365 giorni, Libroarbitrio

Mi sono dimenticata nella notte – L.L.

rackham_arthur - fata dei boschi

e

quando poi sono rientrata in casa questa mattina

l’alba se n’era già andata,

la immagino arrabbiatissima con me,

il mattino invece

m’aspettava celeste e un poco offuscato

mi venne da sorridergli

ma sbagliai

quello prese ad abbattersi sui tetti

caricandomi il vento contro,

allora sono corsa a chiudermi in camera mia

ed infilarmi a letto,

sai lì fuori che putiferio.

 

 

 

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365 giorni, Libroarbitrio

OTTUNDIMENTO – Lindze

 Henry Bowers

Sono le nove del mattino.

Fuori il tempo fa quello che vuole,

fra pioggia e freddo improvviso.

Lui tenta di far finta di nulla.

E’ il suo giorno di riposo

così, solo, stappa una bionda.

Gira per casa come un cane

alla corda, ogni tanto

scarabocchia due righe

su un foglio.

Rolla una sigaretta,

la fuma

la bottiglia di birra finisce.

Scrive altre righe e tenta

di far rientrare in sé

quel maledetto senso

di solitudine,

di non pensare

all’autunno che assedia

la sua stanza.

Si gira una canna.

Cucina qualcosa,

tanto per fare.

Un uovo al tegame

e una bottiglia di rosso.

Mentre beve si gode

il dolce naufragio

verso il mare

mai burrascoso

dell’ottundimento,

si gode lo stordimento

che smussa il dolore.

Poi siede sul divano

con la bottiglia di vino,

di lato il foglio,

continua a scrivere,

la canna

accompagna il suo bere.

E mentre scrive pensa

che sarebbe bello

vedere gente

se solo gente ci fosse,

sarebbe bello

amare

se solo ancora l’amore si trovasse.

E continua a stordirsi.

Un bicchiere di Whisky

mezzo pieno che Lui

percepisce mezzo vuoto.

Guarda fuori,

dalla finestra

una pioggia feroce

si scaglia contro il vetro.

Qui il posacenere poggiato sul davanzale

e la canna

e il suo fumo è un esile filo grigio

che lotta per non scomparire nell’aria,

per mantenere una qualche coerenza.

Pensa seriamente

a come faccia la gente

a restare lucida

e mentre vi riflette

si scola l’ultimo

goccio di Whisky.

Guarda ancora

quel tenue

filamento grigio

che sinuoso

proviene dallo spinello,

e sa

che la sua vita

non è poi così diversa

da quello sfumare nel nulla.

365 giorni, Libroarbitrio

“La pace regala ai mortali grandezza” Bacchilide

Pavone bianco

La pace regala ai mortali grandezza,
ricchezza e un dolce fiorire di canti.
Su altari preziosi la rossa fiamma
brucia agli dèi cosce di buoi
e di lanose pecore.
Son dediti i giovani ai giochi della palestra,
al flauto, alle feste in allegra compagnia.
Allora sulla ferrea impugnatura dello scudo
i ragni rossi tessono la tela,
sulla lancia appuntita e la spada affilata
vince la ruggine.
Tace la tromba di bronzo,
e il sonno dolcissimo
che al mattino intorpidisce la mente
non è più allontanato dalle ciglia.
Allegri banchetti riempono le strade,
ovunque s’intonano cori di fanciulli.

365 giorni, Libroarbitrio

Al mercato Mannarino – L.L.

 

Sampietrini

Era notte in quel mattino
ed ho ricordato di un viaggio che facevo a dieci anni.
Ho pensato –  Forse è quel giorno.
Nello svegliarmi alzarmi lavarmi vestirmi ci ho chiuso fuori me.
Pensieri. Ossessioni. Paure. Compulsioni. Voglie. Sogni. Desideri.
Ho disdetto tutto. Ho dismesso tutto. Ed ho fatto entrare lei.
Jeans e maglietta.
Non mi sono pettinata né truccata.
Senza un soldo.
Senza salutare.
Senza chiavi.
Me ne sono andata al mercato.
Non quello del mio quartiere, ma da Giordano passando da Trilussa.
Perché è lì che ero solita andare.
Perché è quello che ho ricordato.
Perché ho dieci anni e sono felice a starmene dove i palazzi odorano di marmo gelido pure d’estate.
Dove ad accompagnarmi per la strada è l’odore degli alberi della città e il cucinato che sbuca dalle finestre perdendosi nei vicoli stretti.
Per le vie di sampietrini sono arrivata al mercato.
I negozi sono cambiati ma di quelli non me ne frega nulla
m’importa del chicco d’uva gigante nella bocca
della ciliegia pulita con le mani impolverate
delle olive verdi nella salsa puzzolente dolcisalate sulla lingua
dei fruttivendoli sbracciati e sguaiati che urlano il pregio del loro giovare
ed immagino il suono della voce di Giordano
nel suo cupo andirivieni  alla ricerca dell’entità infinita del tutto
di quella di Trilussa
che grida nell’aria il rimodernare composizioni metriche ridendo e sbeffeggiando tutti
invece ardono quelle delle pettegole che si fanno il verso l’una a l’altra
bisticciando per chi strappa il sorriso più bello all’ortolano.
Percepisco musica
ascoltata da chi vive dietro le finestre lasciandola divampare fuori come l’odore di sugo,
e mentre mi aggiro tra i banchi cercando solo ricordi odo il suo rimando
così al mercato ho trovato questo canto
voce di un giovane dalle straordinarie speranze
speranze di un futuro privo dall’angoscia della rabbia ma d’amore e d’arte nutrito
la stessa speranza che nutre l’uomo che porto nel cuore
e ascoltarlo mi ha fatto rizzare i peli fin dietro la nuca
e allora sono corsa a domandare chi fosse
– E’ Mannarino, Signorì nu’ lo conosci?
e ricordare che in effetti l’avevo già ascoltato
e ricordare ch’ero in sua compagnia mi ha scosso
e confusa mi sono commossa
e come a dieci anni
se vedevo un bimbo piangere piangevo con lui
se correva ci correvo  assieme
se lo vedevo morire, bé
ero lì con la mia mano stretta a lui
e lui con la sua sulle mie guance.
L’attimo dopo ho capito di essere accorsa a questo di mercato per riprendere me con i miei ricordi.
Con questo dono nella mente me ne sono tornata a casa
ho salutato Giordano e poi Trilussa
me ne sono tornata alla vita
con la consapevolezza
che ho memoria di quella carezza sul mio volto
che ci ho messo la guancia al riparo
regalo dell’immensità della pace.
E non crediate sia poco.
Non lo è.
E.
Con il pensarti che è gioia immensa
come essere spensierati sempre
mi dedico tutto questo
una me di dieci anni
in una mezza giornata di vita
speranzosa e felice.

 

Buona domenica a tutti voi che mi leggete
anche a chi è solo di passaggio per un’occhiata furtiva.
Lasciatevi catturare dalla melodia delle parole tutte
che sia poesia
che sia musica
che sia semplice conversare.

L.L.

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Il momento più bello della giornata” Raymond Carver

Passeggiata amorosa Giuseppe Pelizza da Volpedo

Fresche sere d’estate.
Le finestre aperte.
Le luci accese.
La fruttiera colma.
E il tuo capo sulla mia spalla.
Questi sono i momenti più felici della giornata.

Insieme alle prime ore del mattino,
naturalmente. E quegli attimi
subito prima di pranzo.
E il pomeriggio e
le prime ore della sera.
Ma davvero adoro

queste serate estive.
Ancor più, mi sa,
di quegli altri momenti.
Il lavoro quotidiano finito.
E nessuno più che ci disturbi, adesso.
Né mai.

Dalla raccolta poetica Orientarsi con le stelle