365 giorni, Libroarbitrio

” Il lato oscuro del cuore” Corrado Augias

“Deborah adesso non si limitava più a pulire il pavimento e a rigovernare le tazzine. Si muoveva con disinvoltura alla macchina dell’espresso, aveva imparato le infinite varianti delle capricciose preferenze dei clienti in fatto di caffè: lungo, corto, macchiato, schiumato, bollente, tiepido, al vetro, in tazza grande, perfino americano ristretto, puro paradosso se preso alla lettera.
Come diceva Roberto, facendo un po’ il verso a De Gaulle, non si può governare un Paese dove esistono decine di varietà differenti di caffè.”

 

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365 giorni, Libroarbitrio

“Perché l’amore, per chi lo conosce, è l’unica perversione che uccide”

Roma 31 marzo 2014

Signor Nove

Bear Kirkpatrick
da “Signor Nove”

 

L’asfalto odora di catrame.
La piccola la vedete s’è vestita di nero
dentro ha il ferro a sostenerla
vuole essere salvata da ciò che è già accaduto
dando fuoco alla sua vita
come fare la rivoluzione
sola
nell’epoca senza era
ridendo domandandosi
dedicarsi all’amore è commettere omicidio?
E’ terra asciutta dal sale di mare d’erba?
E lui?
Lui potrebbe dall’alito della marea essere spinto fin lì dentro
dentro quell’asessuato dolore di metallo che pulsa .
Sveglio.
Non riesco ad aprire gli occhi mentre bolle di musica elettronica risuonano nella mia memoria. Scosto dal corpo il peso delle coperte. Poggio i piedi a terra. Il nulla di un pavimento freddo mi risucchia. Cado. Non vedo appigli per rialzarmi e non gelare. Ho gli occhi chiusi. Ho gli occhi chiusi cuciti da fili di ciglia. Avverto il tocco di una mano. Avverto il tocco di una mano sul mio viso. Una mano di bontà a me sconosciuta carezza la mia guancia. Quella mano con quella carezza issa il mio corpo. Sono in piedi e lei si è dissolta. La mano e la sua carezza non ci sono più. In terra i mie piedi hanno però freddo. Il mio volto, il mio volto è irrorato da calore. Calore che lascia una scia di saporito profumo sotto il mio naso ed io ho fame di quell’odore e allora cammino cammino cammino per inseguirla. Cammino. Cammino. Cammino. Cammino. Per inseguirla.
Baciami.
Baciami su queste labbra d’incolore dipinte e.
Guardati. Quello che hai è solo altro liquido salino ad impiastricciarti il volto uomo.
Guardati.
Ora vedi.
Ti manca la buona condotta.
Uomo.
Scoperta.
Morte.
Desiderio di mettere fine. Per il fine maggiore prossimo. Rinascere. Nuovo.
Uomo.
Turbinio di vento non farti destare dall’incostante boato d’aria che tenta di scalfirti con l’arroganza dell’incertezza giungendo da luoghi ascosi regni dell’inquietudine perché tu sei figlio di Dio sei Sole che illumina questa Terra che vive nella vertigine della tua luce!
Paura.
Fatica d’esprimersi.
Parole.
Voce.
Assente.
Sconvolto smarrisco voleri sognanti di magnificenze irreali vive nella musica di cardio battiti e scie di ragione.
No. No. No.
Tuttavia.
Se già conosci la fine finita.
Lascialo fare.
Silenzio!.
Tu che leggi il suono di queste parole pensi io mi sia arreso?
E invece.
Decido di non soddisfare la sua fame della mia voce.
Nego di avvertire.
Dolore alcuno.
Silenzio.
Solo una voce.
Desidero solo quella voce.
Sua soltanto.
Ogni altra inutile a proporsi. Ecco sì. Qui. Parlami. Penetrami negli orecchi. Nella mente. Sciogliti nel caldo del mio fiato liquido salmastro delta delle mie cervella putrefatte.
In che anno stiamo? Devo andare da Biagio per un drink di quelli forti! Come Biagio è morto? Ma in che anno stiamo? E quando?
Quando vagabonda bambina di ferro nero vestita imparerai a non fuggire più?
In che anno stia…?
Perché l’amore, per chi lo conosce, è l’unica perversione che uccide.

L.L.

 

 

365 giorni, Libroarbitrio

Seneca “Il Tempo” ( IX parte)

Roma 13 marzo 2014

No. No. No.
Tuttavia.
Se già conosci la fine finita.
Lascialo fare.
Silenzio.

Tu che leggi pensi io mi sia arresa?
E invece.
Decido di non soddisfare la sua fame della mia voce.
Nego di avvertire.
Dolore alcuno.
Silenzio.

L.L.

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Impegniamoci:
solo in questo modo la vita sarà un bene;
altrimenti è solo un inerte attardarsi,
e vergognoso anche,
se ci si attarda tra infamie e ignobili intenti.
Cerchiamo dunque che ogni momento
ci appartenga:
ma non sarà possibile, se, prima,
non cominceremo noi
ad appartenere a noi stessi.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Bertolt Brecht “Della ragazza annegata”

Roma 13 dicembre 2013

Bertolt  Brecht

Quando l’annegata sull’acqua scendeva
dai ruscelli nei fiumi più grandi,
l’opale del cielo stupendo splendeva
come una carezza sopra il cadavere.

S’avvinghiarono a lei il fuco e le alghe
e a poco a poco il suo peso s’accrebbe.
Freddi le nuotavano i pesci lungo le gambe
piante e bestie trattennero il suo ultimo viaggio.

A sera il cielo ero oscuro come fumo
e con le stelle di notte teneva la luce sospesa.
Ma all’alba era chiaro, ed anche per lei
c’era ancora il mattino e la sera.

Quando il suo pallido corpo nell’acqua non fu che marciume,
con il tempo anche Dio fu incline a dimenticarla:
prima il suo volto e le mani e infine i capelli.
Poi divenne una carogna con tante carogne nel fiume.

Traduzione di Roberto Fertonani

Una poesia in cambio di un’auto. L’autore che procura la poesia  è Bertolt  Brecht. Il dedicatario: la Steyr, a quei tempi famosa casa automobilistica austriaca. L’affare si concluse, e la Steyr  consegnò al poeta un’auto  nuova di zecca. Nella poesia in questione – che è del 1928 e porta il titolo di “Singende Steyrwagen”, ossia “Le canore auto Steyr”:

Discendiamo
da una fabbrica di armi.
Nostro fratello minore è
il moschetto Mannlicher.
Nostra madre però
una miniera della Stiria.
Abbiamo:
sei cilindri e trenta cavalli.
Il nostro peso:
undici quintali.
L’interasse:
tre metri.
Ogni ruota posteriore vibra divisa per sé:
abbiamo un braccio oscillante.
Teniamo la curva come
un adesivo.
Il nostro motore è:
un metallo pesante.
Uomo, dai, guidaci!
Noi ti portiamo senza scosse
e tu credi d’essere
sull’acqua.
Ti portiamo così sollevato
e tu pensi di dover far pressione col pollice
perché non ci si stacchi da terra e
così silenziose ti portiamo
che tu crederai di correre
sull’ombra della tua macchina.

 

A domani

Lié Larousse