365 giorni, Libroarbitrio

Storie di boxe – il gioco- Jack London

Antoine Josse, Elle est bonne!Si ritirava, sbiadiva,
si perdeva.
La fresca faccia di fanciullo se ne era andata,
la tenerezza degli occhi,
la dolcezza della bocca
con le sue pieghe e gli angoli come dipinti.
Era il volto di un uomo quello che vedeva,
un volto d’acciaio,
teso e immobile;
una bocca d’acciaio,
le labbra come ganasce di una tagliola;
occhi d’acciaio, dilatati,
assorti,
e la luce e il bagliore che ne emanavano
erano la luce e il bagliore dell’acciaio.
Il volto di un uomo.

365 giorni, Libroarbitrio

Sole d’estate – Grazia Deledda

the wind knocked

e tra una foglia e l’altra
innumerevoli frutti piccoli e scarlatti,
che sembrano duri
e invece a mangiarli sono dolci e teneri,
d’una tenerezza un po’ resistente
che si prolunga,
che si fa succhiare,
si cede a poco a poco
per farsi meglio godere.
E’ l’albero delle giuggiole.

365 giorni, Libroarbitrio

“Non parlate mai con gli sconosciuti” Goethe & Bulgakov conversano nella mente mia mente

Arthur_Rackham_Little_Red_Riding_Hood

….dunque chi sei?
Sono una parte di quella forza che
eternamente vuole il male
ed eternamente opera il bene.

Il poeta si passò una mano sul viso
come se si fosse appena svegliato
e vide che ai Patriarsie si era fatta sera.
Si vedeva distintamente in cielo la luna piena,
non ancora dorata ma pallida.

…come ho fatto a non notare che è riuscito a mettere assieme un intero racconto?
Ecco, è già sera! E forse non è stato lui a raccontare
ma semplicemente mi sono addormentato
e tutto questo l’ho sognato.

365 giorni, Libroarbitrio

“Loro non sono te” H.E.Francis

Loro non sono noi

Tempo. Lo percepiva nei cambiamenti: il modo in cui l’estate scivola nell’autunno, giornate di foschia, nebbie tanto spesse nelle quali non poteva distinguere nulla ma che poteva attraversare, preoccupato di non sapere chi veniva, andava – nel porto le navi erano fantasmi; il modo in cui l’autunno scivolava nell’inverno, silenzioso ma spogliante, tutto quel cambiamento così visivo, scorci talmente familiari che il loro ripetersi spaventava, lo poneva di fronte a scene che aveva visto e rivisto e che non erano qui – disorientavano – scene in quale città? in quale parco? vicino a quale fiume? a quale boscaglia? Chi? Al sicuro osservava i cambiamenti, e ascoltava, fino a quando? – fino a quando i pensieri, il tempo, il blu non lo risucchiavano. Quando ricominciava a sentire su di sé la pressione, la tensione del tempo, allora percepiva l’orrore, sgranava gli occhi, temendo che potesse arrivare, desiderando che arrivasse, temeva di desiderare la paura –  a volte percepiva il tempo come acqua lenta a temperatura corporea in risalita lungo le sue gambe su per l’inguine e lo stomaco e il petto, fin quasi a farlo soffocare; ma poi si fermava come ad aspettare – aspettare cosa? Andare dove?, minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Qualcosa gli diceva  – Parti, Vai – solo per scoprire che il tutto lo guidava – Verso, e poi lo spingeva a Partire – Ancora, di nuovo. Ma lui ancora non lo sapeva, ma temeva che ora il tempo stesse scorrendo all’indietro…
Lei era in piedi in attesa, era familiare il modo in cui il jeans blu le aderiva sulla vita,delicata appariva, un collo e un volto, bianche le spalle e il seno. Sorrise di un sorriso che faceva scorrere armoniosamente sotto i suoi lunghi capelli. Curioso dietro a lei uno specchio, lui l’osservava ma non riusciva a vedere se stesso nello specchio. Lei lo aveva assorbito come se per un istante lo avesse preso dentro di sé, lui era dentro di lei.
Nello specchio lei era lui, lui era lei.
Si crogiolò nei delicati movimenti, nel dondolio dei capelli, nel profumo, nella pelle levigata, nel lindo splendore dei denti, nella sua voce rassicurante, e perché lui voleva entrare in lei, dimorare in lei, guardare dai suoi occhi, vedersi, vedere chi lui fosse – chi?- cosa lui fosse- cosa?- . Perché lui non riusciva a vedere se stesso se non attraverso lei e la invase, la oltrepassò. E no, non poteva fermarsi.
Non è possibile.

365 giorni, Libroarbitrio

“come Florio e Biancofiore” Comtessa de Dia

un treno un abbraccio

Vorrei tenere il mio cavaliere
nudo, per una notte intera, tra le mie braccia.
Vorrei di gioia tutto inondarlo
ed essere col mio corpo il suo cuscino
ché affascinata ne sono più di quanto
non fu di Florio Biancofiore…

365 giorni, Libroarbitrio

“La danza dei ragni” Gianluca Morozzi

samurai

Chandra è in piedi, al centro esatto di un tappeto grande e rosso.
I capelli neri scendono morbidi sul suo corpo sinuoso, rivestendola molto di più della casacca di pizzo che porta addosso. Capelli neri, fusi con la casacca di pizzo.
Nero.
Chandra è alta e le sue gambe sono lunghe, lunghissime, magre. Porta una gonna rossa, così lunga da toccare il tappeto.
Rosso.
C’è uno spacco sul lato sinistro della gonna. Lo spacco rivela una coscia sottile, morbida e bianca.
Bianca.
Sotto la gonna rossa.
Il volto di Chandra sembra uscire da una tela di Botticelli fatta carne, tanto i lineamenti sono aggraziati e dolci. Un’icona profana.

Il ragazzo con la camicia azzurra è seduto sul divano.
Chandra è in piedi sul tappeto.
Chandra parla con estrema dolcezza. Una voce pacata, piacevole e calda.
Vieni qui Marc
Devi imparare a fidarti di me, Marc

Il ragazzo esita qualche secondo, poi si alza in piedi.
Resta per un istante immobile davanti al divano.
Poi raggiunge Chandra sul tappeto.
Chandra lo guarda negli occhi. Sorride, un sorriso appena accennato, giusto l’ombra di un sorriso, su labbra carnose ed invitanti.
Bene. Ora rilassati, Marc. E voltati.

 

tratto da Pene D’Amore, sette racconti erotici
Guanda Editore

365 giorni, Libroarbitrio

“Il sorriso ai piedi della scala” Henry Miller

Tereza Vlcková

Nulla poteva offuscare lo splendore dello straordinario sorriso dipinto sul melanconico volto d’Augusto.
Sulla pista,
quel sorriso aveva qualcosa di particolare,
di astratto,
d’infinito:
esprimeva l’ineffabile.

Ai piedi d’una scala tesa verso la luna,
Augusto si sedeva in contemplazione,
fisso il sorriso,
perduti lontani i pensieri.
Questa simulazione d’estasi,
che egli aveva portato a perfezione,
faceva sempre una grande impressione sul pubblico:
pareva il sommo della stravaganza.

365 giorni, Libroarbitrio

“Insediare l’uomo” Antonin Artaud

by Nadezhda Illarionova

Nel 1920 scrivevo poesie,
anche nel 1913,
ciò che non mi è mai riuscito,
quelle poesie erano odiose,
odiose per tutta la mia vita, così trascorsa fianco a fianco con la poesia.
La senti, la vivi, la soffri soprattutto, ah come la soffri e come brucia quando non è là, la poesia.
E tuttavia lei non è là – la soffri e lei non è là.
E’ così che, mentre volevo scrivere poesie che fossero là,
sono passato a fianco della poesia, ma soprattutto a fianco di me
– e non ho cominciato a sentire qualcosa, e me stesso a sentirmi là,
che a partire dal giorno che mi sono ostinato, accanito, aggiogato,
fissato nel dire che non c’era mai stato niente né nessuno,
che il presente era un abisso, un vampiro,
e l’avvenire un presente mai presente.
Cosa fare quando si cerca una poesia?
Dei capezzoli affilati che si muovono al respiro di tutto il corpo
e non soltanto del polmone che dorme.
Vecchio affare di scorbuto, di sifilide, di peste, vecchia talea di cefalgia,
ignobile bagno di giorno la notte,
quando la pipì fuoriesce dall’inchiostro e frigge.
Mai un poeta finora ha detto quello che aveva iniziato a cuocere,
a scaldare nel suo forno interiore quando brancolava nel suo scritto,
brancolando nel non-scritto a margine di tutti gli scritti.
Quando lo dirà?
Quando tutto lo scritto sarà andato.
Quando si metteranno i poeti morti in gabbia,
quando si sarà terminato di soffocare le larve che rivendicano la poesia.
Perché nessun poeta è mai stato capace di apprendere da un poeta altro che sé stesso.
Bisogna fare il vuoto quando si scrive.
E questo spiega perché sono riuscito a scrivere a partire dal giorno in cui ho deciso di non scrivere,
per dire che non potevo penetrare lo scritto.
I veri poeti sono quelli che si sono  sempre sentiti malati e morti
mentre consumavano il loro essere,
i fasulli quelli che hanno sempre voluto essere in buona
salute e vivi quando soggiogano l’essere altrui.
E morti dai secoli dei secoli, morti, essi continuano a voler imporre la loro abbietta paccottiglia
a quei morti che soffrono in piedi davanti alla poesia da quattro soldi
che non contiene che i loro lamenti,
perché se nel 1913 non sapevo per quale ragione non potessi mai scrivere
ora so che è per una semplice,
semplicissima storia di vampiri che si andava forse a vedere al cinema
ma non pensate di inseguirli come uomini, per esempio, in piazza d’Alésia.
Perché è nei vivi che soggiornano queste corti di morti impuniti
e un poeta geloso morto da cinquanta secoli
non è più adesso che un re dei fissi in vita
che, nel vuoto degli scorbuti, delle pesti, delle sifilidi provenienti dalle mie viscere,
sputa dicendo che è finita,
che la mia poesia è finita
e non so più quello che scrivo.

365 giorni, Libroarbitrio

“Er Canaro” Lollo

Ezechiele 7:8
Ora, tra breve, io spanderò su di te il mio furore,
sfogherò su di te la mia ira,
ti giudicherò secondo la tua condotta,
ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
Venere

Je disse d’entrà ner negozio e de sbrigasse
tempo nun c’era: da fasse cotta e magnata
si voleva li sordi e la coca toccava arangiasse:
nella gabbia der cane che j’aveva acchitata
fu facile ‘nfilaccelo drento: che ora pagasse.

Mo se lo spizzava, dopo avello ‘ngabbiato
nun je faceva più paura Giancarlo
Pietro tirò tre strisce de coca ‘nvasato
co’ ‘n testa da faje der male l’unico tarlo:

giorno de sangue quer diciotto febbraio
ner quale ‘n conto sarebbe stato sardato,
‘n quer negozio sarebbe esploso ‘n carnaio
covato ner tempo, studiato e  pensato
da ‘n poro cristiano: da vittima a macellaio:

Pietro De Negri detto er Canaro, brava persona,
facile confonne la dorcezza pe’ debolezza,
in quella fottuta Magliana abusiva e accattona,
Giancarlo era er sovrano: e Pietro monnezza.

Er cristo ‘na vorta oppressore, ora strillava
er Canaro rabbioso arzò lo stereo a palla
alle grida de rabbia la musica se mescolava
e mentre er piano scattava senza ‘na falla,
a Pietro De Negri ‘na furia omicida montava.

Fece svenì quell’infame co’ benza e tortore
lo legò come se faceva co’ ‘n cane rabbioso,
quante vorte chissà aveva sognato l’orrore:
nessun indugio per quer lavoro mostruoso.

Dieci, dieci mesi de galera senza avè parlato
pe’ la rapina cui lo aveva costretto Giancarlo:
aspettando de uscire  pe’ esse accettato,
spartisse er bottino e poi ‘nfine abbracciarlo,
mette punto a ‘na storia che lo aveva sfiancato.

Invece finita la pena la moje se n’era già annata,
da Giancarlo arimediò antra violenza e disprezzo:
lo aveva pure pistato davanti sua figlia adorata,
se fissava allo specchio provanno ribrezzo:

Ogn’uomo c’ha ‘n limite che nun se deve  varcare
e ormai er Canaro aveva superato quer segno
troppi soprusi aveva subito senza  fiatare,
ma ora Giancarlo avrebbe pagato quer pegno:
nun ci aveva più gnente ormai da potè barattare.

E mo’ j’aspettava ‘n lavoro de cortello e de foco
a pezzi a Giancarlo voleva smontare
pe’ fasse giustizia e porre fine ar quer gioco,
fa’ l’omo e fatte ‘na vorta pe’ tutte  rispettare.

Giancarlo, ‘ncatenato, dar dolore arinvenne,
senza più dita: j’erano state de netto tranciate,
er Canaro le ordinava sur banco solenne
e ner mentre che ‘ntanto lo scherniva a risate
la vittima implorava: pe’ sarvasse le penne.

“Chi è mo l’omo brutto bastardo?” je urlava
su e giù per locale, totarmente ‘navasato
lo fece de novo svenire e mentre pippava
je tajò la lingua e pezzi de faccia infuriato.

Poi guardò l’orologgio: ora d’uscita de scola
chiuse bottega come si fosse tutto normale
prese la moto pe’ annà prenne l’amata figliola
nessun segno sur viso de quella furia animale
solo ‘na calma glaciale: nessun antra parola.

Giancarlo ‘ntanto aspettava ner tormento e terore
e ner buio de quell’inferno come ‘na foja tremava
chi era quell’omo che je stava a da’ quer dolore?
nun sapeva più gnente, solo frignava e  pregava.

Quando la porta s’aprì, rivide er suo vorto
e Giancarlo capì che er demonio era tornato
cominciò a singhiozzare totarmente sconvorto:
ma stava sognando oppure s’era svegliato?
nun lo sapeva, er dolore lo aveva stravolto.

Er Canaro inveendoje contro prese ‘n cortello
je calò le braghe con sguardo folle, scocciato
tajò er cazzo e le palle e cauterizzò quer macello
e poi je ‘nfilò ‘n bocca quer trancio ‘nsanguinato.

De Giancarlo quelli furon gli ultimi istanti de vita,
ma er Canaro continuava a sfogà la sua pazzia,
prese li moncherini che j’aveva tajato dalle dita
glieli ‘nfilò nell’occhi e ner culo: ‘n preda alla follia.
Poi se placò: come ‘na tempesta l’ira era svanita.

Allora spense lo stereo e calò ‘n silenzio tombale,
er Canaro cor fiatone fissava la follia della scena:
provava grande stanchezza dopo la furia animale
mai però avrebbe provato ‘n’ accenno de pena.

Trovarono er corpo de Giancarlo s’un prato
fu facile pe’ le guardie risalire ar corpevole
Pietro nun chiese sconti de pena carcerato
se dichiarò sempre dell’omicidio consapevole:
fosse ritornato lì lo scempio avrebbe reiterato.

L’animo umano è luogo inospitale, concetto inesplorato:
Bene o Male categorie ‘nvetate pe’ consolazione
fora de galera er Canaro volle esse dimenticato:
che nulla c’è, né Dio né Demoni: nun c’è redenzione
semo esseri soli, circondati da n’ Abisso scellerato.

365 giorni, Libroarbitrio

Lié, ti dici Lié “Moi Moi” Albin de la Simone & Emiliana Torrini

Lié Larousse

Ecco Lié, ti dici Lié. Il lago e le sue acque dolci apparenti inerti. Buio cielo con quella trama di luna che lo macchia di rossoarancio,  che impunita cola vernice d’astro notturno irrompendo di luce scarlatta tanta fermezza.

Ecco Lié, ti dici Lié. Quante volte hai desiderato questa calma dove sola morire accerchiata dal silenzio dei cigni che dormono coi lunghi colli intrecciati ai loro compagni?

E allora fai piano Lié, ti dici Lié, che nessuno s’accorga del tuo camminare verso la riva immobile sui ciottoli scalpiccianti.

Togli le scarpe Lié, ti dici Lié.

Ridono le labbra alla rotondità dei sassi al contatto con la pianta nuda dei piedi. Uno raccoglilo nella tasca del jeans. Quante volte di fronte al mare hai avuto di quel suo oscillare timore, delle sue onde che ti rigettavano sulla sua costa come a non volerti. Quante volte hai desiderato che al loro posto ci fossero le acque placide dei laghi?

E adesso eccone uno davanti ai tuoi occhi Lié, ti dici Lié.

Sì! E siamo solo tu ed io Lié, dico a Lié.

Inspiro forte l’odore dell’aria di mezzanotte: ha il sapore di pietre umide, del vento freddo dei monti del nord, di biscotto secco inzuppato nel vino del Trameno, di benzina persa dai serbatoi della barche nel porto attraccate, di papiro di lago, eppure.

No Lié, ti dici Lié, adesso che ci sei non pensarci.

Ma Lié, dico a Lié, io voglio assaporare il gusto del granello di sabbia rovente di mezzogiorno, del sale sciolto in acqua di mare, giocare con le conchiglie, far correre le dita tra le spighe del grano bruno, mangiare lo zucchero sul burro, impiastrarmi le dita coi colori. Io desidero…

Smettila Lié!, ti dici Lié. Non lo senti il lago che ti chiama? Non lo senti agitarsi dal suo fondo letto? Guarda anche la luna t’affianca combattiva stanotte, con la sua lingua di rosso più oscuro bagliore, dimmi l’hai mai vista così prima? Guardala t’indica il percorso stendendosi tappeto ai tuoi piedi.

Sì. Hai ragione Lié, dico a Lié.

– Ehi tu! Tutto bene? Con chi parli? S’avvicina la voce di un uomo.

– Sì tutto bene! Solo, ragionavo a voce alta.

Meglio sbrigarsi e tornare in albergo Lié, dico a Lié.

Sì meglio, tanto ormai non siamo più nemmeno sole. Le scarpe. Infila le scarpe Lié, ti dici Lié.

Bagnate le mie guance…

L.L.