365 giorni, Libroarbitrio

“L’arte del racconto” laboratorio a cura di Simone Ghelli – Fiumicino / Roma

simone ghelli

L’arte del Racconto è un laboratorio di scrittura creativa nello specifico lo studio del racconto e l’approcciarsi alla sua stesura.

Condotto da Simone Ghelli autore del libro “Non risponde mai nessuno” raccolta di racconti edita da Miraggi Edizioni, il corso si terrà tutti i lunedì, a partire dal 5 febbraio, dalle 18 alle 20 presso la libreria “C’era una volta” di Fiumicino, in via della Foce Micina 10/D. Il costo è di 50 euro al mese.
Per chi fosse interessato e vuole avere maggiori informazioni può contattare la titolare della libreria al numero telefonico 333321674.

 

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365 giorni, Libroarbitrio

CRISTOPHERE DE NAZONACCIA – GIANLUCA PAVIA

Christophere de NAZONACCIA

Correva l’anno…
Non lo so, correva troppo veloce e non presi la targa.
Comunque, era una notte buia e tempestosa…
Ad essere sincero, non sono troppo sicuro neanche di questo, già allora il meteo era più variabile dell’umore di una donna in certi giorni particolari.
Per farla breve, due immigrati clandestini avanzavano nell’oscurità.

– Giuse’, io non ce la faccio più. Perché non ci siamo fermati in quella stalla?

– Mari’, venti denari per quella catapecchia erano veramente troppi, non c’era neanche il wi-fi.

– Magari se non ti trastullassi tutto il giorno con le seghe…

– Mari’, sono un falegname, ci lavoro con le seghe, Cristo! E poi parla quella che si è fatta ingravidare dallo Spirito Santo. Pffh, vergine ‘sto prepuzio circonciso.

– Eri ubriaco, cretino. E continua pure a fare lo stronzo, così non la rivedi neanche in cartolina.

– Cos’è una cartolina?

– Non lo so, ma suonava bene. Comunque, non mi dispiace Cristo, come nome per il piccolo, intendo.

Giuseppe non lo tollerava quel nome, suonava antico, polveroso, faceva pensare ad un mignolo contro lo spigolo. Lui preferiva qualcosa di più moderno, all’avanguardia, tipo Goffredo o Arcimboldo o Kevin.
Ne avrebbero discusso in seguito, ora era troppo stremato dal viaggio.
Viaggio iniziato parecchie lune prima, qualche giorno dopo quella fatidica notte in cui Maria, stringendo la mano dell’amica Gabrielle, aveva confessato di essere incinta.
Di cinque mesi. Di. Cinque. Mesi.
Poco importa se erano sposati da appena una settimana e che il povero Giuseppe, tra un mal di testa e una nausea e un’infernale sbornia post nozze, fosse certo d’essere l’unico a doversi accontentare del vecchio, sano, lavoro manuale. E lì ce ne metteva di spirito, più o meno santo.
Era stato un miracolo, la gravidanza, cos’altro? E loro erano fritti, ormai. Giuseppe, mani callose per il quotidiano impegno con le seghe, cosa poteva fare? Privo di qualsiasi istinto paterno, era pur sempre innamorato di Maria: una gnocca stellare, tanto che quando passava la gente si voltava ad esclamare: – E la madonna!
Optò per il buon viso a cattiva sorte, o come si diceva a quei tempi, porse l’altra guancia. Guancia centrata all’istante da vari ceffoni. La gravidanza della vergine aveva già aizzato malelingue e dicerie. I più imputavano il concepimento ad un’intercessione della sua amica, l’arcangelo Gabrielle: nordafricano d’origine, francese d’adozione, brasiliana d’operazione. Per inciso, nessuno è a conoscenza dell’origine dell’appellativo “arcangelo”. Alcuni studiosi lo imputano alla “spada infuocata” celata sotto l’ampia tunica, ma non ci sono testimonianze di nessuno che abbia avuto il coraggio di toccare con mano, tranne un certo Tommaso, detto Lapo, che nonostante scottatosi le dita più e più volte non è mai riuscito a togliersi il vizietto.
Giuseppe mandò giù le insinuazioni d’adulterio e porse ancora l’altra guancia. Guancia bersaglio ideale per un altro ceffone, e al pover uomo iniziarono a finire le guance e girare le palle. La fecondazione di una giovane pura si era estesa a macchia d’acqua benedetta per tutto l’Impero, giungendo all’orecchio di Erode, noto produttore di format con una forte inclinazione alla pedofilia. Il buon Erode li cercò per ogni pertugio dell’impero, era stato infatti abbagliato da un’illuminazione sulla via di Damasco, poi rivelatosi un tir in contromano, ma la decisione era ormai stata presa: madre e nascituro andavano scritturati per il suo nuovo reality “Non sapevo di essere incinta”. E magari solo la madre per un talk incentrato su di lei, qualcosa del tipo “Amici di Maria”, che tanto a Giuseppe non se l’era mai cagato nessuno, neanche per il concepimento la prima notte di nozze, figuriamoci per un cameo in prima serata. E non c’era da sottovalutare la fine filosofia esistenziale del buon Erode: scoparsi un bambino is for boys, il figlio di una vergine is for Erode.

Fatto sta, che tra le malelingue dei vicini, la presenza ingombrante, ingombrante ed infuocata, di Gabrielle e la caccia di Erode intenzionato ad abusare a piacimento della sua famiglia, Giuseppe raccolse le loro poche cose ed emigrò con Maria. Purtroppo non c’erano ancora gli scafisti, o perlomeno non erano così organizzati. Fu una fuga massacrante attraverso il deserto, senza l’ombra di un autogrill. Senza un’ombra e basta.
Patirono la fame, la sete, la stanchezza, le incessanti chiamate di diversi call center che promuovevano la Terra Promessa a prezzi stracciati; tutto per arrivare in quel buco di culo alla periferia dell’impero: Nazonaccia, dove non fecero in tempo a trovarsi una sistemazione che eccoli vittime del razzismo dei locali, terrorizzati all’idea che quegli immigrati potessero rubargli il lavoro che non avevano. Alla fine riuscirono a strappare un prezzo scontatissimo per una baracca in lamiera all’idroscalo, concedendosi finalmente cinque minuti di relax.

– Giuse’.

-…..

– Giuseppe!

– Mari’, lasciami in pace che sto leggendo una mail di Ammazzaoh. Dice che è partito un certo corriere Magi Exp. con i per tuo…ehm, nostro figlio. Ma se neanche è nato, è poi mica ce l’ha indirizzo, tua madre quella rompico

– E certo, lui ha sempre da fare.- Sbuffò Maria guardandosi l’enorme pancia.- E a me chi ci pensa? E al piccolo? E

– E mi si sono hai rotto le palle!- Sbottò Giuseppe.

Maria strabuzzò gli occhi: – A me le acque.

– Cosa?

– Mi si sono rotte le acque.

– Che Natale di merda.- Chiosò Giuseppe.

– Cos’è il Natale?

– Non lo so, ma suonava bene.

E così venne alla luce il piccolo, che dopo una diatriba infernale tra i genitori, tra chi lo voleva chiamare Cristo e chi con un più attuale Manuel, chi rivendicava un tradizionale David e chi un innovativo Natan Falco, prese il nome di Cristophere, una sorta di compromesso tra antico e nuovo, in perfetta sintonia con l’aristocratica atmosfera di Nazonaccia.
La prima decina di mesi passarono in fretta, il bambino era in buona salute, a parte un perenne cerchio alla testa, per di più dorato, ma quello lo vedevano tutti e invece di crucciarsene divenne fonte d’interesse, se non di superstizione.

– E’ il figlio di Dio.- Urlava il pastore.

E ti pareva, bofonchiava Giuseppe sempre più convinto che la creatura non gli somigliasse per niente.

– E’ il re dei re.- Urlava il fabbro.

– Ha il fattore x, sì, è lui il prescelto.- Urlavano gli ubriaconi della locanda.

– Prescelto per cosa?- Chiedeva il padre putativo sperando di sbolognare il piccolo.

– E che ne sappiamo noi, siamo solo ubriaconi.

Insomma, filava tutto liscio e in un attimo giunse il primo anniversario del miracolo, proprio la sera in cui tre ombre misteriose incombevano sull’uscio della dimora in lamiera.

– Oh, mio dio!- Esclamò Giuseppe spaventato da quei tre sconosciuti.

– Sì, dimmi.- Rispose Cristophere che già camminava, parlava e whatsuppava come un adulto.

– No tu, pezzo di scemo. Invocavo Dio.

– Sì, sono io.

Giuseppe ormai fuori dalla grazia di Dio, o del suo presunto figlio, provò a battere il figlio come vuole la Legge, senza riuscirci. Una delle tre ombre aveva interceduto placando la sua ira.

– Non picchiarlo, lui è il figlio di Dio.

– Mari’, te lo dicevo che non era figlio mio.

– Non dire stronzate.- Rispose lei, emergendo dal salotto angolo cottura spigolo da letto vista cloaca bella come non mai, candidandosi di prepotenza a prima milf della storia e della religione. E di educazione fisica, ma ad honorem.

– E voi chi sareste? Se vi manda EquiIsraele abbiamo già pagato le cartelle in sospeso.

– No, Santa Vergine, siamo i re magi, del Magi Exp.- Fece l’uomo indicando gli altri due che non erano più ombre ma gioielli e turbanti e sneaker in diamanti.- Melchiorre, Gasparre e Zuzzurro.

– Siamo venuti ad omaggiare la nascita del figlio di Dio.

– Allora siete in ritardo di un anno.- Replicò Giuseppe.

I tre magi si fissarono le punte delle scarpe, tossicchiando come smarriti.
Poi spiegarono che erano addirittura partiti in anticipo, per non trovare ingorghi al casello di Betlemme, ma solo una volta giunti a Biella, già in ampio ritardo, si erano resi conto che quella che avevano seguito non era la scia della stella cometa, bensì una scia chimica.

– Bando alle ciance.- Fece Giuseppe sfregandosi le mani.- Fuori i doni.

Il primo magio offrì oro, riscuotendo urla di giubilo da parte di Giuseppe; il secondo incenso, riuscendo a strappare appena uno smorfia a Maria.
Il terzo offrì mirra.

– Birra?- Squillarono all’unisono Giuseppe e Cristophere.

– No, no: mirra!

– E che è?

Il terzo magio arrossì in volto e bofonchiò qualcosa a bassa voce.
Sonanti invece furono le pedate, lì dove non batte la luce della cometa, con cui il falegname lo buttò fuori. In breve arrivò un nuovo magio interinale con contratto a progetto, ma almeno portò un paio di casse di birra e tutti poterono sbronzarsi felici e contenti.
Nazonaccia, scolo nevralgico del pattume imperiale, non era certo il Paradiso Terrestre dove far crescere un pargolo, tra tossici, puttane, ladri e i cani dell’Impero sempre più corrotti. Eppure Cristophere veniva su sano e forte.
Nonostante fosse figlio di immigrati s’integrò benissimo con gli altri bambini, drogandosi, rubando e molestando le lucciole con i suoi nuovi amichetti. Una dozzina che lo seguiva dappertutto, un po’ scalmanati ma tutti bravi ragazzi. Solo Giuda, con i suoi lineamenti delicati e quell’ambigua passione per i trucchi della mamma, metteva un po’ in difficoltà Cristophere, specialmente quando lo carezzava sussurrandogli: – Guarda che pettorali e che addome, hai proprio un corpo di cristo. Dammi un bacino, su, un bacino.
I problemi iniziarono con la scuola, specialmente quando Cristopehere prese a rispondere ai maestri, consapevole che non avrebbero potuto insegnare nulla al figlio di Dio.

– Qui le raccomandazioni non contano.- Era solito ripetere il maestro, scordandosi di un certo zio Tonino col posto fisso al ministero.

Il concetto stesso di istruzione obbligatoria lo soffocava, con l’intrinseca assenza di qualsiasi libero arbitrio. La scuola iniziò ad andargli sempre più stretta, anche perché nonostante le rassicurazioni della Protezione Civile, l’edificio crollava ogni morta di papa, ma essendo l’aspettativa di vita molto breve, era un bel casino ritrovarsi sempre in mezzo alle macerie. Così, nonostante le proteste dei suoi, decise di mollare gli studi.

– Allora te ne vieni in bottega con me.- Gli ordinò il padre.

Sfortunatamente, al perdere tempo con seghe e affini, Cristophere preferiva correre dietro alle maddalene, e anche come pescatore non ebbe grande successo. Tirava su e riportava a riva solo uomini, fregandosene delle acque territoriali e di qualsiasi confine deciso dall’uomo, e vedendo che era cosa buona e giusta creò le ong. Inutile dire che la sua attività non era ben vista né dagli abitanti di Nazonaccia, istruiti a dovere dalla propaganda di Erode su cosa pensare di tutti quegli sbarchi, né dai cani dell’Impero che un bel giorno silurarono la sua nave. Per fortuna schizzò sulle acque riuscendo a raggiungere la riva e quindi a salvarsi. Gli altri poveretti imbarcati con lui affogarono tutti, guadagnandosi dieci minuti d’indignazione e post solidali e gessetti colorati e poi il dimenticatoio.
Il tempo passava irrigidendo il clima intorno a lui. Essendo Nazonaccia un territorio che professava l’omertà come credo, in cui ognuno volgeva la testa dall’altra parte pur di non vedere certi intrallazzi, un giovane come Cristophere era indigesto ai più. Nessuno volevo ascoltare le sue invettive contro le piaghe da decubito sui culoni flaccidi degli spettatori di Erode, né farsi assillare con i vari “non desiderare la donna altrui” o “raccogli la cacca del cane”, tantomeno farsi convincere ad andare fuori a vivere la vita piuttosto che rintanarsi nel Tempio, il nuovo centro commerciale che andava per la maggiore. Anche i cani dell’Impero iniziarono ad essere stanchi, ogni volta che c’era una lapidazione arrivava quel giovanotto strambo urlando: – Scagli la prima pietra chi è senza peccato. E figuriamoci, quello era onnisciente, e in una periferia piccola come Nazonaccia i segreti avevano vita breve, così ognuno preferiva filarsela piuttosto che essere sputtanato in piazza, rovinando la festa a tutti.
La rottura vera e propria con la sua gente fu sancita dall’incidente alla discoteca Heaven. Pietro, il buttafuori alla porta, ritrovandosi davanti quella marmaglia mal vestita sbarrò l’ingresso del locale. Cristophere, che era già su di giri per via di certi funghetti rimediati dai suoi amici Esseni, sbottò afferrandogli la testa:

– Tu sei Pietro, e prima che il vocalist canti perla terza volta, con questa pietra spaccherò la console del dj.

L’energica comitiva forzò allora l’entrata riversandosi nel locale, scatenando l’effetto domino dei problemi a seguire. Erano tutti ragazzi di periferia, con le mani bucate e quindi senza un soldo, non potevano di certo permettersi alcuna consumazione alcolica. Come al solito, ci pensò Cristophere a risolvere il problema.
– Ecco la consumazione di Dio, che toglie la sete del mondo.- Urlò al bancone trasformando l’acqua in vino, la coca cola in cuba libre, i quattro bianchi annacquati in tre negroni belli carichi, per la gioia di Giuda e la disperazione di Ponzio Pelato, il manager della discoteca, e dei vari spacciatori di incenso e polvere d’angelo. Ne uscì fuori una festa come dio comanda, e a Cristophere gli ci vollero tre giorni e tre notti per risorgere dalla sbronza. Non fu un bel risveglio: gran parte dei pusher del quartiere ce l’aveva su con lui per avergli rovinato il mercato, i cani dell’Impero lo cercavano per non aver emesso fattura e Maria preoccupata lo mise sul primo lowcost che lo portasse via da Nazonaccia.
Gli anni passati a vagabondare si confondono con il mito. Alcuni studiosi assicurano abbia aperto un chiringuito sulle spiagge spagnole, altri che fosse il lavapiatti di un ristorante londinese, ma essendo già allora un peccato capitale preparare una carbonara con panna e bacon l’alternativa più credibile sembra essere un viaggio in India per ritrovare se stesso. Il problema per il figlio di Dio era che in quel paese ce n’erano un fottio, di divinità. E di reincarnazioni di Dio, E di concubine di Dio, e ne erano tutti felici. Un po’ meno i concubini, di Dio. Fu così che venne investito in pieno, prima da un tuctuc, poi dall’illuminazione.

– Siamo tutti figlio di Dio. Ognuno di noi è Dio, e può crearsi tutti i paradisi ed inferni che vuole.

Il suo misticismo di amore, libertà, rispetto, musica, poesia, dipingere corpi nudi in spiaggia all’alba, sorrisi a sconosciuti incrociati per caso, lo convinse a tornare a casa. Non per mandare avanti gli affari di famiglia, come sperava Giuseppe, né per tirarsene su una propria, di famiglia, sogno di Maria. La sua missione sarebbe stata il risveglio di tutti i suoi fratelli e sorelle. Avrebbe predicato l’amore e la consapevolezza, per risvegliare gli animi corrotti dalle leggi e dalle convenzioni degli uomini. Prese a girovagare insieme ai soliti amici arringando le folle con il suo credo.
– Beati i poveri, perché loro è i regno dei cieli.- Urlava, ma i più sognavano una multiproprietà ai Caribi e non molti gli diedero spago. Primo fra tutti Giuda, imprenditore in rampa di lancio che non gradiva le malsane idee del suo amico, nonostante continuasse ad ammirare quel corpo di cristo patendo le pene dell’inferno. Quindi il buon Giuda decise di non perderlo di vista, sabotando la sua campagna d’illuminazione.
– E’ più facile che un cammello passi per la cruna di una ago, che un ricco entri nel regno di Dio.- Proclamava Cristophere, e Giuda con un rapido giro di chiamate ai suoi amici palazzinari fece costruire aghi di cinquanta metri, ecomostri di ferro e cemento per la cui cruna sfilavano lisci lisci non solo i cammelli, ma anche il suo mega yacht e quelli dei suoi compari.

– Se ci amiamo gli uni con gli altri,- esortava il messia – Dio rimane in noi.

Giuda passando tra le file più lontane dal maestro, ripeteva: – Sbattitene degli altri e fatti i cazzi tuoi. Così l’ampio messaggio di Cristophere prese ad essere travisato.

Diceva: – Ama il tuo prossimo come te stesso.

– Gli immigrati nel cesso.- Correggeva Giuda mischiato tra la folla.

– Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

– Beati programmi di Erode che cancellano la noia.

– Sfamate gli affamati e dissetate gli assetati.

– Con le offerte di McDonald è anche più facile.

– Non giudicate e non sarete giudicati.

Beh, questo fu il messaggio che arrivò più chiaro, viste tutte le grane giuridiche che avevano Giuda e i suoi amici.
Il seguito di Cristophere cresceva sempre più, pari passo al malumore delle istituzioni e delle grandi aziende, che registravano dissensi in ascesa e profitti in picchiata. Eppure questo non bastava al rivoluzionario di Nazonaccia, che decise di abbinare le sue prediche a esibizioni da like and share, rispolverando quei miracoli che tanto gli erano costati in gioventù.
Si recò allora fuori l’ospedale più vicino e guarì tutti i lebbrosi, ma Giuda, sempre sulle sue tracce, insinuò l’utilizzo di metalli pesanti aizzando il malumore perfino nei miracolati. Fu così che la folla si ribellò contro Cristophere, compresi gli stessi ex-lebbrosi, e al grido di “ No vax!” lo riempirono di mazzate. Il messia non era tipo da abbattersi, così continuò il suo peregrinare, e trovandosi dinanzi al funerale di un ricco mercante, urlò alla sua tomba: – Lazzaro, alzati e cammina.
La tomba si spalancò, e ne saltò fuori un vecchietto arzillo e raggiante.

– Sono tornato, merde!

E le merde, i vari parenti non più eredi della sua fortuna multimiliardaria, non la presero bene, e riempirono Cristophere di mazzate, a cui si aggiunsero quelle dei finanzieri indispettiti dal suo favoreggiamento al falso invalido. Le cose non andavano per il meglio, per il messia era l’ora di giocarsi l’asso nella manica, e decise di giocarselo in casa. Organizzò una mega festa per promuovere la sua predicazione, con tanto di musica, balli, sballo e buffet. Per sua sfortuna, ad occuparsi del catering fu Giuda e va bene estasi e trance mistica, ecstacy e trans moschisti, ma ritrovarsi al buffet con due tramezzini al tonno e nulla è una bestemmia. La gente era ubriaca, affamata e iniziava ad innervosirsi. Senza perdersi di spirito il maestro guardò la folla, impose le mani e moltiplicò i pani e i pesci. Neanche Giuda era un tizio arrendevole, e sempre mimetizzato nella folla, prese a baccagliare: – Non è giusto, io non mangio pesce, sono vegano. E un mormorio contrariato si levò dalla folla.

– Io sono celiaco, non mangio pane.

Il mormorio divenne protesta e poi baccano indemoniato.

– Io sono respiriano, tutta questa gente mi leva il cibo di bocca.

Cristophere rimpianse il posto come lavapiatti.

– E la tracciabilità degli ingredienti?

– Io mangio solo bio a chilometri zero?

– E che vuol dire?

– Non lo so, ma suonava bene.

– E’ vero, suoniamogliele per bene.

E niente, in un attimo centinaia e centinaia di persone, innervosite dalla fame e sballate dall’ecstacy e sobillate da Giuda caricarono il maestro e lo gonfiarono di botte.
La degenza per riprendersi dalle varie fratture fu lunga e dolorosa. Cristophere era stanco e sconsolato, ignorava perché il suo messaggio venisse costantemente frainteso. I suoi amici più stretti vedendolo ridotto come un povero diavolo, decisero di organizzare una cena in suo onore.

– Per quanti prenoto?- Chiese Matteo.
– Per dodici, Giuda non ce lo voglio.- Intervenne Luca.- Ogni volta che c’è lui in giro succede qualche casino.
– Già, sta sulle palle anche a me.- S’accodò Giovanni.- Niente Giuda, fosse l’ultima cena che organizziamo.

E così si ritrovarono intorno ad una lunga tavolata, a bere e mangiare e ridere e scherzare. Tutti tranne Giuda, di cui nessuno aveva messo in conto un passeggiata serale che lo conducesse lì per caso, ad imbattersi in loro rimanendoci di sale. Giudo vacillò, si resse alle mura in fango e guano della locanda. Tutti i suoi presunti amici intorno a quel bonazzo di Cristophere, che, già brillo a metà cena, sollevando una bruschetta al lardo di colonnata e un quartino di rosso si lanciò in uno dei suoi soliti sketch.

– Questa è la mia carne e questo è il mio sangue, prendete e mangiatene tutti, e fanculo i vegani.

La locanda venne scossa dalle risa degli avventori, tutti abbastanza ubriachi da trovare esilarante quella misera gag. Unanimità che escludeva Giuda, lesto a riprendere la scena con lo smartphone e correre a tradire il suo vecchio amore. I Nas fecero irruzione nella locanda e fermarono Cristophere con l’accusa di cannibalismo. Lo misero in croce tre giorni per farlo confessare, ma lui non spiccicò parola, certo che il continuo predicare amore e perdono avrebbe spinto i suoi seguaci a ribellarsi contro quella ennesima assurda ingiustizia.

Invece niente.
Nessuno protestò. Nessuno alzò la voce.
Nell’indifferenza più totale, i suoi amici e tutti i suoi seguaci ne approfittarono.
Chi concesse diverse interviste urlando alla telecamera che era sempre sembrato una brava persona.
Chi confessò di aver sempre nutrito dubbi su di lui, come fece Giuseppe.
Chi denunciò tocchi in fuorigioco sotto la doccia dopo il calcetto.
Chi addirittura raccontò di festini privati a base di carne umana e sangue di vergine.
Giuda intraprese perfino un commercio di souvenir dal dubbio gusto: corone di spine in plastica con led a 200w, statuette di Maria che piangeva sangue con un Cristophere neonato che le leccava via, medagliette con su inciso “sono sopravvissuto al cannibale di Nazonaccia”.
Un minimo di sollievo lo provò vedendo quei fiumi di persone in processione verso di lui, magari per confortarlo, per gridare all’ingiustizia. Quando si rese conto che si trattava dei soliti turisti della tragedia, accorsi a flagellarlo con i flash dei loro selfie, a pagare per strizzargli l’aceto in gola, alzò gli occhi al cielo e sospirò la celebre frase:
– Perdonami padre, era meglio se che mi facevo i cazzi miei.
Il cielo lampeggiò d’elettricità condensata, le nuvole si diradarono e una voce tuonò:
– E che vuol dire?
– Non lo so, ma ci stava bene.

365 giorni, Libroarbitrio

Volevo solo morire e invece sono morto – DuediRipicca …a Prato!

Domani Sabato 26 novembre Racconti nella Rete sarà a Prato
alle 17:00 alla libreria Giunti presenti alcuni dei vincitori del premio letterario con intervento di Demetrio Brandi.
Sarà proiettato il cortometraggio “Tale padre tale figlia” di Alex Creazzi, vincitore della sezione corti 2016. Le letture saranno a cura di Lorella Paola Betti e Alessandra Giuliana Marson dell’associazione culturale Nuova Colmena.
Accompagnamento musicale di Marzio Matteoli.
Vi aspettiamo!

365 giorni, Libroarbitrio

Il lunedì di LuccAutori – Il mio dentista – Andrea Serra

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Il mio dentista si chiama “il mio dentista”.
Era il dentista di mia madre e poi è diventato il mio.
E quando telefono per prendere appuntamento, sono talmente incarognito e depresso che non mi viene proprio in mente di dire all’assistente: “buongiorno, mia madre non mi ha mai voluto rivelare il nome di battesimo del dentista. E’ una questione di vita o di morte, me lo dica!”
Il mio dentista mi fa accomodare.
Mi mette il tovagliolo al collo e la cannula aspirasaliva in bocca.
Chissà come mai al mio dentista viene sempre da farmi qualche domanda quando ho la cannula in bocca.
«Lavora sempre all’Università?» mi chiede.
Il mio dentista mi conosce da più di vent’anni e non ricorda mai che da una vita non lavoro più all’Università. Che poi non ci lavoravo neanche allora. Ero solo un grigio e inutile dottorando del corso di laurea in filosofia.
Ma il mio dentista è appassionato di filosofia. E quindi per lui io lavorerò all’Università per sempre.
«Vo, vov vovovù avevvivà, vo vivenvo uiivo.»
Chissà come mai il mio dentista capisce perfettamente quello che dico quando ho la cannula in bocca.
Forse capisce solo più se gli parli così. Sta anche tutto il giorno con gente nella mia stessa condizione, poveraccio.
E quasi sicuramente, per fare due parole a cena, metterà anche a sua moglie una cannula in bocca.
Il mio dentista si illumina.
I due cerchi dorati ed enormi dei suoi occhiali brillano sotto la lampada.
«Sta scrivendo un libro? Bene, benissimo, lo sa cosa deve fare? Non deve fare un finale, ma tre finali, anzi, cinque finali, meglio ancora! Perchè ogni lettore dovrà decidere in base al proprio libero arbitrio quale finale preferisce, anche se poi tutti i finali sono già scritti, perchè tutti i destini sono già scritti e quindi non c’è libero arbitrio!»
Il mio dentista ha le idee confuse.
Il mio dentista è un uomo sulla cinquantina, senza barba e senza peli, con gli occhi azzurri e la pelle pallida e tumefatta. È vegano e parla solo di cibi naturali e reincarnazioni.
L’odore di disinfettante mi invade le narici e la luce in faccia mi acceca.
Il mio dentista mi trapana il molare e mi consiglia caldamente di spedirmi il manoscritto a casa con ricevuta di ritorno. Qualcuno potrebbe rubarmi l’idea, dice. E’ pieno di brutta gente in giro e devo stare attento.
Il mio dentista non si placa.
Mentre mi fa l’anestesia per estrarre il dente che ha già curato mille volte e che adesso è ufficialmente in putrefazione, mi consiglia di leggere un po’ di libri che mi potrebbero servire.
«Legga sopratutto Aïvanhov, lei lo conoscerà sicuramente. E’ un maestro contemporaneo e non ha mai scritto nulla, come tutti i maestri d’altronde, perché teneva solo conferenze, che sono poi state trascritte dai suoi discepoli. Lo legga, mi raccomando, lui ha detto tutto, tutto quello che è presente nell’universo. Provi a partire da qualcosa di breve, non so, dall’Opera omnia ad esempio.»
Vorrei dire al mio dentista che leggerò tutto, ma proprio tutto quello che vuole. Ma ho la bocca completamente insensibile. E mi gira la testa.
La poltrona e lo studio tremano.
Dev’essere un terremoto o una tempesta di asteroidi. Mi sporgo e vedo dal finestrino che stiamo attraversando la nebulosa di Orione.
Il mio dentista deve avermi fatto una di quelle anestesie che si usano in Tibet per sedare gli yeti molesti.
Il mio dentista mi consiglia altri venti maestri che potrebbero aiutarmi, indipendentemente dal fatto che il mio libro sia un manuale naturalistico sui girini zoppi del Madagascar o un romanzo pulp sulle foche monache del Molise.
Il mio dentista ha preso un martello pneumatico ed è convinto di dover fare dei lavori di rifacimento sul tratto autostradale che da questo momento passa per la mia bocca.
Il mio dentista perde lucidità.
Ha deciso che vuole spaccarmi la faccia e mi prende a martellate.
Devo aver fatto qualcosa di molto brutto a sua madre o a sua sorella.
Il mio dentista impugna un revolver e mi spara in bocca. Poi con un cacciavite arrugginito prova ad estrarre il proiettile dalla gengiva.
Il mio dentista ha stretto un accordo con la ferramenta dietro l’angolo e si mette a provare tutti i tipi di tenaglie del mondo perché altrimenti la ferramenta gli ritira la sponsorizzazione.
Il mio dentista è posseduto dal demonio. Ansima e si muove come un ossesso.
Il mio dentista è in preda ad un raptus omicida.
Prende un punteruolo e prova a soffocarmi.
Il mio dentista è fuori di sé e straparla.
Con una voce metallica parla di infezioni ai canali e di fili ai salami.
Il mio dentista ha deciso di cambiare lavoro.
Da grande vuole fare l’agopunturista e così, per fare un po’ di pratica, prende degli aghi vecchi dalla scatola di ricamo di sua nonna e me li pianta in bocca.
Io provo a sbracciare per dirgli che non riesco più a respirare, ma lui non mi vede.
Dalla luce della lampada esce un alieno arancione che mi intima di stare calmo, perché gli aghi cureranno la mia anima e mi aiuteranno ad essere una persona migliore.
Dopo dieci anni luce e dopo aver rivisto più o meno trenta volta il film completo della mia vita, il mio dentista mi dice che posso sciacquare. Ha finito.
Sul suo cassettino ci sono brandelli della mia mascella.
Il mio dentista si toglie i guanti insanguinati e mi guarda fisso con le sue pupille azzurro chiaro.
Rimane immobile per diversi secondi.
Lo guardo attentamente e noto che ha smesso di respirare.
Il mio dentista è morto.
Oppure il suo spirito ha abbandonato la materia ed è partito per un viaggio astrale.
Il mio dentista sta per rarefarsi da un momento all’altro e il suo corpo è vicinissimo all’evaporazione.
Il mio dentista ha la pelle di un neonato e di un vecchio prossimo alla morte.
E, non so perché, mi ricorda un verme gigante albino che vive sottoterra.
Sarà per la sua testa oblunga o per il cocktail di droghe e barbiturici che ha definito “leggerissima anestesia che le ho fatto”.
Improvvisamente il corpo diafano ed emaciato del mio dentista viene rioccupato dal suo spirito.
Il mio dentista riprende a parlare. Come tutti i grandi maestri vuole salutarmi con una battuta.
Mi dice che la cosa più importante è l’istante della morte, della propria morte. L’ultimo pensiero che si ha prima di morire. Perché lì si decide la successiva reincarnazione e quindi il livello del karma. E la storiella riguarda un tizio in India che aveva deciso di pensare ai suoi figli al momento della morte, per aiutare i figli ad evolversi o per qualche altro motivo che non comprendo per via dell’anestesia e del sangue che sta invadendo il cotone che ho in bocca, che durerà per un paio di giorni e non riuscirò più a mangiare e avrò un male cane e sarà l’inferno. E vorrei dire al mio dentista che non me ne importa proprio niente della sua storiella, perché mi sono già messo la giacca addosso e voglio solo andarmene a casa a soffrire in silenzio, ma lui ci tiene proprio a concluderla.
«Sa come finisce la storia del tizio in India? Che al momento della sua morte, mentre guarda i figli che sono attorno al letto, gli viene in mente che nella bottega non è rimasto nessuno perché i figli sono lì con lui e proprio in quel momento muore. E così rimane inculato.»

Racconto “Il mio dentista”  scritto da Andrea Serra
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “Il lunedì di LuccAutori”

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi
in tutte le librerie a distribuzione nazionale

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365 giorni, Libroarbitrio

Shhh! – L.L.

Lié - 1- 1- '16

UE’ VICINA! AUGURIIII! LA VUOI UN PO’ DI LENTICCHIA?

Erano passati cinque minuti alla mezzanotte. L’aria striata da polveri pirotecniche a dipingere un fantasmagorico inizio anno. E tu Lié in balcone, sola,  tra la foschia e le ultime scintille di una stella filante davanti gli occhi. Quasi mi viene da dire te lo avevo detto. Cinque ore prima davanti agli occhi avevi un guazzabuglio di messaggi sul display del cellulare che ti domandavano dove fossi finita, che il duemilasedici sarà un anno indimenticabile e speciale come tutti gli anni precedenti, che in effetti sono stati sempre tutti estremamente indimenticabili, insomma un mucchio di parole inviate da un oggetto piccolo ad una così piccina mente dove l’unico pensiero che aleggiava, figlio unico a spasso nella materia grigia, (anche se tendenzialmente credo che la tua di materia sia più una mille colori), era non avere paura non resterai sola, non avere paura non resterai sola, non avere paura, non resterai sola. E allora sbrigati e non stare lì a sospirare. Jeans, reggiseno, rimmel e, lo specchio. No. No no no non ti guardare, non c’è bisogno, fallo fare a me, dai, io vado a memoria, su spazzolati i capelli e via , esci da qui, esci forza, esci ti ho detto. E invece. Ti sei immobilizzata. Davanti lo specchio. Una statua di sale. Ed io eccola lì. E dai, ti ho detto non guardarti nel riflesso, fai così, senti a me, rispondi ai messaggi, scrivi: arrivo, sono quasi pronta, vi raggiungo, ci vediamo lì, eccomi. Dai è facile, datti una mossa, con quelle dita piccole, forza, no no no no no , non ti guardare allo specchio. E noi eccoci qui. Vuoi rovinare tutto? E’ che. Ohi, te lo dico subito – Non mi va di starti a sentire ora. Sai non so se è più forte la tristezza che ci facciamo per come riusciamo a mascherarla, la tristezza. Parla per te. O se è più forte la paura che è tanto forte quanto il temer d’essere abbandonata, dimenticata. Mica ti capisco io a te, mi sono persa, sei complicata, hai capito! Zitta. Finisci di vestirti e filiamo. Mi dispiace. Ma da qui non ci muoviamo. Così, per una buona volta, impariamo a non avere più paura di stare sole. Senti, ti ho detto parla per te. Infatti parlo per me, e siccome parlo sul serio da adesso farai quello che dico io. Scriviamo così: ragazzi grazie, siete sempre gentilissimi con me, vi amo tutti, amo tutto il mondo e l’universo con le stelline vere che brillano in cielo, ma io ho deciso che me ne starò a casa, tranquilla tranquilla, non vi offendete vi prego, auguri a tutti! Ti odieranno e resterai sola. Naaa. Piuttosto mettiamoci un maglione, prendiamo la bottiglia dal frigo, il pacchetto di stelle filanti e andiamo a sederci in balcone. Come in balcone? da sola? Io non ho più paura di stare sola. Ma fa freddo e poi già da adesso? Mancano tre ore alla mezzanotte, accendi la radio, che ne so, prendi il cellulare per controllare l’ora. Prendiamo l’accendino per le stelline filanti, e il libro di Gogh lì sul tavolo, e la penna e il quadernino, non abbiamo bisogno d’altro, e poi non c’è da preoccuparsi, credo che ce ne accorgeremo quando scoccherà la mezza.

ALLORA? QUI STIAMO FESTEGGIANDO, VUOI SALIRE?
Di’ sì! Accetta cavolo! Shhh! 
NO, STO BENE QUI MA GRAZIE. E FELICE ANNO NUOVO!

365 giorni, Libroarbitrio

Storie di boxe – il gioco- Jack London

Antoine Josse, Elle est bonne!Si ritirava, sbiadiva,
si perdeva.
La fresca faccia di fanciullo se ne era andata,
la tenerezza degli occhi,
la dolcezza della bocca
con le sue pieghe e gli angoli come dipinti.
Era il volto di un uomo quello che vedeva,
un volto d’acciaio,
teso e immobile;
una bocca d’acciaio,
le labbra come ganasce di una tagliola;
occhi d’acciaio, dilatati,
assorti,
e la luce e il bagliore che ne emanavano
erano la luce e il bagliore dell’acciaio.
Il volto di un uomo.

365 giorni, Libroarbitrio

Sole d’estate – Grazia Deledda

the wind knocked

e tra una foglia e l’altra
innumerevoli frutti piccoli e scarlatti,
che sembrano duri
e invece a mangiarli sono dolci e teneri,
d’una tenerezza un po’ resistente
che si prolunga,
che si fa succhiare,
si cede a poco a poco
per farsi meglio godere.
E’ l’albero delle giuggiole.

365 giorni, Libroarbitrio

“Non parlate mai con gli sconosciuti” Goethe & Bulgakov conversano nella mente mia mente

Arthur_Rackham_Little_Red_Riding_Hood

….dunque chi sei?
Sono una parte di quella forza che
eternamente vuole il male
ed eternamente opera il bene.

Il poeta si passò una mano sul viso
come se si fosse appena svegliato
e vide che ai Patriarsie si era fatta sera.
Si vedeva distintamente in cielo la luna piena,
non ancora dorata ma pallida.

…come ho fatto a non notare che è riuscito a mettere assieme un intero racconto?
Ecco, è già sera! E forse non è stato lui a raccontare
ma semplicemente mi sono addormentato
e tutto questo l’ho sognato.

365 giorni, Libroarbitrio

“Loro non sono te” H.E.Francis

Loro non sono noi

Tempo. Lo percepiva nei cambiamenti: il modo in cui l’estate scivola nell’autunno, giornate di foschia, nebbie tanto spesse nelle quali non poteva distinguere nulla ma che poteva attraversare, preoccupato di non sapere chi veniva, andava – nel porto le navi erano fantasmi; il modo in cui l’autunno scivolava nell’inverno, silenzioso ma spogliante, tutto quel cambiamento così visivo, scorci talmente familiari che il loro ripetersi spaventava, lo poneva di fronte a scene che aveva visto e rivisto e che non erano qui – disorientavano – scene in quale città? in quale parco? vicino a quale fiume? a quale boscaglia? Chi? Al sicuro osservava i cambiamenti, e ascoltava, fino a quando? – fino a quando i pensieri, il tempo, il blu non lo risucchiavano. Quando ricominciava a sentire su di sé la pressione, la tensione del tempo, allora percepiva l’orrore, sgranava gli occhi, temendo che potesse arrivare, desiderando che arrivasse, temeva di desiderare la paura –  a volte percepiva il tempo come acqua lenta a temperatura corporea in risalita lungo le sue gambe su per l’inguine e lo stomaco e il petto, fin quasi a farlo soffocare; ma poi si fermava come ad aspettare – aspettare cosa? Andare dove?, minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Qualcosa gli diceva  – Parti, Vai – solo per scoprire che il tutto lo guidava – Verso, e poi lo spingeva a Partire – Ancora, di nuovo. Ma lui ancora non lo sapeva, ma temeva che ora il tempo stesse scorrendo all’indietro…
Lei era in piedi in attesa, era familiare il modo in cui il jeans blu le aderiva sulla vita,delicata appariva, un collo e un volto, bianche le spalle e il seno. Sorrise di un sorriso che faceva scorrere armoniosamente sotto i suoi lunghi capelli. Curioso dietro a lei uno specchio, lui l’osservava ma non riusciva a vedere se stesso nello specchio. Lei lo aveva assorbito come se per un istante lo avesse preso dentro di sé, lui era dentro di lei.
Nello specchio lei era lui, lui era lei.
Si crogiolò nei delicati movimenti, nel dondolio dei capelli, nel profumo, nella pelle levigata, nel lindo splendore dei denti, nella sua voce rassicurante, e perché lui voleva entrare in lei, dimorare in lei, guardare dai suoi occhi, vedersi, vedere chi lui fosse – chi?- cosa lui fosse- cosa?- . Perché lui non riusciva a vedere se stesso se non attraverso lei e la invase, la oltrepassò. E no, non poteva fermarsi.
Non è possibile.

365 giorni, Libroarbitrio

“come Florio e Biancofiore” Comtessa de Dia

un treno un abbraccio

Vorrei tenere il mio cavaliere
nudo, per una notte intera, tra le mie braccia.
Vorrei di gioia tutto inondarlo
ed essere col mio corpo il suo cuscino
ché affascinata ne sono più di quanto
non fu di Florio Biancofiore…