365 giorni, Libroarbitrio

“Il lampo” Giovanni Pascoli

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E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in un sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto,
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

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365 giorni, Libroarbitrio

Ride L.L.

Rocky

E quando ci penso la domanda che le faccio è sempre questa:

ma cosa credi sia la vita? Cosa vorresti da lei bambina astronauta?

Ali di petali di tulle indaco vorrei

mani e sorriso per carezzare le lacrime di chi ingiustamente piange

vorrei essere io quella Lei a cui L’etere insaziabile scrive lettere mentre la notte gli si rovescia liscia addosso

eliminare il palcoscenico dal mondo coi suoi attori e le loro maschere e costumi

 città senza catrame

aria che non puzzi d’avidità umana.

La bambina astronauta è sempre accovacciata nell’angolo

con le braccia strette alle ginocchia

e quel casco troppo grande che è diventato il suo rifugio

e allora vado a prenderla per mano

le dico che in fin dei conti ci sarà sempre chi reciterà una miserabile parte ma non importa

perché c’è e ci sarà sempre anche chi lotterà per inseguire i propri piccoli giganteschi irreali sogni

che sa che si farà tanto male per realizzarli ma pure questo non importa

Lui si darà forte contro ogni raggiro

e con un gancio finale ogni inganno crollerà a terra esanime

come in un incontro di pugilato

perché chi vince duro

vince solo per KO.

E la bambina astronauta ride ed io con lei.

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

“Jane Eyre”

Chi c’è?
Questa mano…
Jane Eyre. Jane Eyre.

Edward sono tornata da te.
Fairfax Rochester che non ha nulla da dire?

Sei diventata un essere umano Jane?

In tutta coscienza credo di sì

Un sogno…

Svegliatevi allora.

365 giorni, Libroarbitrio

Angelo Maria Ripellino “Praga Magica”

Roma 1 ottobre 2013

Angelo Maria Ripellino poeta

” Da qualche anno, nella lontananza, la città mi appare in una gessosa e abbagliante luce di cataclisma, come nelle catastrofiche profezie del Barocco, scaturite  dall’amarezza  per il tracollo della Montagna Bianca. Mi riaffiorano in mente i pronostici delle Sibille che, nelle leggende boeme, antiveggono la trasformazione di Praga in un desolato viluppo di fango, sterpaglia e macerie, brulicante di rettili e di sozzissimi diavoli. Ma tutto questo è delirio, nebbia di un’invettiva malata, robaccia da untori. Perché, come il poeta Karel Toman afferma, “l’unica legge è germogliare e crescere, – crescere nella tempesta e nelle intemperie – a dispetto di tutto “. E dunque: alla malora gli aruspici e le puttanesche sibille. Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un baratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò. Certo vi ritornerò. In una bettola  di Mala Strana, ombre della mia giovinezza, stappate una bottiglia di Melnìk. Andrò a Praga , al cabaret Viola, a recitare i miei versi. Vi porterò i miei nipoti,  i miei figli, le donne che ho amato, i miei amici, i miei genitori risorti, tutti i miei morti. Praga, non ci daremo per vinti. Fatti forza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza.”

Angelo Maria Ripellino, Praga magica, Einaudi 1973

La produzione poetica di  Ripellino è di ispirazione autobiografica e usa un linguaggio apparentemente colloquiale, ma ricercato, prezioso di invenzioni metaforiche.

Affascinante per la ricostruzione di atmosfere misteriose  e ricco di interesse storico e culturale, il volume in prosa Praga magica racconta un viaggio introspettivo, tra splendori e ombre, nella Praga ricca di fermenti culturali precedente il crollo dell’impero asburgico.

Angelo Maria Ripellino è morto a Roma nel 1978.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Il Decadentismo

Roma 6 settembre 2013

Decadentismo

Con tale termine ci si riferisce, in senso lato, a un movimento di pensiero tipico dell’Europa di fine Ottocento, che, partendo dalla coscienza della decadenza di un mondo e di una cultura, espresse la propria reazione a essi in varie e articolate forme artistiche.

Iniziato in Francia soprattutto con la poesia simbolista, si manifestò come opposizione al naturalismo e alla compostezza classica della poesia del Parnaso, attraverso l’ansia del nuovo e il disdegno per l’antico, l’esaltazione della stravaganza e del mistero, la sfiducia nella possibilità della conoscenza razionale e l’intuizione mistica, la scoperta dell’inconscio e la folgorazione della poesia.

In Italia assunse i caratteri di un sensuale, talvolta esasperato, estetismo.

Tipici rappresentanti in poesia ne furono D’Annunzio, che esaltò la vita come puro ritmo e fece delle sue liriche una musica di sensazioni ora intime e segrete ora violente, e Pascoli, che nella poetica del “fanciullino” espresse con simbolismo una visione della vita come mistero.

Il senso di un mondo di forme e di ideali ormai finiti, la stanchezza spirituale e l’insicurezza permearono di sé anche la letteratura del primo Novecento, come dimostrarono la poesia crepuscolare di Gozzano e Corazzini, la prosa di Fogazzaro e il teatro di Pirandello.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Conte di Lautrémont “Dedicato a un lettore”

Roma 14 luglio 2013

Dedicato a un lettore

Voglia il cielo che il lettore,

imbaldanzito e diventato

momentaneamente feroce come ciò che sta leggendo,

trovi,

senza disorientarsi,

la sua via dirupata e salvatica

attraverso gli acquitrini desolati di queste pagine

oscure e venefiche;

infatti, a meno che

non ponga nella lettura

una logica rigorosa

e una tensione dello spirito

pari almeno alla sua diffidenza,

le micidiali esalazioni  di questo libro

gl’imbeveranno l’anima,

come l’acqua lo zucchero.

Il Conte di Lautréamont, pseudonimo di Isidore Lucien Ducasse, nacque nel 1846 a Montevideo, in Uruguay, da genitori francesi.

Raggiunse la Francia nel 1867 trasferendosi a Parigi per gli studi.

Nel 1868 pubblicò anonimo il primo di sei canti del poema Canti di Maldoror, in cui utilizzò una strana forma espressiva in prosa, ma con caratteri poetici, influenzata dal romanzo nero inglese e da quello popolare.

L’anno seguente terminò l’opera che affidò all’editore Lacroix, che, spaventato per la violenza espressiva del testo, si rifiutò di metterlo in vendita.

Dotato di una forza immaginativa fuori dall’ordinario, il giovane poeta scrisse in Poesie le motivazioni teoriche alla base della sua lirica.

Dopo la pubblicazione di questa raccolta  morì in circostanze misteriose, nel 1870, durante l’assedio prussiano di Parigi.

Variamente giudicati negli anni successivi, ora come frutto di una mente folle e paranoica, ora come oggetti freudianamente interessanti, i testi di Lautréamont  sono oggi considerati opera di un “poeta maledetto”, che operò in un autentico massacro del pulito universo della metafora pura, partendo da speculazioni di carattere etico e dallo sdegno per le parvenze belle e buone che in realtà nascondono cose orribili e malvagie.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Il romanzo latino: l’Eritreo

Roma 25 marzo 2013

Il romanzo a chiave nel Seicento era un modo per affrontare la realtà, mascherandola e smascherandola insieme, in quest’epoca di particolari successioni storiche politiche: ma il gioco delle maschere e dei labirinti, il moltiplicarsi di un personaggio in altri che lo riflettono era un atteggiamento letterario che si scindeva all’allegoria e come appena detto affamato di  situazioni e necessità politiche che poi andavano riproducendosi in abili poetiche successioni di racconti.

La lingua latina non era soltanto l’espressione di una certa cultura, dell’erudizione, della teologia e della Chiesa, ma era anche l’espressione di una forma di propaganda pubblicistica. L’uso di un linguaggio abbastanza conosciuto da essere un elemento della realtà contemporanea, ma insieme abbastanza raro e convenzionale per essere elemento di stilizzazione e di fissazione, può prestarsi opportunamente a rendere il processo allegorico del romanzo a chiave.

L’opera più letterariamente complessa ed ambiziosa dell’autore italiano Gian Vittorio Rossi è l’ Eudemia. Portato ad uno spiccato senso dell’analisi psicologica, la sua produzione si basa sullo studio dei personaggi,di ritratti di ambienti e di caratteri.

Nato a Roma nel 1577, dottore in legge nel 1596, Gian Vittorio Rossi, si dedicò per molta della sua vita allo studio e alle dotte amicizie. Col suo latino sicuro ed elegante, pieno di nostalgia umanistica veniva riflettendo sulla sua esperienza religiosa che lo portò al servizio del cardinale Andrea Perretti per diciotto anni. Janus Nicius Erythraeus così prese a farsi chiamare, riproponeva le sue riflessioni culturali e del mondo contemporaneo in lavori di scrittura, di fatti  meravigliosi e miracolosi, vere e proprie opere letterarie come la Pinacotheca, Omiliae, Documenta sacra ex evangeliis, Exempla virtutum et vitiorum, ed Epistulae. 

In continua osservazione privilegiando la  dotta satira, compone nel 1664 un romanzo latino l’Eudemia, dove il motivo di un viaggio e di un approdo in terra sconosciuta serve per una ricostruzione reale e fantastica della  Roma contemporanea, in essa l’autore avversa la moda degli scrittori contemporanei rievocando ed invocando l’antica chiarezza: egli si meraviglia che si debba espressamente cercare l’oscurità e rintracciare la vera dottrina e il vero valore nella presunta docta obscuritas.

A domani

LL

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Il romanzo nel Seicento

Roma 23 marzo 2013

L’abate Girolamo Tiraboschi sarà colui che dedicherà, seppur con poche  e sbrigative righe, la sua produzione letteraria sul romanzo del Seicento nel suo manoscritto Storia della Letteratura italiana, esprimendo così un atteggiamento ed un giudizio comune che caratterizzerà tutto il  Settecento.

I critici stranieri sono soliti accaniti a cercare e a sottolineare  il cattivo gusto italiano infondendo le loro radici proprio nel romanzo seicentesco, condanna da cui venne placidamente risparmiato in parte il teatro.

Il romanzo fu un genere letterario che si affermò come nuovo sia nel Seicento europeo sia in quello italiano, ma in Italia si ebbe di fatto un valore minore, non formò nemmeno una tradizione letteraria vera e propria come invece avvenne in Spagna e in Francia.

Il romanzo era un genere letterario europeo nel quale si mescolavano i vivi ricordi del poema, anzi del romanzo cavalleresco, rinnovati da una società che riproponeva e stilizzava quei temi nelle convenzioni di un neofeudalesimo e nell’interesse per la politica contemporanea, dove la ragion di Stato si prestava a ipotesi e a situazioni romanzesche. Inseriti o autonomi si aggiungevano tuttavia i ricordi da una parte della pastorale, dall’altra della novellistica vera e propria, cioè di quello che insieme al poema era il più diretto e  immediato precedente narrativo.

Se il Seicento è un secolo teatrale è anche un secolo romanzesco nel gusto della vita, nel costume stesso, nelle forme nelle quali si atteggiava o si stilizzava la realtà. Nel romanzo quella società vedeva da una parte un’evasione, dall’altra una correzione e una sublimazione  del suo stesso modo di vivere. Le convenzioni dell’ambiente di corte e del costume cavalleresco erano una cornice adatta all’intrigo, all’avventura, alla complicazione avventurosa. In questo senso la narrativa, e in particolare il romanzo, ha una sua linea che può toccare e tocca gli altri generi letterarie tuttavia ha esigenze, sviluppi e forme tutte particolari.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

La commedia dell’arte

Roma 14 marzo 2013

La commedia dell’arte fiorisce nel 1545 che è la data di fondazione della prima compagnia comica.

Famiglie di attori, persino dinastie, fioriscono a metà del cinquecento formando le compagnie dei comici. Essi possono recitare per il pubblico, ma si appoggiano a una corte o a un potente protettore, lo studio è quello di creare uno spettacolo prima di interpretare un testo: “ogni attore deve creare se stesso come attore”.

Le loro maschere o personaggi si diffonderanno poi per tutto il mondo e avranno la loro consacrazione figurativa nei balli di Sfessania del Callot.  Questo è il frutto di personalissimi interventi degli attori e insieme  opere collettive, da questo concetto nasce il bisogno di caratterizzare socialmente e linguisticamente  i personaggi, dal tentativo di inventare dei tipi che possano essere ricreati dalla personalità dei grandi attori.

Alcune maschere hanno hanno un particolare significato storico, come quella del capitano, che esprime la satira popolare contro il prepotente gradasso, specialmente ma non soltanto spagnolo, o anche come la maschera del dottor Ballanzon o di Graziano, che esprime la satira contro la cultura vuota e ingannevole. Soprattutto agli inizi del secolo gli attori tendono a fare di se stessi una maschera: Angelo Costantini diventa Mezzettino, Carlo Cantù  diventa Buffetto, Nicolò Barbieri diventa Beltrame, Francesco Andreini diventa il capitano Spavento.

La commedia dell’arte e la parola comico non indicavano in senso stretto la commedia, ma l’arte di recitare e le composizioni teatrali anche drammatiche. La commedia dell’arte italiana ha certo consacrato la separazione fra il  teatro recitato e il teatro scritto. Tuttavia essa nasce dall’incontro della cultura letteraria con tradizioni teatrali, dalla mescolanza di forme liriche romanzesche  e realistiche .

In Italia i  comici dell’arte hanno una coscienza culturale  e da loro nasce anche un teatro scritto, troviamo così prova nella prima raccolta di scenari nel Teatro delle favole rappresentate di Flaminio Scala pubblicato nel 1611.

A domani

LL

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La critica di Karl Vossler

Roma 8 marzo 2013

Teatro II

I grandi teatri europei si nutrono di diverse forme letterarie  e di apporti di altre culture: i personaggi nella recita spezzano la linea della novella e del poema, adoperano e trasformano il linguaggio della lirica o quello del romanzo, ricordano e riprendono, in Inghilterra come in Francia, elementi spagnoli e italiani. Questa forza di assimilazione e riduzione, che riconosciamo in Corneille come in Shakespeare, in Italia è avvenuta nell’attività composita del teatro e dello spettacolo, piuttosto che nella pagina scritta e nella mente di una grande personalità. La commedia dell’arte, il teatro musicale, la scenografia , le maschere e la recitazione dei grandi attori delle compagnie dei Gelosi e dei Fedeli sono esse il teatro italiano.

I grandi comici Pier Maria Cecchini, Frittellino, Nicolò Barbieri, Beltrame, Francesco Andreini,  il Capitano spavento, i grandi musicisti Claudio Monteverdi, Pier Francesco Cavalli, Giulio Caccini detto Giulio Romano, Jacopo Peri, i grandi scenografi Ludovico Ottavio Burnacini, Giacomo Torelli, Alfonso Parigi sono personaggi della cultura europea. Le scene create dal Burnacini e il torelli, le scene all’italiana con il loro movimento dinamico, diventano un elemento essenziale dello spettacolo in tutto il mondo. Il critico tedesco Karl Vossler, ammiratore e interprete della cultura italiana, diceva che il nostro paese, nel Rinascimento e alla fine del Rinascimento, ha creato i modelli di un’astratta perfezione artistica, gli schemi dei generi letterari che, rimasti in Italia formalmente perfetti, sono stati adoperati e riempiti dalle altre civiltà nazionali. Il teatro è stato uno di questi doni generosi che l’Italia ha fatto al mondo: il teatro come cultura e come linguaggio, come un complesso di sperimentazioni, di schemi e di rapporti.

Dalla letteratura nasce il teatro per musica; e alla letteratura si appoggia la commedia dell’arte.

A domani

LL