365 giorni, Libroarbitrio

“Cosa posso fare – Orientarsi con le stelle” Raymond Carver

La petita obrera. c.1885. Joan Planella i Rodríguez

L’unica cosa che mi va di fare oggi è tenere d’occhio quegli uccelli fuori dalla finestra.
Ho staccato il telefono così i miei cari non possono allungare le mani su di me.
Ho detto loro che il pozzo s’è prosciugato.
Ma da quell’orecchio non ci sentono. Continuano a provarci lo stesso.
Ora non ce la faccio proprio più a sentire della macchina che ha sbiellato un’altra volta.
O della roulotte che credevo d’aver già pagato messa sotto sequestro.
A tutti la fortuna è andata a picco. L’unica cosa che chiedo io è che mi lascino restare seduto
qui ancora un poco. A curarmi il morso che Keeper, il cane pastore, m’ha dato ieri sera.
E a osservare quegli uccelli, che non chiedono un bel niente, tranne un po’ di sole.
Tra qualche istante mi toccherà riattaccare il telefono e cercare di distinguere la ragione dal torto. Fino ad allora
una dozzina di uccellini, non più grandi di una tazza di tè, se ne stanno appollaiati sui rami fuori la finestra.
D’un tratto smettono di cantare e girano la testa.
E’ chiaro che hanno sentito qualcosa.
E si tuffano in volo.

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365 giorni, Libroarbitrio

“Compagno di letture” Haruki Murakami a Raymond Carver

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Haruki Ray e Tess

Dissi a Ray: ” A volte percepisco i tuoi racconti  come fossero delle poesie e le tue poesie, a volte, come dei racconti”. Era così compiaciuto dell’osservazione che balzò in piedi e chiamò Tess: “Ehi, Tess, senti questa. Sai che ha detto?” E le ripeté le mie parole.
Ray scrisse una poesia intitolata “Il proiettile”, ispirata dalle impressioni del suo incontro con me. E questa poesia, per quanto mi sia difficile crederlo, è dedicata a me. Naturalmente è diventata una delle mie preferite. Ogni volta che la leggo, sono pervaso da un’ondata di affetto. Quando leggo i versi di Ray, certe volte sento l’ispirazione a cimentarmi anch’io nella poesia. Sebbene non abbia mai scritto una poesia, quando leggo le sue ho subito la sensazione che potrei scriverne anch’io.
Penso che sia meraviglioso.

“Il Proiettile”

Sorseggiavamo il tè. Scambiandoci educate
congetture su come mai i miei libri
avessero tanto successo nel tuo paese. Non so come,
ci mettemmo a parlare del dolore e delle umiliazioni
che, secondo te, ricorrono spesso
nei miei racconti. E quell’elemento
di pura casualità. E di come tutto ciò si traduce
in termini di vendite.
Ho fissato un angolo della stanza.
E per un attimo ho avuto di nuovo sedici anni,
quando in cinque o sei scemotti ce ne andavamo in giro
sbandando nella neve in una Dodge del ‘50.
Mandavamo a farsi fottere altri scemotti
che urlando bersagliavano la nostra macchina
con palle di neve, ghiaia, rami
secchi. Noi sgommavamo via, berciando.
E sarebbe finita lì.
Se non che il mio finestrino era abbassato di tre dita.
Solo tre dita. Ho scagliato il mio ultimo
insulto e ho visto uno di quei tizi
prendere lo slancio per tirare una cosa. Da dove mi trovo ora
immagino di vederla arrivare. La vedo
accelerare in aria mentre guardo,
come quei soldati che all’inizio
del secolo scorso vedevano volare
verso di loro le granate
mentre se ne stavano lì paralizzati
dal tremendo fascino del terrore.
In realtà mica l’ho vista avevo già girato
la testa per ridere insieme ai miei compagni.
Quando quella cosa mi ha colpito alla tempia
così forte che mi ha sfondato un timpano e poi
mi è caduta in grembo, intatta. Una palla di ghiaccio
e neve compressi. Il dolore fu stupefacente.
Per non parlare dell’umiliazione.
La cosa peggiore fu che mi misi a piangere
davanti a quei duri mentre gridavano:
Che botta di culo ! Che caso strano !
Una possibilità su un milione !

Il tizio che l’aveva tirata, anche lui deve essere rimasto sorpreso
e fiero di sé mentre si sentiva acclamato
con urla e pacche dai suoi compagni.
Deve essersi asciugato le mani sui pantaloni.
E poi avrà combinato qualche altro casino
prima di tornare a casa per cena. Poi sarà cresciuto,
avrà avuto la sua parte di difficoltà e si sarà perso
nella vita proprio come io mi sono perso nella mia.
A quel pomeriggio non avrà mai più
pensato. E perché mai avrebbe dovuto?
Ci sono sempre tante altre cose a cui pensare.
Perché ricordarsi di quella stupida macchina
che slittando in discesa girò l’angolo
e sparì per sempre ?
Educatamente alziamo le nostre tazze di tè nella stanza.
La stanza in cui per un attimo è entrata un’altra cosa.

Raymond Carver

365 giorni, Libroarbitrio

“Il momento più bello della giornata” Raymond Carver

Passeggiata amorosa Giuseppe Pelizza da Volpedo

Fresche sere d’estate.
Le finestre aperte.
Le luci accese.
La fruttiera colma.
E il tuo capo sulla mia spalla.
Questi sono i momenti più felici della giornata.

Insieme alle prime ore del mattino,
naturalmente. E quegli attimi
subito prima di pranzo.
E il pomeriggio e
le prime ore della sera.
Ma davvero adoro

queste serate estive.
Ancor più, mi sa,
di quegli altri momenti.
Il lavoro quotidiano finito.
E nessuno più che ci disturbi, adesso.
Né mai.

Dalla raccolta poetica Orientarsi con le stelle