365 giorni, Libroarbitrio

.storia di una storia che non finirà mai di essere scritta. – Lié Larousse

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.storia di un mago
che sapeva fare solo magie d’apparizione
ma che nella vita voleva fare anche altro,
tipo le magie di sparizione
ma lui sapeva fare solo il mago delle magie d’apparizione
allora una sera troppo arrabbiato decise di farla finita!
ed apparì al contrario,
restando immobile di spalle al suo pubblico
tanto per dare l’idea
che sarebbe sparito
o che almeno se ne sarebbe andato,
prima o poi.

L.L.

DuediRipicca Miraggi edizioni
#SERGIOMARTINEZPINTOR #lecirque

365 giorni, Libroarbitrio

.birra, polvere e bestemmie, da qui. – Lié Larousse – Miraggi Edizioni

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.bevi birra
polvere e bestemmie
e a starti a guardare 
da qui
seduta a terra
di fianco al frigorifero e al mocio
mentre metti due sottilette
e una fetta di fesa di tacchino
in un piatto scheggiato
la mia vita sgangherata
e tutta disorientata
m’accorgo
che se non me ne accorgo
riesco a viverla
da qui,
e se sto male
ma se non mi prende a male
quanto mi piaci che se resto in bilico,
se poi precipito, se mi faccio cenere
non mi respingi, né mi spargi,
ma mi fumi e mi mastichi lento
qui,
e se semplicemente se
non lacrimo sangue
non sferro ansie
non dico ma vivo
d’improvviso
questa vita
qui.

Lié Larousse

DuediRipicca Miraggi Edizioni
#MUCHAJOBANDCIGARETTES
#liélarousse per #miraggiovunque

365 giorni, Libroarbitrio

.essere solo un uomo non è essere solo uomo. – Lié Larousse

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.lasciati carezzare
da lei
che ami tanto
lasciati stringere il cuore
nei suoi occhi che ti ridono
cerca ristoro
dal suo corpo quando balla per te
lasciati abbracciare baciare
e vedrai
che lasciarsi amare
non fa poi così male.

L.L.

DuediRipicca Miraggi Edizioni
#lielarousse per #miraggiovunque
#CHRISTIANSCHLOEART

365 giorni, Libroarbitrio

.ciao. – Lié Larousse

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.ciao
ti presento questo cuore
l’ho appena massacrato e ucciso
tieni
il suo cadavere
ma non piangerlo
ballaci sopra,
ti presento questi occhi
lividi e rotti
come queste due ali smozzicate
e senza più piume
volaci dentro e guarda
quanto troppo vedo
quanto troppo sento
quanto troppo voglio,
dopo siediti e riposa
ti presento questo presagio
sempre lo stesso
m’osserva sull’uscio
non mi volto ma so
la morte è una porta
per me sempre aperta
perciò approfittane adesso
baciami
ciao.

Lié Larousse

Miraggi Edizioni – 2dR
#milomanara
#liélarousse per #miraggiovunque

365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori- Isbraa e Tabush – Diana Salvadori

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Piove. Piccoli ticchettii sulla stoffa sopra la mia testa. È già mattino, lo vedo nella trasparenza della tela verde.
Non ho voglia di alzarmi, sto bene qui distesa al calduccio. Tabush, il mio giovane gatto bianco e rosso, è raggomitolato ai miei piedi, li scalda. Guardo i piccoli movimenti della stoffa mentre le gocce la spingono in basso. Penso al sole delle mie strade, mentre andavo a scuola, e ridevo con la mia amica.
Ci piacevano due ragazzi: Tadir e Monder. Loro, ci sorridevano, noi, non potevamo guardarli ma li sentivamo, vicini, curiosi. Così facevamo sempre la stessa strada, per farci trovare, farci vedere. Eravamo promesse spose, allora, ma la vita, poi, ci ha fatto arrivare fin qui, al confine.
Tabush si muove, agita la coda, per farmi capire che si sta svegliando, ma resta sui miei piedi; anche lui non vuole uscire.
Mi piaceva tanto Tadir, aveva occhi neri, lunghi, leggermente a mandorla. Un gran sorriso, mani magre e decise. Parlava poco, stava fermo con gli altri uomini a osservarmi. Sentivo che lui era diverso, lui guardava proprio me. Quella me nascosta, segreta a tutti, quella dei sogni.
Tadir sorrideva poco, ma mentre mi guardava, lo sentivo sorridere, per me. Sorrideva, come me, dei sogni.  Sì, anche Tadir sognava, di diventare un bravo calzolaio, o meccanico, di essere un giovane marito, di danzare euforico al mio fianco. E poi, tanti bambini, maschi e femmine. Forse, lui guardava in me, i miei sogni.
Tabush si allunga, si stira, mi fa leggere fusa sulla pancia, io rido, il suo pelo mi fa il solletico. Qualcuno fuori urla che sta arrivando il cibo.
L’ultima volta che ho visto Tadir, la mia amica mi ha detto: “Ti ha scritto una poesia, è sotto il sasso al ponte delle pietre, dai, corri, andiamo a prenderla”. Ero a casa, Tabush sdraiato al sole mi ha seguito, ha giocato con le pietre mentre io leggevo: “Mia cara Isbraa, il suono del tuo nome è nel battito del mio cuore, quando si fermerà, mi troverai nel tuo battito.”
Tabush mi sale sul viso, si struscia sul mio naso, mi lecca una guancia.
Oggi non so dove sia Tadir.
Mentre facevo la valigia, ho preso la sua poesia, l’ho riletta; ho piegato il foglio nove volte, in segno di buon auspicio, ho preso il cofanetto azzurro e lì l’ho riposto. Ora è sotto il mio cuscino.
Alla partenza, Tabush era nervoso, miagolava e graffiava le mie gambe, si aggrappava alla valigia. Ho preso uno scialle, fine, l’ho arrotolato attorno al suo collo, lui si è calmato. Ho accarezzato il suo pelo rosso e bianco e gli ho detto: “Tu e Tadir venite con me”.
Qui, a Idomeni, non ho ancora visto la mia amica e neppure il mio Tadir.
Lei, prima di partire, mi ha lasciato un suo diario, dicendomi: “Isbraa, non scordiamoci di noi”. Anche lei, di poche parole.
Tabush ora vuole uscire, io lo controllo, ho paura di perderlo, così me lo coccolo ancora un po’ mentre gli metto il suo piccolo scialle.
Fuori non piove più, siamo in tanti, oggi sappiamo dove siamo, domani lo scopriremo.
Io spero di ritrovare la mia amica. Io spero di sposare Tadir.
Tabush mi aiuterà.

Racconto “Isbraa e Tabush”  scritto da Diana Salvadori
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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Opera pittorica
– L’attesa –  Lucio Fontana – 1965

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi,
in tutte le librerie a distribuzione nazionale
oppure on line al link di seguito:
http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/racconti-nella-rete-2016

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365 giorni, Libroarbitrio

Il tempo bambino – Simona Baldelli

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“In camera ho trovato questo.” Gli mostrò un pupazzo di stoffa, dal quale pendevano tristemente  i fili di alcune cucitrice slabbrate. “E’ tuo?” gli chiese.
Era l’orsacchiotto che gli aveva dato la bambina nel parco. “No” le risposte.
“E’ di quell’altra?”
“Nemmeno.”
Lei lasciò cadere a terra il pupazzo.  “Ti piacciono le bambine, vero?”
La domanda era semplice e diretta. Fece un passo in dietro. “Mi piaci tu, Regina.”
“Io pensavo di essere l’unica.” La voce di lei era piena di profonda tristezza.
“Ma tu sei unica te lo giuro.”
Sollevò una mano. “Non fa niente, tanto lo so che non è così” e prese a girare per la stanza.
La piccola figura si confuse fra le ombre dei mobili dello studio . L’unica cosa che riusciva a distinguere era la macchia scura dei capelli. Aveva ragione lei, era davvero minuta per la sua età . Vista di spalle gli ricordava moltissimo la bambina della pubblicità , scesa finalmente dallo schermo e giunta in quella stanza, alla ricerca della carta igienica soffice. Oppure avrebbe potuto essere la strabica, o la bambina del parco che gli aveva regalato l’orsacchiotto. Cercò nella penombra la sagoma del pupazzo. Era rimasto accanto lo stipite, lo lambiva una lingua di luce che si insinuava da sotto la porta. Aveva la pancina all’aria, ed i fili penzolanti erano una ragnatela che lo imprigionava al suolo. Sembrava chiedergli di essere salvato. Era lo stesso gioco che faceva da piccolo. Adagiava il fantoccio a terra, fingeva di legarlo con lo spago che penzolava dalle cuciture e poi si accucciava sul letto. Aspettava ore intere che qualcuno venisse a liberarlo o a portare via il prigioniero, come aveva letto in un libro che c’era un uomo che viaggiava attraverso il mondo diventando di volta in volta grande come un gigante o più minuscolo di un bambino.
Ma né grandi né piccoli venivano a soccorrerlo.

 

365 giorni, Libroarbitrio

L’altro. Io stesso – Jorge Luis Borges

lo stendino di farfalle

Con cosa posso trattenerti?
Ti offro povere strade, tramonti disperati, la luna dei laceri sobborghi.
Ti offro l’amarezza di un uomo che ha guardato a lungo, molto a lungo, la luna solitaria.
Ti offro i miei antenati, i miei morti, i fantasmi che i vivi hanno onorato oggi col bronzo.
Ti offro ogni intuizione racchiusa nei miei libri e quanta virilità o buon umore ha la mia vita.
Ti offro la lealtà di un uomo che non fu mai leale.
Ti offro la mia essenza, salvata non so come, quel centro del cuore che non tratta parole, non traffica coi sogni e non è mai toccato dal tempo, dalla gioia o dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una rosa gialla vista anni fa al tramonto, prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni di te stessa, teorie su di te, notizie vere e sorprendenti al tuo riguardo.
Ti posso dare la mia solitudine, le mie tenebre, la fame del mio cuore; cerco di allettarti con l’incertezza, il pericolo, la sconfitta.

365 giorni, Libroarbitrio

“Storie di ordinaria follia – Erezioni Eiaculazioni Esibizioni” Charles Bukowski

Angelo del vino Elisabetta Rogai

“STA ZITTA! Mahler, Beethoven, STRAVINSKY! ti fanno fare gli straordinari e non te li pagano. ti prendono a zampate nel culo, e se t’azzardi a dire ‘na parola, quello telefona all’ispettorato per la libertà vigilata: ‘spiacente, Jensen, ma glielo devo dire, il suo uomo ha rubato 25 dollari dalla cassa. e sì che l’avevamo preso a ben volere, qui.”
“ma insomma, che razza di giustizia vorresti, tu? non ti capisco, Duke. sbraiti, sbraiti, t’incazzi. ti sbronzi e vieni a dirmi che Dillinger è il più grand’uomo ch’è mai esistito. ti siedi là su quella sedia a dondolo, ubriaco fradicio, e ti scaldi per Dillinger. io pure sono un essere umano. sta’ a sentire…”
“al diavolo Dillinger! è morto. la giustizia? non c’è nessuna giustizia in America. c’è soltanto una giustizia. domandalo ai Kennedy, domandalo ai morti, a chi ti pare a te!”
Duke balzò su dalla poltrona a dondolo, andò nello sgabuzzino e, da sotto uno scatolone d’addobbi natalizi, tirò fuori una calibro 9.
“questa qui! questa è l’unica giustizia, in America. questa è l’unica cosa che capiscono tutti.”
gesticolava con la pistola in pugno.
Lala stava giocando con l’astronauta. il paracadute non s’apriva bene, ma certo: un’altra fregatura. un altro bidone. come la penna a sfera e tutto il resto. come Cristo che urla e che chiama Papà ma la linea è interrotta.

365 giorni, Libroarbitrio

“Ditele l’assenza” Mariasole Ariot

pozzanghera di luce

Ditele la fame, ditele che la bocca è il centro di una testa, ditele che se piange è per pudore, ditele lo sputo, ditele che il cielo senza occhi non ha ragione, ditele che una parola è matura quando è grave, ditele che grido, ditele che hanno forato il cranio con un punteruolo, ditele che passano le voci, ditele che non passa, ditele che i bambini hanno lo sguardo torvo, ditele che non guardo, ditele che le maglie della terra sono strette, ditele che non usciamo, ditele che usciremo, ditele che l’uomo ha una gabbia sulla testa, ditele della cornea, datele una retina, ditele il sangue sui tappeti, ditele che non avrò figli, ditele che ha innaffiato fiori finti, ditele che non fingo, ditele che i pianeti quando non cadono è perché cedono, ditele che nel pozzo non cadano bambini, ditele di non cadere, ditele che il radicale è un frutto senza seme, ditele dei confini mancati, ditele che se non sono – Sono l’altro, ditele della rincorsa dei coltelli, ditele della camera nera, ditele che un luogo non fa territorio, ditele che i territori sono reti, ditele della ragnatela, ditele che il mio scheletro ha la forma di una mosca, ditele dei ragni. Ditele che non ho pertugi, ditele che il consiglio è : evaporare, ditele che un foro non è un passaggio, ditele che non passa, ditele che hanno cartografato il vuoto, ditele che la fedeltà non si misura in giuramenti, ditele che sono infedele, ditele che la parola è un segno, ditele che ci parliamo, ditele che vedo, ditele che l’uomo ha creato bocche ovunque, ditele che sono una buca, ditele che non ho un fondo, ditele dell’universo osservabile, ditele che se ho taciuto è per gravità, ditele che non ho mai taciuto, ditele che il principio di reazione ha fallito, ditele che è falso, ditele che ho fame, ditele che è freddo, ditele che piange, ditele che un uomo è un bambino in verticale, ditele che cado, non ditele niente, ditele della sbarra piantata sulla schiena, ditele che la verità è una menzogna, ditele che mento.

365 giorni, Libroarbitrio

“La vita solitaria” Giacomo Leopardi

Elio Germano Leopardi

E le ridenti piagge benedico:
Poichè voi, cittadine infauste mura,
Vidi e conobbi assai, là dove segue
Odio al dolor compagno; e doloroso
Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
Benchè scarsa pietà pur mi dimostra
Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
Verso me più cortese! E tu pur volgi
Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
Le sciagure e gli affanni, alla reina
Felicità servi, o natura. In cielo,
In terra amico agl’infelici alcuno
E rifugio non resta altro che il ferro.
Talor m’assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d’un lago
Di taciturne piante incoronato.