365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Maria – di Elena Margreth

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Per un istante, un eterno attimo, pensai che tutto ciò che stava accadendo era terribilmente ingiusto e che, se il Signore amava realmente Cristo, non doveva permettere che suo figlio, che MIO figlio andasse a morire in quel modo.
Pensiero dettato da una rabbia che per poco si sovrappose al dolore, pensiero cupo che scacciai via immediatamente, sapendo che in cuor mio era ingiusto.
Avanzavamo.
Io lo seguivo con la forza della disperazione di una madre che vede il figlio soffrire e lui, Gesù, avanzava a passo lento, con i piedi insanguinati, le braccia e le spalle impegnate a sorreggere una pesante trave di legno, il corpo ricoperto di lividi e sputi pieni di odio gratuito, il suo viso e la corona di spine erano sporchi di sangue.
Compiva ogni singolo e doloroso passo con la sola forza della fede.
Così arrivammo alla cima di quella collina.
Mi chinai su di lui in preda ai singhiozzi, avrei voluto stringerlo, ma sapevo che gli avrei fatto solo del male, avrei voluto poterlo curare, avrei voluto impedire a quegli uomini ciò che ormai era inevitabile.
Presi il suo volto tra le mie mani e lo accarezzai, lo guardai negli occhi con la consapevolezza che non avrei più rivisto la loro luce.
Rimasi lì per troppo poco tempo perché mi presero e mi spostarono di peso.
Un uomo gli si avvicinò porgendogli un bicchiere di latte e miele dicendo che con quello il dolore si sarebbe attenuato, ma Gesù rifiutò.
Mi fecero allontanare ancora impedendomi di vederlo, ma sentii le sue urla.
Poi lo vidi, vidi il suo corpo che veniva trascinato in alto, sentivo il suo dolore, sentivo che respirava a fatica, sentivo le sue costole rompersi e i polmoni alla ricerca di aria, sentivo le sue parole che chiedevano perdono, perdono per tutti coloro che peccavano, per coloro che avevano deciso la sua condanna.
Sentivo il suo amore espandersi.
Sentivo la sua fede.
Pura.
Ad un tratto non sentii più nulla, i suoi occhi si spensero e la sua bocca non riuscì più a trovare aria, fecero scendere il suo corpo e io lo presi tra le mie braccia con delicatezza, come se avessi paura di fargli del male e lo cullai lasciandomi distruggere dal dolore.
Erano passati due giorni dalla morte di Cristo e il dolore si era sostituito ad un vuoto che faceva quasi più male.
Mi continuavo a ripetere che dovevo essere forte, mille volte in passato mi ero immaginata questo momento pensando soprattutto di essere di sostengo per gli apostoli; sapevo che non ce l’avrebbero fatta da soli.
Ora appena mi incontravano tacevano, ma era giunto il momento di vederli, di parlargli, così entrai nella loro stanza e subito il silenzio scese fra di noi.
Senza giri di parole gli comunicai ciò che era loro compito fare: continuare la missione di Cristo.
Ero fredda e lucida quando pronunciai quelle parole, ma appena incontrai i loro sguardi dubbiosi e sentii delle obiezioni provai rabbia, ma una rabbia dolce, come quando Gesù si era trattenuto più a lungo nel tempio e non aveva avvisato dove si trovasse, ecco così ero arrabbiata, ma anche preoccupata, molto preoccupata.
Tutti tacquero, lessi nei loro occhi un’altra forza, ma soprattutto tenacia.
Successivamente mi ritirai nel mio dolore, incamminandomi con un cesto di oli e profumi contenente anche una nuova veste bianca verso il luogo dove era riposto il corpo di mio figlio.
Camminavo lentamente e a tratti non riuscivo a tenere le lacrime, mi sentivo pesante e mi muovevo con un’immensa fatica, alzai lo sguardo da terra solo quando mi trovai davanti al sepolcro, ma appena alzai il viso notai con stupore che la pietra che chiudeva l’ingresso era stata spostata.
Entrai preoccupata, ma non trovai né il suo corpo né la veste macchiata di sangue che lo ricopriva.
Uscii velocemente con l’intenzione di chiedere aiuto e appena i miei occhi si adattarono alla luce lo vidi.
Cristo era lì con il suo sorriso luminoso e rassicurante e con gli occhi vivi che emanavano amore.
Mi chiamò prima per nome e poi “madre”.
Sentendo la sua voce, quella voce che temevo persa, mi lasciai scappare insieme al sorriso una lacrima di gioia.
Mio figlio aprì le braccia e dai bordi delle maniche si intravedevano le ferite.
Ci abbracciammo a lungo in silenzio.
Il mio cuore si riempì di calore e pace.
E fede.

*****

Racconto “Maria” scritto da Elena Margreth
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Opera pittorica – La Pietà – Salvador Dalì

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“La corda”

 

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Amore