365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – La prova ardimentosa – Antonio Fresa

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Non mi bagna questa pioggia; cade leggera, come a coprire il mio dolore e a fondersi con le mie lacrime.
Mi avvolge, come la coperta di una notte di mezz’estate in cui ci cullammo, fratello mio speciale, vicini, tu ed io.
Era bello il cielo quella sera, e veniva giù amore dalle stelle, quell’amore che non ho mai più ritrovato, così semplice come allora.
Le traiettorie nel cielo sono sempre ordinate e nette; le nostre, sulla terra, sono assai più complesse. Anche la mia vita ha percorso strade contorte che, però, mi hanno riportato qui, al punto di partenza. In fondo si dice che la meta è l’origine.
Sono seduta, qui, in questo giardino che conoscevi bene; qui, dove abbiamo vissuto forse gli unici veri momenti di serenità della nostra esistenza.
In ogni angolo ho celato un ricordo e una voce; conosco le ombre e non ho paura, anche se sono desolatamente sola, qui. Adesso tu non ci sei più e non ho più da portarti a spasso spingendo la carrozzina su cui la malattia ti aveva costretto.
* * *
Tutto è iniziato nel tardo pomeriggio. Dopo una giornata di sole, all’orizzonte il mondo si è chiuso in una morsa grigia e i colori sono cambiati.
Folate di vento ci hanno urlato che l’estate volge alla fine, ed è tempo di chiudere la casa e tornare in città.
Un rito che un tempo ci faceva intristire, ricordi? Era il segnale che la scuola si avvicinava e che la libertà estiva sarebbe stata sostituita da giornate ordinate e ripetitive. Tu amavi questa vita senza troppi orari che la casa di campagna ci concedeva; non ti sono mai piaciuti gli orari e le scadenze. Per svegliarti abbiamo inventato tanti trucchi e riti, E ti arrabbiavi, sempre.
Poco prima che la pioggia scatenasse la sua ira caricando il mondo a testa bassa, c’è stato quell’attimo di sospensione che tu avevi battezzato con un nome aulico e pomposo: “la prova ardimentosa”.
La “prova ardimentosa” era la tua; poi divenne la mia, quindi di nostro padre e infine della mamma.
La “prova ardimentosa” è la differenza fra quelli che portano tutto dentro perché “tra poco pioverà a dirotto”, e quelli che restano lì, in attesa di incontrare la pioggia e il vento, senza paura, senza tremare.
La “prova ardimentosa” finì con l’unire tutta la famiglia, in un colossale, universale, meraviglioso abbraccio: tutti sapemmo per un istante di essere te.
Noi eravamo perché tu eri, perché tu eri un essere speciale che ci riconsegnava alla gioia della vita. Il mio fratello perduto che accompagnava la mia vita: occhi aperti sulla mia anima.
* * *
La prima volta che ti vidi sotto l’acquazzone, che quasi senza avvisaglie si era scatenato sulla villa, non compresi subito quello che facevi.
Ti vidi, a mani aperte e a bocca spalancata, bere l’acqua e cibarti dell’aria fresca. Sembravi un pazzo, un pazzo bellissimo che attinge alla vita, mentre tutti intorno a lui fuggono per mettere in salvo cose e averi. Tu eri quello diverso da tutti noi, che ti guardavamo quasi con disperazione.
Sulle prime, con l’arroganza di quelli che non conoscono il dolore, pensai che stavi lì, perché non eri in grado di muoverti da solo e che, per mettere in salvo tante cose, avevamo dimenticato proprio te. Mi preoccupavo di quello che poteva accaderti.
Poi vidi quel sorriso che conoscevo, nascere sul tuo viso; quel sorriso che tu solo mi hai saputo mostrare; il sorriso perduto e bellissimo di chi accetta la vita fino in fondo senza se e senza ma.
I capelli incollati alla testa, le mani alzate a imbuto e il tuo gracile corpo rilucevano come un arcobaleno mistico. Tu mi stavi guidando a te e accettai la sfida. Tu non eri stato dimenticato; tu avevi scelto di restare ad attendere la pioggia.
Tu eri lì magicamente enorme, in quel tuo corpo piagato dal male che ti costringeva sulla tua carrozzina; eri un eroe moderno che urla il suo atto d’amore alla vita.
Finalmente compresi. Corsi da te e ti abbracciai e divenimmo una cosa sola, come solo un fratello e una sorella possono essere: e capii di amarti, di non vergognarmi più di te, di non aver più paura degli sguardi degli uomini stupidi e cattivi.
Bagnati, ci incollammo l’uno all’altro, e sperammo che potesse essere per sempre così; e lo comprese nostro padre; e lo comprese nostra madre, che, dopo urla inutili per farci rientrare, vennero verso di noi e si strinsero a noi. Benedetta fu quella pioggia.
* * *
Mi guardo intorno e vedo la siepe e gli alberi che nostro nonno aveva piantato e poi nostro padre aveva curato; guardo quelle linee colorate di fiori che la mamma amava rimpiazzare e rinvigorire; risento il correre frenetico di noi bambini con i cugini nelle lunghe giornate estive.
Questa grande casa di campagna, legata al nome di qualche avo assai ricco, è stato per noi un luogo mitico; oggi è pieno di ricordi, e di persone e situazioni perdute.
In nome di tutto ciò, siedo oggi, ancora una volta almeno, sotto questa pioggia che mi avvolge.
Ti ricordi quando capitavano tutti qui, gli zii, le zie e i cugini? Sorridevi sereno allora. O almeno così ricordo oggi, perché allora non capivo o non sapevo capire il tuo stato d’animo. Allora ero distratta; forse semplicemente non pensavo a te come a una persona particolare.
Eri mio fratello e basta; lo eri da sempre, lo eri per sempre.
Forse era il compleanno di nonna l’occasione migliore per stare insieme, qui, in questa casa che ci conteneva tutti, accogliente e avvolgente; ci sentivamo davvero a casa e davvero una grande famiglia. I preparativi per la festa ci sono sempre piaciuti e ci siamo sentiti tutti uniti nel custodire il segreto con la nonna che fingeva di non capire quello che stavamo preparando.
Ricordi le risate franche e coinvolgenti di zia Marisa quando, con il solito ritardo, capiva le battute di Gino e Lanfranco?
E i goffi movimenti di nostro cugino Piero, bambino di città, come lo chiamava la mamma?
Ricordi quante volte è caduto? Quante volte ha avuto bisogno dei punti al pronto soccorso? Quante volte lo abbiamo trovato piangente per qualche semplice ammaccatura?
A quell’epoca era lui quello strano non certo tu e la tua carrozzina. Tu eri e basta; eri mio fratello.
E ora piango, piango e piango ancora. Le lacrime mi rigano il volto e scendono aiutate dalla pioggia.
Ora piango perché tu non ci sei più. Ora piango perché sei morto ed io sono sola, davvero sola adesso, senza di te, senza il tuo sorriso, senza il tuo corpo speciale e unico, senza il tuo attaccamento alla vita.
Non avevamo più un padre e una madre, ma eravamo ancora insieme ed eravamo una famiglia, come sempre; un po’ più soli, ma eravamo l’uno con l’altro.
Tu non ci sei più e solo adesso capisco quanto tu sia stato sempre più di me, più per me, più per la vita: tu eri la vita, lo eri in modo particolare e più vero. Tu sì, tu davvero, tu unico, tu mio fratello, quello con la carrozzina.
Ho vissuto la mia vita come sai. Mi sento, in fondo, serena delle mie scelte, anche se oggi sono sola in questo enorme prato che un tempo fu pieno di volti cari.
Non ho creato una mia famiglia; non ho scelto qualcuno con cui vivere. Eppure ho vissuto e ho viaggiato; sono andata perché sapevo dove tornare.
Ho sfiorato appena un amore come quello di un tempo e non l’ho saputo afferrare come avresti fatto tu.
La mia prova ardimentosa l’ho fallita per un pelo, perché non ho avuto il tuo coraggio e non ho voluto rischiare le mie poche certezze. E così che accade, potresti farcela, ma ti metti al riparo alle prime gocce di pioggia e non fai in tempo a sentire la voce di chi ti chiama. Hai avuto paura e hai già chiuso la tua finestra, la finestra della tua casa. Così ho fatto io, fratello mio. Oggi quest’immensa casa sembra perdere senso; sola non ho modo di viverla.
* * *
Tu, come disse il piccolo Lamberto, eri il ragazzo magico che non lasciava orme; tu lasciavi solchi con le tue ruote.
E in quei solchi si stendevano le mie impronte nel prato e poi nella terra: c’ero io dietro di te, perché ti spingevo e andavamo; andavamo verso il fiume a guardare i pescatori e i barconi; ti spingevo e andavamo verso le radure a guardare il tramonto. Eravamo tanti cugini; tanti bambini, poi adolescenti, e infine adulti.
Le mie orme erano lì, fra i solchi delle tue ruote; un piede dopo l’altro, ti spingevo.
E oggi, sotto questa pioggia che non bagna, piango perché ho perso i tuoi solchi, ho perso i miei solchi e non so più, dove le mie orme camminano.

Racconto “La prova ardimentosa” scritto da Antonio Fresa
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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I Lunedì di LuccAutori – La palla nel deserto -Stefania Paganelli

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Il capo-cammello si fermò di colpo, anche il vice capo-cammello, dietro di lui, si fermò di colpo e quindi anche il vice vice capo-cammello si fermò di colpo, tutti i cammelli incolonnati si fermarono di colpo.

“Perché si saranno fermati?” chiese il capo-carovana al vice capo-carovana, “non so” rispose il vice capo-carovana e si girò verso il vice vice capo-carovana, ma neanche lui lo sapeva.

Il capo-carovana andò davanti al capo-cammello per vedere cosa l’avesse fatto fermare e la vide…

Vide una palla marrone a pochi centimetri dal muso del capo-cammello.

“Cosa ci fa una palla nel deserto? Qui tra le dune infuocate?” si chiesero tutti.

Se c’è una palla ci deve essere un bambino, magari più di un bambino; dove c’è una palla di solito c’è anche un bambino e poi le palle non finiscono mica da sole tra le dune nel deserto.

Quindi cercarono dietro le dune, cercarono davanti alle dune, cercarono a destra e a sinistra delle dune, ma di bambini nemmeno l’ombra.

“Forse è una palla da adulti” ipotizzò il capo-carovana. Eh sì, sembrava proprio una palla da adulti, infatti non era proprio rotonda, era un po’allungata. Solo agli adulti può venire in mente di usare palle allungate, i bambini lo sanno bene che le palle devono essere rotonde.

Che ci puoi fare con una palla allungata, non rotola mica bene!

Quindi cercarono dietro le dune, cercarono davanti alle dune, cercarono a destra e a sinistra delle dune, ma di adulti nemmeno l’ombra.

“Questo è un bel dilemma” si dissero l’un l’altro, un quesito con i fiocchi, c’era da perderci la testa.

Mentre gli adulti confabulavano tra loro, i figli del capo e del vice e del vice vice capo-carovana si avvicinarono: “Papà possiamo tenerla noi questa palla?” chiesero ai loro padri.

“Non se ne parla nemmeno” risposero all’unisono i tre.

“Dobbiamo trovare il legittimo proprietario e chiedere a lui. Non vorrete mica rubarla?”

Erano un popolo fiero loro, certe cose non le facevano!

“Come facciamo a sapere chi è il proprietario?” chiesero i bambini.

“Aspettiamo. Se qualcuno l’ha persa, la starà cercando e arriverà fino a qui”.

“Rompete le file! Accampiamoci e aspettiamo”. Cosi la carovana si preparò per la notte.

Si stava alzando un forte vento e quando nel deserto si alza un forte vento…

Il capo-carovana prese la palla e la portò nella sua tenda: “non si sa mai” pensò “non è proprio rotonda, ma con questo vento forte, forse potrebbe riuscire a rotolare via anche lei”.

La mattina dopo, tutti si svegliarono presto e si prepararono per partire.

Nessuno era venuto a cercare la palla e la carovana non poteva aspettare ancora per molto.

Non volevano portarsi via la palla, così come se niente fosse e non potevano nemmeno lasciarla lì con il rischio che arrivasse ancora un vento molto forte.

Pensa tu che penso anch’io, al vice vice vice sette volte vice capo-carovana venne un’idea: “piantiamo un bastone con attaccato un cartello con scritto: “Caro proprietario della palla non preoccuparti, abbiamo preso la tua palla, ma non te la vogliamo rubare, solo proteggere dal vento. Vieni alla piccola città che sta qui vicino, a est, la troverai lì, chiedi del signor Capo Carovana!”

“Bellissima questa idea, bravo! D’ora in poi sarai vice sei volte”. E così fecero. Piantarono un cartello bello grosso e partirono.

Arrivarono alla piccola città e ognuno andò per la sua strada: un vice di qua e un vice vice di là.

Il capo-carovana avrebbe custodito la palla in attesa del proprietario.

La portò a casa sua, la pulì per bene e la mise nella sua cassaforte, poi se ne andò al mercato per certi suoi affari.

Alcuni giorni dopo, quando ormai nessuno pensava più alla palla, il vice sei volte capo-carovana, quello del cartello, se ne andava bighellonando qua e là, nel centro della cittadina. Stanco di camminare si fermò al chiosco che vendeva bibite fresche.  Salutò il proprietario e si sedette ad un tavolo con un bel bicchierone di bibita fresca. Poi prese uno dei giornali che stavano lì in bella vista e cominciò a sfogliarlo.

Un titolone bello grosso attirò la sua attenzione: “Chi ha visto la mia palla?” diceva il titolo.

“Toh! Qualcuno ha perso una palla e noi abbiamo trovato una palla, sarà mica la stessa?” si chiese.

Cominciò a leggere con attenzione l’articolo, era l’intervista ad un giocatore di rugby.

“Rugby? E che gioco è il rugby?” si chiese. Non lo sapeva e allora lo chiese al proprietario del chiosco: “scusa signor proprietario, tu sai che gioco è il rugby?”

“E’ un gioco che si gioca lassù al nord dove fa sempre freddo e piove molto”. “E’ un bel gioco?”

“Non saprei, si gioca con la palla, ma è una palla strana non è rotonda”.

Il vice sei volte fece un balzo sulla sedia. Una palla non rotonda?

Continuò a leggere l’articolo, il giocatore raccontava che qualche giorno prima stava giocando una partita importante e la squadra vincitrice avrebbe vinto una coppa importante.

Purtroppo però nessuno aveva vinto quella partita e quella coppa importante.

“Non abbiamo potuto finire la partita perché non si può finire una partita se non si ha più la palla. Prima noi la palla ce l’avevamo e anche bella, ma ora non l’abbiamo più”.

“Perché non l’avranno più?” si chiese il vice sei volte.

“Perché non l’avete più?” chiese l’intervistatore.

“Perché un giocatore l’ha lanciata così forte, ma così forte, così in alto ma così in alto, così lontano ma così lontano che… nessuno l’ha trovata più” rispose il giocatore.

“Per favore se qualcuno trova la palla, ce la può riportare? E’ importante, dobbiamo finire quella partita molto importante”.

“Per mille dune infuocate!” esclamò il vice sei volte “qui la faccenda è seria”. Si alzò all’istante

e uscì in fretta e furia, prima però chiese al padrone del chiosco se poteva prendere in prestito il giornale. “Te lo riporto appena posso, è per una faccenda molto importante”.

Corse, veloce come una gazzella, a chiamare il capo carovana e anche il vice e il vice vice. “Venite presto. Ho trovato il padrone della palla” urlò, senza più fiato in gola ai tre, sventolando il giornale.

“Aspetta, ritrova il fiato e poi ci racconti” suggerì il capo carovana. Appena il vice sei volte si calmò e ritrovò il fiato per parlare, fece vedere il giornale ai tre. Il capo carovana lesse ad alta voce l’intervista al giocatore.

“Per mille cammelli assetati! E adesso che facciamo? Dobbiamo restituire la palla al più presto o quella partita importante non finirà mai! Le cose importanti bisogna sempre finirle!” continuava ripetere il capo-carovana.

Per prima cosa decisero di tornare nel punto dove avevano trovato la palla, là nel deserto. Andarono a prendere la palla e i cammelli, sia il capo-cammello che il vice capo-cammello che il vice vice. Il sei volte vice prese il suo sei volte vice capo-cammello e tutti insieme partirono.

Vollero partire con loro anche i figli del capo carovana e di tutti i vice. Quando c’è da correre di qua e di là, magari con una palla, tutti i bambini vogliono esserci.

“Che cos’è il rugby?” chiese il vice vice mentre camminavano nel deserto “è un gioco con la palla e si gioca lassù al nord dove fa sempre freddo e piove molto” spiegò il vice sei volte, che l’aveva appena saputo dal proprietario del chiosco.

“E dov’è lassù al nord” “beh, lassù al nord è… è lontano. E’ lassù al nord, appunto”.

“Andiamoci, prepariamo la carovana e partiamo”; il vice vice la faceva facile, ma il capo carovana che la sapeva lunga, spiegò che lassù al nord era troppo lontano per andare a piedi o con il cammello e poi c’era il mare e pure qualche monte alto.

“Per far prima dovremmo prendere l’aereo”.

“Io non ci posso andare, l’aereo mi fa paura” disse il vice, “neanch’io ci posso andare, il freddo mi fa paura” disse il vice vice.

“Ci vado io” disse il vice sei volte “io non ho paura di niente”.

“E bravo il nostro vice sei volte; d’ora in poi sarai vice cinque volte” si complimentò il capo-carovana.

Intanto arrivarono al punto preciso, c’era ancora il cartello ben piantato tra la sabbia.

“A questo punto non serve più, il proprietario l’abbiamo trovato noi”.

“C’è un problema però” disse il capo carovana “non sappiamo dov’è il posto della partita importante. Il giocatore non ha scritto l’indirizzo. Dove gliela porti la palla se non sai dove portare la palla?”

Davanti a questo nuovo problema, che sembrava davvero troppo grosso, tutti gli adulti ammutolirono. Non sapevano cosa fare, avevano trovato il proprietario della palla e non sapevano dove fargliela avere.

“Potremmo cercare anche noi un giornale e scrivere: “signor proprietario della palla, la tua palla l’abbiamo noi, ma noi non sappiamo dove sei, adesso scriviamo dove siamo noi, così tu puoi venire a prendere la palla” disse il vice cinque volte.

“Ma sei proprio un genio” disse il capo carovana, d’ora in poi sarai vice quattro volte.

“E’ vero, sei proprio un genio” dissero il vice e il vice vice. Il vice propose addirittura che lui diventasse subito vice al posto suo “sono troppo vecchio per essere vice e tu sei giovane e intelligente. Prendi il mio posto” “No signor vice, stai lì tu al tuo posto io sono troppo giovane diventerò vice tra un po’”.

Mentre stavano discutendo su come fare a trovare un giornale dove scrivere il messaggio per il proprietario della palla, si sentì un “Oooooh”. Subito gli adulti si girarono verso i loro figli.

Si erano dimenticati di loro, immersi nelle loro chiacchiere, ma i figli non si erano dimenticati della palla, l’avevano presa piano piano e l’avevano guardata per un po’.

“Non vi sembra che voglia giocare questa palla?” “Si sembra anche a me; è stata chiusa troppo tempo nella cassaforte di mio padre. Le palle sono fatte per giocare, se non giocano stanno male, soffrono”.

“Anche i bambini sono fatti per giocare con le palle, se non ci giocano stanno male, soffrono”.

Capito ciò, avevano deciso che non era bello soffrire e non era bello fare soffrire una palla così bella. Quindi avevano iniziato a giocare.

Anche se era una palla poco rotonda e molto allungata non era poi male, non rimbalzava perché nel deserto nessuna palla rimbalza, ma quando la colpivi sapeva volare molto in alto.

Ad un certo punto c’era stato bisogno di tirare un rigore (i ragazzi non sapevano se nel rugby ci fossero i rigori, perché loro non conoscevano il gioco del rugby, però a loro i rigori piacevano quindi…) quindi, il figlio del vice capo-carovana, che era il giocatore migliore di tutta la carovana, aveva messo la palla per terra, fatto una lunga rincorsa e colpito forte la palla.

L’aveva colpita così forte ma così forte, l’aveva tirata così in alto ma così in alto, così lontana ma così lontana che… nessuno la vide più.

Nessuno di loro lesse il giornale il giorno dopo. Peccato! Se l’avessero letto avrebbero saputo che finalmente la palla era stata ritrovata, la partita importante era stata finita e una delle due squadre aveva potuto vincere la coppa importante.

Racconto “La palla nel deserto” scritto da Stefania Paganelli
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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In attesa dell’uscita del primo libro di DuediRipicca…

 

…Ma ti blocchi di nuovo. Osservi quei lineamenti. Appartengono a te. Tu sei Mezzo. Sei il mezzo di ogni cosa. L’altra metà? L’altra metà di ogni cosa? Sei nato senza. Hai imparato a vivere senza, quindi non serve.
Non ti serve?
Ancora te lo domandi.
E ancora non trovando risposte né soluzioni quando c’è di troppo attorno a te, lo tagli via.
Gli altri sono Uno. Quelli che vivono facendo caos nel caos.
E tu invece sei solo Mezzo. Mezzo nella terra degli Uno che vive nella caotica città di Intero.
E fa male.
Fa male nella mezza mente, tra le mezze parole che non ti escono, come le lacrime che non piangi, forse perché il cuore non è come il pisello, non lo puoi ripiegare da un lato, lui sta tutto a sinistra, e forse tu neanche ce l’hai un cuore, o forse è solo nebulosa trasparenza.
Passi mezza nottata in bianco ad arrovellarti su questo quesito, ma quando spunta mezza alba, per carità, basta, e mezzo eccitato infili la chiave. Ne mandi un giro. Trac. E mezzo. Ac. Osservi la tua “LCE CASA” , pensi alle forbici, ai coltelli, alle accette, alle seghe e che grazie al “Servizio della Dolce Morte” non ne avrai più bisogno. Poi mezzo sorridi, di nuovo, perché il pensiero che tutto stia per finire indolore è così leggero e confortante da sognare che la “Dolce Morte” sia una bella ragazza, e sempre sorridendo pensi che con la iella che hai sarà Una-Stronza, ciononostante sei pronto per la partenza. E t’incammini alla stazione del volatreno…

“Volevo solo morire e invece sono morto” di DuediRipicca – – Gianluca Pavia e Lié Larousse – è al Pisa Book Festival allo stand di Nottetempo con amici scrittori e lettori!
On line potete trovarlo qui:
http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/racconti-nella-rete-2016

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https://plus.google.com/collection/QdJ0sB

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I Lunedì di LuccAutori – Simonetta – Ottavio Mirra

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“Sono la pecora sono la vacca, se agli animali si vuol giocare, sono la femmina camicia aperta, piccole tette da succhiare” (Fabrizio De André)

Mi chiamo Simonetta, fino a ieri per venirmi a trovare bastava allungarsi dallo zoo di Fuorigrotta fino al Viale dei Giochi del Mediterraneo. Adesso se ti devo raccontare come sia finita lì, la storia è lunga e non credo tu abbia tutto questo tempo. Vediamo se ci riesco in due parole.
Da piccola, come tutti quelli del quartiere, giocavo a pallone per strada. Allora non c’erano i campi di calcetto e ci si arrangiava. Io ci giocavo perché mi piacevano i contatti. Mi piacevano i tackle, con il pallone in mezzo a dieci piedi che scalciavano. Con i pantaloncini corti, si scontravano le ginocchia nude, si strusciavano le cosce. A questo pensavo quando andavo a giocare, a questo e agli abbracci dopo i gol. E io di gol ne facevo tanti. Giocavo, mi strusciavo, segnavo e abbracciavo. Il motivo per cui mi piacesse così tanto giocare a pallone con i ragazzi, me lo spiegò un giorno Don Quirino, senza bisogno di parole, mentre ero in sagrestia inginocchiata di fronte a lui per confessarmi. Io con Don Quirino non ce l’ho per niente. Con lui è successo solo quella volta, ma mi è bastata per capire, così mi sono messa in proprio e dopo un po’ avevo la fila davanti alla porta. Ho conosciuto un sacco di gente, e c’è stato anche chi mi ha voluta bene davvero.
Lo sai che ognuno di noi nasconde dentro di sé un maschio e una femmina? Ma certo che lo sai. Ecco, tra i due io ho preferito la femmina, e quella sono stata, per tutta la vita. Bella, alta, imponente, da guardare. Il tempo mi ha solo sfiorata, e su Viale dei Giochi del Mediterraneo contavo ancora qualcosa. Bastava un velo di trucco in più e i miei sessantatré anni sembravano quaranta.
Fino a ieri, come sai.
Poi è arrivato lui, si è accostato con la macchina e mi ha chiesto come mi chiamassi. Era bellino, simpatico. Gli ho sorriso. Simonetta, gli ho detto, mi chiamo Simonetta, e sono salita. Questa volta però è andata male. A lui non è piaciuto il lato maschile che ancora mi porto appresso. Come se contasse qualcosa. Mi sono sempre detta che se non conta per me, non dovrebbe contare per nessuno. Lui, invece, ne ha fatto una questione di vita o di morte e con il coltello mi ha tagliato la gola.
Ora mi prenderai per pazza se ti dico che mentre stavo morendo mi è venuto da ridere. Mi ha uccisa uno che ha il mio nome al maschile, si chiama Simone. Ma ti rendi conto? Mi ha uccisa la mia parte maschile.
Vedi Pietro, ora che sono arrivata davanti alla tua porta, sono io che ho una domanda per te: dimmi, conta anche qui?

Racconto “Simonetta”  scritto da Ottavio Mirra
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo a cura di Demetrio Brandi
in tutte le librerie a distribuzione nazionale

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Il lunedì di LuccAutori – Il mio dentista – Andrea Serra

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Il mio dentista si chiama “il mio dentista”.
Era il dentista di mia madre e poi è diventato il mio.
E quando telefono per prendere appuntamento, sono talmente incarognito e depresso che non mi viene proprio in mente di dire all’assistente: “buongiorno, mia madre non mi ha mai voluto rivelare il nome di battesimo del dentista. E’ una questione di vita o di morte, me lo dica!”
Il mio dentista mi fa accomodare.
Mi mette il tovagliolo al collo e la cannula aspirasaliva in bocca.
Chissà come mai al mio dentista viene sempre da farmi qualche domanda quando ho la cannula in bocca.
«Lavora sempre all’Università?» mi chiede.
Il mio dentista mi conosce da più di vent’anni e non ricorda mai che da una vita non lavoro più all’Università. Che poi non ci lavoravo neanche allora. Ero solo un grigio e inutile dottorando del corso di laurea in filosofia.
Ma il mio dentista è appassionato di filosofia. E quindi per lui io lavorerò all’Università per sempre.
«Vo, vov vovovù avevvivà, vo vivenvo uiivo.»
Chissà come mai il mio dentista capisce perfettamente quello che dico quando ho la cannula in bocca.
Forse capisce solo più se gli parli così. Sta anche tutto il giorno con gente nella mia stessa condizione, poveraccio.
E quasi sicuramente, per fare due parole a cena, metterà anche a sua moglie una cannula in bocca.
Il mio dentista si illumina.
I due cerchi dorati ed enormi dei suoi occhiali brillano sotto la lampada.
«Sta scrivendo un libro? Bene, benissimo, lo sa cosa deve fare? Non deve fare un finale, ma tre finali, anzi, cinque finali, meglio ancora! Perchè ogni lettore dovrà decidere in base al proprio libero arbitrio quale finale preferisce, anche se poi tutti i finali sono già scritti, perchè tutti i destini sono già scritti e quindi non c’è libero arbitrio!»
Il mio dentista ha le idee confuse.
Il mio dentista è un uomo sulla cinquantina, senza barba e senza peli, con gli occhi azzurri e la pelle pallida e tumefatta. È vegano e parla solo di cibi naturali e reincarnazioni.
L’odore di disinfettante mi invade le narici e la luce in faccia mi acceca.
Il mio dentista mi trapana il molare e mi consiglia caldamente di spedirmi il manoscritto a casa con ricevuta di ritorno. Qualcuno potrebbe rubarmi l’idea, dice. E’ pieno di brutta gente in giro e devo stare attento.
Il mio dentista non si placa.
Mentre mi fa l’anestesia per estrarre il dente che ha già curato mille volte e che adesso è ufficialmente in putrefazione, mi consiglia di leggere un po’ di libri che mi potrebbero servire.
«Legga sopratutto Aïvanhov, lei lo conoscerà sicuramente. E’ un maestro contemporaneo e non ha mai scritto nulla, come tutti i maestri d’altronde, perché teneva solo conferenze, che sono poi state trascritte dai suoi discepoli. Lo legga, mi raccomando, lui ha detto tutto, tutto quello che è presente nell’universo. Provi a partire da qualcosa di breve, non so, dall’Opera omnia ad esempio.»
Vorrei dire al mio dentista che leggerò tutto, ma proprio tutto quello che vuole. Ma ho la bocca completamente insensibile. E mi gira la testa.
La poltrona e lo studio tremano.
Dev’essere un terremoto o una tempesta di asteroidi. Mi sporgo e vedo dal finestrino che stiamo attraversando la nebulosa di Orione.
Il mio dentista deve avermi fatto una di quelle anestesie che si usano in Tibet per sedare gli yeti molesti.
Il mio dentista mi consiglia altri venti maestri che potrebbero aiutarmi, indipendentemente dal fatto che il mio libro sia un manuale naturalistico sui girini zoppi del Madagascar o un romanzo pulp sulle foche monache del Molise.
Il mio dentista ha preso un martello pneumatico ed è convinto di dover fare dei lavori di rifacimento sul tratto autostradale che da questo momento passa per la mia bocca.
Il mio dentista perde lucidità.
Ha deciso che vuole spaccarmi la faccia e mi prende a martellate.
Devo aver fatto qualcosa di molto brutto a sua madre o a sua sorella.
Il mio dentista impugna un revolver e mi spara in bocca. Poi con un cacciavite arrugginito prova ad estrarre il proiettile dalla gengiva.
Il mio dentista ha stretto un accordo con la ferramenta dietro l’angolo e si mette a provare tutti i tipi di tenaglie del mondo perché altrimenti la ferramenta gli ritira la sponsorizzazione.
Il mio dentista è posseduto dal demonio. Ansima e si muove come un ossesso.
Il mio dentista è in preda ad un raptus omicida.
Prende un punteruolo e prova a soffocarmi.
Il mio dentista è fuori di sé e straparla.
Con una voce metallica parla di infezioni ai canali e di fili ai salami.
Il mio dentista ha deciso di cambiare lavoro.
Da grande vuole fare l’agopunturista e così, per fare un po’ di pratica, prende degli aghi vecchi dalla scatola di ricamo di sua nonna e me li pianta in bocca.
Io provo a sbracciare per dirgli che non riesco più a respirare, ma lui non mi vede.
Dalla luce della lampada esce un alieno arancione che mi intima di stare calmo, perché gli aghi cureranno la mia anima e mi aiuteranno ad essere una persona migliore.
Dopo dieci anni luce e dopo aver rivisto più o meno trenta volta il film completo della mia vita, il mio dentista mi dice che posso sciacquare. Ha finito.
Sul suo cassettino ci sono brandelli della mia mascella.
Il mio dentista si toglie i guanti insanguinati e mi guarda fisso con le sue pupille azzurro chiaro.
Rimane immobile per diversi secondi.
Lo guardo attentamente e noto che ha smesso di respirare.
Il mio dentista è morto.
Oppure il suo spirito ha abbandonato la materia ed è partito per un viaggio astrale.
Il mio dentista sta per rarefarsi da un momento all’altro e il suo corpo è vicinissimo all’evaporazione.
Il mio dentista ha la pelle di un neonato e di un vecchio prossimo alla morte.
E, non so perché, mi ricorda un verme gigante albino che vive sottoterra.
Sarà per la sua testa oblunga o per il cocktail di droghe e barbiturici che ha definito “leggerissima anestesia che le ho fatto”.
Improvvisamente il corpo diafano ed emaciato del mio dentista viene rioccupato dal suo spirito.
Il mio dentista riprende a parlare. Come tutti i grandi maestri vuole salutarmi con una battuta.
Mi dice che la cosa più importante è l’istante della morte, della propria morte. L’ultimo pensiero che si ha prima di morire. Perché lì si decide la successiva reincarnazione e quindi il livello del karma. E la storiella riguarda un tizio in India che aveva deciso di pensare ai suoi figli al momento della morte, per aiutare i figli ad evolversi o per qualche altro motivo che non comprendo per via dell’anestesia e del sangue che sta invadendo il cotone che ho in bocca, che durerà per un paio di giorni e non riuscirò più a mangiare e avrò un male cane e sarà l’inferno. E vorrei dire al mio dentista che non me ne importa proprio niente della sua storiella, perché mi sono già messo la giacca addosso e voglio solo andarmene a casa a soffrire in silenzio, ma lui ci tiene proprio a concluderla.
«Sa come finisce la storia del tizio in India? Che al momento della sua morte, mentre guarda i figli che sono attorno al letto, gli viene in mente che nella bottega non è rimasto nessuno perché i figli sono lì con lui e proprio in quel momento muore. E così rimane inculato.»

Racconto “Il mio dentista”  scritto da Andrea Serra
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “Il lunedì di LuccAutori”

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