365 giorni, Libroarbitrio

L’uscita per chiarire

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Amico mio, che devo dirti, vacci.
Di solito
vogliono uscire
pulite da una storia,
sì, alla reputazione
ci tengono.
Nel portagioie
le donne
non hanno solo oggettini
stupidi, custodiscono pure
la loro morale. Vacci
amico mio, l’uscita
per chiarire
è anche per sentirlo
meglio nel culo.

365 giorni, Libroarbitrio

PERDIAMOCI – Gianluca Pavia

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Portami via con te
attraverso lo specchio,
oltre la superficie di ogni cosa,
ma prima fermiamoci ad un bar
sudicio ed infame
e perdiamoci in un bicchiere
che non sia d’acqua,
o magari in un labirinto
purché il mostro
sia grande, brutto
e cattivo.
Shiva ci insegna
a creare dal nulla
ma prima, è ovvio,
tocca distruggere tutto
partendo da noi stessi.
La luna illumina serpenti d’asfalto
ed il fulmine elettrico
è così noioso da cavalcare,
allora sì
dammi tempesta senza pace
né prima né dopo,
apocalisse
è il mio mantra rilassante,
disagio
la meditazione funzionale.
Chiudi gli occhi
e guida alla cieca,
segui il bagliore di stelle
morte da tempo,
lascia stare il gps
ti prego, perdiamoci
per ritrovarci ancora
nella notte più buia
sotto un cielo senza luna.

Gianluca Pavia
DuediRipicca

365 giorni, Libroarbitrio

VERTIGINE – Gianluca Pavia

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Nelle frazioni
di tramonti
cerchi profumi nuovi,
indaghi la materia
con più sensi di quanti
tu non abbia;
più per gioco
che per amore,
perché quello
è un gioco proibito
a cui non vuoi
partecipare,
lo sport estremo
e la vertigine
di precipitare
anche da un gradino.

Gianluca Pavia
DuediRipicca

 

365 giorni, Libroarbitrio

IL BLUFF DELLA FELICITA’ – Gianluca Pavia

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Talmente assuefatti
alla lobotomia quotidiana
da cercare sempre
qualcosa di forte,
emozioni forti,
un salto nel vuoto
con l’elastico ai piedi
o i piedi nel vuoto
e una corda al collo.
Condannati
a dover essere felici,
ad avere tutto e tutti
e il prima possibile,
affoghiamo
nei nostri bicchieri
mezzi vuoti
sognando paradisi tropicali
dai nostri inferni periferici.
Perché lì
saremmo felici,
facendo questo o quello,
saremmo felici
scappando in continuazione
saremmo felici
o per lo meno,
distratti.
Non è tanto
trovare la felicità
né iniziare
a cercarla,
abbiamo già
tutto ciò che serve
dentro,
basta lasciargli spazio
e tempo
per uscire fuori.

Gianluca Pavia
DuediRipicca

365 giorni, Libroarbitrio

Come foglie di coca – Gianluca Pavia

Vladimir Kush - Rainy Night dream

Talmente stanco
da non riuscire più a dormire
o pensare
con l’anima in trincea
pronta ad un’altra guerra
senza tregua
disarmato, o forse solo
disilluso
l’emotività s’è coagulata
su una lama
gettata via tra i rifiuti
in una discarica di tradimenti
sommersa
da ricordi tossici di storie radioattive
lasciandoti solo
sete di sangue
che sommessa sale
sfamandoti con rabbia
e rancore
radici amare
da masticare piano
per stringere i denti
ed andare avanti,
come foglie di coca
per guerriglieri andini.

Gianluca Pavia

 

365 giorni, Libroarbitrio

Io e i tarocchi – Alejandro Jodorowsky

sulla luna

Amerai te stesso perché sei grande,
perché la bellezza è la tua essenza,
perché umile sostieni l’equilibrio totale:
gli astri girano affinché tu esista.
Ti darai le parole che meriti,
la tenerezza che meriti,
il talento che meriti,
non andrai lungo i sentieri degli altri.

 

365 giorni, Libroarbitrio

Fai come l’acqua – Gianluca Pavia

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Fai come l’acqua
amica mia,
scorri e non ti fermare
c’è un tizio sulla riva
in attesa di un cadavere.

Vai come il fiume
tra gole e cascate,
sfreccia tra le rapide
e riposa se puoi
quando la superficie è piatta.

Fai come l’acqua
non ti fermare,
permea la terra
e trova una via,
il tuo canto sarà
un gran bel fiore.

Vai come il fiume
che all’occhio pigro
si adatta al corso
e ne segue la corrente,
ma in profondità erode
e sgomita con le sponde,
sconvolge interi paesaggi
e si fa strada,
così,
da sé.

Tratto dalla raccolta poetica
Spietate Speranze
di Gianluca Pavia

365 giorni, Libroarbitrio

me – Charles Bukowski

Blue -Throated Hummingbird, Chiricahua Mountains, Arizona, May 1959 – Eliot Porter

le donne non sanno amare,
mi disse.
voi sapete amare
le donne invece vogliono solo
succhiarti il sangue.
lo so perchè sono una
donna. una ragazzina magari ancora ma
donna.

ah ah ah, mi feci una risata.

perciò non preoccuparti della rottura
con Susan
perché lei si attaccherà come una sanguisuga a
qualcun altro.

parlammo un altro po’
poi la salutai
attaccai
andai al cesso e
feci una bella cacca birrosa
pensando soprattutto che, be’,
ero ancora vivo
e che ero ancora in grado di buttar fuori
rifiuti dal mio corpo,
e poesie.
e finché continuava così
ero in grado di affrontare
i tradimenti
la solitudine
le ragadi
lo scolo
gli articoli di economia
della pagina finanziaria.

con ciò
mi alzai
mi pulii
tirai l’acqua
poi pensai:
è vero:
io so
amare.

mi tirai su i pantaloni e andai
nell’altra stanza.

365 giorni, Libroarbitrio

Battere a vuoto – Philip Levine

scintilla mare

Sopra gli strilli dei gabbiani, il messaggio giunge
tradotto nel linguaggio dell’acqua e del vento,
decifrabile,
esatto,
indimenticabile, le stesse
parole che parlavamo prima che parlassimo in parole.

Quel pomeriggio percorsi le strade affollate
in cerca di qualcosa che non sapevo nominare,
qualcosa di familiare, un volto o una voce o anche di meno,
tutto ma non queste schegge di cenere a piovere dal cielo.

E se stiamo zitti
potremmo forse udire qualcosa di vivo
muoversi lungo i vicoli polverosi
o nei giardini abbandonati, qualche
cosa lasciata alle spalle, lo spirito del luogo
che ci dà il benvenuto, se il luogo uno spirito avesse.

 

365 giorni, Libroarbitrio

CRIMINI CONDOMINIALI e altri piccoli orrori consumati in ambito domestico – Gino Falorni

di ossa di scheletri

Quel tipo mi aveva contattato per una valutazione della casa. Non mi piacque da subito. Aveva la faccia ossuta, pallida. Da brividi.
<<Prego, accomodati>> mi disse con voce sottile.
Anche la casa era inquietante. Con le finestre tutte chiuse e i mobili vecchi. E poi sporca, umida, tutta avvolta nella penombra. La prima stanza nella quale mi condusse fu quella da letto. Mentre prendevo nervosamente appunti lui si posizionò alla mia destra, vicino l’armadio. Stette tutto il tempo a guardarmi in silenzio, con un ghigno malefico.
<<Ma i miei scheletri nell’armadio non vuoi vederli?>> mi disse poi, di colpo, mentre uscivo per passare in un’altra stanza.
Ciò che vidi quando girai la testa mi atterrì. Nell’armadio, accatastati ordinatamente uno sopra l’altro, come tanti vestiti, decine e decine di scheletri e teschi umani.. Non ricordo quanto forte gridai. Ricordo solo che come un fulmine uscii da lì, e che scendendo un’angosciante risata  iniziò a riecheggiare per tutta la tromba delle scale.

***

Sono circa tre mesi che ho comprato quella casa in nuda proprietà, e da quel giorno, ogni mattina, ho preso l’abitudine di fare un salto in chiesa. Cinque minuti. Giusto il tempo di accendere un cero e raccomandarmi al Signore di far morire al più presto la novantenne che ci abita dentro.

***

Me la passavo molto male. Non avevo un  soldo, non lavoravo, non pagavo l’affitto da mesi e non mangiavo da giorni. Una mattina, verso l’ora di pranzo, mentre stavo sul bancone, in preda a dolorosissimi crampi allo stomaco, a valutare seriamente l’idea di buttarmi giù, scorsi in un vaso attaccato alla ringhiera, pieno solo di terra secca, cinque piccole uova. Non ci pensai due volte. Le presi, andai in cucina e e me le feci strapazzate in padella. Ma la fortuna quel giorno non finì lì. Più tardi vidi poggiarsi sullo stesso vaso la responsabile della gustosa covata. Una bella, grassoccia femmina di piccione. Per catturarla dovetti far ricorso a tutta la mia velocità e abilità. Dopo averla uccisa e  spiumata bene ma la feci in padella. Con quel po’ d’olio, quel po’ di sale e quel rancido spicchio d’aglio che mi restavano.

***

Per me la precisione è alla base della vita. Odio i disordinati e gli approssimativi. E il mio vicino di posto auto purtroppo lo era. Quando parcheggiava la macchina sconfinava puntualmente con le ruote sinistre nel mio rettangolo di parcheggio. Vi giuro, gliel’ho fatto presente in maniera civile non so quante volte, ma le mie parole da un orecchio gli entravano e dall’altro gli uscivano. Non intendevo ucciderlo, sia chiaro. Con quel pugno volevo solo colpirgli, al massimo fratturargli, lo zigomo. Purtroppo però ho sbagliato mira e gli ho centrato fatalmente la tempia destra. Quella è stata anche l’unica volta in vita mia che sono stato impreciso.