365 giorni, Libroarbitrio

SAN VOLANTINO – POKER D’INCUBI-GIANLUCA PAVIA – LIE’ LAROUSSE – DUEDIRIPICCA

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“La sera iniziava a divorare i resti di un pomeriggio invernale fin troppo piatto. I tre erano incrostati ai tavolini esterni del bar da ormai un paio d’ore e parecchi Negroni. Alle loro spalle la vetrina intasata da decorazioni d’ogni genere: cupidi deformi armati di archi e frecce, cuori stilizzati e patetiche frasi d’amore rubate a qualche sfigato. Difronte scorreva lento il traffico di macchine scarburate e passanti frettolosi di tornare a casa, e magari passare quella fredda serata in dolce compagnia.
«Guarda tutti ’sti coglioni» sbottò Bestia poggiando il bicchiere ormai vuoto sul tavolino «Ancora che spendono soldi per ’sta festa del cazzo».
«Già, ma almeno loro hanno soldi da spendere, e qualcuno da sbattersi» replicò Duscudi, che doveva quel soprannome a un’innata propensione a fare qualsiasi cosa, anche per pochi spicci.
Lello se ne restava in silenzio. Non guardava niente e nessuno, se non il proprio cellulare, ma non c’era niente da vedere: nessuna chiamata persa, nessun messaggio ricevuto.”

…e se tu ancora non sai che fartene di quest’oggi, se regalare o regalarti un cuore, se crederti o crederci nell’amore, se partire o tornare o magari solo startene seduto a guardare come tutto questo va a finire, stai tranquillo, compra POKER D’INCUBI e vienici a trovare, ti presenteremo Duscudi, Bestia e Lello, e potrai vedere di non essere poi il solo, e scoprirai che a volte chi trova un amico, non trova per forza un tesoro.

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Lié Larousse – Gianluca Pavia

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IL MOSTRO – POKER D’INCUBI – DuediRipicca – GIANLUCA PAVIA/LIE’ LAROUSSE

“Le si era avvicinato di soppiatto, senza farsi notare, come faceva con ogni altra prescelta, e quando le fu abbastanza vicino da rubarle qualche particella di profumo, lo stomaco si era sciolto, le sinapsi ingarbugliate. L’aveva seguita fino a casa, in quella villa appena fuori città. L’aveva vista chiudersi la porta alle spalle e da quel momento non era esistito altro. Doveva averla, ossia rubare una parte di lei: un pettine, un paio di mutandine, qualsiasi cosa avrebbe potuto stringere a sé nelle lunghe notti spese nella solitudine del suo monolocale. Stefano non era un maniaco, né un pervertito, anche se la situazione suggeriva tutt’altro. Stefano aveva solo bisogno di calore, della vicinanza di una donna, ma le donne preferivano stargli alla larga, come qualsiasi altro essere vivente. E non era una semplice paranoia, Stefano aveva imparato per bene la lezione, erano quasi quarant’anni che il mondo intero gliela ripeteva.”

E tu?
Tu il desiderio lo sai davvero cos’è?
Le angosce le conosci?
Le paure dei mostri nell’armadio e di quelli nella testa?
E gli incubi, ma quelli veri, quelli che ti restano dentro, che ti camminano affianco, che ti sporcano le mani e i giorni, li hai mai letti?
No?
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I Lunedì di LuccAutori – La Terza classe – Daniele Miglietti

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Dacché erano partiti dal porto di Napoli, la prora, rivolta ad Ovest, s’era più volte imbattuta nell’appassionato e tragico dramma del sole che naufraga, siderale, nello specchio dell’acqua.
C’era chi sosteneva che s’era già sull’oceano, chi invece affermava che ad affacciarsi dalla poppa e ad avere occhi abbastanza buoni si sarebbe potuta scorgere ancora la costa Italiana.
Alle domande il personale di bordo scuoteva seccatamente il capo, lasciando intendere che, in mare aperto, un passeggero di terza classe godeva degli stessi diritti che vantava sulla terraferma, se non di non meno. Forse se avessero avuto del denaro avrebbero potuto comprare quell’informazione. Ma, in fondo, a cosa sarebbe servito? Non era forse questo il motivo per cui si erano imbarcati? Si diceva che lì, dov’erano diretti, anche quelli come loro si sarebbero lasciati alle spalle la miseria, l’ignoranza e la malattia: quei fantasmi che a casa li stavano divorando.
L’unica cosa di cui s’era certi era quello sciamare incessante d’anime tra le centinaia di sporche cuccette del piroscafo Ermanno, stipati così com’erano l’uno contro l’altro appena sul filo dell’acqua. E in mezzo a quella distesa di disperati che ficcanasavano qua e là, tossivano, o che, semplicemente, iniziavano a impazzire, le teste contro le paratie, c’erano quell’uomo e quel bambino. Loro due, che, appena un mese prima, se gli aveste chiesto di portarvi al mare, vi avrebbero accompagnato al torrente dietro la loro spelonca, allo stesso rivolo dal quale attingeva loro madre per dissetare i propri figli, le sue due vacche cieche, e quella vecchia gallina che avrebbero presto mangiato perché troppo vecchia per covare. Ma la mamma era stata trovata in fondo ad un burrone, un cestino di strame intrecciato colmo di vavusi ancora stretto in pungo, e le vacche erano state vendute sulla piazza per pagare la traversata.

– Raccontami ancora di mamma, di quando non ero nato,ripeteva Giacomino.

–Riposa ora, – rispondeva risoluto Riccardo

Dalla cuccetta sottostante si udiva la lotta sfrenata dei bastoni e delle spade, e il grande tintinnare di coppe colme d’oro. Erano i lucani che giocavano a carte.
Riccardo si sporse dalla cuccetta: – Per favore, u criaturu dorme. Tena ‘a freve.

– Biat a ta figlj. E chi dorm’ cu stu mar’ aggitat’? – gli fecero coro loro.

Riccardo, per l’ennesima volta, dacché erano partiti, ripeté: – Non è mio figlio, è fratima.
Giacomino e Riccardo erano rispettivamente l’ultimo e il primo dei fratelli, in quella giovane Italia del 1899 nel quale la mortalità media stava a sei anni e mezzo.
Giacomino si trovava alla sua ottava primavera e, seppur già da tempo la vita lo avesse edotto alla crudeltà della sopravvivenza, erano ancora visibili nei suoi piccoli occhi neri quel moto di vitalità che contraddistingueva i suoi coetanei; scintillio destinato a scemare col tempo e a scomparire lungo le guance, come lacrime tamponate. A dividere Riccardo e Giacomino vi era una lunga serie di fratelli, nati lungo l’arco di diciassette anni, tutti morti al nascere o comunque ancora bambini. Ma la morte di un bambino, nella Calabria rurale del tempo, era cosa assai meno grave della morte di una capra. Una capra dava latte, un bambino grattacapi.

– E Gesù Bambino… C’è anche all’America ‘u bumminiellu? – domandò Giacomino.

– C’è anche all’America – fece il fratello.

– Sai, gli ho regalato ‘u strummolo…

– A chi hai regalato ‘u strummolo, Giacomi’?

– Al bambin Gesù, quando eravamo al porto… – Giacomino delirava.

– Ma che dici, Giacomi’? ‘U strummolo è qua – Riccardo si cavò dalla tasca della giacca la trottola e la mostrò al fratello – Lo vedi? L’ho io!

Giacomino non rispose, aveva gli occhi chiusi. S’era addormentato.

Riccardo toccò la fronte del fratello. Era umida e calda come il coperchio della cassarola di loro madre, quando con uno straccio lo sollevava e con una forchetta infilzava una patata per controllare se era cotta.

– Piove fuori?

– E che ne sappiamo noi? – risposero i lucani. – Guarda dall’oblò.

Riccardo pigiò il suo naso abbronzato contro il vetro, ma sebbene la luna fosse piena, era impossibile capirlo. Di lampi non ce n’erano. Tese l’orecchio, ma in mezzo al baccano dei passeggeri, al ronzare dei motori, e allo sciabordio delle acque era impossibile sentire se fuori ci fossero tuoni, la sua più grande paura. Ogni tanto il fragore di un’onda che si scagliava contro lo scafo lo faceva sobbalzare.
Riccardo cavò dalla tasca dei calzoni il sigaro e il suo pensiero ritornò al Porto di Napoli, dove li avevano fatti aspettare per cinque giorni prima dell’imbarco. Li avevano lasciati lì, affamati, a dormire all’addiaccio ghiacciato e ad ustionarsi al sole. La pietà dei Napoletani li aveva sorretti. Uomini che, vedendo quella distesa fatta di scheletri umani e valigie di cartone, di tanto in tanto giungevano con pezzi di pane, incitandoli a dividerseli da buoni cristiani. Ma quel pane finiva sempre nelle mani dei più forti, e poco rimaneva alle donne, ai giovani e ai bambini come Riccardo e Giacomino. Poi, finalmente, giunse il giorno in cui era stata issata la passerella di terza classe, tra il molo e il piroscafo. I due fratelli si erano pazientemente messi in fila, ad attendere il fatidico passo. Allora Riccardo si era sentito strattonato per la collottola, ed era pronto a ricevere qualche legnata, come già era successo le poche volte che aveva osato farsi valere per un pezzo di quel fatidico cibo. – Non ho niente! – s’era subito difeso. Ma giratosi, stagliato contro di lui, aveva trovato un uomo dai baffi folti e ben curati, finemente arricciati come zampe d’insetto. In mano stringeva un bastone di canna, e le sue scarpe erano protette da un paio di ghette candide. Sul capo sfoggiava un lucido cappello al cui confronto la coppola di Riccardo pareva un cencio gettato lì per caso. I due si erano brevemente guardati negli occhi; lo sguardo di Riccardo era basso e stanco. – Tieni, – aveva detto l’uomo a Riccardo mettendogli qualcosa in mano. – Per il viaggio. Ne troverai degli altri uguali in America. Viene da Cuba, – Riccardo aveva osservato il grosso sigaro nel palmo della sua mano con aria interrogativa. – Già. Tieni anche questi, – aveva allora fatto il signorotto, mettendogli in mano una scatola di fiammiferi – Be’, buon viaggio allora. E buona fortuna, amico mio! – Riccardo non gli aveva risposto.

Ora quel sigaro, donatogli da quel gentiluomo, appariva al suo naso e al suo tatto così accattivante e profumato che un bisogno irresistibile lo aveva assalito. Era il desiderio del benessere, il bisogno universale, umano e brutale della normalità; era la voglia di sottrarsi a quel budello angusto di dialetti che lo circondava, al mormorio incessante dei motori che lo spazientiva, alla congerie di aliti afflitti e pesanti di attese appena sussurrate che impregnava quel dormitorio galleggiante.

Riccardo decise così di salire sopraccoperta, poiché, se avesse acceso il sigaro lì, il suo odore avrebbe certamente destato l’attenzione di qualche manigoldo pronto a sottrarglielo. Fu così che abbandonò la cuccetta e il piccolo Giacomino, ormai profondamente addormentato.

Né vento né onde aggredivano ora la carena dell’Ermanno, e il ponte principale era livido, imbevuto com’era della luce della luna. I banchi di denso vapore che esalava il fumaiolo, in alto, appena a tergo del ponte di comando, si mescolavano come spiaggia alle nubi. L’odore del mare impregnava piacevolmente i legni, i metalli, e le carni.
Subito immersi i capelli caprini nel gelo della notte, Riccardo udì provenire da babordo un urlo belluino: – Fije mi! Fije mi’! –. Due marinai circondavano una donna in lacrime, inginocchiata di fronte a quello che a Riccardo sembrò un piccolo fardello avvolto in una stuoia grezza.
Riccardo avvicinatosi a quelle persone, vide che quella avvolta nella stoffa era una piccola figura umana: un bambino. All’altezza del collo gli era stato legato un grosso peso di piombo.

– Oddio, il figlio mio! Oddij je fije mi! – la giovane donna marsicana piangeva.

– Che accadde? – domandò Riccardo a uno dei due marinai presenti.

– Una malattia?

– Sì. Un ceppo a bordo, probabilmente. – spiegò l’uomo.

– E si muore?

– Per la maggiore i bambini.

Riccardo tremò al pensiero del fratello febbricitante in quella cuccetta sporca. La donna continuava a disperarsi.

– E ora?

– Lo buttiamo in mare.

– In mare? – rabbrividì Riccardo.

– È la procedura. È il terzo da quando siamo partiti.

Riccardo capì che quel mare non conosceva riguardi per le normali cerimonie funebri. Vide le labbra della marsicana baciare attraverso la canapa la leggera testa infagottata del bambino. Vide i marinai issare il piccolo cadavere, e sporgersi dalla balaustra. Vide il corpo cadere violentemente, trascinato brutalmente da quel peso di piombo, in mare, in un tonfo. L’udì. L’ultimo urlo di una madre che aveva perso un figlio durante quel viaggio intrapreso con cieca fiducia.

I quattro restarono ritti a babordo, con gli occhi verso il basso, in attesa che quel corpicino impacchettato s’inabissasse, per sempre.

Ciò non accadde.

– Non affonda! – esclamò il marinaio.

La giovane madre si aggrappò alla ringhiera con una forza improbabile e cercò di sbalzarsi: – Fije mi! –. I due marinai la presero di peso: – Si calmi! – la donna si lasciò andare tra le loro braccia. Era svenuta.
La salma del bambino prese a fluttuare tra le onde, avvolta in quel telo bianco, reso brillante dalla luna.

– Dev’essersi slegata la fune, – fece uno dei due marinai – e il piombo dev’essere andato giù.

– Dev’essere senz’altro questo, – fu d’accordo il collega – Altrimenti è inspiegabile.

Le onde nere e quel bambino dal volto che Riccardo non avrebbe mai conosciuto, una delle tante mummie del mare che, mentre uomini e donne cercavano di raggiungere la terra sconosciuta, la terra del lavoro, delle opportunità, del riscatto sociale, l’oceano catturò quei decenni. Un abisso che conobbe vicende di speranza; di fede abbandonata. Di tragedie lasciate alle spalle da coloro che a quei viaggi sopravvissero, ma che poi, col sangue e col sudore, avrebbero scoperto che quell’America da cartolina non esisteva. Frotte di migranti che si sarebbero improvvisati arrotini lungo le strade di Manhattan, che si sarebbero rovinati gli occhi cucendo guanti a Down Neck, o che si sarebbero spezzati la schiena gettando binari e fissando traversine per le ferrovie transcontinentali americane, insieme a negri e cinesi. Questo era il sogno americano per chi di americano non aveva nulla.

–Riportiamola sottocoperta, – disse un marinaio all’altro, accennando alla marsicana. – Lei rimane qui? Ma Riccardo fece: – Scendo anch’io, – e del sigaro non fu più interessato.

Il corpo del bambino, intanto, andava alla deriva, lentamente, bianco e sempre più piccolo, come una barchetta di carta sospinta dal vento, nel buio della notte.

*****

Racconto “La Terza classe” scritto da Daniele Miglietti
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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365 giorni, Libroarbitrio

.l’ispirazione dei poeti. – Lié Larousse

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

.cari poeti
che mi lasciate interdetta
non riesco a capire
aiutatemi voi
se sei mora o bionda
allora sei una gran fica a priori?
una dea
una musa
una ninfetta
che merita nota
e cascate d’inchiostro
e lacrime di sangue e fango
e struggimenti
per i vostri racconti?
ma se il pelo è ramato
nessun verso gli viene accordato
allora con gran pena
già dico addio alla vostra penna
a corde di violino
e assoli di chitarra
poi però
per fortuna penso
l’obiettivo e il pennello
ci hanno sempre amate
giovani pittori
pazzi illustratori
addirittura fotografi  in bianco e nero
c’hanno svelato
incantato
loro sì
ci scoprono, ci divorano
ogni giorno
in ogni tonalità
di colore
odore
visione
senza censura
ecco però perché
siamo in via d’estinzione
sono pochi di numero loro
a confronto vostro
ma ci voglio credere ancora
e mi sto domandando
non è che forse
non ne avete mai vista una
di rossa
in carne ed ossa
o che v’accarezza in sogno
al bisogno
un bisbiglio, un abbaglio?
no? certo è un peccato
che se mai ci sarà memoria di noi
sarà solo attraverso il colore
di oli e stampe
ma non in quello
di poetiche parole
ed è troppo triste per me
perciò vi saluto
ma mi raccomando poeti cari
correte, andate,
tenetevi strette le vostre more
e le vostre bionde,
non sia mai scegliessero
un altro ennesimo poetucolo con abduzione
e a voi poi non tocchi
di perdere l’ispirazione.

Lié Larousse

 

365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori- Isbraa e Tabush – Diana Salvadori

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Piove. Piccoli ticchettii sulla stoffa sopra la mia testa. È già mattino, lo vedo nella trasparenza della tela verde.
Non ho voglia di alzarmi, sto bene qui distesa al calduccio. Tabush, il mio giovane gatto bianco e rosso, è raggomitolato ai miei piedi, li scalda. Guardo i piccoli movimenti della stoffa mentre le gocce la spingono in basso. Penso al sole delle mie strade, mentre andavo a scuola, e ridevo con la mia amica.
Ci piacevano due ragazzi: Tadir e Monder. Loro, ci sorridevano, noi, non potevamo guardarli ma li sentivamo, vicini, curiosi. Così facevamo sempre la stessa strada, per farci trovare, farci vedere. Eravamo promesse spose, allora, ma la vita, poi, ci ha fatto arrivare fin qui, al confine.
Tabush si muove, agita la coda, per farmi capire che si sta svegliando, ma resta sui miei piedi; anche lui non vuole uscire.
Mi piaceva tanto Tadir, aveva occhi neri, lunghi, leggermente a mandorla. Un gran sorriso, mani magre e decise. Parlava poco, stava fermo con gli altri uomini a osservarmi. Sentivo che lui era diverso, lui guardava proprio me. Quella me nascosta, segreta a tutti, quella dei sogni.
Tadir sorrideva poco, ma mentre mi guardava, lo sentivo sorridere, per me. Sorrideva, come me, dei sogni.  Sì, anche Tadir sognava, di diventare un bravo calzolaio, o meccanico, di essere un giovane marito, di danzare euforico al mio fianco. E poi, tanti bambini, maschi e femmine. Forse, lui guardava in me, i miei sogni.
Tabush si allunga, si stira, mi fa leggere fusa sulla pancia, io rido, il suo pelo mi fa il solletico. Qualcuno fuori urla che sta arrivando il cibo.
L’ultima volta che ho visto Tadir, la mia amica mi ha detto: “Ti ha scritto una poesia, è sotto il sasso al ponte delle pietre, dai, corri, andiamo a prenderla”. Ero a casa, Tabush sdraiato al sole mi ha seguito, ha giocato con le pietre mentre io leggevo: “Mia cara Isbraa, il suono del tuo nome è nel battito del mio cuore, quando si fermerà, mi troverai nel tuo battito.”
Tabush mi sale sul viso, si struscia sul mio naso, mi lecca una guancia.
Oggi non so dove sia Tadir.
Mentre facevo la valigia, ho preso la sua poesia, l’ho riletta; ho piegato il foglio nove volte, in segno di buon auspicio, ho preso il cofanetto azzurro e lì l’ho riposto. Ora è sotto il mio cuscino.
Alla partenza, Tabush era nervoso, miagolava e graffiava le mie gambe, si aggrappava alla valigia. Ho preso uno scialle, fine, l’ho arrotolato attorno al suo collo, lui si è calmato. Ho accarezzato il suo pelo rosso e bianco e gli ho detto: “Tu e Tadir venite con me”.
Qui, a Idomeni, non ho ancora visto la mia amica e neppure il mio Tadir.
Lei, prima di partire, mi ha lasciato un suo diario, dicendomi: “Isbraa, non scordiamoci di noi”. Anche lei, di poche parole.
Tabush ora vuole uscire, io lo controllo, ho paura di perderlo, così me lo coccolo ancora un po’ mentre gli metto il suo piccolo scialle.
Fuori non piove più, siamo in tanti, oggi sappiamo dove siamo, domani lo scopriremo.
Io spero di ritrovare la mia amica. Io spero di sposare Tadir.
Tabush mi aiuterà.

Racconto “Isbraa e Tabush”  scritto da Diana Salvadori
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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Opera pittorica
– L’attesa –  Lucio Fontana – 1965

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi,
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I Lunedì di LuccAutori – La maledizione di famiglia – Luigi Giampetraglia

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Nonna Titina diceva sempre che la nostra famiglia teneva la calamita per le disgrazie.
Era una cosa che ti metteva l’ansia addosso e ti toglieva la voglia di fare le cose, pure le più semplici.
E non potevi nemmeno darle torto!
Nonna Titina aveva seppellito già tre figli (fino a mò, come diceva sempre lei. E quando lo diceva, con quegli occhi velati dalla cataratta, faceva più paura di un film di Dario Argento).
In effetti i miei zii sono tutti morti in circostanze un po’ strambe.
Il primo a fare una brutta fine fu zio Nino, che si spezzò l’osso del collo mentre dava la caccia ai granchi fellone sugli scogli.
Poi toccò a zio Luca, lo sciupafemmine della famiglia, morto strozzato da uno gnocco.
Ultima, venne zia Rosa, che fece la morte più scema di tutti: finì sotto a un treruote nel tentativo di scansare un gatto nero che le stava attraversando la strada.
Ciro e Carmela sono gli unici sopravvissuti.
Carmela è mia madre e io penso che si sia salvata solo perché lei, a certe cose, semplicemente non ci credeva.
Zio Ciro, che viveva con noi perché era ancora giovane, era tutto il contrario di Mamma ed era sicurissimo che sarebbe stato il prossimo.
Zio Ciro si faceva gli esami tutti i mesi e ammosciava tutti quanti con questa storia della maledizione di famiglia. Mamma diceva sempre che si era preso una brutta fissazione e che se non si decideva a sentire uno psicologo c’era il rischio che lo dovessimo far chiudere.

A San Giovanni ci conoscono tutti. Anche se la nostra è una fama di riflesso.
Siamo l’emanazione naturale dell’unica celebrità di famiglia: la nonna.
Nonna Titina tiene una tabaccheria alla Croce al Lagno che è la più antica del quartiere.
E guai a chi gliela tocca! Dice sempre che la sua Tabaccheria ha resistito a tutto, al contrabbando, alle scommesse clandestine, alle tasse, al pizzo e pure al terremoto!
Per quelli di San Giovanni lei è semplicemente: ‘A Tabaccara.
Per associazione zio Ciro e la mamma sono ‘e figli d’ ‘a Tabaccara e io, mia sorella Katia e i nostri sei cugini siamo tutti, indistintamente, ‘e nepute d’ ‘a Tabaccara. Mamma dice che non ci sta niente da fare, che pure se mi laureo in ingegneria astronautica e vado sulla Luna, per la gente del quartiere rimarrò sempre ‘o nepote d’ ‘a Tabaccara.
Quando sono morti zio Nino e zio Luca l’hanno scritto pure sui manifesti funebri:
E’ mancato all’affetto dei suoi cari Nino Rea, di anni 19, detto ‘o figlio d’ ‘a Tabaccara.
Stessa sorte toccò, due anni dopo, a zio Luca.
Zia Rosa, per evitare di essere identificata per l’eternità con l’attività di famiglia, pare avesse dato esplicitate indicazioni a Tonino ‘O Stuorto, titolare dell’unica agenzia funebre del quartiere.
Con la spiacevole conseguenza che, quando fu il suo turno, davanti al suo manifesto funebre c’era sempre una crocchia di gente che si domandava chi cavolo fosse questa Rosa Rea.
E c’era sempre qualcun altro che rispondeva: “Comme? ‘A figlia d’ ‘a Tabaccara!”

Era già da un po’ di tempo che sospettavo ci fosse qualcosa di vero nelle farneticazioni di zio.
Una sera, mentre eravamo in camera mia, mi fissò attraverso quei suoi occhialoni spessi come vetrocemento e mi chiese:
“Ma tu cu ‘na fattura ‘nguollo, che faresti?”
Io allargai le braccia.
“Non lo so, andrei da un prete o… da un mago!”
“Come quelli della tivù?”
“Quelli sono degli imbroglioni”
“E da chi?”
Andai alla finestra e indicai il palazzo della banca dall’altra parte del Corso.
“Là abita una vecchia che toglie i malocchi, forse ti può aiutare!”
“E tu come ‘e saje ‘sti cose?”
“’O sanno tutti quanti zio Ci’!”

La signora Pace era una vecchietta artritica, con un grugno da pirata stitico e rughe tanto profonde da sembrare tracciate con una forchetta.
“Che ve serve?”
Zio Ciro mi diede un colpetto col gomito.
“Mio zio è convinto di avere una fattura addosso” spiegai.
La vecchia annuì facendo ciondolare i grandi orecchini da zingara aggrappati ai lobi come scimmiette, quindi versò dell’acqua in una ciotolina butterata di ruggine e la piazzò sulla testa di zio.
“State fermo!”
Zio Ciro assunse una posa da visita militare, petto in fuori, pancia in dentro, collo dritto.
“Vedete qualcosa?”
La vecchia fece ondeggiare l’acqua nella ciotola, poi la posò sul tavolo davanti a noi e indicò le bolle semitrasparenti che galleggiavano in superficie.
“Figlio mio, tu stai ‘nguaiato: guarda quante uocchje!”
Zio Ciro si passò una mano sulla fronte.
“Io ‘o ssapevo!” piagnucolò. “Ve prego: aiutateme!”
La signora Pace guardò zio Ciro come se lo vedesse per la prima volta.
“Ma voi nun site ‘o figlio ‘d ‘a Tabaccara?”
“E allora?”
“Allora ce sta poco ‘a fà”
Mi alzai e picchiai un pugno sul tavolo.
“Voi non ci state dicendo tutto!”
La vecchia sollevò un sopracciglio spoglio e si rigirò la dentiera in bocca.
“Ma comme: nun cunuscite ‘a storia?”

“Fu Alina a fare la fattura!”
“Chi?”
“’Na figlia d’ ‘a Madonna!”
Scossi la testa elemosinando chiarimenti.
“Un’orfana,” tradusse la signora Pace “che fu adottata dalla famiglia di tuo Nonno Peppe per tener fede a un voto. Alina e tuo Nonno crebbero insieme, come frato e sora. Solo che non erano fratello e sorella e succedette quello che non doveva succedere!”
“Cioè?”
“Se ‘nnamurarono! Donna Maria, che era la tua bisnonna, se ne accurgette, ma facette finta ‘e niente perché nun vuleva fa parla’ ‘a ggente. Poi, furbescamente, prese una ragazza a servizio, ‘na bella guagliona, della stessa età di Peppe, che si chiamava Titina”
“Nonna Titina?”
La signora Pace annuì ancora.
“Titina era ‘na figlia ‘e ‘ntrocchia e nun se puteva permettere ‘e perdere ‘o treno. Alla fine, con l’aiuto della futura suocera, riuscì a far perdere la testa a Peppe. Alina si sentì tradita da tutti, era giovane e fragile e, alla fine, si buttò dal terzo piano, con la foto del suo amore stretta in petto!”
Zio Ciro si fece il segno della croce.
“Da questo punto ’a storia se complica: qualcuno dice che Alina aveva scritto una maledizione dietro la foto, ‘na fattura contro Titina e i figli che avrebbe avuto da Peppe, altri invece che la fattura la disse a voce, poco prima di morire”
“E questa foto che fine ha fatto?”
“Fa parte d’ ‘o mistero: nisciuno ‘o sape!”
“Ma ‘sta fattura non si può togliere?”
La vecchia sospirò liberando un olezzo di cipolla fritta.
“Le fatture fatte in punto di morte songo ‘e cchiù ‘mpicciose, però…”
Io e zio Ciro allungammo il collo come tacchini curiosi.
“… Se Titina chiedesse scusa ad Alina…”

Se avesse dovuto, che ne so, bere un infuso di sangue di drago o rubare un uovo d’oro a un gigante, sono quasi certo che zio Ciro non si sarebbe dato per vinto… ma quello era troppo!
A memoria d’uomo nessuno ricordava di aver visto la nonna scusarsi con qualcuno.
Nonna Titina era una di quelle persone a cui non importava se l’altro avesse o meno ragione… era l’altro e, quindi, aveva torto!
Non so come mi venne in mente.
Fatto sta che, prima che potessi pentirmene, cedetti all’entusiasmo incosciente dell’età e proclamai:
“Zio Ci’ non ti preoccupare: ci parlo io con la nonna!”

Nonna Titina era un mezzo busto di cartapesta ammuffito, incastrato tra l’espositore di caramelle e il minibar della Pepsi.
Quando entrai nella Tabaccheria mi scrutò con sdegno, come se la infastidissi già a sufficienza con la mia presenza.
“Che ce fai ccà?”
“Nonna dobbiamo parlare!”
“Veramente?” fece lei appoggiando gli avambracci flaccidi sul bancone. “E di che cosa?”
“Di Alina”
Calò un silenzio teso.
Ebbi la fugace visione di un bambino identico a me che scappava dalla Tabaccheria come un piccolo ladro.
“Siamo stati dalla signora Pace,” dissi tutto d’un fiato “e lei ci ha raccontato tutta la storia”
La nonna sospirò. Quando era agitata trasudava una nota acuta di sigari all’anice che quasi azzerava i bassi persistenti di ascelle sudate.
“Parla, parla” disse sparendo sotto al bancone.
“La signora Pace dice che per togliere la fattura dovresti scusarti con Alina. Mamma dice che è dei nostri peccati che ci dovremmo vergognare e non di chiedere scusa per essi…”
Rise. Una risata da strega delle fiabe, strafottente e maligna.
“Non c’è nessuna fattura!” disse riemergendo e allungandomi una scatola di sigari impolverata.
Un istante dopo nell’aria vibrò la voce di mia madre che mi chiamava sulla frequenza a ultrasuoni del rione.
“Gigginooo…”

Dopo cena mi chiusi in camera e aprii la scatola. Dentro c’era un foto di Nonno Peppe.
Lo riconobbi perché nel salone Mamma ne teneva una identica.
Solo che questa aveva una costellazione di goccioline brune che emergevano dalla superficie.
Sangue, pensai.
Quella era la foto, quella di cui ci aveva parlato la signora Pace e che Alina stringeva a sé quando si era uccisa.
Mi spostai vicino alla finestra, la voltai e cominciai a leggere.

Alina sei il mio unico amore, Titina è solo la donna che sono costretto a sposare, per mettere a tacere le chiacchiere della gente. Non provo niente per lei. Il mio amore è solo per te e sarà per sempre così. Ti amo
Peppe

Dunque è così che stavano le cose. Ma perché la Nonna aveva voluto che leggessi quella lettera?

“Non servirà a niente. La signora Pace ha detto che deve essere mamma a chiedere scusa ad Alina!”
Probabilmente zio Ciro aveva ragione, ma non mi andava di alimentare il suo pessimismo.
“Mamma dice che una buona azione non è mai sprecata!”
“Mammeta dice nu sacco ‘e cose” si lagnò Zio Ciro varcando per primo la soglia del cimitero.

La tomba di Alina era spoglia e senza fiori. C’era solo un cero rosso, solitario e scolorito.
Zio Ciro si chinò sulla lapide e adagiò il crisantemo proprio sotto la cornice ottonata della foto.
Nel ritratto Alina aveva lineamenti regolari e occhi di un azzurro così intenso da sembrare dipinti.
“Da giovane doveva essere veramente bella!” dissi.
Zio Ciro mi diede un pizzicotto affettuoso su una guancia.
“Mò però lasciaci soli!”
Era giusto così, avevano tanto di cui parlare.
Mi allontanai e mi riparai all’ombra di un salice dai rami ritorti. Mi appoggiai contro il tronco, chiusi gli occhi e annusai l’aria.
C’era un piacevole odore di gelsomino, di erba bagnata e… di sigari all’anice e ascelle sudate.
“Nonna! Che ci fai qua?”
“Chhiù luntano fuje dai peccati e cchiù sarrai stanco quando te acchiapperanno. E io so’ stanca Gigì, stanca assai”
Non c’era bisogno di aggiungere altro, la abbracciai come non avevo mai fatto prima, lei mi diede qualche buffetto sulla testa e poi raggiunse zio Ciro sulla tomba di Alina.

Nonna ha lasciato la gestione della Tabaccheria a zio Ciro. Adesso, passiamo molto più tempo insieme. Tutte le domeniche andiamo a trovare Alina al cimitero. Prima però passiamo da zio Nino, zio Luca, zia Rosa e il Nonno.
Teniamo mezza famiglia in quel cimitero e Mamma dice che pe’ mò basta.
La storia della maledizione forse era vera e forse no… Ma ormai importa poco. Ci siamo liberati da un peso, questo conta.
E adesso possiamo finalmente provare ad essere una famiglia normale.

 

Racconto “La maledizione di famiglia”  scritto da Luigi Giampetraglia
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi,
in tutte le librerie a distribuzione nazionale
oppure on line al link di seguito:
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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori -La nostra rosa – Enrico Valdès

mammina

Fu il suo regalo per il compleanno della madre, quando lui aveva vent’anni, un vaso fiorito di rose gialle, bordate di scuro e profumate.
Luca abitava con la famiglia in un appartamento in città, poco adatto però alle esigenze di aria e sole della piccola pianta.
Sua madre la curava con sollecitudine e la teneva nella stanza più luminosa, le attenzioni erano tante, ma la piantina non cresceva, le foglie si raggrinzivano e cadevano. Era destinata a seccarsi.
In giugno la famiglia si trasferì nella casa al mare e, con loro, si spostò anche quel vaso con i suoi deboli rametti spinosi.
In un angolo del giardino la rosa venne messa in piena terra, era l’ultimo tentativo per farla sopravvivere.
Ogni mattina la madre la scrutava ansiosa, sperando che la linfa vitale non si fosse esaurita, e in luglio, come per miracolo, la piantina riprese forza, spuntarono nuove gemme, foglie e fiori profumati.
“Vedi, – disse la madre a Luca – la rosa non si è arresa.”
Passarono le stagioni, la piantina divenne pianta, il giardiniere la potava e diventò forte, con spine acuminate e fioriture esuberanti.
Faceva parte oramai del giardino, era come se da sempre fosse esistita là, ed era lei la preferita della madre, che l’aveva salvata con le sue cure.
Con la rosa lei e Luca avevano un legame speciale, un vincolo non detto tra madre e figlio.
Molti anni, boccioli, petali e profumo.
Ogni volta che Luca entrava nel giardino il suo sguardo correva alla rosa e al ricordo dei suoi vent’anni. Con la madre passavano là davanti e si fermavano, felici o tristi, parlavano o tacevano.
Luca diventò adulto e la madre anziana, indebolita dalle malattie, camminava con difficoltà ma, quando il figlio le era accanto, si sentiva forte e non si lamentava di alcuna sofferenza.
Gli ultimi anni li trascorse tra poltrona e letto, senza mai abbandonare il suo sguardo coraggioso e dolce.
L’ultima sua estate, dal letto chiese a Luca di sollevarla, di metterla seduta.
“Cosa vuoi fare?” lui le domandò.
“Vorrei vedere la nostra rosa.”
Era la prima volta che la chiamava “la nostra”, e lui ne fu colpito, si commosse, i suoi occhi divennero lucidi.
Lei osservò a lungo la rosa da lontano. Era fiorita.
“Vorrei sentirne il profumo.” gli disse.
Luca l’accontentò e, tra le sue mani dalla pelle sottile, ne mise un bocciolo.
Lei l’aspirò,“Che bel profumo, – disse – senti.” e Luca si avvicinò, le trattenne le mani tra le sue e respirò l’aroma del “loro” fiore.
Erano passati dieci anni da quando la madre se ne era andata, portando via con sé quel suo speciale sorriso, e tutto cambiò.
Cambiò anche il giardino della casa al mare, con nuovi alberi, nuovi cespugli e nuovi rampicanti.
La terra venne smossa, rivoltata attorno alla rosa, che soffrì e divenne spoglia.
Giunse l’estate, il sole prosciugò le zolle, della pianta rimasero tre soli rami nudi, e il giardiniere disse che, forse, non si sarebbe ripresa.
Vicino a essa un prato verde, piante e fiori rigogliosi, solo la rosa era inerte, come senza vita, ma l’acqua tornò a dissetare il terreno e le sue radici.
Luca ogni giorno la guardava con speranza, e infine spuntò un germoglio, poi ne vennero altri, e ancora giovani foglie. Comparve per ultimo un bocciolo come quello che sua madre tenne un giorno tra le mani, con lo stesso profumo, e Luca risentì la voce di lei.

Aiutami, – mi chiese –
sollevami dal letto,
voglio veder la rosa
che un giorno mi donasti.”

Crebbe laggiù la pianta,
con spine e verdi foglie,
con boccioli e con petali,
gialli e di scuro orlati.

Rinascono ogni anno,
e ancora qua profumano.
Era la nostra rosa,
ricordo di mia madre.

Racconto “La nostra rosa”  scritto da Enrico Valdès
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

****
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“Racconti nella Rete 2016”
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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Centodieci – Valentina Grosso

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Era un’estate di quelle che sembravano non finire mai. Pepè e Giacomo non ne volevano sapere di stare in casa e così sgattaiolarono fuori. Le strade del paese, a causa della calura opprimente, erano deserte. Anche la signora Nenè che era solita starsene sulla sua sediolina, ai bordi della strada, a sferruzzare, si era rifugiata in casa. Se non fosse stato per le loro risa e il rumore dei loro passi sul selciato, ad un forestiero arrivato per caso sarebbe sembrato un paese deserto. Un po’ era così infatti, in tanti erano andati via, chi per scelta propria e chi no, ma la cosa che avevano in comune era che nessuno vi aveva mai fatto ritorno. Un po’ come loro padre, oramai erano quattro anni che mancava da casa, ma la madre era convinta che prima o poi sarebbe tornato. Così ogni sera accendeva un lumino rosso sotto la sua foto, s’inginocchiava e con il rosario tra le mani, pregava sottovoce.
Correvano a perdifiato, giù per i ripidi vicoli che portavano verso valle, ridevano ed erano contenti. Passarono dietro il casolare un po’ fatiscente dello zio Natale e recuperarono il pallone di tela mezzo sgonfio. Lo nascondevano sempre li per non farlo vedere alla mamma. Era il loro segreto. La mamma li aveva messi in guardia, non dovevano accettare regali dagli sconosciuti, poteva essere pericoloso. Ma quel ragazzotto biondo e pieno di lentiggini a loro sembrava un tipo a posto, e nonostante non avessero capito una sola parola di quella sua lingua strana, avevano accettato il regalo senza preoccuparsene troppo. “Ok Guys?” e aveva alzato il pollice all’insù. Giacomo anche l’aveva imitato mettendo il pollice all’insù e lui intanto aveva preso il pallone.
Ricominciarono a correre dando calci alla palla che avanzava lungo la mulattiera insieme a loro. Ad ogni calcio si sentivano più leggeri e contenti. La spensieratezza che avevano a dodici anni dando un calcio ad un pallone non l’avrebbero mai più avuta, neanche tanti anni dopo quando continuarono a giocare nel campo dell’oratorio dietro la chiesa. Era diverso, uno sgangherato campo di pozzolana non poteva competere con l’odore degli ulivi, dell’erba tagliata da poco e perchè no, anche con l’odore del letame appena posato. Così correndo arrivarono fino all’uliveto di Padrone Milo, uno dei pochi uomini rimasti ancora in paese. Si diceva in giro che era rimasto al paese perchè aveva un difetto alla schiena e per questo non poteva correre. Se ne andava sempre in giro a cavalcioni sul suo mulo, con un fucile in mano. In paese si mormorava che fosse un po’ “tocco” perchè non parlava quasi mai con nessuno, e a qualsiasi domanda gli venisse fatta rispondeva sempre con dei numeri . “Non uno, non due, non tre ma centonove” e poi faceva ampi gesti con le mani. Nessuno capiva che cosa dicesse ma tutti sembravano trattarlo con grande rispetto.
Adesso che la radura con gli ulivi si stendeva a perdita d’occhio davanti a loro, potevano cominciare la partita. C’erano due alberi che avevano la distanza giusta tra di loro da sembrare proprio una porta da calcio a tutti gli effetti. Facevano a turno per chi stava in porta e per chi calciava. Adesso era il turno di Pepè di battere. Si sistemò il pallone davanti ai piedi con gesti da giocatore esperto che era sceso in campo migliaia di volte. Fece alcuni passi indietro e poi con tutta la forza che aveva sferrò il calcio, colpendo la palla con il collo del piede. Il pallone volò in alto, sopra la testa di Giacomo che sbracciandosi fece un salto sgraziato nel tentativo di parare la palla. Niente da fare, il pallone lo superò e … BOOOOOOM…  “Goool” urlò con tutto il fiato che aveva in corpo Pepè. “Goool” e correva in tondo con le braccia aperte e gli occhi chiusi. Così da immaginarsi il boato delle urla dei tifosi allo stadio dopo che il capitano della squadra aveva segnato.
Recuperarono il pallone, e continuarono a giocare, dandosi il cambio in porta. Anche Giacomo segnò. Anche qui un boato accompagnò il suo gol e lui correva felice tra gli ulivi come se avesse vinto la coppa del mondo. Andarono avanti così fino al tardo pomeriggio, quando sentirono in lontananza un rumore di zoccoli. Era Padrone Milo, che avanzava in sella al suo mulo, completamente ricoperto di fango ed erbacce. Sembrava molto contrariato di vederli nel suo campo e brandiva in aria il fucile. Spaventati se la diedero a gambe risalendo a ritroso la mulattiera che li aveva portati lì. Arrivati in cima guardarono indietro e videro Padrone Milo, che adesso sembrava un puntino lontano, scendere dal mulo proprio nel punto dove loro qualche minuto prima stavano giocando a pallone. Si voltarono e si diressero verso casa. Era ora della merenda.
Milo, o Padrone Milo come lo chiamavano in paese, guardò con ansia il punto dove i due fratelli poco prima stavano giocando a pallone. Aveva tentato da lontano di avvertirli, si era sbracciato facendo ampi gesti con il fucile, per dirgli di smetterla, di andare via che era pericoloso. Aveva visto come i due erano scappati, avevano paura di lui e non di quello che gli stava intorno. Sapeva che in paese tutti pensavano che fosse matto. Ma lui lo sapeva che non era così. Non era matto. Sordo si, ma tocco no.
Lui al fronte non ci poteva andare, aveva qualcosa alla schiena che non andava, così gli avevano detto i medici. Ma i suoi fratelli si, loro erano sani e tutti e cinque erano andati al fronte. Solo Catello era tornato, e aveva visto nei suoi occhi, oramai svuotati da qualsiasi barlume di vita, lo sdegno che provava verso di lui. Era rimasto sei mesi e poi si era imbarcato per il nuovo mondo. Lui però quello sguardo non l’aveva dimenticato e da allora aveva deciso che avrebbe fatto qualcosa per rendere fiero suo fratello. Per fargli capire che anche lui valeva qualcosa.
Fu così che aveva deciso di disinnescare le bombe e le mine inesplose che pullulavano nei campi intorno al paese. L’ultimo regalo che la guerra aveva lasciato a tutti quanti. Come un’ amante capricciosa dopo la fine della sua relazione clandestina, la guerra non ne voleva sapere di andarsene, non ne voleva sapere di lasciarli in pace. Te la ritrovavi davanti ad ogni passo, ogni volta che giravi l’angolo e vedevi una casa oramai disabitata, lei era lì che ti aspettava. Lui cercava di fare del suo meglio per mandarla via. Girava le campagne lì intorno, a dorso del suo mulo, scrutando minuziosamente il terreno, cercando di identificare la possibile presenza di qualche mina, nascosta dalla terra e dal tempo. Era diventato piuttosto bravo. Una volta che la trovava scavava ad una decina di metri una buca profonda, per ripararsi,  e accendeva la miccia per far brillare la bomba.
Il campo di ulivi dove poco prima stavano giocando quei due ragazzi era invaso di mine. Quegli incoscienti ne avevano fatte saltare un paio, di quelle piccoline, con il pallone ed ora toccava a lui farle saltare completamente. Cominciò a scavare la solita buca profonda qualche metro, proprio tra i due ulivi che erano serviti da porta a Pepè e Giacomo. Preparò la miccia con molta cura e allontanò il mulo. Solo allora si avvicinò e la vide. Nera, metallica, quasi lucente sotto i raggi del sole. Era facendo saltare mine che era diventato sordo. La numero trentasei era più grande del previsto e il boato lo travolse in pieno. Non sentì più nulla, solo ronzii sommessi. Per questo sembrava matto, non sentendo ciò che gli altri dicevano lui rispondeva solo con il numero di mine che aveva fatto esplodere. ‘Non uno, non due, non tre ma centonove’. Questo era il numero a cui era arrivato. Con cura attaccò la miccia, la tese bene al suolo e si nascose nella buca che aveva fatto poco prima. La numero centodieci squarciò il silenzio di quell’estate che sembrava non dover finire mai.

Racconto “Centodieci”  scritto da Valentina Grosso
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
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365 giorni, Libroarbitrio

Volevo solo morire e invece sono morto – DuediRipicca

 

Il poeta

Con orgoglio e tanta tanta gioia vi presento on line i nostri racconti selezionati per il Premio Racconti nella Rete, dunque leggeteli!
Leggeteci, leggetemi, che la scrittura per quelli come me è un miracolo, una benedizione, anche se molto spesso mi fa sanguinare il cervello e venire male alla pancia, e questo e quello e un sacco di altri sentimenti e caos , e,  siccome ora non so proprio spiegarmi, né spiegarlo  a chi me lo domanda, ve lo dico citando un collage di parole del poeta:

“Sei abbastanza uomo
per camminare in linea retta,
falcate, mesi, anni,
senza andare mai fuori rotta?
Piano piano sparisci
in mille code
mille scuse
mille guerre
che non ti appartengono,
troppi oneri per nessun onore.
Una vita non basta
per soddisfare l’appetito
di dolci illusioni
e delusioni amare,
un lungo baccanale
di sorrisi, schiaffi,
graffi e carezze.
Una vita sola non basta più
a trovarci un senso
e vivere per quello,
conviene che glielo dia
io, un senso.
Sul filo della lama
tra genio e pazzia,
equilibrio precario
in perfetta apnea.
Nulla mi rende più solo
della folla,
della follia.
Parole vuote
mi rendono muto,
la testa persa
non sa dove andare.
Non sa se ridere
o piangere.
Albe amare,
colazioni di catastrofi.
Vite spezzate dall’inutilità,
spazzate dalla routine
alienate dalla nostra condizione umana.
E non volli più guardare
per paura di vedere
quello che avevo visto
ancora, ancora, ancora.
Forme del mio passato
ancora troppo odiato
una sincera amarezza
portata dalla brezza.
L’acqua è irreale
l’irreale diventa cielo.
L’anima della mattina
la rispecchia fragile.
Lavora, consuma, crepa.
Nasci con una taglia
sulla testa.
Cresci,
studiando guerre,
crisi e sconfitte.
Esulti per un gol
nei nuovi Colosseo
e la tua vita si perde
in vecchie catene.
E’ tutto qui?
Questo sei tu?
Un lavoro
uno stipendio
l’affitto
la spesa
e il telefono nuovo?
La mia vita sincopata
lascia stare
che un senso ce l’ha.
I voli e le cadute,
le corse e le sbandate,
campione del fuori pista.
Le tregue e le battaglie,
la calma e la tempesta
prima e dopo.
E i passi
e le lacrime
e i colpi
e il sangue.
Chiodi nella testa
e spilli nel cuore.
Cane randagio o pecora nera,
solo
tra poesia
e fantasia.
Cosa me ne faccio del libero arbitrio
se non so scegliere?
Testa o croce?
La mia testa sulla croce
o la croce sulla mia testa?
Ero uno scrittore,
un poeta,
il più onesto dei bari
con la coscienza
in una bara.
Non ho proprio voglia
di alzarmi, oggi
e sentire le news
di ieri
non ce la faccio
a scrivere
scopare
e a starvi a sentire
su cosa silenzi
il volume del soffrire.
Come zattera alla deriva
persa la rotta
sono naufragato
in ogni porto ho imparato a lottare
il cielo
non mente
qui
dove sono nato e cresciuto
qui
dove non si sa se ne ammazza di più
il lavoro
la droga
o la noia.
Qui dove il tempo non passa mai
e quando passa
lo segniamo sul muro della cella.
Ogni giorno digrigno i denti
Ogni notte impavido affondo
in fiumi, mari
oceani etilici
colo a picco nelle mie pecche
per timore di volare.
Ogni ora
riempio i miei vuoti a perdere
con nulla di buono.
Ogni minuto
svuoto i miei pieni a rendere
con tutto il male del mondo.
Ogni secondo
mi rinchiudo nell’illusione
di libertà,
belle parole
effimere scuse perse nel vento.
Il coraggio che urlo al mondo
è la mia paura silenziosa,
il vanto dei miei vizi
è la vergogna delle virtù,
gli eccessi della mia rabbia
le brutte parole da bravo ragazzo,
tutto il mio odio universale
è solo bisogno
di un po’ d’amore
solo paura d’amare
rifiutarsi sempre di vivere
per non morire mai.
Il nulla che ho
è tutto ciò che manca
eppure siamo qua
giocattoli rotti con le pile scariche
abbandonati in un angolo buio
da chi, troppo viziato,
non si divertiva più.
Inaspettato un sospiro,
uno sguardo,
e ci facciamo luce
dopo aver vissuto
bestemmiando
sorriderai
quando la smorfia
avrà stremato il tuo volto
avrai sete
per aver mangiato sale
e polvere
e terra
sarai sempre fuori moda
fuori budget
fuori tempo
te ne dispererai
e ne ringrazierai
poi
e potrai morire
solamente dopo aver vissuto
realmente
e non morirai mai,
un Lupo non muore
avanza,
su, in cima,
sulla roccia più alta,
rizza il pelo controvento
e ulula alla Luna,
sua pallida sposa, vestita di stelle.
Troverai
quando smetterai di cercare
Ho una mappa del tesoro
nascosta da qualche parte…”
Gianluca Pavia
Ecco di seguito i  racconti. Buona lettura e buon  divertimento!

http://www.raccontinellarete.it/?p=28273

http://www.raccontinellarete.it/?p=28246

http://www.raccontinellarete.it/?p=28276

http://www.raccontinellarete.it/?p=28271

http://www.raccontinellarete.it/?p=28281

http://www.raccontinellarete.it/?p=28268

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Grazie amici followers !
Vostra Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Emile Zola – Germinal

Oleg Oprisco

Nella pianura rasa, nella notte senza stelle, d’una oscurità fitta come d’inchiostro, un uomo, solo, percorreva la strada che da Marchiennes va a Montsou, dieci chilometri di massicciata che tagliavano dritto attraverso i campi di barbabietole. Non vedeva davanti a sé nemmeno la terra nera, e non s’accorgeva dell’immenso, piatto orizzontale che per i soffi del vento di marzo, delle folate larghe come quelle che trascorrono sul mare, gelate per aver spazzato leghe di paludi e terre desolate. Nemmeno l’ombra di un albero macchiava il cielo, la strada si snodava dritta come una diga, nella caligine accecante delle tenebre.
L’uomo camminava a grandi passi, tremando sotto il cotone liso della sua giacca  e dei suoi pantaloni di velluto, piuttosto impacciato da un fagottino, legato in un fazzolettone a quadri. Egli se lo stringeva contro i fianchi, ora da una parte, ora dall’altra, per poter cacciare in fondo alle tasche le due mani insieme, mani pesanti che la sferza del vento di levante faceva sanguinare. Camminava così da un’ora, quando a sinistra, a due chilometri da Montsou, scorse dei fuochi rossi, tre bracieri bruciavano all’aria aperta, come sospesi a mezz’aria. Dapprima esitò, preso da timore; poi non poté resistere al bisogno doloroso di scaldarsi un istante le mani.
Un sentiero infossato si spingeva verso l’interno.
Tutto disparve.
L’uomo aveva a destra una palizzata, una specie di muro di grosse tavole che chiudeva una strada ferrata; mentre a sinistra s’innalzava un terrapieno erboso, sormontato da una confusione di comignoli, uno scorcio di villaggio dai tetti bassi e uniformi.
Fece circa duecento passi.
Di colpo, a una svolta del sentiero, i fuochi riapparvero più vicini, senza che egli potesse comprendere come mai bruciassero così in alto nel cielo smorto, come lune fumiganti. Ma, al livello del suolo, un altro spettacolo lo aveva fatto fermare. Era una massa pesante, un mucchio di costruzioni schiacciate, da cui si drizzava l’ombra di una ciminiera d’officina; rare luci uscivano dalle finestre dai vetri sporchi, cinque o sei lanterne erano appese di fuori, sospese a dei travi il cui legno annerito faceva intravedere  vaghi profili di cavalletti giganteschi; e da questa apparizione fantastica, immersa nel buio e nella nebbia, una sola voce si levava, il respiro lungo e pesante di una macchina a vapore che non si vedeva.
Allora l’uomo riconobbe un pozzo. Fu ripreso da un senso di vergogna: a che sarebbe servito ? Lavoro non ce ne sarebbe stato. S’arrischiò in fine a scalare il terrapieno su cui bruciavano i tre fuochi di carbone, nei bracieri di ghisa, per riscaldare e far luce agli uomini addetti al lavoro.
<< Buon giorno >>, disse egli, avvicinandosi ad uno dei bracieri.
<< Buon giorno >>, rispose un vecchio. Un pezzo d’uomo rosso di capelli.
Poi silenzio. L’uomo che si sentiva guardato con occhio sospettoso, disse subito il suo nome.
<< Mi chiamo Etienne Lantier; sono macchinista…Non c’è lavoro qui? >>
Le fiamme lo rischiaravano; doveva avere ventun anni, molto bruno, bel ragazzo, d’aspetto forte, sebbene minuto di membra.
Più in là, si mostrava nel buio, di cui il giovane aveva indovinato i tetti, il villaggio dei Deux-Cent-Quarante dormire sotto la notte nera, in mezzo ai campi di grano e di barbabietole. In casa Maheu, al numero 16  del secondo isolato, nulla s’era mosso: tenebre spesse affogavano l’unica camera del primo piano schiacciando quasi col loro peso il sonno della gente ch’era là ammucchiata, a bocca aperta, sfinita dalla fatica. Malgrado il freddo vivo del di fuori, nell’aria pesante c’era quel calore animale, quel soffoco caldo che odora di gregge umano.
Suonarono le quattro all’orologio a cucù del piano terreno. Catherine s’alzò, d’un tratto. Immersa nella stanchezza, aveva contato per abitudine i quattro rintocchi, che venivano attraverso il solaio, senza trovare la forza di svegliarsi completamente. Poi, colle gambe fuori dalle coperte, andò tastoni, fregò un fiammifero, e accese la candela; ma restava a sedere colla testa tanto pesante che le si rovesciava  fra le spalle cadendo al bisogno invincibile di ricascare sul cuscino. Catherine fece uno sforzo disperato. si stirava, ficcava le mani nei suoi capelli rossi che le ingarbugliavano la fronte e il collo. Del suo corpo sparuto di sedici anni, non uscivano dalla camicia che dei piedi macchiati di azzurro, come tinti di carbone, e delle braccia delicate d’una bianchezza lattea, che contrastavano colla tinta smorta del viso, già guasto dalle continue lavature di sapone nero. Un ultimo sbadiglio le aprì la bocca un po’ grande, dai denti superbi, splendidi nel pallore clorotico delle gengive, mentre i suoi occhi lagrimavano per la lotta col sonno, con un’espressione dolorosa e straziante, che pareva riempisse di stanchezza la sua nudità interna.
Ma un grugnito arrivò dal corridoio, la voce grossa di Maheu balbettava:
<< Sacro Dio! è l’ora…Sei tu, Catherine, che accendi? >>
<< Sì, babbo…ha suonato ora da basso>>
<< Spicciati dunque, fannullona! Se domenica tu avessi ballato meno, ci avresti svegliato prima…Eh, va là è una bella vita!>>
E continuò a brontolare; ma il sonno lo riprese e i suoi rimproveri s’ingarbugliarono e si spensero in un nuovo russare.
Catherine infilò i suoi calzoni da minatore, si mise la giacchetta di tela, legò il berretto azzurro intorno ai capelli raccolti, e in questo  abbigliamento pulito del lunedì, aveva l’aria di un ragazzo, altro non le restava del suo sesso che il dimenarsi leggero dei fianchi.