365 giorni, Libroarbitrio

Nymphaea Alba

Nymphaea alba

Sogni allucinazioni di persona semplice

Sogni l’anima del tormento  in quanto vitalità maniacale

Sogni l’osservanza della spontaneità delle paranoie emozionali isteriche

Sogni assassinare la mente dal volere inconscio

Sogni l’improvvisazione di un’idea

Sogni  l’associazione dell’ Io al Tu che vorresti essere

Sogni l’arroganza della proprietà della carne

Sogni regole da importi e subito da infrangere

Sogni la cura

Sogni neri angeli di vapore dalle ali d’etere

Sogni ricordi persi e ritrovati e poi di nuovo volutamente persi

Sogni la realtà sincera dell’amore

Sogni  gli istinti del Sognatore

Sogni l’autoconservazione del cuore

Sogni i giardini degli illuminati

Sogni sentieri d’inchiostro

Sogni deliranti bizzarrie

Sogni la benevolenza della fobia compulsiva ossessiva

Sogni la nascita sconfinata dei sistemi diagnostici

Sogni la tenacia del pane caldo
del formaggio reso piccante dal tempo
del burro salato del miele del bicchiere di vino
e il bicchiere è quello della nonna di quando la vita era semplice sacrificio quotidiano del vivere
e il vino è quello acquistato dal Vini e Oli dalla bontà acida e pastosa
nero non rosso
senza fronzoli e assaggi
con la schiuma rosa in pizzo alla bocca del fiasco verde smeraldo
e nel tornare memore d’ogni odore
credi d’avere un tesoro tra le mani della ragione

Sogni  la bambina sirena del bosco

Sogni  Nymphaea Alba…

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

Josif Brodsky “Procida”

Roma 10 gennaio 2014

Josif Brodsky

Baia sperduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi  turchina.

Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco la stella.

“Avrei voluto coincidere con il tempo, spingervi sopra il corpo un carro armato di parole e, più tardi nella vita, desiderai che la musica delle mie parole fosse tale da attrarvi come un magnete verso uno spalancamento, poiché i versi non sono che il mezzo di trasporto della poesia verso un’ampiezza di sguardo che ci fa uguali – e non solo uguali fra simili!: mostrai sempre uno spiccio fastidio per il patetismo umano e una religiosa ammirazione  per la impassibilità dell’oggetto. Una religiosità primaria, quasi compianto e desiderio in prossimità della morte, perché la perdita è il principio di eguaglianza tra Dio e i mortali”.

A domani
Lié Larousse

 

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Fedor Dovstoevskij l’ultimo grande scrittore realista dell’Ottocento

Roma 26 agosto 2013

Fedor Dovstoevkij scrittore

Nato  a Mosca  nel 1821, figlio di un medico, Fedor Dovstoevskij  crebbe in una famiglia di idee chiuse e autoritarie.

Iscritto alla scuola del Genio militare di Pietroburgo, si diplomò nel 1843 ma rinunciò alla carriera militare per dedicarsi alla scrittura.

Nel 1846 pubblicò il primo romanzo, Povera gente, che ebbe un buon successo di pubblico.

Nel 1849 la sua carriera fu momentaneamente troncata dalla vicenda che condizionò tutta la sua vita successiva: l’arresto e la condanna a morte da parte del regime zarista per aver aderito a un circolo di intellettuali socialisti.

Il giorno stesso dell’esecuzione fu graziato dallo zar  e la condanna fu tramutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia e quattro anni di servizio militare  successivo.

Scontata la pena e convertitosi a idee meno progressiste in politica, si accostò con grande slancio alla dottrina cristiano-ortodossa in campo religioso.

Le ristrettezze economiche e il cattivo stato di salute , segnato da continui attacchi epilettici, resero gli anni seguenti della sua vita molto duri.

Nel 1857 si sposò con una giovane vedova (che morì sette anni dopo)  e riprese la sua attività di scrittore.

Fu narratore molto prolifico e scrisse numerosi romanzi, tutti di grande successo, uno dei quali in particolare, Delitto e castigo 1886, lo fece conoscere al pubblico di tutta Europa.

Queste opere, tuttavia, non gli procurarono l’agiatezza economica.

Dovstoevskij, dopo essersi sposato in seconde nozze con la sua segretaria, a causa di  dissesti economici dovuti anche alla sua passione per il gioco d’azzardo, fu addirittura costretto  a fuggire dai suoi creditori, viaggiando per cinque anni in Germania, Francia, Svizzera e Italia.

In questo periodo scrisse L’idiota 1868-1869.

Tornato in Russia  nel 1783, proseguì l’attività di romanziere, pubblicando I demoni  e altri lavori di grande impegno e successo.

L’ultimo grande romanzo fu I fratelli Karamazow  1879-80, terminato  un anno prima della morte , avvenuta improvvisamente a Pietroburgo nel 1881.

Dovstoevskij è considerato l’ultimo grande  scrittore realista  dell’Ottocento  e insieme il precursore del romanzo del Novecento.

La sua scrittura infatti , riprende i temi della narrativa realistica  e del romanzo popolare , ma introduce un importante elemento di analisi e di intuizione psicologica dei personaggi, di seguito le opere principali:

Il sosia 1846

Le notti bianche 1848

Umiliati e offesi 1862

Memorie dal sottosuolo 1865

Il giocatore 1867

L’adolescente 1875

A domani

LL

 

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Franz Kafka : la condizione esistenziale dell’uomo moderno imprigionato in un labirinto di regole senza via d’uscita di cui non conoscerà mai il senso

Punta Ala 17 agosto 2013

Franz Kafka scrittore

Franz Kafka nacque a Praga nel 1883 da una famiglia ebrea di lingua tedesca.

In quegli anni a Praga, seconda città dell’Impero austro-ungarico dopo Vienna, confluivano cultura ceca, ebraica, e tedesca e la rendevano inquieta, viva, aperta alle avanguardie e allo stesso tempo fedele custode delle tradizioni degli ebrei dell’Est, della loro lingua, lo yiddish, dello studio dei testi sacri.

Due diversi modelli di ebraismo presiedettero alla formazione di Kafk: quello aperto , teso al benessere e alla promozione sociale, proposto dal padre commerciante e quello religioso strettamente ortodosso della madre.

Ma egli si sentì sempre sostanzialmente estraneo a entrambi e addirittura in conflitto con quello paterno.

Il rapporto difficilissimo che Kafka ebbe con suo padre, e che ossessivamente ritorna nei suoi scritti, alimentò in lui la convinzione della propria debolezza, del disadattamento alla vita di cui si sentiva vittima.

Si laureò in legge e, venticinquenne, s’impegnò in una compagnia di assicurazioni, dove rimase fino al 1920, quando l’aggravarsi della tubercolosi di cui soffriva lo costrinse a curarsi lontano da Praga.

Questa esperienza di lavoro impiegatizio contribuì alla nascita di un altro dei temi fondamentali della sua narrativa: la condizione esistenziale dell’uomo moderno, imprigionato in un labirinto di regole senza via d’uscita di cui non conoscerà mai il senso, non possedendone la chiave interpretativa.

Un inesorabile senso di colpa legato al fatto stesso di esistere – al quale sono state attribuite molte interpretazioni, fra cui il presentimento dell’imminente persecuzione nazista e la catastrofe della guerra- conduce l’essere umano all’espiazione,senza che possa mai conoscere le ragioni della pena che deve scontare.

La rappresentazione della realtà, nell’opera di Kafka, diventa allucinata e metaforica, mentre i dati materiali diventano simboli di una realtà ben più estesa, quella della psiche umana.

L’uomo contemporaneo presagisce la fine di un mondo, dei suoi valori, delle sue certezze.

Per Kafka, decifrare la realtà è una pretesa impossibile, l’uomo è smarrito, torturato dalle sue incapacità, ed ecco che il racconto perde la sua trama definita, rimane in sospeso, senza una conclusione che consegni al lettore il senso logico della vicenda.

Il rispetto scrupoloso dell’ordine cronologico dei fatti, tipico delle opere naturalistiche e veriste è infranto, il tempo diventa soggettivo e relativo, i fatti seguono l’ordine di importanza che il narratore attribuisce loro, assolutamente liberi di accadere al di là del limite della comprensione umana.

Franz Kafka morì nel sanatorio di Kierling, vicino a Vienna, nel 1924.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

L’Ottocento e i princìpi fondamentali della libertà e della nazionalità

Roma 7 giugno 2013

L’Ottocento è in tutta Europa anzitutto il secolo dell’esaltazione dei due fondamentali princìpi della libertà e della nazionalità.

Essi non sono solo gli elementi condizionatori della vita politica: sempre più l’atteggiamento politico diviene un aspetto della vita spirituale, si lega strettamente alle esperienze culturali contemporanee, e la stessa attività letteraria diviene sempre più esplicitamente un modo di fare politica.

Deriva di qui l’importanza d’individuare con esattezza il nascere all’inizio dell’Ottocento di queste due idee guida di tutta la vita spirituale del secolo, nel loro configurarsi in modo nuovo e originale, nettamente diverso da quanto poteva essere stato sentito ed espresso intorno agli stessi temi nei secoli precedenti.

L’idea di libertà è posta alla base di tutta la vita spirituale del secolo, diviene il senso intimo, il filo conduttore, l’esigenza di fondo di tutto il suo svolgimento storico fino ai giorni nostri così da diventare da idea a mito, un valore religioso: appunto la “religione della libertà” appare una delle grandi conquiste del nuovo spirito umano.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

La poesia di John Donne

Roma 24 marzo 2013

Con la passione e l’espressività, Donne, è riuscito a creare una poesia fitta di storie, ritmi, intrecci, sorprese, di immagini attinte dalla religione, dalla filosofia, dalla vita quotidiana, dalla scienza, per cogliere una verità inaspettata, per cercare somiglianze in cose diverse e raccontare da nuovi punti di vista temi eterni: amore sacro e profano, morte, passato e futuro, dolore e gioia.

Una poesia definita “metafisica” in senso denigratorio da Samuel Johnson -1777- e poi definitamente rivalutata nel Novecento.

Il genio di John Donne si manifestò in splendide poesie d’amore, in epistole, satire elegie, grandiosi sermoni. Nato a Londra in una famiglia cattolica nel 1572, nel trattato Pseudo-Martyr, dedicato al re Giacomo I nel 1610, scrisse:

” Vengo da una stirpe e un lignaggio tali che, credo, nessuna famiglia più della mia ha patito e sofferto nelle persone e nei beni per aver ubbidito  ai Maestri della Dottrina Romana”.

Donne crebbe in un ambiente colto, studiò ad Oxford e a Cambridge, ma, in quanto cattolico, non poté conseguire un diploma.  Per ottenere un titolo di studio, infatti, era necessario giurare fedeltà alla regina, capo della Chiesa inglese. Intraprese poi studi giuridici. Scriveva versi, e secondo testimonianze dell’epoca, era un “grande visitatore di Signore” e ” frequentatore” di teatri, dove venivano rappresentate anche le opere di Shakespeare. Desideroso di esperienze si recò all’estero e prese parte alle spedizioni navali del conte Essex contro Cadice e di Sir Raleigh verso le Azzorre. Nel 1598 divenne segretario di un alto funzionario, Sir Thomas Egerton, e ottenne un posto in Parlamento. Nel 1601 sposa segretamente Ann More, nipote sedicenne di Sir Egerton e figlia di un noto rappresentate della Camera dei Comuni, quando la notizia fu pubblica il poeta fu chiuso in carcere perdendo il lavoro. Negli anni successivo affiancato da amici e parenti andò all’estero dedicandosi agli studio. In questi anni difficili scrisse un trattato sul suicidio il Biathanatos. Successivamente si riavvicinò alla corte ed approfondì i suoi studi di greco, ebraico e teologia.

L’opera Pseudo-Martyr ufficializzò il suo sostegno alla fede anglicana e segnò l’inizio di un profondo cambiamento.

Dietro richiesta del re , nel 1615 prese i voti, e fu nominato cappellano, ottenne una laurea in honorem in teologia all’Università di Cambridge. Nel 1617 la moglie Ann muore durante il suo dodicesimo parto. Donne continuò l’attività di culto in vita solitaria prendendosi cura dei figli.

Nel 1631, gravemente malato, pronuncia il suo ultimo sermone, Death’s Duell, davanti alla corte. Muore il 31 marzo dello stesso anno.

Le sue poesie furono pubblicate due anni dopo la sua morte.

A domani

LL

 

Testo di lettura:
Poesia, Vita di poeti, Fondazione Poesia Onlus