365 giorni, Libroarbitrio

Facciamo che io ero – Guido Catalano

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facciamo che io ero un soldato
e tu eri una ragazza che vivevi in un paese
io disertavo
e ti bussavo
tu vivevi sola nella casa
facciamo che ti bussavo
fuori nevicava
in lontananza grandi fuochi
e bombe
tu dicevi, chi è?
son soldato disertore, posso entrare che fa freddo?
facciamo che tu aprivi la porta
e dicevi, entra pure sto preparando la pastasciutta
facciamo che io entravo
posavo il fucile
e mi sedevo vicino al fuoco
perchè facciamo che c’era il fuoco
ho dei vestiti asciutti, mi dicevi
io mi toglievo la palandrana
e la giacca
e mi mettevo un maglione grigio molto confortevole
e anche dei pantaloni
e posavo gli scarponi ai piedi del camino
facciamo che la pastasciutta era pronta
e tu me ne davi un piatto
e facciamo che mangiavamo in silenzio
facciamo che c’era anche una bottiglia di vino

com’è la fuori? mi chiedevi
ci si spara e ci s’ammazza, ti dicevo
ti dicevo, sei stata molto cara ad aprirmi
mi dicevi, figurati, vuoi un po’ di vino?

facciamo che ti guardavo
e facciamo che eri molto bella
possiamo fare ciò che vogliamo
facciamo che mi dicevi, puoi dormire qui stanotte
e le altre notti?, ti chiedevo
anche
finchè non finiscono gli scoppi?, ti chiedevo
sì, dicevi
facciamo che ti dicevo finalmente il mio nome
e finalmente tu mi dicevi il tuo
e finalmente mi chiedevi, potrai difendermi se arrivano?
sì, dicevo

facciamo che eravamo molto stanchi
e mentre che tu ti preparavi per la notte
io guardavo dalla finestra
e fuori era tutto bianchissimo e silenzioso

ora anche le bombe dormomo, dicevo
vieni a letto, dicevi
facciamo che non facevamo l’amore
non la prima notte almeno
poi si vedrà

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365 giorni, Libroarbitrio

Increspature – Lindze

Paolo Troilo

Ieri,

nell’anima della notte

ero affacciato a godermi

una tazza di tè fumante

e il freddo

pungente dell’inverno.

Un grido inatteso

lungo e inarticolato  

ha mandato in frantumi

il quieto oblio

di una città

finalmente addormentata.

Nessuno sa  

se fosse disperazione

oppure dolore.

Ma dopo quell’urlo il silenzio

non era più lo stesso

come invisibili increspature

di un sasso gettato

sulla superficie di vetro

di un immobile lago montano.

Un brivido

ho serrato

la finestra

lasciato fuori quella

eco lancinante

e ringraziato

il silenzio

che permeava

la nostra casa.

Ti ho sussurato

qualcosa

sprofondando

con un sospiro

in quel caldo buono.

365 giorni, Libroarbitrio

Emile Zola – Germinal

Oleg Oprisco

Nella pianura rasa, nella notte senza stelle, d’una oscurità fitta come d’inchiostro, un uomo, solo, percorreva la strada che da Marchiennes va a Montsou, dieci chilometri di massicciata che tagliavano dritto attraverso i campi di barbabietole. Non vedeva davanti a sé nemmeno la terra nera, e non s’accorgeva dell’immenso, piatto orizzontale che per i soffi del vento di marzo, delle folate larghe come quelle che trascorrono sul mare, gelate per aver spazzato leghe di paludi e terre desolate. Nemmeno l’ombra di un albero macchiava il cielo, la strada si snodava dritta come una diga, nella caligine accecante delle tenebre.
L’uomo camminava a grandi passi, tremando sotto il cotone liso della sua giacca  e dei suoi pantaloni di velluto, piuttosto impacciato da un fagottino, legato in un fazzolettone a quadri. Egli se lo stringeva contro i fianchi, ora da una parte, ora dall’altra, per poter cacciare in fondo alle tasche le due mani insieme, mani pesanti che la sferza del vento di levante faceva sanguinare. Camminava così da un’ora, quando a sinistra, a due chilometri da Montsou, scorse dei fuochi rossi, tre bracieri bruciavano all’aria aperta, come sospesi a mezz’aria. Dapprima esitò, preso da timore; poi non poté resistere al bisogno doloroso di scaldarsi un istante le mani.
Un sentiero infossato si spingeva verso l’interno.
Tutto disparve.
L’uomo aveva a destra una palizzata, una specie di muro di grosse tavole che chiudeva una strada ferrata; mentre a sinistra s’innalzava un terrapieno erboso, sormontato da una confusione di comignoli, uno scorcio di villaggio dai tetti bassi e uniformi.
Fece circa duecento passi.
Di colpo, a una svolta del sentiero, i fuochi riapparvero più vicini, senza che egli potesse comprendere come mai bruciassero così in alto nel cielo smorto, come lune fumiganti. Ma, al livello del suolo, un altro spettacolo lo aveva fatto fermare. Era una massa pesante, un mucchio di costruzioni schiacciate, da cui si drizzava l’ombra di una ciminiera d’officina; rare luci uscivano dalle finestre dai vetri sporchi, cinque o sei lanterne erano appese di fuori, sospese a dei travi il cui legno annerito faceva intravedere  vaghi profili di cavalletti giganteschi; e da questa apparizione fantastica, immersa nel buio e nella nebbia, una sola voce si levava, il respiro lungo e pesante di una macchina a vapore che non si vedeva.
Allora l’uomo riconobbe un pozzo. Fu ripreso da un senso di vergogna: a che sarebbe servito ? Lavoro non ce ne sarebbe stato. S’arrischiò in fine a scalare il terrapieno su cui bruciavano i tre fuochi di carbone, nei bracieri di ghisa, per riscaldare e far luce agli uomini addetti al lavoro.
<< Buon giorno >>, disse egli, avvicinandosi ad uno dei bracieri.
<< Buon giorno >>, rispose un vecchio. Un pezzo d’uomo rosso di capelli.
Poi silenzio. L’uomo che si sentiva guardato con occhio sospettoso, disse subito il suo nome.
<< Mi chiamo Etienne Lantier; sono macchinista…Non c’è lavoro qui? >>
Le fiamme lo rischiaravano; doveva avere ventun anni, molto bruno, bel ragazzo, d’aspetto forte, sebbene minuto di membra.
Più in là, si mostrava nel buio, di cui il giovane aveva indovinato i tetti, il villaggio dei Deux-Cent-Quarante dormire sotto la notte nera, in mezzo ai campi di grano e di barbabietole. In casa Maheu, al numero 16  del secondo isolato, nulla s’era mosso: tenebre spesse affogavano l’unica camera del primo piano schiacciando quasi col loro peso il sonno della gente ch’era là ammucchiata, a bocca aperta, sfinita dalla fatica. Malgrado il freddo vivo del di fuori, nell’aria pesante c’era quel calore animale, quel soffoco caldo che odora di gregge umano.
Suonarono le quattro all’orologio a cucù del piano terreno. Catherine s’alzò, d’un tratto. Immersa nella stanchezza, aveva contato per abitudine i quattro rintocchi, che venivano attraverso il solaio, senza trovare la forza di svegliarsi completamente. Poi, colle gambe fuori dalle coperte, andò tastoni, fregò un fiammifero, e accese la candela; ma restava a sedere colla testa tanto pesante che le si rovesciava  fra le spalle cadendo al bisogno invincibile di ricascare sul cuscino. Catherine fece uno sforzo disperato. si stirava, ficcava le mani nei suoi capelli rossi che le ingarbugliavano la fronte e il collo. Del suo corpo sparuto di sedici anni, non uscivano dalla camicia che dei piedi macchiati di azzurro, come tinti di carbone, e delle braccia delicate d’una bianchezza lattea, che contrastavano colla tinta smorta del viso, già guasto dalle continue lavature di sapone nero. Un ultimo sbadiglio le aprì la bocca un po’ grande, dai denti superbi, splendidi nel pallore clorotico delle gengive, mentre i suoi occhi lagrimavano per la lotta col sonno, con un’espressione dolorosa e straziante, che pareva riempisse di stanchezza la sua nudità interna.
Ma un grugnito arrivò dal corridoio, la voce grossa di Maheu balbettava:
<< Sacro Dio! è l’ora…Sei tu, Catherine, che accendi? >>
<< Sì, babbo…ha suonato ora da basso>>
<< Spicciati dunque, fannullona! Se domenica tu avessi ballato meno, ci avresti svegliato prima…Eh, va là è una bella vita!>>
E continuò a brontolare; ma il sonno lo riprese e i suoi rimproveri s’ingarbugliarono e si spensero in un nuovo russare.
Catherine infilò i suoi calzoni da minatore, si mise la giacchetta di tela, legò il berretto azzurro intorno ai capelli raccolti, e in questo  abbigliamento pulito del lunedì, aveva l’aria di un ragazzo, altro non le restava del suo sesso che il dimenarsi leggero dei fianchi.

365 giorni, Libroarbitrio

“Lei ” Carlo Galli

Roberto-Ferri-Naiade-Mi son sempre chiesto cosa significhi ANIMA.
Anche io ne ho una? Come posso fare per vederla o percepirla?
Pinocchio aveva il grillo parlante, una estensione visibile e palpabile della sua coscienza,
una presenza tangibile e non eterea.
Ma allora, anima o coscienza?
Nelle notti insonni, regnate dal completo SILENZIO, cerco spesso di ascoltare chissà che cosa,
una voce, una sensazione, qualcosa… vedere in tutta quella oscurità una LUCE che mi mostri chi sono,
da dove vengo ma, soprattutto dove sto andando.
Non ho mai scorto nulla.
Nulla fino a che ho incontrato lei.
Dentro i nostri corpi, avvinghiati da un’INTESA ancestrale, c’è sempre stato qualcosa “in più”,
che superava la semplice carne, il semplice respiro.
Tutto è diventato superfluo dopo aver incontrato il suo SGUARDO.
Chi sono? Dove vado? Cosa faccio? Anima o coscienza?
Domande sempre più lontane e delle quali non mi importa più così tanto avere una risposta,
perché io, ora ho già tutto:
Lei.
La mia anima?
Lei.
La mia coscienza?
Lei.
La mia direzione?
Lei.
La più bella e semplice distrazione da me stesso e dalle mie domande senza risposta.
Lei.

tratto dal web, sito di: https://marcellomeo.wordpress.com

365 giorni, Libroarbitrio

“Silenzio” Edgar Allan Poe

etere

Ci sono qualità, ci sono essenze
dalla duplice vita, che è modello
della doppia entità che scaturisce
da materia e luce – d’ombra o solida.
C’è un duplice Silenzio – mare e riva –
Corpo e Anima. Uno abita luoghi
solinghi, ricoperti d’erba nuova:
solenne grazia, umane ricordanze
tristi usanze gli tolgono il terrore.
“Mai più” si chiama, è il Silenzio corporeo.
Non temerlo, non ti può fare male!
Ma se un pressante fato (intempestiva sorte!)
ti presentasse alla sua ombra
(il male senza nome che frequenta
regioni mai segnate da orme umane),
è meglio che ti raccomandi a Dio!

365 giorni, Libroarbitrio

Che te ne fai d’un titolo? Charles Bukowski

Bukowski poesia

Non ce la fanno i belli muoiono tra le fiamme:
sonniferi, veleno per i topi, corda, qualunque cosa.
Si strappano le braccia,
si buttano dalla finestra,
si cavano gli occhi dalle orbite,
respingono l’amore
respingono l’odio
respingono, respingono.
Non ce la fanno i belli non resistono,
sono le farfalle,
sono le colombe,
sono i passeri, non ce la fanno.
Una lunga fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco.
Una fiammata,
una bella fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco, al sole.
I belli si trovano all’angolo di una stanza
accartocciati tra ragni e siringhe,
nel silenzio,
e non sapremo mai perché se ne sono andati,
erano tanto belli.
Non ce la fanno i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
Amabili e vivaci: vita e suicidio e morte mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole nel parco.

365 giorni, Libroarbitrio

“Dal dolore nasce il canto: Aragon!” Alphonse Dzanga Konga

Fiaba africana

Avete presente quella sensazione che accappona la pelle l’attimo prima di volgere lo sguardo al cielo?
Sta per accadere qualcosa?
Un filo di voce iniettato dal cielo stesso a richiamare la staticità della schizofrenia del corpo a terra.
Una goccia di pioggia improvvisa sul naso.
– Amica mia questa è per te.
(Il rumore di uno strappo nelle orecchie, la vista su una pagina di parole.)
– Ma no! Non dovevi. Mannaggia. Che peccato ora non lo venderai più.
– Amica mia non tutti i libri nascono per essere venduti, ma le loro parole sono state scritte per essere lette, e queste da te!
– Ma grazie! Che bel gesto, grazie grazie. Però mi dispiace che ora il libro è rovinato. Lo compro io!
– No amica mia non devi e non ti dispiacere. Io sono felice.
– Come ti chiami?
– Come te!
– Ahahaha, davvero?
– Sì!
Va bene allora ci chiamiamo uguali! Sta arrivando il mio autobus. Ti ringrazio tanto tanto. Ma proprio tanto! Ciao amico mio.
– Ciao Africa.
(Africa) 

CAVERNE

La notte, l’aspra notte.
Mi toglie il respiro.
Il giorno se n’è andato.
La notte è arrivata.
Dov’è la vita mia?
Ella emana lo stesso fetore
di questa Caverna
di tanti cicloni
qui si confonde
il giorno con la notte.
La settimana ed il mese
l’anno e la vita
e passano
insulsi e monotoni
questi giorni questi anni
come una litania che esce
dalle gole delle monache.
Aspre, acri, inacidite
in questa tomba
di uomini-leoni
sprofondati nei carnai.
Dimmi dov’è dunque la tua vita?
La mia vita la vita.
Il sole non è posizionato
in cima alle nostre teste?
E queste maschere.
Queste maschere flaccide
dormono dormono.
Un dormiveglia
orribile
penoso.
Yééé! Nanenggo!!!
Dove si sono visti?
Dove?
degli uomini ghiri?
No, questo no!
Nel nome di mio padre
da troppo dura questo sonno.
Io sono sveglio.
La mia coscienza vigila.
Sanguina di melma.
Di disgusto
di vergogna.
In questa caverna
dove non si mangia.
Non si beve.
Non si danza.
Non si canta.
Non si parla.
Non si ride.
Non si legge.
Non si…
Non si…
E la mia coscienza sanguina.
Sanguina.
Dal soffocamento.
Dall’isolamento.
Dall’odio.
Dal dolore.
Dalla collera.
Dall’ulcera.
E dalla…eccetera.
Notte troppo scura.
Notte scura troppo pesante.
Per risalire fuori
da questa caverna.
Puah! Come essere!
Mi muoio di fame.
Cielo! E’ la fine.
Non ne posso più.
Non ne posso più.
Ma chi mi sente.
Chi?
Il mio grido lo sentite
uomini della terra?
La mia caverna non ha uscita.
Sicuramente.
Il sole non brilla più.
Dov’è dunque la mia vita.
La tua vita la vita
E quelle sagome
dormono dormono
un sonno di mercurio
incuranti
incoscienti
impotenti.

IO

SONO

SVEGLIO!

365 giorni, Libroarbitrio

1989

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Credo nel Signore
creatore del Cielo e della Terra
da far vibrare l’anima mia libera
di non dovere nulla all’uomo.

Questa mattina durante la ricreazione Laila è scomparsa.
L’ho cercata ovunque. In fondo la classe. Nell’armadio dei giochi. Ai cappotti. Dal bidello. Nei bagni. Ho guardato fuori dal finestrone che da sul cortile. Ho corso in fondo in fondo, proprio giù dove quasi finisce la scuola spiando in tutte le classi. Mi sono affacciata sul giardino. Nella palestra.
E’ andata via?
Poi.
La maestra mi ha preso per un braccio e arrabbiatissima ha detto che tutti mi cercavano. Io fissavo i suoi occhi zitta. Credo che odora di mamma. Le mamme forse profumano tutte uguali?.
Poi ha pure detto che la ricreazione era finita da un bel pezzo e siamo rientrate in fretta in classe.
Mi sono seduta al banco. Dalla cartella ho preso il mio quaderno preferito con tutti i disegni di insetti che volano. Ma una mano piccola l’ha acciuffato prima di me.
Laila!
Come se nulla fosse. Come se io non la stavo cercando da un sacco di tempo eccola qui col suo sorrisetto.
Ma dove eri? Avrei voluto chiederle. Ma ho fatto un sorriso grande anche io e non le ho detto nulla.
L’ho lasciata in pace.

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

“Come mormorano le fonti” Clemens Brentano

Willem Haenraets, part two

Non senti come mormorano le fonti,
come stride il grillo non odi?
Silenzio, silenzio! Ascoltiamo!
Beato chi muore immerso nei sogni.
Beato chi si culla sulle nuvole,
la luna gli canta la ninnananna.
Beato spiccherà il volo
l’uomo a cui il sogno muove le ali
e nell’azzurra distesa del cielo
coglie stelle come fossero fiori.
Dormi, sogna, vola, presto
ti sveglierò, pieno di gioia.

365 giorni, Libroarbitrio

“Lettere a Sibilla Aleramo” Clemente Rebora

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O dei grilli in cadenza solitaria
ai poggi senza stelle
dentro il bagnato alitare dell’aria
tenui serenatelle!

Cos’è la vita con sue le rabbie a voi
persi nei solchi fuori
all’ombra inerte, o di silenzi a noi
dolcissimi cantori?

Anima, intona la tua voce e nulla
non domandare più:
cantati la canzone della culla
mentre declini giù.