365 giorni, Libroarbitrio

“Mi lasciai andare” Costantino Kavafis

Pin

Non mi contenni.
Quando labbra e pelle rammentano,
e alle mani pare di nuovo di toccare.
Mi lasciai andare fino in fondo.
Ai godimenti, per metà reali
e per metà erranti dentro il mio cervello,
mi lasciai andare nella notte chiara.
E per metà reali e per metà erranti dentro il mio cervello.
E bevvi vini forti,
di quelli che bevono i campioni del piacere.
E bevvi vini forti,
e mi lasciai andare,
per metà reale e per metà errante.

tratto da “75 Poesie inedite”,
1891, Alessandria d’Egitto

365 giorni, Libroarbitrio

Impasto Primordiale

Milo ManaraImageGalleryBig

Che la falena incanti un gemito perpetuo come cicala e la cicala chissà se lo sa che sta per morire chissà se lo sa quanto la falena la invidi al tal punto da desiderare di derubarla della sua natura il tempo di una vita nella fase rem come la magia del sogno quindi io voglio esserlo, Sogno, e questo il mio nome ora e spello i miei occhi e ci vedo attraverso fili d’erba mutare in mille granelli di sabbia arsa dal sole di mezzogiorno a divenire spighe di grano di mare dipinto su rami infiniti di Lui che è imponente uomo quercia e il vento col suo soffio che tenace canta nell’udito nostro farsi onda tremula su rive di terre straniere e poi vortice d’ardire in acque aperte e ancora incontro di pensieri nel cuore di oceani di galassie scie di bagliori stalattite e neve e fiocchi di stelline e la Luna odora di Sole e il Sole è sapido di pane in pasta morbida prima di lievitare prima d’essere infornato prima d’esser croccante dono perché Sogno è ciò che sono, farina e acqua e sale, impasto primordiale che è la mia pelle qui su queste mie mani.

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

Grafia di Bambini

Iris by John Atkinson Grimshaw, 1836-1893.

Nostra la grafia dei bambini.
Con la matita al posto della penna.
Ricordo di me in ginocchio a sfogliare fotografie sul tuo letto.
Ti rivedo nella memoria, in piedi al mio fianco, ad osservarmi mentre scruto la tua vita.
E vorrei stringermi a te posando le miei guance sulle tue ginocchia tese, così forte d’aspirare l’odore della tua pelle attraverso i jeans.
L’odore del tabacco sulle tue mani.
Vorrei fermare il ricordo in questo punto e non andarmene mai via.
E allora chiudo gli occhi e disegno un albero grande.
Gli trasformo il pavimento in suolo di terra.
In briciole di sabbia arsa dal sole.
Le radici scaltre corrono profonde e agili avvolte dal bacio fresco del terreno dimora di animaletti vivaci.
I suoi rami, immersi in delicate foglie che danzano al ritmo di vento, sono tanto infiniti d’arrivare a trafiggere le nuvole e farne cespugli di zucchero filato.
E avrai braccia di corteccia potenti a cullare canti allegri di uccellini all’ombra del tuo animo.
Ed io voglio stare qui.
Al riparo ai piedi di te essenziale albero.
Protetta da tutto lo scompiglio.
Quasi potrei assopirmi calma, e  sognando invocherei la Dea degli esseri Straordinari per sussurrarle della tua armatura da guerriero, di quanto essa sia fragile ma potente al contempo, e lei incantata mi darebbe la magia di donarti forma nuova del tempo, spazio di ciò che realmente sei, bosco incantato, bambino buono, con lo sguardo colmo di chi ha soltanto se stesso al mondo, ma col sorriso di autentica felicità e sorpresa nel trovare me che t’aspettavo.

L.L.