365 giorni, Libroarbitrio

“Gli uomini sono lo scherno degli angeli” Geoffrey Hill

Umanità

Certi giorni un’ombra filtrata
Osservo una lumaca
Scalare il lucente strapiombo
Della sua bava. Le grida,
Come arrivano, sono mie; poi
Di Dio: mia la giustizia, le ferite, l’amore,
La luce, il pane, la lordura.

Starmene qui nella mia strana
Carne mentre il Tormento satollo
Dorme, macchiato dal cibo pronto,
E’ una gioia che va oltre ogni preoccupazione
Del mondo, per una volta.
Ma ci viene ordinato di
Alzarci quando, in silenzio,
vorrei comporre la mia voce.

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365 giorni, Libroarbitrio

Impasto Primordiale

Milo ManaraImageGalleryBig

Che la falena incanti un gemito perpetuo come cicala e la cicala chissà se lo sa che sta per morire chissà se lo sa quanto la falena la invidi al tal punto da desiderare di derubarla della sua natura il tempo di una vita nella fase rem come la magia del sogno quindi io voglio esserlo, Sogno, e questo il mio nome ora e spello i miei occhi e ci vedo attraverso fili d’erba mutare in mille granelli di sabbia arsa dal sole di mezzogiorno a divenire spighe di grano di mare dipinto su rami infiniti di Lui che è imponente uomo quercia e il vento col suo soffio che tenace canta nell’udito nostro farsi onda tremula su rive di terre straniere e poi vortice d’ardire in acque aperte e ancora incontro di pensieri nel cuore di oceani di galassie scie di bagliori stalattite e neve e fiocchi di stelline e la Luna odora di Sole e il Sole è sapido di pane in pasta morbida prima di lievitare prima d’essere infornato prima d’esser croccante dono perché Sogno è ciò che sono, farina e acqua e sale, impasto primordiale che è la mia pelle qui su queste mie mani.

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

Cesare Pavese “Semplicità”

Roma 8 dicembre 2013

Cesare Pavese

L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione.
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e morendo in un pezzo di pane.

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano il caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.

L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce, si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
E compare la lepre e non hanno più freddo.

da Poesie edite e inedite, Einaudi, Torino

Uno dei problemi che maggiormente tormentarono Cesare Pavese fu quello della solitudine dell’uomo la quale sarebbe disperata se non fosse attenuata dai sogni che ci concedono l’evasioni. E il protagonista di questa poesia trova appunto nel sogno il rifugio e la consolazione della sua esistenza che è stata buia nel carcere ed è buia nella libertà. Anzi, quando era rinchiuso, se mordeva un pezzo di pane, sognava campi arati liberi e spaziosi, un casolare caldo, un bicchiere di vino sulla tavola; il pane stesso assumeva il sapore della carne di lepre. Ora che  è libero e potrebbe vedere avverate le sue speranze, si accorge che le cose nella realtà sono più lontane che nel sogno. Soltanto il vino, che al primo assaggio “non sa che di nebbia”, può far nascere di nuovo, come per miracolo, le fantasie e le illusioni necessarie a infondere la forza di vivere.

Buona domenica
A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Umberto Saba: avanguardia mitteleuropea

Roma 12 settembre 2013

Umberto Saba scrittore

Questo poeta triestino (1883-1957) scelse di sostituire il proprio cognome, Poli, con lo pseudonimo Saba, “pane” in ebraico, per amore della madre ebrea, abbandonata dal marito.

Seguì studi commerciali e di commerciò si occupò presso una ditta di Trieste, prima di dedicarsi alla letteratura.

In seguito fu, per molti anni, proprietario e direttore  di una libreria antiquaria nella stessa città.

Il Canzoniere è l’opera che raccoglie tutte le sue poesie: esce a partire dal 1921  e fino al 1960, postumo, in varie edizioni, che raccolgono via via le nuove composizioni.

La vena fortemente autobiografica presente nell’opera di Saba è un’intensa testimonianza dei fatti e degli affetti più significativi della sua vita: i traumi infantili, i difficili rapporti con l’ambiente letterario, il servizio militare prestato a Salerno nel 1908, l’attaccamento alla città natale, l’amore per la moglie Lina, la grande passione per il mestiere di libraio.

La poesia di Saba è appartata e privata, è voce di un’anima prima che prodotto letterario, è aderente al quotidiano, ma aperta a una prospettiva culturale ampia.

Il poeta, nella sua autoanalisi talvolta spietata, esprime con consapevolezza l’inquietudine della cultura triestina, attenta all’avanguardia mitteleuropea fra le due guerre.

Mitteleuropea:
denominazione entrata nel linguaggio politico-economico europeo verso la metà del XIX secolo per indicare la parte centrale dell’Europa, costituita in prevalenza da paesi di stirpe tedesca, con limiti geografici che vanno dai mari del Nord e Baltico fino all’Adriatico e al Bacino danubiano; nella sua accezione politico-economica tale denominazione trova in italiano i corrispondenti in Medieuropa e CentroEuropa (da cui i der.medioeuropeo e centroeuropeo), mentre lo stesso non è per l’accezione culturale, che ha confini meno definibili anche se meglio individuabili, riferendosi soprattutto all’area della monarchia asburgica nella fase del suo declino. ” SchönbergKafkaMusil e Svevo furono fra i maggiori rappresentanti della cultura mitteleuropea“.

A domani

LL