365 giorni, Libroarbitrio

Movimenti Ereticali IV

Roma 30 gennaio 2013

Il Pauperismo 

I movimenti ereticali rappresentavano la presa di coscienza da parte del laicato del proprio diritto ad assumere direttamente il governo della vita spirituale, e il rifiuto di affidarlo a “specialisti” quali erano gli ecclesiastici. Questa insofferenza verso la separazione e la supremazia del clero non troverà sfogo in un organico movimento eversivo e serpeggerà, soffocata e frammentaria, senza creare una nuova prospettiva religiosa, nell’atteggiamento antiecclesiastico di molta parte della cultura italiana. E’ comune a questi movimenti l’ideale “pauperistico” e la critica dell’avarizia del clero, temi che rimarranno profondamente radicati nella riflessione morale anche al di fuori del movimento eretico, all’interno del mondo cattolico. Si viene a formare sotto la spinta ereticale anche il diffuso concetto dell’ipocrisia ecclesiastica, cioè la convinzione della contraddittoria presenza, nel clero, di una predicazione o un insegnamento fondati su princìpi evangelici contro una vita immischiata negli interessi mondani. Di qui talora l’immagine della chiesa come potenza demoniaca piuttosto che custode della santità e rappresentante terrena della divinità.

San Francesco

Un merito indiscusso  nella promozione della letteratura volgare ha il “movimento francescano”, proprio perché esso si rivolse inizialmente ad un pubblico nuovo, di non letterati, per diffondere un tipo nuovo di religiosità, rifondato sulla semplicità e umiltà del messaggio evangelico. Si manifestò infatti l’esigenza di adeguare il linguaggio della predicazione ad ascoltatori non educati al virtuosismo retorico della scuola, di offrire modelli di vita simili a quello contenuto nella storia dell’Antico Testamento, di fornire alla devozione dei fedeli forme di preghiera vicine all’esperienza della lirica popolare.

La predicazione francescana si liberò degli schemi dell’oratoria scolastica e del discorso dottrinale; l'”agiografia” puntando sulla vita di San Francesco, che inizia dalla testimonianza del suo Testamento e dal racconto dei suoi primi compagni, recuperò i modi della narrazione evangelica; l’inno sacro si conformò secondo la linearità, umile ma sublime, della prosa ritmica dei salmi biblici o secondo i modi ritmici della ballata popolare.

Di questi generi solo l’ultimo trova nel Duecento un notevole sviluppo in volgare, mentre le testimonianze della predicazione e dell’ agiografia continuano ad essere trasmesse in latino, seppure talora in un latino  assai semplificato nella sintassi e perfino sconvolto dal lessico volgare.

A domani

LL

365 giorni, Libroarbitrio

Movimenti Ereticali II

Roma 28 gennaio 2013

Il Codice Cortese

Sul primato della sua funzione spirituale si reggeva il potere ecclesiastico. Le arti e i mestieri, il lavoro contadino non erano santificati in quanto tali, ma in quanto risultassero utili alla comunità sul piano strettamente materiale. In un caso soltanto c’era stata la santificazione di un’attività laica, nel caso della cavalleria: il cavaliere, il miles, in quanto combattente per la fede, veniva regolarmente investito e considerato capace di attingere la condizione del perfetto cristiano.  Ma il cavaliere faceva parte della grande feudalità e la sua santificazione s’inquadra in una concezione della società, che riserva alle attività cosiddette borghesi un ruolo secondario dal punto di vista morale e spirituale.

Un tentativo di attribuire all’uomo la capacità di attingere la perfezione morale e spirituale, al di fuori della investitura ecclesiastica, era stata la costituzione del cosiddetto codice cortese, ossia di quel modello di comportamento elaborato nelle corti feudali sul fondamento di una fusione fra l’etica cristiana e l’etica antica. Al centro di questo sistema etico è collocata la virtù della moderazione, della misura, che è insieme prudenza, saggezza e beneficenza, e su tutte domina la larghezza, la liberalità, la disposizione a donare il proprio cuore e le proprie sostanze. Sebbene i princìpi della società cortese fossero strettamente collegati con quelli religiosi, anche per la presenza centrale della istituzione della cavalleria ( il cavaliere è l’eroe forte e generoso, il modello della società cortese), essi tendono a porsi come autonomo modello di perfezione umana. Questo modello, che nella riflessione morale dei secoli successivi sarà presente anche in ambito borghese, è originariamente collegato col mondo della feudalità, della corte, non con quello della borghesia, che privilegia un altro genere di virtù fondato  sulla parsimonia.

A domani

LL