma altre proprio non lo sai, cosa desideri. Ecco. Questo è per me e per te.
Da oggi, se il tempo mi sarà favorevole, per i prossimi giorni che serviranno a Seneca, converseremo con lui, con gli scritti che ci ha lasciato in dono.

Seneca
Il Tempo

“…nessuna epoca ci è preclusa, a tutte abbiamo libero accesso: lasciamo che il nostro spirito esca dai limiti angusti che ci soffocano  e potrà spaziare nel tempo. Ci sarà possibile disputare con Socrate, dubitare con Carneade, raggiungere con Epicuro la felicità, vincere la natura con gli stoici, scavalcarla coi cinici.”

La filosofia di Seneca è così: una conversazione ininterrotta con se stesso, con gli amici, con gli uomini, fuori dai limiti di spazio e di tempo; egli cerca risposte e soluzioni, mettendo in luce la nobiltà degli slanci, ma anche i dubbi, le incertezze, le contraddizioni dell’uomo e della società. Ci parla come fosse ancora vivo, esponendoci le sue considerazioni e aprendo la strada alle “nostre” soluzioni, ben conscio che anche i pensatori vissuti prima di noi “non ci hanno lasciato risposte definitive, ma problemi da risolvere” .
A rendere attuale il pensiero di Seneca contribuisce il tono colloquiale dei suoi scritti, quel suo sprezzare le riflessioni in considerazioni staccate, che, pur rispondendo a uno sviluppo unitario di meditazione, sembrano scaturire volta per volta ( e in parte è così) dalle sollecitazioni quotidiane della vita, dagli interrogativi etici che essa ci pone.
Montaigne dice delle Epistole di Seneca: …posso lasciarli in un punto qualunque, dove mi piace. Perché non hanno una successione obbligata.
I motivi rimbalzano da uno scritto all’altro, ripresi, approfonditi, corretti, così come suggerisce la varietà di aspetti della condizione umana.
Il tema del Tempo è uno di questi motivi.

Epist. ad Lucilio I^

Dammi retta, Lucilio, dedicati un po’ a te stesso e
tieni da conto, tutto per te, il tempo che finora ti
lasciavi portar via, in un modo o nell’altro, o,
comunque, perdervi. E’ proprio così, credimi: il
il tempo ci viene tolto o sottratto, quasi a nostra
insaputa, oppure ci sfugge non si sa come. E la
cosa più indecorosa è perderlo per trascurata
leggerezza. Prova a pensarci: gran parte della
vita ci scappa via mentre agiamo in modo
sbagliato, la maggior parte mentre stiamo senza
far niente, e l’intera esistenza trascorre in
occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente.
Trovami, se sei capace, uno che dia al tempo
il giusto valore, che capisca quanto può essere
importante una giornata, che si renda conto che
noi moriamo un po’ ogni giorno! Perché questo è
il punto: noi pensiamo alla morte come a qualcosa
che sta davanti a noi, mentre in gran parte è
già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è
già in suo potere. Allora, caro Lucilio, fa’ come
mi scrivi: tieni stretto il tuo Tempo ora per ora:
dipenderai meno dal futuro, se avrai in pugno il
presente.  Mentre rimandiamo le nostre scadenze,
il tempo passa. Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo
il tempo è veramente nostro: l’unica cosa di cui
la natura ci ha fatto padroni; ma è passeggera  e
instabile, e chiunque può estrometterci da questa
proprietà. Che sciocchi gli uomini! Quando
ottengono da qualcuno delle inezie di nessun
valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a
farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che
si senta in debito, se gli si concede del tempo;
eppure questa è l’unica cosa che non si può
restituire, nemmeno se si prova grande
riconoscenza. Forse ora mi domanderai come mi
comporto io, che, con te, sono così largo di
consigli. Ti risponderò con franchezza: faccio
come un riccone ordinato e diligente, tengo il
conto di quello che spendo. Non posso dire di
non buttare al vento nulla, però posso dire che
cosa butto via e spiegare perché e come; sono in
grado di render conto della mia povertà. Naturalmente
capita anche a me, come alla maggior parte
delle persone cadute in miseria senza loro
colpa, che tutti siano pieni di comprensione, ma
nessuno sia disposto a dare una mano. Ma che
importa? Secondo me non è povero che si fa
bastare quel che gli resta, anche se è poco.
Quanto a te, però, preferirei che tenessi ben
stretto quello che hai; e dovrai cominciare subito.
Perché, come dicevano i nostri vecchi, è troppo
tardi fare economia, quando si è arrivati al fondo;
tanto più che nel fondo non c’è solo ben poco,
ma anche il peggio. Addio.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Francesco Jovine : la fine di un sogno

Roma 7 dicembre 2013

Francesco Jovine
(…) A un tratto Immacolata Marano urlò:

– Luca, oh Luca! – e si mise le mani intrecciate sul capo dondolando sul busto.
– Luca, spada brillante,  –  gridò una voce giovanile.
– Spada brillante, – ripeterono in coro le altre.
– Stai sulla terra sanguinante.
Via via le donne si misero le mani intrecciate sulle teste, altre presero le cocche dei fazzoletti nei pugni chiusi e li percuotevano facendo:
– Oh! Oh! Spada brillante, stai sulla terra sanguinante!
– T’hanno ammazzato, Luca Marano.
– A tradimento, Luca Marano.
– Non vuole la terra il tuo sangue cristiano.
– Difendevi le terre del Sacramento.
– Erano nostre, nostre le terre.
– Avevamo le ossa per testamento.
– Le avevamo scavate con le nostre mani.
– T’hanno ucciso, Luca Marano.
– Piangete anche Marco Cece!
– E’ morto anche Marco Cece, stasera.
– Era vecchio e aveva patito fatica, fame e galera.
– Morte e galera su Morutri.
– Le donne, sole, col pianto.
– A lavorare, le donne soltanto.
– Piangete, donne; domani con la zappa in mano non si piange.
– Luca Marano, spada brillante; stai sulla terra sanguinante.
– Non piangete zappa e bidente sul sangue cristiano.
– E’ il sangue di Luca Marano.
– Aveva la luce nella mente e gli occhi di stella.
– E Gesualdo era suo fratello.
– Torneremo sulle terre maledette;  – il sangue avvelena l’acqua santa.
– Ci verremo senza messa; – i figli vogliono pane – anche se è pane di Satanasso.
– Non bestemmiate, donne cristiane.
– Per noi fame e dannazione – ma per i figli paradiso e pane.
– Torneremo al Sacramento – saremo serve, saremo; – ma avremo di lutto il vestimento.
– Per tutti gli anni che durerà buio e galera – vestiremo di pane nero.

Piansero e cantarono grande parte della notte, rimandandosi le voci, parlando tra loro con ritmo lungo, promettendo tutto il loro dolore ai morti. La notte era buia e le voci si perdevano sulla terra desolata oltre il circolo di luce che faceva il fuoco, ancora vivo.

Da Le Terre del Sacramento, Einaudi, Torino

La voce di Francesco Jovine è una delle più serie e appassionate nel quadro del neorealismo italiano del Novecento per l’impegno civile e per l’alto magistero di moralità che si sprigiona dalla sua opera, estranea alle mode del tempo, sobria e tradizionale nel linguaggio, ma ricca nella tematica, tenera e nostalgica, eppur senza cedimenti al sentimentalismo.

L’epilogo, sopra letto, delle Terre del Sacramento non costituisce un episodio isolato nella storia delle conquiste sociali. Nel suo drammatico svolgimento esso assume il valore emblematico della lunga lotta condotta da contadini e da operai contro il privilegio e l’ingiustizia sociale. Con la tragica fine di Luca Marano vengono duramente colpiti, ma non soffocati, un moto di protesta contro leggi inique e la speranza di un riscatto da una lunga  e umiliante condizione di servaggio feudale.

– Io m’interrogo domandandomi cosa sto facendo per la mia di società? –
– E mi rispondo con un vago silenzio misto a vergogna- .
A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Jerome David Salinger “Il giovane Holden” (parte seconda)

Roma 10 novembre 2013

Salinger

Il rifiuto del conformismo e dell’ipocrisia della società

Holden Caulfield è uno studente diciassettenne, proveniente da una agiata famiglia di New York.
Il giovane, duramente provato anche dall’esperienza traumatica della morte del fratello maggiore Allie, il cui ricordo non lo abbandona mai, si rifiuta – per così dire – di crescere, di adeguarsi alle norme di un mondo che gli appare stupido, ipocrita, privo di significato e di autentici valori. Espulso dal college di Percy per scarso rendimento scolastico, Holden, sulla via del rientro a New York, cerca esperienze nuove, che gli indichino che la vita borghese degli adulti ha un qualche senso, ma tutto lo delude, nessuno è in grado di capirlo.
Giunto a New York, decide di non vedere i genitori prima che essi abbiano ricevuto dal college la lettera di espulsione. Entra perciò in casa di nascosto, per incontrarsi con la sorellina Phoebe, l’unica persona con cui abbia un reale rapporto affettivo, forse perché nella sua ingenuità la bambina è ancora lontana dall’ipocrita mondo degli adulti.
Dopo una nuova delusione, l’incontro con il professor Antolini, un suo vecchio insegnante, che Holden teme voglia sedurlo, il giovane pensa di voler fuggire da New York, di non tornare mai a casa, ma un nuovo tenero incontro con Phoebe lo dissuade.
Holden ritorna così dai genitori.
Il romanzo si chiude con le considerazioni del giovane, in ospedale, affidato alle cure di uno psicoanalista:

” Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è qui, continuano a chiedermi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. E’ una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come faccio a saperlo? Giuro che è una domanda stupida.” 

A domani

Lié Larousse

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Angelo Maria Ripellino “Praga Magica”

Roma 1 ottobre 2013

Angelo Maria Ripellino poeta

” Da qualche anno, nella lontananza, la città mi appare in una gessosa e abbagliante luce di cataclisma, come nelle catastrofiche profezie del Barocco, scaturite  dall’amarezza  per il tracollo della Montagna Bianca. Mi riaffiorano in mente i pronostici delle Sibille che, nelle leggende boeme, antiveggono la trasformazione di Praga in un desolato viluppo di fango, sterpaglia e macerie, brulicante di rettili e di sozzissimi diavoli. Ma tutto questo è delirio, nebbia di un’invettiva malata, robaccia da untori. Perché, come il poeta Karel Toman afferma, “l’unica legge è germogliare e crescere, – crescere nella tempesta e nelle intemperie – a dispetto di tutto “. E dunque: alla malora gli aruspici e le puttanesche sibille. Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un baratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò. Certo vi ritornerò. In una bettola  di Mala Strana, ombre della mia giovinezza, stappate una bottiglia di Melnìk. Andrò a Praga , al cabaret Viola, a recitare i miei versi. Vi porterò i miei nipoti,  i miei figli, le donne che ho amato, i miei amici, i miei genitori risorti, tutti i miei morti. Praga, non ci daremo per vinti. Fatti forza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza.”

Angelo Maria Ripellino, Praga magica, Einaudi 1973

La produzione poetica di  Ripellino è di ispirazione autobiografica e usa un linguaggio apparentemente colloquiale, ma ricercato, prezioso di invenzioni metaforiche.

Affascinante per la ricostruzione di atmosfere misteriose  e ricco di interesse storico e culturale, il volume in prosa Praga magica racconta un viaggio introspettivo, tra splendori e ombre, nella Praga ricca di fermenti culturali precedente il crollo dell’impero asburgico.

Angelo Maria Ripellino è morto a Roma nel 1978.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

James Joyce e il suo “monologo interiore”

Isola d’Elba 20 agosto 2013

James Joyce scrittore

Nacque a Dublino nel 1882 da una famiglia di forti tradizioni cattoliche e nazionaliste.

Studiò nei migliori collegi della sua città e il tipo di educazione ricevuta lo portò prima alle soglie del sacerdozio, poi a una violenta ribellione.

A Dublino, città in cui ambientò le sue maggiori opere narrative, rimase fino al 1904.

Pressato da difficoltà economiche e dall’insofferenza nei confronti dell’ambiente irlandese chiuso e conformista, si trasferì prima a Zurigo, poi a Pola e infine a Trieste, dove rimase fino al 1915 stringendo rapporti di amicizia con intellettuali e scrittori italiani, fra cui Italo Svevo.

La guerra lo costrinse a tornare a Zurigo, ma, al termine del conflitto si stabilì a Parigi, dove rimase per vent’anni frequentando letterati di ogni nazionalità ed entrando in contatto con il mondo della psicoanalisi.

Fu per curare la figlia Lucia che conobbe il famoso psicoanalista Carl Gustav Jung e poté approfondire quelle conoscenze di psicologia che saranno importanti per l’elaborazione del romanzo Ulisse, uno dei testi fondamentali della letteratura moderna.

La narrativa del primo Novecento non poteva rimanere estranea alle nuove idee scientifiche, come la teoria dell’inconscio di Sigmund Freud o la relatività di Albert Einstein, che sconvolgevano non solo le certezze del sapere filosofico e scientifico ottocentesco ma anche la concezione dell’individuo, il suo rapporto con lo spazio, il tempo la società.

Già nei primi racconti l’introspezione e l’indagine psicologica sono per Joyce al centro della narrazione.

Alla rappresentazione oggettiva della realtà egli sostituisce le infinite realtà che si riflettono nelle menti dei personaggi, alle figure eroiche preferisce quelle anonime, quotidiane; alla rappresentazione del tempo come sviluppo cronologico contrappone la sua percezione soggettiva e differenziata; al discorso lineare e ben costruito sostituisce le frasi spezzate, l’abolizione dei nessi logici, le parole inventate.

Nei romanzi, addirittura, abolisce la trama, lasciando al lettore il compito di ricostruirla.

Del resto, ciò che contava per Joyce non era tanto rappresentare la connessione di fatti esterni, quanto il flusso dei personaggi .

Questa tecnica, detta “monologo interiore”, implicava la ricerca di un nuovo linguaggio libero dai vincoli tradizionalmente imposti dalla sintassi, dalla struttura e dal significato comune delle parole.

Dopo aver ottenuto dai critici francesi i primi riconoscimenti, allo scoppio della seconda guerra mondiale Joyce si trasferì definitivamente a Zurigo, dove morì nel 1941.

Joyce pubblicò nel 1915 i racconti Gente di Dublino, i romanzi Ritratto dell’artista giovane nel 1916 e La veglia di Finnegan nel 1939, inoltre fu poeta con Musica da camera 1907 e Poesie da un soldo, 1927.

A domani

LL

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Honorè de Balzac capostipite del romanzo “sociale”

San Rocco 19 agosto 2013

Honorè de Balzac scrittore

Nato a Tours, in Francia, nel 1799, proveniente da una famiglia borghese, Honorè studiò giurisprudenza e iniziò a lavorare presso uno studio notarile.

A vent’anni cominciò la carriera di scrittore, ma le sue prime opere, una tragedia e un romanzo, ebbero scarso successo.

Dopo dieci anni di difficoltà economiche, durante i quali si assicurò la sopravvivenza lavorando come giornalista e tipografo, e pubblicando modeste opere narrative, nel 1829 il romanzo storico Gli Sciuani ebbe successo e gli permise di dedicarsi definitivamente all’attività di romanziere.

Fu scrittore molto prolifico.

Dal 1829 al 1834 scrisse numerosi romanzi, tra cui Il medico di campagna, Eugenia Grandet e Papà Goriot, testi nei quali è costante l’interesse per la condizione degli uomini nella società.

Fu così che ebbe l’idea di riunire i suoi romanzi in un’unica opera, la Commedia Umana, nella quale ogni storia aveva una sua autonomia e completezza ma alcuni personaggi erano ricorrenti.

L’unità era assicurata dal senso dell’opera: uno straordinario quadro della società contemporanea in bilico tra l’ “antico regime” e il capitalismo borghese; una acutissima rappresentazione del costume e delle contraddizioni della realtà, per la quale Balzac è considerato il capostipite del romanzo “sociale”.

In questi stessi anni lo scrittore iniziò una relazione amorosa con la contessa polacca Eva Hanska, che sposò solo nel 1850, dopo anni difficili anche per alcuni dissesti economici che dissiparono il suo patrimonio di romanziere di successo.

Negli ultimi anni di vita, Balzac ridusse il ritmo della sua produzione letteraria e non riuscì più a raggiungere il livello qualitativo delle opere maggiori.

Morì a Parigi lo stesso anno delle nozze.

A domani

LL

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Marcel Proust : il romanzo della società in crisi

Massa Marittima 18 agosto 2013

Marcel Proust scrittore

Marcel Proust nacque a Auteuil, presso Parigi, nel 1871 da una famiglia borghese benestante; il padre era medico, la madre di origine ebraica, era una donna colta e da lei Marcel imparò a coltivare interessi di tipo letterario.

Divenne amico del poeta Robert de Montesquiou, che lo introdusse negli ambienti aristocratici e mondani della Parigi di fine secolo.

Dopo un primo volume di racconti, tra il 1896 e il 1904, lavorò a un romanzo, coltivò i suoi interessi artistici e studiò architettura, pittura, scultura.

Nel 1902 perse il padre; tre anni dopo, la morte di sua madre di cui era legato da un affetto quasi morboso lo gettò in uno stato di profonda prostrazione.

L’asma allergica di cui soffriva divenne cronica e nel 1906 egli si ritirò dalla vita sociale chiudendosi in un appartamento di Parigi che fece insonorizzare per isolarsi totalmente dal mondo.

Per sedici anni Proust lavorò a un’impresa colossale, un romanzo in sette volumi dal titolo Alla ricerca del tempo perduto, di cui vide pubblicati solo i primi quattro.

Morì infatti nel 1922 e le ultime tre parti del romanzo uscirono postume nei cinque anni immediatamente successivi.

Proust segnò una profonda trasformazione nella narrativa del primo Novecento rispecchiando nelle strutture della sua opera un nuovo modo di conoscere che prescinde dalla presunta obiettività reale e si affida totalmente alla percezione del soggetto narrante.

Nel grande romanzo proustiano il protagonista ricrea la realtà attraverso la memoria.

Il ricordo rigenera fatti, persone, luoghi e li definisce attraverso il filtro dell’emozione, in cui consiste la loro essenza più profonda.

In questo tipo di scrittura assistiamo alla distruzione del tempo ordinato cronologicamente.

Il ricordo, scatenato da eventi apparentemente insignificanti e casuali, apre squarci improvvisi e profondi alterando la successione lineare degli eventi.

La durata del tempo narrativo viene a dipendere dall’importanza che i fatti assumono nella sfera emotiva del narratore.

Anche lo stile riflette lo stesso andamento: la catena dei ricordi implica infatti una scrittura complessa , di ritmo lento, articolata in periodi lunghi che si aprono in incisi e si dilatano nella successione delle subordinate.

Col suo caratteristico stile, la Ricerca disegna un ritratto molto ampio e articolato di quella società parigina agli inizi del secolo dalla quale Proust trasse i modelli per i suoi personaggi.

I sette romanzi de “Alla ricerca del tempo perduto”:

La strada di Swann, 1913

All’ombra delle fanciulle in fiore, 1919

I Guermantes, 1920-21

La prigioniera, 1923(postumo)

La scomparsa di Albertine, 1925 (postumo)

Il tempo ritrovato, 1923-27 (postumi)

A domani

LL

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Un eroe del nostro tempo : Michail Lermontov

Roma 29 luglio 2013

Sulla strada esco solo.

Nella nebbia è chiaro il cammino sassoso.

Calma è la notte.

Il deserto volge l’orecchio a Dio

e le stelle parlano tra loro.

Meraviglioso e solenne il cielo!

Dorme la terra in un azzurro nembo.

Cosa dunque mi turba e mi fa male?

Che cosa aspetto, che cosa rimpiango?

Nulla più aspetto dalla vita

e nulla rimpiango del passato,

cerco solo libertà e pace!

Vorrei abbandonarmi, addormentarmi!

Ma non nel freddo sonno della tomba.

Addormentarmi, con il cuore

placato e il respiro sollevato.

E poi notte e dì sentire

la dolce voce dell’amore

cantare  carezzevole al mio orecchio

e sopra di me vedere sempre verde

una bruna quercia piegarsi e stormire.

“L’Eroe del nostro tempo, egregi signori miei, è certamente un ritratto, ma non di una persona sola: è un ritratto composto dai vizi di tutta la nostra generazione nel loro pieno sviluppo. Voi  di nuovo mi direte che l’uomo non può essere così ignobile…perché questo carattere, sia pure come invenzione, non ottiene mercé presso  di voi? Non sarà forse perché in esso c’è più verità di quanto non vorreste? Obietterete  che la verità non ha nulla da guadagnarci. Scusate! Gli uomini si sono nutriti  abbastanza di dolciumi che hanno loro guastato lo stomaco: occorrono medicine amare, verità scottanti. Non pensate tuttavia, in base a ciò, che l’autore di questo libri abbia mai cullato il sogno superbo  di farsi emendatore dei vizi degli uomini. Dio lo preservi da simile rozzezza! Semplicemente si è divertito a disegnare l’uomo contemporaneo quale lo concepisce e quale per sua e vostra  disgrazia troppo spesso lo ha incontrato.”

Michail Lermontov, Un eroe del nostro tempo, Garzanti 1997

Quando nel 1837 Aleksandr Puskin fu ucciso in duello dal figlio dell’ambasciatore d’Olanda, Lermontov scrisse furenti versi di protesta contro la società zarista, che aveva permesso la morte del più grande poeta nazionale.

Ciò gli valse l’esilio nel Caucaso, durato non molto grazie all’intercessione di alcuni potenti famigliari.

Rientrato a Pietroburgo non rimase molto per un contrasto sorto con l’ambasciatore francese e fu così rimandato nel Caucaso, dove morì in duello, correva l’anno 1841.

A domani

LL