365 giorni, Libroarbitrio

“Jane Eyre”

Chi c’è?
Questa mano…
Jane Eyre. Jane Eyre.

Edward sono tornata da te.
Fairfax Rochester che non ha nulla da dire?

Sei diventata un essere umano Jane?

In tutta coscienza credo di sì

Un sogno…

Svegliatevi allora.

365 giorni, Libroarbitrio

La rossina di Guillaume Apollinaire

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Eccomi di fronte a tutti un uomo pieno di senno
Che conosce la vita e della morte quanto può conoscere un vivo
Che ha provato le croci e le delizie dell’amore
Che qualche volta è riuscito a imporre le sue idee
Che conosce parecchie lingue
Che i suoi viaggetti li ha fatti
Che ha visto la guerra in Artiglieria e in Fanteria Ferito al capo trapanato al cloroformio
Che ha perso i migliori amici nella spaventosa lotta
Io so di vecchio e di nuovo quanto delle due cose insieme può saperne un solo uomo
E senza preoccuparmi oggi di questa guerra
Fra noi e per noi amici miei
Giudico la lunga disputa fra Tradizione e Invenzione
                 Fra Ordine e Avventura

Noi vogliamo donarvi vasti e strani domini
Dove il mistero in fiore s’offra a chi vorrà coglierlo
Là ci saranno fuochi nuovi e colori mai visti
Mille imponderabili fantasmi
Cui bisogna dare realtà
Vogliamo esplorare la bontà terra sterminata dove tutto tace
Ci sarà anche il tempo che puoi scacciare o far tornare
Pietà per noi che combattiamo sempre alle frontiere dell’illimitato e dell’avvenire
Pietà per i nostri errori pietà per i nostri peccati
Ecco venir l’estate la violenta stagione
E in me la giovinezza è morta con la primavera
O Sole è giunto il tempo dell’ardente Ragione
E io aspetto
Per non lasciarla più la forma dolce e nobile
Presa da lei perch’io la ami solamente
Viene e m’attira come il ferro e la calamita
                D’una rossa adorabile
                Ha il volto seducente

Sono i capelli oro lionato
Un bel lampo prolungato
O quella fiamma che inorgoglisce
La rosa tea quando appassisce
Ma ridete ridete di me
Uomini di dovunque specie gente di qua
Ché ci son tante cose che non oso dire 
Tante cose che non mi lasceresti dire
Abbiate pietà di me  

365 giorni, Libroarbitrio

“La tempesta” di Aleksandr Puskin

Roma 4 aprile 2014

La tempesta

Che t’importa del mio nome?
Esso morirà, come il triste rumore
Dell’onda, che batte contro una lontana riva,
Come un suono notturno in un profondo bosco.

Esso sul foglietto di un album
Lascerà una morta traccia, simile
Al ricamo di una iscrizione tombale
In una lingua sconosciuta.

Che c’è in questo nome? Da tempo dimenticato
Nelle agitazioni nuove e ribelli,
Alla tua anima esso non darà
Puri, teneri ricordi.

Ma nel giorno della tristezza, nella quiete,
Pronuncialo con nostalgia;
Di’: c’è una memoria di me,
C’è al mondo un cuore nel quale io vivo…

 

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

“Les Fleurs du Mal” Charles Baudelaire

Roma 16 giugno 2013

Nel 1857 tutti si aspettavano che il libro di Charles Baudelaire Les Fleurs du Mal avesse successo, e invece finì sotto processo.

Con August Poulet-Malassis, lo stampatore che sapeva scoprire i giovani talenti, l’autore aveva seguito con molta cura e attenzione la stampa dei suoi versi.

Ma cosa aveva turbato l’animo degli accusatori?

Forse versi come questi, tratti da Les Bijoux:

La mia amata era nuda…

Era dunque distesa e si lasciava amare…

Gli occhi fissi su di me , come  tigre domata,

indolente e sognante provava diverse pose…

E le braccia e le gambe e le cosce e le reni,

lisce come olivo, sinuose come cigni,

sfilavano nei miei occhi attenti  e sereni,

e il suo ventre e i suoi seni, grappoli della mia vigna.

Alcuni, specie nel passato, attenti alla lezione naturalista del milieu,  hanno cercato di interpretare la passionalità di Baudelaire, irrispettosa dei codici morali vigenti, come un risultato dell’ereditarietà.

Il padre e la madre erano, per età, una coppia disarmonica: il primo, vecchio giacobino e spretato, aveva sessantadue anni alla nascita di Charles, mentre la madre, giovane e puritana, aveva soltanto ventisette anni.

Inoltre la madre, come Charles, morirà di paralisi, e il fratellastro, nato dal primo matrimonio del padre, soffriva di turbe nervose.

E tra i critici vi fu anche chi accusò il poeta di curare con predilezione la propria isteria.

Del resto Baudelaire stesso annota in Hygiène: “Je cultivé mon hystérie avec jouissance et terreur”.

Ma i processi di stampo naturalistico non sono adatti a capire la novità introdotta da Baudelaire che, come disse Victor Hugo, entrò nell’arte come un “brivido nuovo”, che trasformò l’estetica  e la scienza del verso.

Ma soprattutto bisognava rendersi conto che Baudelaire ritraeva l’uomo così com’era e non come avrebbe dovuto essere; egli rianimava in tal modo, anche una tradizione abbandonata, quella che poteva rifarsi ad autori come Francois Villon.

Nonostante tutto i contemporanei non parvero ben capire questo artista, per il quale l’arte non ha un rapporto specifico con la morale; un artista pieno di oscillazioni, che non risolve mai definitivamente i conflitti, ma solo provvisoriamente, che è eccentrico, ma è preso dalle seduzioni della vita comune, che si lascia prendere dall’abisso e poi anela a respirare l’aria libera, che è continuamente angosciato per non si sa quale colpa.

I contemporanei, soprattutto, non furono consapevoli che quest’opera avrebbe trasformato dal profondo tutta la lirica.

Il dedicatario stesso del libro, Théophile Gautier, riteneva I Fiori del Male un bouquet avvelenato: ” Dai loro calci, a guisa di rugiada, non stilla che acqua tofana”.

Baudelaire  influenzerà le generazioni successive, e tutto il movimento simbolista si rifarà a lui. Ispirerà grandi poeti francesi come Verlaine, Mallarmé, Rimbaud.

Les Fleurs du Mal con i suoi elementi di modernità, con i suoi impasti aulici e surreali si imporrà, infine, come una delle opere più ricche di stimoli e più innovatrici dell’Ottocento europeo.

A domani

LL

Spunto di lettura:
Poesia, vite di poeti
Editore Fondazione Poesia Onlus

365 giorni, Libroarbitrio

Young e i pensieri notturni sulla vita, la morte e l’immortalità: storia di un’autobiografia

Roma 21 maggio 2013

Nato a Upham nello Hampshire nel 1683 Edward Young compì gli studi a Oxford e manifestò precocemente un talento letterario versatile ed elegante. Intrapresa la carriera ecclesiastica fu cappellano del re Giorgio II e rettore Welwyn.

Dopo la pubblicazione di due tragedie classicheggianti, di sette satire dal titolo L’amore della gloria, passione universale, e della raccolta poetica Carme sull’ultimo giorno, che non gli diedero il successo ambiziosamente cercato, divenne celebre con Il lamento, ovvero pensieri notturni sulla vita, la morte e l’immortalità composto tra il 1742 e il 1746.

E’ un’elegia autobiografica, scritta dopo la morte della moglie e altri lutti familiari, in cui si anticipa il tema preromantico della meditazione notturna sulla tomba.

La lunga riflessione religiosa in nove libri, o “notti”, è opera emblematica della cosiddetta “graveyard school” o “scuola cimiteriale”, costituita da un gruppo di poeti, che portarono il culto della sensibilità a livelli di morbosità quasi patologica, concentrando la loro attenzione su tutte le tematiche relative alla morte, ai cimiteri e  alle lugubri atmosfere notturne.

Morì nello Hertfordshire nel 1765 e la sua opera si diffuse e influenzò tutta la poesia preromantica europea.

A domani

LL