365 giorni, Libroarbitrio

Vladislav Chodasevic “Sotterranea”

Roma 16 dicembre 2013

Vladislav Chodasevic

Dove c’è lezzo di acido fenico
e terra marcia,
in piedi, l’aguzzo profilo poggiato
al muro di maiolica.

Fermo, senza voltarsi,
oscilla appena nella persona,
e quasi convulso trema
il gomito consunto del pastrano.

Arrivano scolari, soldati,
un operaio in tuta,
resta immoto pigiato al muro
della sua solitaria fantasia.

Qui crea e distrugge
mondi voluttuosi,
mentre da una tana vicina
una vecchia lo spia.

E dalla porta spalancata
s’intravedono sedie, cuscini, bottiglie.
E’ rientrata – ora giungono
schegge di un aspro litigio.
Poi una fetida scopa
scaccia dall’angolo il folle.
Ed ecco dalla penombra  profonda
un vecchio alto e incurvato
nel pastrano dignitoso,
una bombetta un tempo alla moda,
sale per l’ampia scala
come un’ombra dell’Ade, in pieno giorno,
un giorno berlinese, in un fulgente delirio.
E il sole  è chiaro, il cielo turchino,
in alto un’azzurra vuotezza.
E la rabbia, il dolore fermenta,
batte la mia canna incessante
un granito estraneo.

 

Il destino di Chodasevic è comune a molti altri scrittori e artisti russi  della generazione del primo Novecento, ha in serbo soltanto povertà, dolore, senso di inappartenenza, nostalgia struggente per la patria e la lingua.
Nella squallida dimora che la fedeltà a se stesso gli ha regalato, trascorre molto tempo a letto poiché non possiede un paio di pantaloni decenti; la notte piange sovente, si torce le mani in un grido muto; talvolta minaccia di suicidarsi.
Nel corso degli anni Venti, Chodasevic cessa di scrivere versi, ma si dedica con intensità alla saggistica.
Il frutto più affascinante di questa estrema stagione è Necropoli, testimonianza preziosa di un’epoca irripetibile della letteratura e della società russa, fissata da uno sguardo di implacabile lucidità un attimo prima della fine.

A domani

Lié Larousse