365 giorni, Libroarbitrio

Tram per Shanghai: viaggio tra i ricordi e i racconti di Zhang Ailing – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

La malinconia ha le sue leggi, ti viene a trovare quando meno te lo aspetti e ti resta attaccata come il sale dopo un tuffo in mare. Per me è una presenza costante, mi accompagna dovunque vada, solo che a volte tace, seguendomi in punta di piedi, e allora mi illudo che non ci sia. Oggi, invece, mi ha colpito in pieno petto mentre, aspettando il tram, mi ero persa con lo sguardo fra gli altissimi cipressi del Verano, custodi di lacrime e memorie. Il mondo intorno a me faceva tanto rumore: imprecazioni varie per il ritardo, chiacchiere impastate di fumo, scampanellii e clacson rabbiosi, eppure in quell’attimo mi sembrò di non sentire nulla, o meglio, di riuscire solo a percepire quel suono quasi ineffabile della brezza leggera che fruscia tra i bigliettini rossi traboccanti desideri appesi qua e là nei templi buddhisti cinesi. La prima immagine che mi tornò in mente fu quella del tempio del Buddha di giada a Shanghai, un luogo fuori dal Tempo e dalla metropoli, nonostante poco al di sopra delle mura si possano scorgere i grattacieli che invadono la città.

Shanghai, la “Perla d’Oriente”, è una signora elegante, vecchia e modernissima al tempo stesso. Situata sul delta del Fiume Azzurro, può permettersi il lusso di affacciarsi sul Mar Cinese Meridionale, mentre al suo interno è percorsa da un’arteria pulsante, meglio nota con il nome di fiume Huangpu. Salita sul tram, vedo scorrermi davanti il Bund di Shanghai con la Pearl Tower abbellita da migliaia di luci al neon, a fare capolino dal lato opposto. Dopo un attimo, ecco passare una via di cui non so il nome, ma larghissima e affollatissima: mi vedo schiacciata tra la gente come una formica, e allora, esausta, esco dalla laboriosa calca e mi dirigo verso una viuzza grigia per riprendere fiato. Qui la città sembra silenziosa, mi chiedo se sia ancora la stessa di un secondo fa. Che abbia attraversato qualche confine che ignoravo? No, è sempre la “Parigi d’Oriente, ma della Concessione Francese c’è ben poco qui: non ci sono bar alla moda né forzati accenti inglesi, ma ci sono signore che cucinano su carretti ingialliti dal tempo e dalla frittura, e tanti, tanti operai, con i caschetti gialli e i pantaloni macchiati. Forse vanno a costruire nuovi palazzi in centro o magari qualche albergo di lusso che nemmeno gli “stranieri” più ricchi riescono a permettersi.

Prima fermata, Via dei Sardi, però quando le porte si aprono, mi sembrano quelle del negozio di ravioli dove, dopo un’ora di fila, sono riuscita finalmente ad assaggiare uno di quelli tipici della città, con la zuppa dentro che ti esplode in bocca come uno tsunami di sapori infuocato. Le cuoche avranno la mia età, sono timide ma si lasciano fotografare volentieri dai turisti e ridacchiano tra loro mentre con le dita, velocissime, chiudono un raviolo dopo l’altro. I negozi di souvenirs hanno tutti le stesse cose: nodi rossi portafortuna, monete antiche, calamite della Grande Muraglia, bracciali con perline di legno per le preghiere e chi più ne ha più ne metta. La parte migliore, però, è contrattare con i negozianti in una battaglia all’ultimo Yuan solo per divertirsi a fingere di andar via per farsi rincorrere con l’ultima offerta, che non è mai l’ultima, si sa.

L’umidità di Shanghai, nel frattempo, ha assalito i finestrini del tram e dentro si inizia a sudare, proprio come quel giorno al Giardino del Mandarino Yu (Yu Yuan) dove mi sono ustionata il naso prendendo il sole, seduta sulle pietre del lago Tai incastonate fra le piante più disparate. Una vera oasi, un luogo incantato, nel centro di una delle città più all’avanguardia d’Asia, fra le architetture orientali e l’equilibrio perfetto tra il mondo umano, la casa, e la natura tutta intorno con fiori, alberi, rocce, e laghetti colmi di pesci. In Cina, sin dall’antichità, vige un pensiero per il quale gli opposti non vengono praticamente mai contemplati, tutto è complementare, e così il microcosmo, il mondo umano, è parte integrante e fondamentale del macrocosmo, il mondo naturale e i suoi prodigi.

Ecco la mia fermata, Scalo San Lorenzo. Scendo senza pensarci nemmeno, e mi siedo sulla prima panchina che incontro. Lascio che il sole mi riscaldi il cuore mischiandosi a quella malinconia che già da un po’ stava facendo il suo lavoro, regalandomi di nuovo le sensazioni indimenticabili di quel soggiorno a Shanghai, ormai lontano. La vita scorre veloce al ritmo frenetico della tecnologia e del PIL che cresce a dismisura, ma di Shanghai ho apprezzato soprattutto il fascino antico dei Longtang, vie d’altri tempi che danno vita a veri e propri blocchi di abitazioni dette Shikumen, letteralmente “porta di magazzino in pietra”, che fondono architettura cinese e occidentale in due o tre piani, decorati dalla quotidianità più disarmante, quella che ti riempie gli occhi di una bellezza tutta famigliare che sa di domeniche e pasta fatta in casa. 

Mentre gusto queste dolcissime memorie all’aroma di tè, ripenso alla Shanghai che non ho conosciuto, quella degli anni ’40 che però ho immaginato tante volte grazie alle parole della scrittrice Zhang Ailing (1920-1955) che, cosmopolita come la sua città, ha saputo ritrarre soprattutto le donne di questa ormai megalopoli, con tutte le loro emozioni ed immerse nel loro mondo, costellato di eleganti qipao, tradizionale abito femminile, e vivaci salotti. Mi sembra di sentire il rumore delle tessere di majiang che vengono spostate e rimischiate continuamente nella speranza di trovare la giusta combinazione, un po’ come si fa per la vita. Zhang Ailing in racconti come “Lussuria” – da cui l’omonimo film- ci racconta la Shanghai della guerra antinipponica, dello spionaggio e degli intrighi, dei tradimenti e degli ideali ma soprattutto degli amori che, spesso, si rivelano fatali soprattutto per le donne che mettono sempre un po’ di cuore in più. L’autrice guida il lettore per le vie più distinte e gli anfratti più deprimenti, passando sempre per i fitti pensieri dei suoi personaggi e dedicando ampie pagine descrittive agli oggetti, a tutti quei piccoli dettagli che contribuiscono a costruire in maniera credibile l’atmosfera di un’epoca.

Sperando di avervi invogliato a compiere questo viaggio nel tempo e nello spazio vi lascio un estratto da “Lussuria”:
“Sopra il tavolo da majiang la luce resta accesa anche di giorno e, quando si mescolano le tessere, gli anelli di diamanti sprizzano bagliori a destra e a manca. La tovaglia bianca, i cui angoli sono fissati alle quattro gambe del tavolo, è così perfettamente tesa da sembrare ancora più bianca, d’un candore niveo, quasi abbacinante. L’intenso contrasto tra luci e ombre mette in risalto i seni ben modellati di Jiazhi, e il suo viso, che regge bene anche la spietata illuminazione dall’alto.”

(Zhang Ailing, “Lussuria”, trad. it. M. Gottardo e M. Morzenti, 2007)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

A che serve la letteratura? – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

 “La letteratura ha ridestato in me quelle idee che bisognerebbe avere nei riguardi di ogni cosa e di cui prima non mi ero resa conto. In queste idee, che sono tutt’altro che scientifiche e perfette, si trovano tuttavia i motivi reconditi che mi hanno spinto a lottare fino a battere la testa e a farla sanguinare. Ma non me ne pento. Quando si è innamorati di qualcosa o di qualcuno non si è mai oggettivi o razionali.”

(Zhang Jie, “Uno studio sulla perseveranza” (1981), trad. M.E. Testa)

Zhang Jie (1937) è una delle autrici più importanti della letteratura cinese del ‘900. Dopo gli anni terribili della Grande Rivoluzione Culturale (1966-1976, secondo gli storici cinesi) riesce a dare voce alla sua penna, elegante e dura al tempo stesso, e a parlare dei temi a lei più cari quali l’amore con la “a” maiuscola, la condizione femminile e, più in generale, le vicissitudini umane: storie comuni di gente comune con tutto quello che ne consegue. 

Queste poche, profonde, righe riprese da un suo saggio mi riecheggiano nella mente da ormai qualche mese. Più volte, infatti, mi sono interrogata sul ruolo della letteratura, o meglio, sul ruolo che quest’antica forma d’arte e di Essere ha oggi per le persone. La risposta non è mai la stessa e non è nemmeno definitiva, per fortuna, ma più volte mi è sembrato di trovarmi a fronteggiare un muro di indifferenza e scetticismo nei confronti di questa tematica, eretto da tutte quelle persone alle quali ho sentito dire: “Sì, bella la letteratura, ma poi che ci fai?”. Tutto si riduce, insomma, ad una mera soddisfazione dei bisogni materiali: le cose devono servirti e tutto ciò che non serve è inutile, lo dice la parola stessa…Eppure non mi convince, non ci sto. Ho sempre avuto la sensazione che perseguire l’utile, in fondo, fosse una grande fregatura, anzi, un vero e proprio pericolo per la propria identità. Se non vi fidate di me, fidatevi di Zhuangzi, filosofo cinese vissuto, forse, tra il IV e il III secolo a.e.c. che diceva:


“Solo coloro che conoscono il valore dell’inutile possono parlare di ciò che è utile. La terra che calpestiamo è immensa, ma questa immensità non ha valore pratico: l’unica cosa che serve per spostarci è lo spazio ricoperto dalla pianta dei nostri piedi. Supponiamo che uno perfori la terra su cui camminiamo, scavando una fossa così profonda da arrivare giù fino alla Fonte Gialla: avrebbero una qualche utilità i due pezzi di terreno su cui poggiano i nostri piedi?”. Hui-Tzu rispose: “Effettivamente, sarebbero inutili”. E il maestro concluse: “Dunque, è evidente l’utilità dell’inutilità”.

(Chuang-Tzu, brani scelti da Ottavio Paz, Oscar Mondadori)

Per ognuno di noi la letteratura ha un valore diverso, ognuno di noi crea delle immagini proprie ed uniche a partire dalle parole scritte da qualcun altro e la cosa meravigliosa è che l’opera vive sempre di vita propria a prescindere dalla mano che le ha dato vita, essa diventa di tutti, diversa ad ogni lettura, mai identica, sempre in trasformazione come l’identità di chi legge. E questo lo sapeva bene William Shakespeare (1564-1616) che era consapevole di come i suoi versi sarebbero vissuti in eterno superando ogni barriera, ogni confine, eternando la sua amata e la scrittura stessa, come leggiamo negli ultimi versi del celeberrimo sonetto n. 18: “finché ci sarà un respiro od occhi per vedere/ questi versi avranno luce e ti daranno vita.”

Nel caso di Zhang Jie, la letteratura le ha permesso di restare umana come afferma lucidamente lei stessa, ha fatto sì che lei potesse rimanere “un essere umano vivo”, perché c’è differenza fra Vivere e sopravvivere, fra passare le giornate e viverle intensamente, anche nell’umile poetica-prosaicità di ogni giorno.

Mi sembra che tutto porti ad una parola, cioè Ricerca perché cos’è la letteratura se non ricerca continua? Il vento che gonfia le vele spiegate della “barca della Ricerca” è fatto di tante cose secondo me, e fra di esse c’è di certo la letteratura in tutte le sue declinazioni e sfumature con la sua natura fondamentalmente democratica. Essa rappresenta una Ricerca personale e sociale al tempo stesso, di rapporto, partendo dal singolo fino ad abbracciare il mondo intero di cui tutti e tutte siamo parte integrante, pensante, “leggente” e “scrivente”, e non solo numeri o ombre di passaggio, come ci vogliono far credere.

Ci sarebbe tantissimo altro da dire proprio perché la letteratura è in grado di abbracciare la “molteplicità” nella sua forma più varia e completa ed io, forse, non ho ancora le parole per dire di più, forse domani ne troverò di migliori, forse mai, forse qualcuno le ha già trovate per e le ha scritte su un foglio sgualcito, infilato in una bottiglia che ora galleggia chissà in quali mari.

Charles Baudelaire (1821-1867) scriveva Enivrez-vous, cioè “Ubriacatevi”, scegliete voi di cosa, io mi faccio un altro sorso di letteratura.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Fare spazio e Sognare – Di fiori di pesco e pagine scritte – Martina Benigni

La tartaruga rossa ( studio Ghibli)

Le cinque e trenta di pomeriggio: le ultime luci del tramonto si erano infiltrate nella stanza sciogliendosi come un liquido dolce su ogni superficie, fino a inumidirmi gli occhi e la mente. Avevo passato l’intera giornata al computer lasciandomi distrarre soltanto dallo scambio di e-mail e dal suono acuto delle notifiche non richieste; ero satura, provata, staccata da me. Fu un attimo: sentii la necessità di chiudere tutto, di distogliere i pensieri e di aprire gli occhi per davvero, sebbene li avessi aperti da almeno otto o nove ore, era come se dovessi ancora svegliarmi e farvi entrare una luce vera, che non mi ferisse, diversa da quella dei display. L’unico rumore a cui prestai attenzione, allora, fu quello dello schermo che si chiudeva sulla sudata tastiera sancendo davvero l’inizio della mia giornata.

I pensieri viaggiano alla velocità della luce infrangendo le barriere dello spazio e del tempo, così mi ritrovai in Cina a cavallo tra il quarto ed il quinto secolo, nella poesia di Tao Qian (365-427), anche noto come Tao Yuanming, che in un’epoca di disordini e violenza decise di abbandonare le cariche ufficiali per dedicarsi ad una vita semplice e felice che valesse la pena di essere vissuta, riscoprendo il senso delle piccole-grandi cose di ogni giorno: “In queste cose si trova/ l’essenza del Vero. / Ad esprimerlo/mancan le parole” (dalla traduzione di Giuliano Bertuccioli di Yin jiu, Bevendo il vino).

Il poeta mi porse un filo rosso invitandomi a fidarmi e a seguirlo: lo afferrai e di colpo attraversai altre epoche, altri luoghi, famigliari e sconosciuti, luoghi che avevo lasciato con noncuranza, immagini sulle quali non mi ero soffermata abbastanza e che ora mi chiedevano di riemergere. Mi ritrovai in uno spazio indefinito fatto di sfumature in cui distinguevo appena la forma delle cose che, però, sentivo note, vicine. Ero già stata lì e ci sarei tornata altre volte. Di nitido c’era, oltre alle sensazioni, quel filo rosso al quale mi tenevo aggrappata con forza, non sapevo più chi ci fosse dall’altra parte, ma continuai a fidarmi e a lasciarmi guidare, senza una ragione.

“Tieni aperta la porta del cuore, e anche tu troverai la tua Spiaggia dei Sogni.”

Erano anni che non mi tornava in mente questa frase de “L’onda perfetta” di Sergio Bambarén, anzi, a dir la verità credevo quasi di averlo dimenticato quel romanzo, ma lui non si era dimenticato di me, per fortuna. Ci sono momenti, emozioni, frasi, immagini, mani e occhi che rimangono dentro di noi ed agiscono segretamente, anche se non ce ne accorgiamo, ci levigano dolcemente come il vento e la pioggia fanno con le montagne. Quante albe hanno, inconsapevolmente, illuminato i nostri cammini? Bussole magiche che ci tengono saldi alla vita quando meno ce lo aspettiamo.

Il filo rosso, dunque, mi aveva fatta approdare sulla “Spiaggia dei Sogni” dove poter “disincagliare il cuore” e riprendermi il “tempo per vivere”. La “Spiaggia dei Sogni” è un luogo profondamente democratico, senza frontiere, dove pur parlando lingue diverse ci si capisce senza sforzo, è una dimora marina comune a tutti gli esseri umani, anche a chi non se ne ricorda o pensa di non sapersene più ricordare. La “Spiaggia dei Sogni” è paziente come il suo mare che di onda in onda si fa più profondo e limpido, sa aspettare, non ha fretta mentre conta le impronte dei sognatori erranti sulla sabbia dorata.

Oggi siamo tutti più smart: smartworking, smart TV, smartphone, ma la cosa più smart che potremmo fare davvero sarebbe staccare la spina, donarci il tempo di farlo, il tempo “di vivere”, appunto, di uscire, di scoprire di che blu si è tinto il cielo e di respirare. Ci insegnano l’importanza di accumulare ma, forse, dovremmo imparare soprattutto a fare spazio e a lasciar andare, a sgomberare la mente, a dire addio alle cose superflue per far entrare un pensiero nuovo, e recuperare, così, i sogni che aspettano di essere ripescati da anni, forse da secoli, per imparare a farne di nuovi, ogni giorno.

“L’onda perfetta”

articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Fiumi di Trasformazioni nel mare di Essere – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Il nuovo anno ha un profumo noto e sconosciuto, denso e pungente, mischiato a quello di caffè: si è fatto spazio nella stanza, cavalcando il soffio d’aria gelida che è entrato dalla finestra aperta per “far cambiare aria.”
Cambiare. Che parola incredibile. Il dizionario mi suggerisce provenire da una parola di origine gallica, a sua volta derivata dal greco “Kambein” che significava “curvare”, “girare intorno”. Il cambiamento, infatti, penso che coinvolga proprio il saper “curvare”, nel senso di essere elastici, di fare curve laddove necessario: disegnarle, percorrerle, essere noi stessi sinuose curve pronte a ridisegnare strade un tempo irte di rigidi rettilinei. Senza volerlo, forse guidata dalla mano del vento invernale, apro uno dei miei taccuini e dalle pagine del 2017 escono queste parole:


“Vorrei incontrarmi tra qualche tempo per vedere se mi riconosco. Quanto bisogna cambiare per non riuscirci più? Forse, invece, è proprio nel cambiamento, nella trasformazione che ci si conosce e riconosce, che ci si ritrova…”

Nel 2021 posso dire di rivedermi in queste righe, di riconoscermi, sebbene molto cambiata. Qualcuno, tempo fa, mi disse che tra ieri, oggi e domani scorrono anni, e che la me di adesso è già diversa da quella di un’ora fa. Non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma siamo fatti di cambiamento più di quanto siamo fatti d’acqua, siamo fatti di piccoli, impercettibili, enormi, trasformazioni che una dopo l’altra fluiscono nel mare del nostro Essere.

Ancora una volta, decido di rivolgermi ai poeti per cercare delle risposte, ma, come al solito, finisco sempre per ritrovarmi con nuove, bellissime domande. Al mio interrogarmi, oggi, risponde Pedro Salinas (1891-1951) con la poesia “Paura. Di te. Amarti.”, tratta dalla raccolta-poema d’amore “La voce a te dovuta” (1933), di cui vi riporto i versi incisi nel mio cuore, così come li ho sottolineati nel libro, sperando di farvi venire voglia di Cambiamento e di Poesia: 

“Paura. Di te. Amarti
è il rischio più alto.
Molteplici, la tua vita e tu.
Ti ho, quella di oggi;
ormai ti conosco, penetro
in labirinti, facili
grazie a te, alla tua mano.
E i miei ora, sì.
Però tu sei
il tuo stesso più oltre,
come la luce e il mondo:
giorni, notti, estati,
inverni che si succedono.
Fatalmente, ti trasformi,
e sei sempre tu,
nel tuo stesso mutamento,
con la fedeltà
costante del mutare.”

di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Antonia Pozzi: perché dovremmo tutti avere un “Desiderio di cose leggere” per la rubrica – Di fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni –

Il porto

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

Le poesie della Pozzi sono di una luce abbacinante: ci fanno andare al di là delle vette dei suoi amati monti lombardi per poi farci ripiombare nelle Radici della terra dove “sfacendosi/ dolorano le cose.” Questo per darvi solo un assaggio della bellezza e della profondità delle immagini che la sua penna, di nuvola e di roccia, sanno dipingere. Sono rapporto così intimo da considerarla una parte di sé, forse la più viva e pulsante, ecco perché nella poesia Bellezza (1934) nel donare se stessa dona anche i suoi “meriggi/ sul ciglio delle cascate, / i tramonti/ ai piedi delle statue, sulle colline, / fra tronchi di cipressi animati/ di nidi.” Altro tema importante è sicuramente l’amore verso l’altro, il diverso da sé che all’inizio è il tragico amore per il suo professore di greco e di latino, il quale, una volta finito, lascia nella poetessa un senso d’amaro e d’ingiustizia che si porterà dietro per tutta la vita, persino nella sua Vita sognata (1933). C’è, insomma, nell’opera della Pozzi, un mare infinito di immagini da cogliere con delicatezza e sensibilità, c’è una semplicità di stile e di scelta delle parole che rende al lettore la poesia accessibile e segreta al tempo stesso, quasi fosse un canto ancestrale che abbiamo la sensazione di aver già sentito, come un’eco lontana, forse di millenni fa. C’è, infine, la consapevolezza della pienezza della vita che, però, la poetessa non sa reggere !no in fondo, le trabocca dalle vene e lo sa: “Per troppa vita che ho nel sangue/ tremo/ nel vasto inverno”. Un inverno gelido che deve aver provato in alcuni dei rapporti umani, probabilmente in quelli fondamentali, che segnano irrimediabilmente. E a quell’inverno spaventoso, credo, la Pozzi abbia saputo rispondere con una splendida estate di poesia. In molti hanno tentato di dare delle etichette alla sua poesia: “crepuscolare”, “ermetica”, “d’amore”, “descrittiva”, “autobiografica”, ed altre, ma noi abbiamo una missione in quanto lettori nonché destinatari di questa bellissima eredità che è la sua poesia, e cioè quella di scavalcare le definizioni da “libro di matematica”, per assumerci l’onere e l’onore di leggere le parole nude, così come sono, così come le ha concepite l’autrice che solo nello scrivere riusciva a sentirsi Viva davvero, a stare al centro, in mezzo alla vita e non più in Riva ad essa “come un cespo di giunchi/ che tremi/ presso l’acqua in cammino.”

Spero che in questo 2020 che ha pesato e ancora pesa come un macigno sulle spalle di tutti noi, siate comunque riusciti a trovare quelle cose leggere che rendono più rosso il cuore e più dolce il cammino. E seppure non ci siate riusciti, consolatevi e gioite nella certezza di averci provato fino in fondo, sempre. Perché la ricerca non è mai vana.

articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Di fiori di pesco e pagine scritte” ogni sabato mattina appuntamento con la nuova Rubrica di Martina Benigni

Salpare

È sabato, sto per asciugarmi i capelli quando Lié chiede se può chiamarmi al telefono. “Certo, ci sono.” 
Il turbante stretto sulla testa non riesce ad impedire la fuga di qualche goccia più ribelle che, ormai, spandendosi sul pavimento ha già creato una piccola oasi nel deserto, ma è una bella mattinata e dopo li asciugherò, mi prometto. 
Fine della telefonata.
Poso lo smartphone, assorta. Mi ritrovo davanti alla finestra a guardare il fiume di cemento sempre uguale che fisso ormai da qualche anno e che più volte hanno solcato i velieri delle mie fantasie. Ce n’è uno proprio ora: il capitano, una donna dai capelli di stelle di mare, mi saluta fiera prima di fare rotta verso un nuovo sogno. Il cane della vicina intanto abbaia, come sempre, e, puntuali, gli rispondono i barboncini del palazzo di fronte. Mentre i cani discutono delle loro cose, io e il mio turbante stringiamo forte i capelli e i pensieri: aprire una mia rubrica!
“Ti do carta bianca, mi fido ciecamente”. Parole bellissime e spaventose al tempo stesso. Sapete quanto bisogna fare attenzione con la fiducia altrui? È più delicata di una ginestra. Da mancare il fiato. Eppure ho accettato, eppure ho voglia di raccontare, di scrivere e viaggiare a cavallo della penna, sperando mi porti da qualche parte, prima o poi, ma intanto mi godo il giro, dicono si faccia così. 
Scrivere, sì, ma cosa? Che a qualcuno possano interessare i libri che leggo, le poesie che amo o i pensieri che faccio? Per non parlare del mio “mal di Cina” o della mia fissazione per le piccole cose di tutti i giorni e la loro disarmante bellezza. Cose già viste, forse… Sì, ma tu scrivi.
E allora ecco, così inizia questa rubrica che già ha preso forma come i miei ricci che nel frattempo si sono asciugati e saltellano sulle mie spalle, felici, proprio come me che penso a quanto sia bello cominciare, fare il primo passo su quella stessa terra dove qualcuno ha deciso, per amore e con amore, di tornare.
A quel qualcuno, a Lié Larousse, sono immensamente grata.

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

(“Il più bello dei mari” di Nazim Hikmet)

articolo di Martina Benigni

Martina Benigni già dottoressa in Lingue, Culture, Letterature e Traduzioni, è attualmente studentessa dell’ultimo anno Magistrale in Lingue e Civiltà Orientali presso La Sapienza Università di Roma

365 giorni, Libroarbitrio, UN RACCONTO A SETTIMANA

– TROPPO TARDI PER GODERSELO – per #unraccontoasettimana – Rubrica letteraria 2dR

G. Courbet, Autoritratto o Uomo disperato, 1843, Nasjonalgalleriet di Oslo

Che ore sono? oo:oo, l’ora delle streghe, e tu stai bene, stai ancora bene. E’ solo questo bruciore, qua, dove le dita pigiano sulla bocca dello stomaco, o forse è solo il diaframma schiacciato, contratto, contrito. E ti manca l’aria, non respiri, soffochi, come se avessi la testa sott’acqua, o magari in uno di quei sacchetti per surgelare gli alimenti, che poi si appannano e vengono risucchiati dall’annaspare. E’ il caldo, forse, o magari solo il buio, il buio, ancora il buio no, il buio ti prego no.
Che ore sono? 01:11, e stai ancora bene, stai bene, ma le lenzuola s’incollano alla pelle, o forse la pelle alle lenzuola e questo materasso è troppo scomodo o forse troppo comodo o magari sono i rumori, giù in strada, le macchine i passanti i randagi e immagini le loro storie, crei a tavolino battute e copioni e colpi di scena e sono ancora le 01:12 e non chiudi occhio, non puoi, non vuoi, non ci riesci, sì sì, una sigaretta, ci vuole una sigaretta, ma dove hai lasciato il tabacco? No, qua no, forse se sposti la mano di là, ah sì, il comodino il telecomando il pulsante della lampada ed eccolo, sì la superficie liscia del pacchetto e il ruvido del bollo del monopolio e la morbidezza del tabacco ma, ma come si gira una sigaretta? Pensa, pensa, lo sai fare, è una vita che lo fai, prendi il filtro poi il tabacco, no no, prendi la cartina poi l’accendino, no no, inspira espira, calmo, calmo, lo sai fare lo sai fare, inspira prendi il tabacco, espira la cartina, inspira rolla, espira filtro, inspira accendi, espira fili di fumo salgono nel buio della stanza e s’arzigogolano in facce visi ghigni con le zanne di fuori, il posacenere prendi il posacenere.
Cazzo t’eri quasi addormentato.
Che ore sono? 01:51, e stai bene, stai ancora bene ma hai ribaltato il posacenere alzandoti di scatto, sudato salato stralunato e c’è cenere dappertutto e mozziconi e cartine strappate ma va bene così, la luce non l’accendi e la schiena s’adagia al buio, ma non quel buio, non quello che ti strizza il culo e t’irrigidisce che quasi non ti muovi, quasi non pensi, quasi non respiri, no, il buio della stanza ti piace, quello confortante, silenzioso come un utero e non ci sono le vocine a parlare sussurrare bisbigliare, non ci sono se resti sveglio non ci sono se resti sveglio non ci sono se resti sveglio, non esistono, nulla esiste prima della linea d’ombra, prima di quel sottile confine tra il sonno e la veglia quando saltano fuori i mostri i mostri i mostri, basta accendere la tv, ma ce l’hai la tv? pensa pensa pensa e non ascoltare il cuore che tump tump o le orecchie fiuuuu, non l’ascoltare, sì, ce l’hai, la tv ce l’hai, e il telecomando? no, anzi sì sì, ma dov’è? sotto la schiena no sotto al letto no dietro la spalliera no, ah sì, il comodino, è tutto sul comodino, tutto il necessario è sul comodino, o nel cassetto, sì nel cassetto ma non è ora, ora non è ora, e come si accende la tv? pensa pensa pensa, e smetti di far tremare quella mano e le gambe, quale bottone? quale? è il bottone giallo o il viola o il rosso o l’azzurro o l’indaco? ma che cazzo di colore è l’indaco? è il rosso, s’accende con il rosso, o forse è l’auto distruzione?
Che ore sono? 02:32, e stai bene, stai ancora bene illuminato da una televendita muta e ancora poche ore e sorgerà il sole e tutto passerà, andrai a lavoro e tutto passerà, ci saranno rumori e voci e suoni e fragore e sferragliare e tintinnare e le vocine non ti prenderanno, no, non potranno e ci sarà troppa luce per il buio e per i mostri, sì, ci saranno solo gli altri di mostri, in giacca e cravatta e sorrisi madreperla da figli di puttana e labbra gonfie di botulino e tette di silicone e compensazioni a quattro e due ruote e fucili d’assalto per missioni di pace e grandi manovre d’emergenza finanziarie spericolate e gli innamorati che si baciano s’accoppiano s’accoppano e la rete che ti ammalia t’ammala t’ammazza, sì sì presto sarà l’alba, e c’è vita là fuori basta non guardare il buio qua dentro, qua, dentro di te con le sue voci e le zampette e le ali stracciate e i denti affilati e le squame verdi e non respiri e il cuore batte la fronte umida lo stomaco brucia, e i denti tritano altri denti, inspira espira inspira espira e vai al bagno, un po’ d’acqua fresca non può farti male, non quanto loro, ma come ci vai al bagno? pensa pensa pensa, come cazzo ci vai al bagno? ok ok ok, un piede giù, bravo così, poi l’altro, ci sei, visto che te lo ricordi? adesso bravo, così, un piede poi l’altro poi l’altro e adesso come si apre il rubinetto a destra o sinistra? sinistra o destra? dai, prova, no, ecco è l’altro, e non è successo niente, visto? bravo sì, bagnati i polsi le braccia il viso e adesso? adesso torni al letto? ce l’hai un letto? cazzo sì! non ti agitare non far salire la pressione non sudare non aprire il cassetto del comodino, bravo, così, rilassati, ma non chiudere gli occhi, pensa pensa pensa e non sarà mai buio e non ci saranno voci e non aprirai il cassetto.
Che ore sono? 03:04, e stai ancora bene e non sei pazzo, tu non sei pazzo, è solo il mondo la fuori e la sua velocità e il suo sbrigati e il sei in ritardo e il corri e il sorpassa sbrana uccidi conquista, e non sai, qua dentro, cosa c’è che non va e non sai neanche se c’è qualcosa che non va ma tanto non lo sai come vanno le cose, a quelli lì, quelli sorridenti, quelli che respirano a fondo, quelli normali, ma anche tu sei normale, non dire di no, forse i pensieri corrono troppo o forse le sinapsi te l’hanno allacciate male o forse t’ha preso un fulmine quando eri piccolo e tutta quell’elettricità nella testa ti manda fuori fase, e cos’è questa puzza? forse i tuoi circuiti in corto o magari ti sei cagato sotto sentendo quelle zampine arrampicarsi lungo la schiena inerpicarsi su per il collo e trapanarti la scatola cranica, ah no, è solo la cenere tra le lenzuola zuppe di sudore, e questo rumore? sono arrivati cazzo sono arrivati, no, no, è solo il cuore in gola che martella infierisce massacra e fa troppo caldo fa troppo caldo, alzati apri la finestra esci in balcone e prendi una boccata d’aria, ma come si fa? come cazzo si fa? ok, la maniglia, di qua, anzi no di là e poi l’anta avanti, no indietro e la zanzariera? come cazzo si leva la zanzariera, espira inspira espira inspira, manca aria manca aria manca aria, fanculo passaci attraverso, piegati sulle ginocchia, poggia i pugni per terra guarda il sudore sgocciolare sul pavimento annusa la notte sorreggiti al vaso e vomitaci dentro e pensa pensa pensa al mutuo alle rate alle bollette all’appuntamento dal medico a quello in officina ai tuoi amici che ti vogliono vedere che è una vita che non ti fai vedere a quella ragazza che ti ha chiesto di uscire che è una vita che te l’ha chiesto il cassetto ma non pensare al cassetto cazzo, o forse sì, no, non ci pensare, tra poco passa tutto, tra poco sarà tutto passato, tranne il passato che rimane lì tra le ombre del buio con i mostri e le voci e le zampette, e il futuro, anche il futuro rimane sempre là, rimane sempre futuro e non arriva mai, nulla cambia e tutto resta uguale, non scorre un cazzo qua, fanculo Eraclito, o forse era Aristotele o Socrate o che cazzo ne sai non hai mai studiato, o forse sì? e chi diceva che credersi immuni alla pazzia è un…che cazzo ti frega, tu non sei pazzo tu non sei pazzo tu non sei pazzo.
Che ore sono? 04:14, e tu stai bene, non sei pazzo ti dico che non sei pazzo, è che non guardi abbastanza tv, l’accendi al buio ma non la guardi, magari ti farebbe bene con tutti quei programmi interessanti rilassanti rincoglionenti, forse la smetteresti di farti tutte quelle domande e di darti tutte quelle risposte che quando ti svegli poi sembra di stare sul palco di una grande recita, e no, non lo fare, non iniziare ad arrovellarti se questa vita non è forse solo una recita con tante repliche incollate una dietro l’altra, no, e non ti rispondere che siamo solo attori con maschere per ogni occasione e no, non ti domandare che cazzo di senso abbia alzarsi la mattina e continuare a lavorare per continuare a pagare per continuare a lavorare per continuare a pagare, e no, non ti rispondere che se un senso non lo vedi allora non c’è, e non pensare ad atomi molecole ioni, a batteri bacilli virus, che non esistono e li vedi, no, cioè scusa, mi sto incartando pur io, che non li vedi ma esistono, non t’impelagare in questo dedalo che nel labirinto il mostro ha già fiutato la paura e fremono le narici scalpitano i zoccoli rimbombano i passi e tu hai perso il filo, sì lo so, hai perso il filo e adesso non sai come uscirne come io ho perso il filo del discorso e non so cosa dire, e allora sì, batti la testa con le mani, stagna in posizione fetale fecale fatale e assapora il sale delle lacrime e il ferro del sangue che ti cola dalle guance che azzanni, fai tutto ciò che vuoi, corri urla strilla picchia accoppiati, ma sai accoppiarti? pensa pensa pensa, magari potresti distrarti, chiami qualcuna a casa e poi…poi…poi sai come si fa? cazzo sì che lo sai, l’hai fatto milioni di volte? l’hai mai fatto prima? certo che l’hai fatto ma come sì fa allora? allora lo metti dentro, no aspetta, prima lo tiri su, poi lo, ma come cazzo si tira su? inspira espira inspira espira, piano, più piano, stai correndo troppo, bravo, così, calmo, calmo, e non dirmi di non dirti di stare calmo che poi m’innervosisco anch’io, ok adesso non ci pensare, a quello che sai fare, a quello che non sai fare, alle bugie che ti hanno detto, con cui t’hanno cresciuto nutrito plasmato, era solo per il tuo bene, o forse per il loro, non so, basta che non pensi al cassetto, no, non allungare la mano, no, non aprirlo, bravo così, rimettiti giù che è quasi finita un’altra notte in bianco nell’oscurità fuori l’oscurità.
Che ore sono? 05:22, e tu stai ancora bene e non sei pazzo, stanco forse, ma non pazzo, stanco sì, di tutte queste notti senza dormire perché non riesci a dormire perché loro non la smettono di urlare gridare strepitare perché tu non fai nulla per farle tacere perché loro non sanno cosa hai fatto di male per assillarti o forse sei tu a non saperlo ma sai che non ce la fai più a vivere così con gli occhi gonfi e lo stomaco che brucia e il macigno sullo sterno e il nodo alla gola e il sudore lungo la schiena e le mani che tremano, prudono che vorresti tanto mollargliene uno a qualcuno, fargli male, sentire i denti incrinarsi sotto i tuoi colpi, il cranio sfaldarsi aprirsi sventrarsi in una fontanella zampillante di rosso viscoso e poi passartelo con una mano sul volto il rosso viscoso e sentirne il sapore su papille e pupille e andartene in giro con una cazzo di sega circolare a smembrare persone a sparargli tra gli occhi a piantargli un paletto nel cuore, perché ti stanno sul cazzo, tutti, tutti ti stanno sul cazzo, e ne vuoi il sangue sul pavimento sul soffitto sul filo dell’accetta, o forse sei tu, eh? forse sei tu che ti stai sul cazzo, eh? forse è il tuo il sangue che vorresti far schizzare tutt’attorno, eh? forse sono tue le membra da sparpagliare sul selciato, ma non ricordi come si fa, giusto, non sai come si fa, o forse sì? No, non allungare la mano verso il cassetto, no, non aprirlo lasciandolo scivolare silenzioso sui binari, no, non frugare con le dita tra le carte e le monetine e una vecchia candela e un santino ancora più vecchio con su la foto di un vecchio che era molto vecchio quando tu eri molto piccolo e non scansare il coltello a serramanico e no, non l’accarezzare, manca poco stringi i denti, e no, non ci passare le dita per tutta la lunghezza, no, non ne apprezzare il peso nella mano, è quasi finita resisti, no, non la tirare fuori, non ti specchiare sulla superficie liscia, mettila via, mettila via, manca poco è sarà tutto finito, no, non sorridere pensando che tanto domani ricomincerebbe tutto daccapo, no, non dire che non è mai finita e non finirà mai, no, non sorridere mentre apri la bocca, no, non piangere mentre ne senti il freddo peso sulla lingua calda, no, non reprimere un conato quando la spingi in fondo alla gola, no, ti prego, non farlo, non aprire gli occhi mentre rimuovi la sicura e premi piano sul grilletto e pensi che non ne hai mai sentito il fragore, che sono anni che arranchi in una continua confusione di vocine e frullare d’ali e zampettare di mostri, in un imperterrito rumore, vociare chiasso trambusto casino caos, e non ne sentirai mai il fragore, il botto, l’esplosione.
La denotazione di una detonazione.
Sarà solo silenzio.
Sarà troppo tardi per goderselo.

 

Estratto dal libro Poker d’incubi,
scritto da Gianluca Pavia & Lié Larousse,
firmato DuediRipicca.
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365 giorni, Libroarbitrio

DIARIO INTERIORE di SARA TEODORI

Giorno 24/4/2018


In questo momento sto lavorando sulle parti di me.
Quello che sono arrivata a capire fino ad oggi è che l’essere umano ha un SE’ superiore ed infiniti piccoli IO, che cercano di prendere il dominio, non appena ne hanno l’occasione.
Prima cosa decido di lavorare sull’osservazione di queste parti, e sulla messa a fuoco delle loro caratteristiche.
Ho quindi iniziato un lavoro fotografico-terapeutico utilizzando come soggetto le bambole.

 

Attacco su ogni bambola delle targhette che rappresentano parti di me, facendo un grande lavoro di introspezione.

 

Una volta fatto questo, mi lascio guidare dall’istinto, cerco il posto e la posa giusti, e le parti che rappresenta della bambola. Dopo di che la fotografo.

 

La guardo ancora un po’, le stacco le targhette e la fotografo ancora. Quando sento che è il momento, prendo la bambola, la stringo forte a me e poi la metto via.

 

Ieri ho fotografato la bambola ballerina con attaccato su le parole: BAMBINA, PERFETTA, INSICURA.
E ne ho tratto una grande consapevolezza.
Quando ero bambina praticavo la danza classica e ricordo che durante un saggio accadde qualcosa di apparentemente banale ma molto importante per la formazione di una o più parti di me: un paio di bambine sbagliarono un passaggio della coreografia, rischiando di mandare all’aria tutto lo spettacolo. Io recuperai il loro errore e feci in modo che lo spettacolo andasse avanti senza intoppi (avevamo 6 anni circa!). In camerino ricevetti tantissimi complimenti, al contrario delle bambine che avevano sbagliato e che se ne stavano in un angolo, bistrattate e con le loro mamme che mi guardavano neanche fossi il diavolo. Cosa appresi da quella situazione? Che devi sempre essere perfetta, che non puoi sbagliare, perché se sbagli sei relegata in un angolo e tua madre sarà invidiosa della figlia di qualcun altro.
Contemporaneamente imparai che se sei perfetta sei invidiata e non è una bella sensazione essere invidiati. Così nacque una parte di me con manie di perfezionismo e una parte di me con un’insicurezza profonda e ben radicata. Forse il mio primo incontro con l’ansia nacque proprio lì. Come si può essere insicure e perfette allo stesso tempo? Non si può, si diventa duali.

 

Per tutta la vita ho sempre voluto essere due cose.

 

Ho sempre voluto stare a casa e uscire. Ho sempre voluto stare in compagnia degli amici e stare da sola. Ho sempre voluto la coperta di cashmere e la grande avventura. Forse è per questo che non riesco a trovare la mia vera strada, perché ne voglio sempre una di troppo, in completo contrasto. Forse devo solo scegliere. Ma come scegliere qualcosa di giusto per te se non sai cosa è te? Se sei scisso in migliaia di piccoli te che chiedono di salire al timone, uno dopo l’altro? Bisogna soddisfarli tutti? Prima o poi finiranno? Oppure se ne creeranno sempre di nuovi? Probabile. E allora che fare? Torniamo al punto di capire chi siamo, oltre le dualità, oltre le parti di noi, oltre i meccanismi, oltre i traumi, oltre le mancanze. Cominciamo a togliere qualche strato allora. Cominciamo ad osservarle queste parti, a dare loro un nome, a conoscere i loro gusti, cosa preferiscono e quando hanno bisogno di andare in scena. Credo che dopo un attento e coscienzioso lavoro, saremmo in grado pian piano non solo di riconoscerle immediatamente queste parti ma anche di decidere se possono salire sul palco oppure no. Mi mette infinita tristezza pensare che quando ci facciamo dominare dalle parti di noi diventiamo automi che rispondono a meccanismi e ordini continui. E per questo mi chiedo, non sono anche le relazioni tra esseri umani in realtà stupide relazioni tra automi? Se ciò che mi lega ad un’altra persona è probabilmente un’infinità di combinazioni di parti, specchi e meccanismi che combaciano o si respingono, come può esistere una relazione basata sull’incontro dei veri sé? Soprattutto se nemmeno noi abbiamo una vera relazione con il nostro vero sé. Forse i più fortunati hanno ottenuto una colazione o un brunch con il loro SE’ superiore, ma per il resto della ciurma sono solo attimi, e anche sporadici.
Spesso mi accorgo solo dopo ore e ore che il mio collo è completamente contratto, che la mia pancia è tirata indentro come se fossi un obeso al mare, che ho mangiato un pezzo di pizza buonissimo e che me lo sono perso.

 

La cosa più importante per l’essere umano è cercare di riconnettersi sempre di più al proprio vero SE’, esserci, esserci davvero e non farsi dominare e guidare da qualcos’altro!

 

Siamo addormentati, ipnotizzati, narcotizzati per quasi tutto il tempo. Riceviamo punture di sedativo da ogni parte di noi, costantemente.
Come schizofrenici inconsapevoli ci lasciamo dominare senza nemmeno rendercene conto.
È il momento di riprendere il timone, spiegare le vele e partire per un grande viaggio, l’unico viaggio che ha davvero importanza. Il viaggio verso la scoperta di noi.

Testo e fotografie,
dal DIARIO INTERIORE
di Sara Teodori

 

365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Invito a partecipare alla XVI edizione del Premio Letterario Racconti nella Rete 2017

“E ancora le mezzo sorridi mentre Uno-con-il-telecomando urla: – Viva la vita, a morte la Dolce Morte”.
E Mezzo, sorridi, mentre pensi che volevi solo morire e invece…
L’esplosione ti strappa al tuo Mezzo pensiero.”
 
Con “Volevo solo morire e invece sono morto” di DuediRipicca chiudiamo I Lunedì di LuccAutori, restando in attesa dei nuovi racconti che verrano premiati in autunno vi presentiamo il servizio dedicato al premio Racconti nella Rete, a noi e agli altri vincitori del 2016. Vi invitiamo a partecipare alla XVI edizione del concorso con scadenza 31 maggio 2017, non perdete questa occasione e non perdetevi una delle nostre copie
IN BOCCA A POKER D’INCUBI!
 
Continuate a seguirci su FB e sul nostro blog http://www.libroarbitrio.com da domani tante novità per scrittori, editori, musicisti e pittori, ma anche per voi lettori e per chi semplicemente si lascia coinvolgere dal tutto della vita
 
Gianluca Pavia-Lié Larousse
Demetrio Brandi-nottetempo
365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Cent’anni di troppo – Dora Argento

Una-scena-del-film

Se non avessi avuto le bretelle rosse, quelle  fosforescenti che mi hanno regalato per Natale, quest’ora sarei -bello tranquillo!- nel mio nascondiglio, sotto il letto della camera degli ospiti, che è sempre vuota.

Papa’ e Mamma sarebbero partiti soli , con quella lastima di mio fratello Nuccio e io me ne sarei potuto  andare a fare  la gara in pace.

“ …e ci giocherai un’altra volta” dice Mamma.

Certo, che ne sa lei che non era una gara qualsiasi, per lei sono tutte uguali, non distingue manco un monopattino da un triciclo, figuriamoci…

”Leva di mezzo  quel “coso” con le ruote, Nonò!”

E Papà mi ha pure infilato in macchina arrabbiato senza farmi prendere  le figurine di Dragon ball che almeno ci passavo tempo invece di  stare qua, chiuso in macchina , con quel frignone di Nuccio che vuole tutto lui e che ha già vomitato una poltiglia verde, come sempre quando è in macchina!

Lo sapevo che non me le dovevo mettere oggi, mannaggia…

Papà le ha viste, anche se eravamo al buio, e mi ha trascinato fuori da sotto il letto, tirandomi per le bretelle che poi, quando le ha lasciate, mi hanno dato una schioppettata sulle spalle che mi fa ancora male .

Aveva la faccia da “teledosenonlafinisci” e quando c’ha quella faccia, severa e scura, non dico niente, ma se nò glielo dicevo che io non ci volevo andare, che avevo la gara più importante di tutta l’estate e che se non ci andavo io avrebbe vinto Peppe, sicuro, sicuro!

Tutto per colpa di una vecchiaccia,  di cent’anni poi!

A quest’ora hanno già iniziato, sono le quattro; a quest’ora sono già in cima alla salita, tutti e tre: Lorenzo con lo skate  rosso, Nello con  quello che usa per le gare, verde e giallo, e quel cornuto di Peppe col suo “mitico” blu; a quest’ora si stanno lanciando giù come pazzi; a quest’ora vedono gli alberi che gli passano accanto velocissimi che manco si capisce che sono proprio alberi, sembrano macchie verdi che si allargano e si stringono, che si rincorrono, una dietro l’altra e che invece poi quando ti fermi, che sei arrivato e ti giri, sono tornati al loro posto, anzi non si erano mossi mai.

Invece io sono legato come un salame con la cintura di sicurezza e Papà pure che si lamenta se metto i piedi sullo schienale

“Stai fermo coi piedi…che così sporchi la macchina nuova”.

La riempirei di calci io questa stupida….non poteva fare che non partiva così ce ne potevamo restare qua?

A quest’ora stanno risalendo dopo la prima discesa – perché la gara finisce dopo dieci discese libere  –  e a quest’ ora sarà arrivata  Susanna, tutta rosa, col cerchietto in testa, e  con quelle altre sceme delle sue compagne, rosa pure loro, sempre con le borsette in mano. Ma che ci mettono poi in queste borse microscopiche che non ci entra manco una pistola ad acqua, bleah! E, a quest’ora, di sicuro mi stanno prendendo in giro: “…Nonò  se l’è squagliata, Nonò è un fifone…tanto si sa che perdeva…”. A quest’ora.

Se c’ero altrochè se perdevo… ma “quella”, da quando le ho detto che fidanzarmi con lei mi fa schifo si vendica parlando male di me! Con quella bocca tutta inserragliata , con la gabbia metallica che quando ride pare la finestra del convento delle suore dell’asilo , quelle che non escono mai!

E tutto per andare a trovare una vecchia decrepita.

Ma che me ne frega a me di una vecchia rincretinita, senza denti, anzi coi denti tutti cariati, che quando parla sputa a raggiera, mezza ceca, senza capelli, tutta curva col bastone e i piedi con cento calli tutti rattrappiti che manco può camminare, anzi forse la portano sulla barella perché è paralitica e c’ha tutti i fili che escono da tutte le parti come nel telefilm dei medici che si vede la Mamma! Che ci stiamo andando a fare? “Una festa per la prozia che  fa cento anni e l’andiamo a festeggiare”.

Ma che c’è da festeggiare  quando hai cento anni, sei vecchia stravecchia,  non capisci più niente e non ti ricordi manco come ti chiami. Come la nonna di Gino che gli chiede ”E tu chi sei?” ogni volta che quel mischino attraversa la stanza.

Hai fatto cent’anni? Va bene, brava, adesso muori e ci lasci in pace.

Però, che idea…e se morisse ? Subito però, all’inizio della festa, cosi’ ce ne torniamo e magari sono ancora in tempo per rifare la gara…?

Se torno prima delle otto posso dire che avevo capito che la gara si faceva di sera, alla rinfrescata. Devo pensare ad un modo sicuro però.

Ecco, se la trovassi che dorme come in questo momento Nuccio, con la bocca aperta, potrei infilarle un imbuto con un veleno potentissimo che la stecchisce subito. Tanto quando uno è vecchio si sa che può morire da un momento all’altro, non si stupisce nessuno . Non è che chiamano la Polizia per un morto di cent’anni!

Oppure, se cammina ancora, potrei farle uno sgambetto mentre scende le scale. Pure che non muore, anche che va all’ospedale…a me basta che la festa non si fa e ce ne torniamo a casa in tempo. E se non ci sono scale in quella casa? Potrei tendere un filo da una parte all’altra della stanza. Quando sono vecchie , che sono incartapecorite, si rompono subito, non ci vuole niente. Come i grissini, tac!

Miii! Mi sto ricordando della zia di un mio compagno che è morta “perché aveva troppi zuccheri”. Questa sarebbe facilissima: potrei comprare tanti pacchi di zucchero e regalarglieli e dirle “Questo è un regalo per te, sono tutti tuoi”. Lei li prende e muore.

Ma tanti quanto? Non è che si muore per un pacco di zucchero. Quando con la mamma andiamo al supermercato ne compriamo almeno tre e non è morto mai nessuno…ce ne vorranno centinaia…

No, questo non va bene, Papà mi metterebbe in croce e forse pure la Polizia:  “…e tu perché le hai regalato tutto ‘sto zucchero?”, “Per il suo compleanno”…ma figurati, lo sa che manco ci volevo venire, sarei il sospettato numero uno. No, farla cadere è la cosa migliore, magari con una spinta.

“ Nuccio finiscila! Mamma lo fai finire a Nuccio, mi tira il cravattino di Batman! Me lo rovina!”

“E dai Nonò lo sai che è piccolo, un po’ di pazienza…”.

E certo, solo io la devo avere. Quando le vomita sul vestito nuovo, come l’altra volta che doveva uscire con Papà per fare pace dopo la litigata che si erano fatti e si era messa tutta scollata , allora la pazienza la perde pure lei…

E’ che Nuccio non è un bambino , è una “macchina del pianto con vomito automatizzato”, premi: “wuah”, premi: “wuah, premi……..Che idea! E se raccogliessi il vomito di Nuccio  e lo versassi addosso alla prozia, tutti penserebbero che sta male e chiamerebbero subito l’ambulanza: ua   ua ua ua ua ua uauaua …

E vai! Questa mi piace.

“Mamma, lo posso conservare il vomito di Nuccio? Così mi ricorderò sempre di quando era piccolo…”

“Nonò non dire scemenze, scendi, siamo arrivati.”

Papà, tenendomi dal collo “così non scappi”, mi spinge verso un grande portone di legno scuro  e inciampo sulla soglia di un pavimento bianco e nero che pare una scacchiera gigantissima! Mentre Mamma consegna alla cameriera il regalo, un pacco piccolo, che forse sarà una dentiera per la prozia, io immagino di essere il mio pezzo preferito – il cavallo nero- e mi ingrugnisco, cercando di allungare il mento e i denti in fisionomie cavalline  ma papà, pensando che faccio il verso alla cameriera -che di equestre però non ha niente assomigliando più a un panda grassoccio, per le occhiaie stratosferiche che si ritrova! – mi stringe il collo accompagnandolo da un “finiscila!”, sibilato fra i denti, che pare una lama ghiacciata.

Entriamo in un salone che se non è grande come il campetto dietro la scuola poco ci manca. Un sputo -di quelli buoni- di Saro, non arriverebbero al tetto e per una partita a calcetto l’unica cosa che si dovrebbero eliminare sono queste quattro colonne in mezzo – tutte a righe!- assolutamente inutili.  Si vede che chi ha costruito questa casa non ha pensato alle cose più elementari!

Vedo subito quello che cercavo per il mio piano: una scala che porta al piano di sopra con un corrimano tanto largo che potrei scivolarci con tutti e due i piedi uniti. E’ fatta! Con una bella spintarella la prozia  i gradini se li fa tutti, sicuro sicuro! Appena arriva…

Questo salone è gigantesco, pieno di cose strane: in centro c’è una tavola lunghissima con una tovaglia tutta buchi come la groviera,  di quelle che mamma dice che si mettono ogni morte di Papa perchè costano un sacco.

Oggi di Papi mi sa che devono esserne morti almeno due!

Dal tetto poi,  pende una specie di ancora, forse un lampadario, con cui verrebbero benissimo gli arrembaggi sulla nave nemica. Insomma se qui ci venissi con tutta la banda saprei bene cosa farci .E  la vecchia… la leghiamo al lampadario e ci giochiamo a freccette! Forte!

Siamo i primi ad essere arrivati e della prozia neanche l’ombra, magari è già in fin di vita e fra poco scenderà uno di quei medici col naso a becco, gli occhiali tondi e i vetri spessi come le biglie che ci darà la notizia con voce da gufo , guardandoci con lo sguardo inquisitore e  sperando che magari qualcun altro si senta male.

Mamma lo dice sempre che sono come i vampiri, che è meglio starne alla larga!

Papà, tenendomi sempre stretto il collo, mi spinge verso un divano “sprofondoso” di una stoffa rossa a fiori neri un po’ vecchia, con le molle rotte .

C’è n’è una specialmente che mi  preme proprio sul culo e sento la punta che mi buca i pantaloni. Cerco di spostarmi ma papà, pensando che voglio alzarmi, mi spinge verso il basso con la sua mano forte. Sono fregato, non mi posso muovere da qui e l’unica cosa che posso fare è guardarmi i piedi, stretti nelle scarpe nuove, che si muovono dondolando avanti e indietro, tutti ci annoiamo a morte! Con la mano però seguo i disegni della tappezzeria che sono più in rilievo e che mi portano ad una scucitura dove infilo facilmente il  mignolo. La scucitura è ruvida,come se ci fossero fili metallici ma, dentro, il dito sprofonda nel vuoto e finalmente trovo la molla fastidiosa. Cerco di allargare il buco per poterci infilare almeno due dita e ci sto lavorando bene quando un pizzicotto caldo e doloroso mi fa venire la scossa. Mamma se n’è accorta. Non posso fare manco questo.

La cameriera-panda si avvicina , portandosi dietro l’odore di fritto dalla cucina, e offrendoci un vassoio d’oro con degli orribili pasticcini a forma di cuore tutti zuccherosi – fatti da una cuoca femmina,  sicuro!- che si appiccicano uno sull’altro. Sicuramente ne avrà mangiato qualcuno perché le sue dita grasse, con le unghia tutte mangiate come quelle della mia compagna Geppa,  hanno tracce di zucchero sulle punte dei polpastrelli. Secondo me se li è anche sleccazzatitutti e poi li ha rimessi sul vassoio –come faccio io, ma solo con quelli di cioccolato però!- perché vicino alla bocca c’è traccia di unto misto a zucchero in polvere . Quando passa da me la fulmino:“Non ne voglio!” e mamma mi comincia una predica -di quelle che sono come quando catturi un ragno, che più lo allontani e più lungo è il filo di bava-  sull’importanza dell’educazione, che si dice sempre grazie, che bisogna stare al proprio posto bla bla bla… e mentre parla aziono il dispositivo che ho nel timpano per disinnescare l’udito e la guardo mentre apre e chiude la bocca come un luccio fuori dall’acqua – tutta brillante con il vestito nuovo argentato- e le sopracciglia che si arcuano o arrotondano a seconda che mi implori di fare il bravo o che mi minacci.

Un suono improvviso mi stappa automaticamente le orecchie e interrompe mia madre dalla predica , lasciando  il ragno dondolante appeso al labbro, incerto se tornare indietro. E’ il campanello, una specie di clacson gracchiante a volume altissimo – la prozia deve essere assai sorda- che preannuncia l’entrata di una comitiva di “Decrepiti in visita al Museo dei Fossili”, gli amici della prozia, come mi spiega la mamma.

Entrando consegnano i loro regali al solito panda che se ne va traballando  come un equilibrista. Il più giovane avrà  circa 200 anni.

Tutti insieme sembrano una ragnatela gigante. Il primo gruppo di rughe inizia sulla prima vecchia, una signora  con una gobbetta  che muove il collo in avanti e indietro come le tartarughe e, attraversando pance sballonzolanti, vene varicose che sembrano i fiumi di una carta geografica, doppiomenti cascanti come lenzuola stese al sole sbattute dal vento, passi zoppicanti, dentiere traballanti, chiome sparute ed elettrizzate come una foresta dopo un incendio e piedi deformati con le dita tutte litigate fra di loro, finiscono sulla nuca di un vecchio tanto magro che la giacca  sembra vuota,come appesa a una gruccia.

Ma poi -dico io- in mezzo a tutti questi nonni, neanche un bambino con cui giocare ! Fortunatamente , dalla porta della cucina, entrano una fila di vassoi odorosi di forno  con un sacchissimo di cose da mangiare, il tavolo si riempie in un baleno ma, per prima, avvisto una montagna di patatine fritte croccanti su cui mi piombo. Il panda le avrà sleccazzate? Ma dai! ci vorrebbe un mese a sleccazzarsele una per una…me ne frego e , infatti, sono buonissime.

Vedo il passeggino di Nuccio in movimento, si sarà svegliato e avrà fame e Mamma non se n’è accorta – è impegnata con un fossile che deve aver preso la scossa perché trema tutto- forse è arrivato il momento di fargli assaggiare qualcosa di buono. Preparo una merenda super con patatine, maionese , marmellata, olive, caponata- tutto ben mescolato- fette di limone e una spruzzata di aranciata sopra e la porto a mio fratello che mi aspetta con la bocca già aperta, infilo un boccone del miscuglio e mi diverto a vedere la sua faccia che pare un fumetto: si contorce  tutta quando becca il limone aspro o si bea a succhiare la maionese dal pane. In mancanza d’altro anche mio fratello può essere divertente e gli faccio leccare anche una patatina dal mio piatto, altro che pappine, per questo le vomita! .

Ce ne stiamo tranquilli a mangiare in un angolo e faccio in tempo a togliere tutto e pulirgli la bocca prima che torna mamma.

“Due piatti ? Ti sei abboffato Nonò, non è che poi ti senti male?”

Con la bocca fatta di sale , pregusto le altre cose che mangerò: panelle, pizzette e una montagna di dolci al cioccolato, il resto lo lascerò alla comitiva che intanto si è trasformata in uno sciame di cavallette affamate.

Evidentemente lo stomaco funziona a tutti.

Mi parlano di sopra , tutti un po’ gridando e molti non sentendo e, da una parte all’altra del tavolo, sfrecciano tanti “come-cosa- che hai detto?” che , anche se non raggiungono il bersaglio giusto, vanno bene un po’ per tutti , e comunque non si fermano e continuano a riempirsi il piatto e poi… ridono, ridono tutti.

Che c’hanno poi da ridere? Forse quando uno sa che sta per morire  è contento perché è ancora vivo…

Mio nonno , l’anno scorso, quando mi ha chiamato che voleva vedermi subito era a letto da diversi giorni ma mi disse di correre, che aveva urgenza di raccontarmi una barzelletta -che lo sapeva che io ci faccio la collezione- e me la raccontò facendo le facce buffe, come sapeva fare lui, e non riusciva a finire perché ridevamo tutti e due come scemi. E poi è morto. Si chiamava Antonio, come me.

“Nonò, non mi senti? ma che fai, dormi? Guarda , c’è una cosa per te!”

Alzo gli occhi e lo riconosco subito: uno skate  con le ruote pluridirezionali, le testine di acciaio cromo e gli ammortizzatori con le doppie molle che ci puoi saltare pure gli scalini della Madrice! Il disegno poi è…bellissimo! Una lancia di fuoco inizia dalla punta su uno sfondo nero e poi, salendo, si trasforma in frecce colorate che bucano uno scudo! Noooo è pure firmato da Niki , il campione americano di skate!

Ma… è impossibile da trovare in Italia, come hanno fatto?

Non vedo più niente, ho gli occhi annebbiati dalle lacrime e mi vergogno di piangere ma oramai sono un fiume di muco dolciastro che mi riempie il naso e  non riesco a fermarmi, è il regalo più bello che potevano farmi Mamma e Papà.

Sento un fazzoletto profumato che mi struscia e mi graffia un poco la faccia ma mi asciuga il muco e gli occhi che si snebbiano.

Forse che sono svenuto per tanto tempo?

La faccia che vedo è quella di mamma ma …più vecchia!

Mamma mia, non è che le rughe sono contagiose? Cerco subito Papà e lo vedo uguale, menomale, e dietro di lui mamma, è lei,  pure uguale e allora, di chi è questa faccia?

“Sono  tua hold zia. Non ti puoi arricordare perché vivo in America ma sapevo di te, di  un nipotino bello assai e ca ti piace troppo lo skate. Io nu ne capiscio niente ma il negoziante mio amico told me che è un modello very  beautifull. Ho indovinato, Nonò?”

Mi passarono davanti tutte le torture che avevo immaginato per lei e dallo stomaco qualcuno mi diede come un cazzotto.

La prozia è vecchissima e assomiglia ad un ghiacciolo un po’ squagliato, ma ha una voce dolce e un sorriso buono e allegro come quello del Nonno…

Ah già, giusto, è sua sorella… e anche la dentiera deve essere americana -è bianchissima !- e poi… è venuta in aereo dall’America, forte!

Magari fa quelle cure americane ed è indistruttibile, come Batman .

Forte questa zia! Già me la immagino, col vestito giallo di “Dragon ball terza evoluzione”, quando la presenterò a quegliscimuniti coi loro skate  che sembrano carriole, altro che skate!

E poi come dice “skate” con  la “ kappa” e la “a” che fanno tutto un rimbombo: skate, skate…

La guardo e le faccio l’occhiolino.

“Zia posso provarlo sulle scale?”,

“Oh yes. Ma you attento ok?” mi schiaccia l’occhio e guarda i Fossili

“ Non cadiri su questi “vecchi birilli”, si rumpinu subito, comu grissini, ok ?”

E ride, con una risata squillante e rido pure io, e mi dà una pacca sulla spalla e io la spingo , ma piano, e ci diamo il “cinque” e ridiamo ancora, come scemi…

Non è che adesso mi muore pure lei?

 

Racconto “Cent’anni di troppo” scritto da Dora Argento
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio “Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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