365 giorni, Libroarbitrio

“Dal dolore nasce il canto: Aragon!” Alphonse Dzanga Konga

Fiaba africana

Avete presente quella sensazione che accappona la pelle l’attimo prima di volgere lo sguardo al cielo?
Sta per accadere qualcosa?
Un filo di voce iniettato dal cielo stesso a richiamare la staticità della schizofrenia del corpo a terra.
Una goccia di pioggia improvvisa sul naso.
– Amica mia questa è per te.
(Il rumore di uno strappo nelle orecchie, la vista su una pagina di parole.)
– Ma no! Non dovevi. Mannaggia. Che peccato ora non lo venderai più.
– Amica mia non tutti i libri nascono per essere venduti, ma le loro parole sono state scritte per essere lette, e queste da te!
– Ma grazie! Che bel gesto, grazie grazie. Però mi dispiace che ora il libro è rovinato. Lo compro io!
– No amica mia non devi e non ti dispiacere. Io sono felice.
– Come ti chiami?
– Come te!
– Ahahaha, davvero?
– Sì!
Va bene allora ci chiamiamo uguali! Sta arrivando il mio autobus. Ti ringrazio tanto tanto. Ma proprio tanto! Ciao amico mio.
– Ciao Africa.
(Africa) 

CAVERNE

La notte, l’aspra notte.
Mi toglie il respiro.
Il giorno se n’è andato.
La notte è arrivata.
Dov’è la vita mia?
Ella emana lo stesso fetore
di questa Caverna
di tanti cicloni
qui si confonde
il giorno con la notte.
La settimana ed il mese
l’anno e la vita
e passano
insulsi e monotoni
questi giorni questi anni
come una litania che esce
dalle gole delle monache.
Aspre, acri, inacidite
in questa tomba
di uomini-leoni
sprofondati nei carnai.
Dimmi dov’è dunque la tua vita?
La mia vita la vita.
Il sole non è posizionato
in cima alle nostre teste?
E queste maschere.
Queste maschere flaccide
dormono dormono.
Un dormiveglia
orribile
penoso.
Yééé! Nanenggo!!!
Dove si sono visti?
Dove?
degli uomini ghiri?
No, questo no!
Nel nome di mio padre
da troppo dura questo sonno.
Io sono sveglio.
La mia coscienza vigila.
Sanguina di melma.
Di disgusto
di vergogna.
In questa caverna
dove non si mangia.
Non si beve.
Non si danza.
Non si canta.
Non si parla.
Non si ride.
Non si legge.
Non si…
Non si…
E la mia coscienza sanguina.
Sanguina.
Dal soffocamento.
Dall’isolamento.
Dall’odio.
Dal dolore.
Dalla collera.
Dall’ulcera.
E dalla…eccetera.
Notte troppo scura.
Notte scura troppo pesante.
Per risalire fuori
da questa caverna.
Puah! Come essere!
Mi muoio di fame.
Cielo! E’ la fine.
Non ne posso più.
Non ne posso più.
Ma chi mi sente.
Chi?
Il mio grido lo sentite
uomini della terra?
La mia caverna non ha uscita.
Sicuramente.
Il sole non brilla più.
Dov’è dunque la mia vita.
La tua vita la vita
E quelle sagome
dormono dormono
un sonno di mercurio
incuranti
incoscienti
impotenti.

IO

SONO

SVEGLIO!

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365 giorni, Libroarbitrio

Gaio Valerio Catullo

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Ragazzo del vecchio vino Falerno,
portami calici di più forte vino,
come comanda adesso la regina del convito,
gonfia ubriaca più d’un acino d’uva.
Via di qui l’acqua, disgrazia del vino,
la puoi portare alla gente perbene:
qui chi comanda è Bacco schietto.

365 giorni, Libroarbitrio

Edgar Lee Masters “Theodore il poeta”

Roma 16 settembre 2013

Edgar Lee Masters

Theodore il poeta

Da ragazzo, Theodore, sedevi per lunghe ore

sulle rive del torbido Spoon

con gli occhi profondi fissi sulla tana  del gambero,

aspettando che apparisse spingendo la testa,

prima le antenne ondeggianti, come fili di fieno,

e poi il corpo, colorato come steatite,

gemmato con occhi di giada.

e ti domandavi, come rapito,

che cosa sapeva, che cosa desiderava, e perché mai vivesse.

Ma più tardi guardasti uomini e donne

nascosti nelle tane del fato fra grandi città,

osservando le loro anime uscire,

in modo da poter vedere

come vivevano, e per che cosa,

e perché strisciassero così in faccende

sulla distesa di sabbia dove l’acqua vien meno

quando l’estate declina.

Theodore il poeta, Edgar Lee Masters

A domani

LL