365 giorni, Libroarbitrio

La poesia del ‘900 in Africa : “movimento della Negritudine”

Roma 2 settembre 2013

poesia africana

La poesia africana di espressione francese, inglese e portoghese nella prima metà del secolo si impone all’attenzione mondiale soprattutto come denuncia della situazione di sfruttamento e sopruso causata dalla colonizzazione.

I suoi canti attingono alla ricchissima cultura tradizionale motivi e immagini, ritmi e suggestioni sonore.

Dagli anni Trenta al dopoguerra appare molto significativo il movimento della Negritudine, che rivendica il diritto della cultura africana all’affermazione di una propria specificità, attraverso la ricerca delle proprie origini, il recupero e la valorizzazione della lingue tradizionali.

A domani

LL

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Le Origini VI

Roma 12 gennaio 2013

Tradurre e tradire

Per concludere questo studio sull’origine del linguaggio all’interno della Bibbia possiamo dunque affermare che la ricchezza delle lingue cela il rischio dell’incomprensione e dell’incomunicabilità, tuttavia, la diversità della lingua può essere un ostacolo alla comprensione oppure può essere sfruttata positivamente per non farsi comprendere, come nell’episodio di 2Re 18,17-37 . Il tartan, il capo delle guardie, e il gran coppiere, ambasciatori del re d’Assiria, sono invitati da Eliakim, Sebna e Ioach, emissari del re Ezechia, a parlare in aramaico per non farsi capire dal popolo:

” Parla, ti prego, ai tuoi servi in aramaico, perché noi lo comprendiamo; non parlare in ebraico, mentre il popolo che è sulle mura ascolta.”

La molteplicità degli idiomi rende necessario l’arduo compito della traduzione, compito al limite dell’impossibile quando si tratta di alta poesia, in quanto in essa “ogni rigidità del semplice  segno si dissolve; ogni parola è di nuovo riempita di un contenuto individuale che le è peculiare e diventa con ciò l’espressione dell’intima mobilità, della pura dinamica del sentimento”.(E. Cassier, Il concetto di forma simbolica)

Già all’interno dei libri biblici, sebbene tra i deuterocanonici, vi è una testimonianza eloquente circa la difficoltà di tradurre. E’ il nipote di Gesù Ben Sirach  a mettere a fuoco il problema nella prefazione alla traduzione greca da lui compiuta a partire dal testo ebraico del nonno. Sono parole che attestano quella dura lotta tra il testo originale e gli innumerevoli tentativi di traduzione messi in atto lungo la storia:

” Siete dunque invitati a farne lettura con benevolenza e attenzione e a perdonare se nonostante l’impegno posto nella traduzione, sembrerà che non siamo riusciti a rendere la forza di certe espressioni. Difatti le cose dette in ebraico non hanno la medesima forza quando sono tradotte in un’altra lingua. e non solamente quest’opera, ma anche la stessa legge, i profeti e il resto dei libri conservano un vantaggio non piccolo nel testo originale”.

La bibliografia studiata da Le Origini a Le Origini VI è tratta dal libro
Origini del linguaggio, collana Atlante dell’uomo,
a cura di Celestina Milani.

L’origine del Linguaggio nella Bibbia a cura di Giannantonio Borgonovo, docente di Esegesi dell’Antico Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e di Lingua Ebraica presso l’Università Cattolica di Milano.

A domani

LL

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Le Origini III

Roma 9 gennaio 2013

Gn 2,18

“Non è bene che l’uomo sia solo”

La seconda sezione di Gn 2, vuole esplorare la singolare comunione e incontro di nature tra l’uomo e la donna: la donna , e solo la donna, tra le creature è per l’uomo un alleato alla sua altezza, una compagnia che gli permette di uscire dalla solitudine. Prima di arrivare a tale esito, il narratore presenta un tentativo andato a vuoto :

“Dio, crea gli animali e li conduce all’uomo. Ma l’uomo non trova in essi un alleato degno di lui”

il bisogno di relazione dell’uomo non trova appagamento nel rapporto con gli animali, che pure hanno un alito di vita simile e sono stati formati dalla terra come l’uomo. Eppure essi mantengono un significato positivo per l’uomo, un significato che si manifesta nel dare loro un nome. L’uomo quindi è presentato come un saggio che, con un’attività squisitamente enciclopedica, dà il nome a tutti gli animali.

Nel racconto della creazione della donna, il colorito mitico è molto forte. Non si deve pensare ad ingenuità : con l’ allusione del simbolo, si vuole esprimere l’uguaglianza tra uomo e donna. Dio fa cadere sull’uomo un sonno che gli vieta di vedere il Creatore e di scorgere il segno divino mentre esso si compie. Poi gli estrae una “costola” : indizio prezioso per decifrare il collegamento culturale del nostro Autore. il perché sia stata scelta la costola va cercato infatti nella filologia e mitologia.

Risposta filologica di J.B. Pritchard: In sumerico il segno ideografico T, che originariamente era disegnato come una freccia, ha il valore semantico di “freccia, vivere, vita, vivente” e “costola”. 

Tale risposta filologica è sostenuta anche dalla mitologia: il mito a cui siamo rimandati è Enki e Ninhursag, un mito del paradiso, come lo aveva intitolato S.N.Kramer nei suoi studi sull’argomento, la donna nella genesi prende il posto  della dea Nin.Ti  (Signora della vita) del mito mesopotamico.

La reazione dell’uomo di fronte alla nuova creatura è espressa da un breve componimento lirico. E’ la prima citazione diretta di una parola pronunciata dall’uomo ed è una parola poetica:

La poesia è davvero la lingua madre del genere umano

La prima parte ( ritmo 2 : 2 : 2 accenti), esplosiva come un grido, esprima la gioiosa sorpresa di aver trovato un’alleata all’altezza e una consanguinea; La seconda parte ( ritmo 3 : 3 accenti), con solennità ed armonia, conferisce alla nuova creatura il suo nome.

Quasi a voler creare le basi del primo scritto romantico. A domani.

LL

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Le Origini II

Roma 8 gennaio 2013

Gn 1,1

Immagine

” In principio Dio creò il cielo e la terra” 

Nell’inno del primo capitolo della Genesi, Dio è l’unico attore. Entra in scena senza bisogno di alcuna presentazione. Il lettore, o l’ascoltatore, ha già avuto modo di conoscerlo altrove. La sua parola è un comando potente ed efficace, che fa essere immediatamente quanto è detto:

” Dio disse: Sia luce!. E la luce fu” 

Egli da nome al tempo, giorno e notte, e allo spazio, cielo, terra e mare. Ma la sua parola non ha interlocutori. E’ un grido che non ha risposta. Soltanto dopo la decisione di creare l’umanità  “a sua immagine, a sua somiglianza” , Dio trova un interlocutore che possa ascoltarlo. Solo allora, e per la prima volta, il testo della Genesi esprime un complemento per il discorso:

” Dio disse loro” 

La caratteristica singolare dell’uomo è infatti di essere uditore della parola divina. In altro linguaggio, potremmo dire che l’umanità si scopre simbolo aperto, capace di ascoltare e comprendere un dialogo già iniziato da Colui che l’ha chiamata all’esistenza. Il linguaggio della parola umana è il simbolo che permette di ascoltare, comprendere e rispondere alla parola divina, che rimarrebbe muta, indecifrabile e senza risposta.

Ora io mi permetto di prendere la distanza dal “divino” perché  in definitiva come abbiamo già studiato per la letteratura giullaresca il concetto di parola detta e quindi parola ascoltata è lo stesso tra cantore e pubblico, qui, dunque, tra Dio e il “primo uomo” da Egli creato.

Quindi soltanto la parola umana può esprimere il senso dell’esistenza in quanto veicolo e mediazione nella comunicazione.

In copertina:
‎”Caos” 
di: Silvia Faieta -Contemporary art-
46x62cm
penna biro su carta da acquerello-2006
www.silviafaieta.carbonmade.com
Photo by Maryrouge (www.maryrougephotoart.com)
A domani
LL
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Le Origini

Roma 7 gennaio 2013

L’ORIGINE DEL LINGUAGGIO

“Non abbiamo nessun documento riguardo gli inizi del linguaggio umano poiché, solo da quando la scrittura ha cominciato a conservarlo, noi possiamo conoscere le varie fasi linguistiche. A. Pagliaro (Roma 1948 Linguaggio, Enciclopedia Italiana ) dice che il problema dell’origine del linguaggio e delle singole lingue è insolubile perché strettamente legato alle origini umane. J.J.Rousseau notava che se gli uomini hanno avuto bisogno della parola per imparare a pensare, hanno avuto ancora più bisogno di pensare per trovare l’arte della parola” (Cit Celestina Milani in Verso il linguaggio).

Premeditatamente decido di sorvolare la fase della storia caratterizzata dai segni espressivi e dai messaggi pittografici  ed ideografici perché abbondantemente studiati ed approfonditi nelle scuole fin dal primo anno di studio elementare; con ciò no destatevi stupiti se vado a cercare nei primi capitoli della Genesi le notizie riguardanti l’origine del linguaggio.

Gn 1-11 in questa unità narrativa (traduzione liturgica ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana) troviamo una sequenza di racconti con una trama sostenuta da una riflessione teologica matura. Pur essendo all’inizio di tutta la Bibbia con molta probabilità questa sezione è stata composta al termine della lunga e complessa tradizione del Pentateuco.

 Il termine « Pentateuco » con il quale vengono designati i primi cinque libri della Bibbia fu suggerito ai cristiani di lingua greca verso il II° secolo d.C. ca.   dalla divisione dell’opera in cinque libri che ricorre nel Talmud ed è ancora tutt’oggi usata fra gli Ebrei.

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Quindi non parliamo di semplice studio nella storia ma di metastorica con essa si intende sottolineare il carattere/discorso fondante, quasi un parallelo con la metafisica greca, della physikà che la filosofia definisce metafisica, nella Denkform mitica diventa metastoria. Con questo non si dice che gli eventi di Gn 1-11  stiano al di fuori della storia, ma si evidenzia il fatto che tali narrazioni sono degli archetipi che riguardano ogni momento della storia, in quanto esse si traducono e sono sperimentate in ogni evento. Gn 1-11 è quindi una chiave di lettura dell’intera storia umana, si costruiscono racconti che assurgono a valore di archetipo universale.

Con questa chiave di lettura, ci accingeremo, nei prossimi giorni, a leggere i dati presenti in Gn 1-11 che possono illuminare la nostra ricerca circa l’origine del linguaggio.

A domani

LL