365 giorni, Libroarbitrio

“Il dio vicino” di Rabindranath Tagore

Moon 

Se vuoi riempire la tua brocca, vieni, vieni al mio lago.
L’acqua bagnerà i tuoi piedi e ti mormorerà
il tuo segreto.
La traccia della pioggia vicina è già sulla sabbia,
le nuvole sono basse sulla linea azzurra
degli alberi come i folti capelli sopra i tuoi occhi.
Conosco bene il ritmo dei tuoi passi:
batte nel mio cuore.
Vieni, vieni al mio lago, se devi riempire la tua brocca

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365 giorni, Libroarbitrio

Condillac e “il saggio sull’origine della conoscenza”

Roma 28 maggio 2013

Etienne Bonnot, poi abate di Condillac, fu un rappresentante della cultura illuministica.

A metà del Settecento abbandonò gli interessi teologici per dedicarsi pienamente allo studio della filosofia.

Entra così in contatto con i maggiori esponenti del suo tempo: Diderot, Rousseau, D’Alembert, e nel 1746  scrisse Il saggio sull’origine della conoscenza, la sua opera più importante, in cui enunciò la celebre ipotesi della statua.

I suoi interessi per i fenomeni della sensazione lo portano, assieme a Berkeley e a Diderot, alla partecipazione su discussioni sorte a seguito dei primi interventi chirurgici di cataratta, che riproponevano in modo nuovo gli antichi problemi relativi alla visione.

Nel 1758 lo accusano di eresia e ateismo, per tale avvenimento si vede costretto ad abbandonare Parigi per stabilirsi a Parma. Durante il periodo “italiano”, durato dieci anni, lavora presso Ferdinando di Borbone, esercitando un notevole influsso sugli intellettuali italiani.

Tornato a Parigi, si ritira nella sua dimora, un castello di famiglia sulla Loira.

Questi saranno gli ultimi anni di studio,  approfondirà argomentazioni sulla scienza dell’economia, dell’agricola, della pedagogia e della logica.

A domani

LL

 

365 giorni, Libroarbitrio

Il teatro all’Italiana

Roma 18 marzo 2013

Vicenza_Teatro_Olimpico_sezione

Alla fine del Cinquecento, la costruzione del Teatro olimpico di Vicenza offre una soluzione architettonica per la messa in scena delle prime opere classiche italiane.

Questo modello, basato sulla presenza di un uditorio a forma di ferro di cavallo e di un palcoscenico determinato da un arco di proscenio, si rifà al modello dei teatri greci. Un passo successivo è costituito dall’edificazione del Teatro farnese di Parma che introduce un boccascena – ovvero quella porzione di palcoscenico attraverso il quale  il pubblico vede lo spettacolo- capace di nascondere gli ingombranti macchinari per il movimento delle scenografie e differenzia, al centro delle gradinate della cavea, un palco per i duchi.

Questi elementi si modificano sempre più nel corso del Seicento.

La gradinata viene sostituita da una bassa platea e da file di balconi rialzati dove il pubblico prende posto a seconda dell’importanza e del ceto sociale. Al centro troneggia il maestoso palco reale. In questa struttura di riflette la gerarchia sociale e gli spettatori diventano parte dello spettacolo in continuo gioco di sguardi nel quale il fasto e la ricchezza vengono messe in mostra.

Parallelamente, il movimento delle scenografie dipinte diventa sempre più complesso sia per i cambi di scena, sia per il complicato disegno di prospettive costruito dagli scenografi. Con questo apparato il movimento degli attori è relegato ad uno spazio ridotto per non disturbare  l’effetto ottico della prospettiva con l’eccessiva vicinanza delle scene.

Questa struttura è quella che caratterizza il cosiddetto teatro all’italiana e che va precisandosi in edifici con una struttura allungata a pianta ellittica divisa nelle zone del palco, della platea a piano inclinato e dalla successione verticale dei palchi.

Questo modello si diffonde in tutta Europa e si afferma come struttura del teatro sino a tutto l’ Ottocento.

A domani

LL