365 giorni, Libroarbitrio

Gli Iperborei – Pietro Castellitto recensione di Lié Larousse

Gli Iperborei è un romanzo che racconta il privilegio, non solo quello di essere ricchi e quindi vivere di agiatezze ma il privilegio di essere amati senza l’ipocrisia che si cela dietro un nome ed una posizione importante ed avere poi la capacità di ricambiare, saper amare a prescindere da tutto e da tutti.
L’autore, Pietro Castellitto, in queste pagine narra il rifiuto e il coraggio: quanta difficoltà, fastidio, imbarazzo proviamo quando dobbiamo lasciar andare chi non ci vuole, quando imperterriti inseguiamo un amore impossibile, o un sogno irrealizzabile, e quanto coraggio ci vuole per capirlo, accettarlo ed andare avanti senza perdere lucidità, dignità? Questo è un romanzo che racconta l’apparenza: all’inizio ci sembra che tutto nella vita dei personaggi fili liscio, un presente invidiabile, un futuro meraviglioso da creare, problemi inesistenti e guai che si aggiustano da soli, ma quanto dura il tempo dell’apparenza?
Dura fin tanto che non entrano in scena l’umiliazione, l’abbandono, la meschinità, amici che credevamo tali si scoprono avversari di una partita a scacchi, e vediamo Poldo mentre si perde nei suoi “spettacoli in testa” manovrato come una pedina. Questo è un romanzo che racconta la storia di Dei e Dee in tutta la loro magnificenza, una fra tutti Guenda, attorno a lei il mondo di Poldo ruota, accade, vive, ma lei non è davvero lì, se non in posa, dolcissima, ritratta in una loro foto da bambini.
Questo romanzo è una storia nella storia dove passato e presente vengono travolti da un futuro già scritto e l’autore spietato ci accompagna ad un insperato epilogo, in una Roma che ho conosciuto ma non vissuto, perché conoscere non significa vivere, e vivere non sempre significa conoscersi.

di Lié Larousse

Gli Iperborei
Pietro Castellitto
Bompiani

365 giorni, Libroarbitrio

“Amorino” Isabella Santacroce

Piuma - Natalia Deprina

Dal diario di Annetta Stevenson
Minster Lovell, 14 novembre 1911, ore 19,09 

L’amore, allargata solitudine.
Se solo, ancora lo ripeto per sempre.
Se solo, d’improvviso come un lampo, io gioia divenissi, allora, non più il terrore parlerebbe: ammutolito.
In questi giorni d’abbagliante dolore, accecata dalle grida cammino sbandando, incontro all’amore che invento, tra apparizioni di cuori.
Perché il dolore se di strazio le sue membra riveste, allora, affinché non uccida chi tremando lo stringe, in lontananza compare l’amore, e ha braccia che chiamano, dicono vieni da me, raggiungimi attraversando una bufera di sangue, perché io sono qui, per tenerti.
E tu, seppure già quasi morto, allora lo guardi, e riprendi a rivivere, per riuscire a sfiorarlo.
Già senti il calore sciogliere il freddo, guarirti, e attraversi quella bufera di sangue, che a ogni passo si trasforma, in apparizioni di cuori.
E io so che è terrore la vita, anche senza dolore è terrore. La vita è terrore, non altro, è terrore. La vita è terrore, anche quella innocente, pulita, di luce, è terrore. La vita è terrore.
E io so che non esiste nessuna salvezza, nessuno si salva, neppure i giusti, i virtuosi, gli impeccabili, gli incolpevoli, e neppure Dio, Gesù Cristo, i santi, le vergini e i martiri, perché è terrore la vita, non altro, è terrore che guarda, impassibile.
E allora non è vero, che se d’improvviso come un lampo, io gioia divenissi, non più il terrore parlerebbe: ammutolito. Non è vero, parlerebbe come sempre, nel silenzio, guardandomi impassibile.
Se solo io non sapessi, non gli occhi, non questa sensibilità, non queste ossa. Se solo io non capissi, nessun lirismo, non questa poesia che mi squarcia. Se solo, non questo terrore, la vita.
Alexander, tu sei l’amore che invento in questi giorni d’abbagliante dolore, e nel terrore verso di te cammino sbandando, in un’allargata solitudine.
Alexander, le tue braccia mi stanno parlando, al termine di una bufera di sangue.