365 giorni, Libroarbitrio

“Che sia un’estate senza rospi sul cuore” Fiori di pesco e pagine scritte – di Martina Benigni

Il 12 dicembre 2020 salpavamo insieme alla volta di questo viaggio fra libri, poesie, riflessioni, paesi del mondo e posti del cuore. Non sapevamo dove saremmo giunti, né come ci saremmo arrivati, sapevamo, però, che era necessario partire, spiegare le vele e lasciarle gonfiare dalla brezza del nostro sentire, senza rotta, né mappa, perché l’unica rotta possibile è il Viaggio stesso.

Spero di essere riuscita a farvi compagnia in questi mesi incredibili, tremendi e meravigliosi, nei quali ognuno di noi, giorno dopo giorno, ha portato avanti il proprio cammino, trasformandosi, spero, senza sosta. Ci siamo scritti, ci siamo letti, ci siamo districati fra gli impegni quotidiani per ritrovarci qui ogni sabato, come le foglie che cadendo, o volteggiando spinte dal vento, tornano sempre alla radice.  In questo viaggio nel quale ci siamo tenuti “virtualmente” per mano, siamo stati in Italia, in Cina, tra le montagne della Resistenza, nei passi infiniti dei migranti e dei viandanti, fra le rime di un verso e in tanti altri posti, reali e sognati, tutto, in fondo, per dedicarci alla ricerca continua dell’Isola Sconosciuta, quella di cui parla Saramago, e della Spiaggia dei Sogni dell’ “Onda Perfetta”,  luoghi a cui tutti tendiamo pur senza saperlo.

Ho cercato di farvi conoscere autori e autrici in base alle mie esperienze e alle mie conoscenze, che grazie a voi ho avuto la possibilità di ampliare, ed è sempre grazie a voi se, oggi, ho ancora più voglia di leggere e di scoprire cose e parole nuove. Ma, più di tutto, voglio ringraziarvi perché di settimana in settimana, scrivendo, sono riuscita a conoscermi sempre meglio e a scoprirmi sempre nuova. Perciò grazie a voi e, soprattutto, a Lié Larousse, che con i suoi capelli rossi profumati, la sua risata contagiosa e la sua dolcezza infinita, mi ha fatto dono di questa splendida possibilità, direttamente a “casa sua”: mi ha donato un posto dove ricercare e ricercarmi, dove far sentire la mia voce, con tutto il coraggio che serve, quello che lei riflette in ogni parola che scrive. Grazie.

Giugno è sempre stato il mese degli “arrivederci”, delle separazioni, delle serate in pizzeria per dirsi: “Ciao! Passa una bella estate.”  Giugno profuma di malinconia e sale sulla pelle, profuma di grattachecche sul lungotevere e maturità. Dietro a tutti questi profumi, però, si cela un retrogusto dolce e amaro di settembre e di scelte che verranno, perché settembre, si sa, è il mese delle scelte e del procrastinare, un po’ come gennaio, ma più bello.

E dunque, anche il “nostro” giugno è arrivato e a me non resta che salutarvi, cari compagni e care compagne di viaggio. Vi saluto e vi auguro di passare una bellissima estate, un’estate vera, pura, un’estate in cui spero possiate soprattutto trovare Tempo: tempo per la gioia, tempo per mettere in disordine e poi riordinare, tempo per la tristezza, tempo per fare un pensiero al tramonto ed uno all’alba, tempo per sognare e leggere un bel libro, tempo per fare ed essere ciò che volete. Vi auguro di imparare cose nuove ogni giorno, di imparare a fare spazio, e di amare, tanto e sempre. Vi auguro e mi auguro, permettetemi, di “togliere il rospo dal cuore”, quello di cui parla Antonio Gramsci nella lettera del 27 giugno 1932 alla sua amata Iulca.

Carissima Iulca,

ho ricevuto i tuoi foglietti, datati mesi e giorni diversi. Le tue lettere mi hanno fatto ricordare una novellina di uno scrittore francese poco noto, Lucien Jean, credo, che era un piccolo impiegato in una amministrazione municipale di Parigi. La novella si intitolava In uomo in un fosso. Cerco di ricordarmela.

Un uomo fortemente vissuto, una sera: forse aveva bevuto troppo, forse la vista continua di belle donne lo aveva un po’ allucinato. Uscito dal ritrovo, dopo aver camminato un po’ a zig-zag per la strada, cadde in un fosso. Era molto buio, il corpo gli si incastrò tra rupi e cespugli; era un po’ spaventato e non si mosse, per timore di precipitare ancora più in fondo. I cespugli si ricomposero su di lui, i lumaconi gli strisciarono addosso inargentandolo (forse un rospo gli si posò sul cuore, per sentirne il palpito, e in realtà perché lo considerava ancor vivo). Passarono le ore; si avvicinò il mattino e i primi bagliori dell’alba, incominciò a passare gente.

L’uomo si mise a gridare aiuto. Si avvicinò un signore occhialuto; era uno scienziato che ritornava a casa, dopo aver lavorato nel suo gabinetto sperimentale. Che c’è? Domandò. – Vorrei uscire dal fosso, rispose l’uomo. – Ah, ah! Vorresti uscire dal fosso! E che ne sai tu della volontà, del libero arbitrio, del servo arbitrio! Vorresti, vorresti! Sempre così l’ignoranza. Tu sai una cosa sola: che stavi in piedi per le leggi della statica, e sei caduto per le leggi della cinematica. Che ignoranza, che ignoranza! – E si allontanò scrollando la testa tutto sdegnato.

Si sentono altri passi. Nuove invocazioni dell’uomo. Si avvicina un contadino, che portava al guinzaglio un maiale da vendere, e fumava la pipa: ah, ah! Sei caduto nel fosso, eh! Ti sei ubriacato, ti sei divertito e sei caduto nel fosso. E perché non sei andato a dormire come ho fatto io? – E si allontanò, col passo ritmato dal grugnito del maiale.

E poi passò un artista, che gemette perché l’uomo voleva uscire dal fosso: era così bello, tutto argentato dai lumaconi, con un nimbo di erbe e fiori selvatici sotto il capo, era così patetico! E passò un ministro di Dio, che si mise a imprecare contro la depravazione della città che si divertiva o dormiva mentre un fratello era caduto nel fosso, si esaltò e corse via per fare una terribile predica alla prossima messa.

Così l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze. – Non so se ti ho dato il gusto della novella, e se essa sia molto appropriata. Ma almeno in parte credo di sì: tu stessa mi scrivi che non dai ragione a nessuno dei due medici che hai consultato recentemente, e che se finora lasciavi decidere agli altri ora vuoi essere più forte.

Non credo che ci sia neanche un po’ di disperazione in questi sentimenti: credo che siano molto assennati. Occorre bruciare tutto il passato, e ricostruire tutta una vita nuova: non bisogna lasciarci schiacciare dalla vita vissuta finora, o almeno bisogna conservarne solo ciò che fu costruttivo e anche bello. Bisogna uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore.

Cara Iulca, ti abbraccio teneramente.

(Lettera di Antonio Gramsci a Giulia Schucht, 1932)

Grazie! Buona estate! Vi abbraccio più forte che posso.

Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Come la poesia può cambiarti la vita: i versi di Cesare Pavese – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Ci sono certi giorni che pesano come macigni e non sai il perché, vanno così e sembra non ci sia nulla da fare al riguardo. In quei giorni ci sono poche cose che riescono a salvarmi ed una di queste è la Poesia. Mi siedo, oppure sto in piedi, prendo un libro e lascio che il malumore si sciolga fra i versi, come un cucchiaino di miele in una tazza di tè; lo guardo scivolare piano piano fino a staccarsi dal foglio, ticchetta come quelle gocce d’acqua che riescono a sfuggire dal rubinetto, ma il ritmo è più lento, quasi rilassante, nulla a che vedere con le torture di un tempo. Finalmente, il miele disciolto si è disperso, staccatosi dalla pagina ha liberato i versi ed è diventato una sorta di vapore acqueo finissimo che si nasconde alla mia vista e finalmente il cuore e la mente si alleggeriscono, si fanno soffici nuvole di zucchero filato, perché è così che credevo fossero davvero da piccola, quando fantasticavo di tuffarmici dentro per gioco.

Il peso dal cuore, oggi, me lo ha tolto Cesare Pavese (1908-1950), che purtroppo, invece, si è dato per vinto troppo giovane, cedendo a quel “vizio assurdo” di cui tanto parlava nelle lettere e non solo. Il poeta, scrittore e antifascista piemontese ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario italiano, tanto nella poesia quanto nella prosa, due piani che, in realtà, riesce a fondere magistralmente in un’unica penna che sa tessere “poesie narrative” e “prose poetiche” senza il minimo sforzo, o almeno così appare.

Cesare Pavese nato nelle langhe e vissuto per diversi anni in campagna, con le mani e i piedi immersi nella terra, che tanto vagheggerà nelle sue opere, ben presto si trasferisce nella Torino antifascista dove si dedicherà agli studi con uno sguardo sempre attento e partecipe all’attualità del tempo. Pavese rifiuta da subito il verso ungarettiano e il metro tradizionale, rifiuta persino l’influenza dei poeti francesi come Baudelaire, così importanti all’epoca, per farsi ammiratore e grande conoscitore, invece, della letteratura anglo-americana; discuterà, infatti, una tesi su Walt Whitman (1819-1892) dal quale riprenderà soprattutto l’amore per la natura e la gioia delle lunghe passeggiate nei boschi, liberi, così come dovremmo essere. Questo slancio verso una diversa concezione di “comunità” e di libertà compare spesso nei suoi versi dove le persone si sdraiano sull’erba, sui fossi, sulla terra baciata dal sole o vicino ai torrenti, quasi a voler sentire il contatto tra i corpi: quello umano e quello della natura, che in realtà ci appartiene come noi apparteniamo al suo. Emblematici a tal proposito sono i seguenti versi che rappresentano, non a caso, le parole di una donna: “dovremmo poter star nudi e vederci senza fare sorrisi da furbi”. Vivere, dunque, insieme la verità di tutti senza malizie.

La vita già difficile dello scrittore sarà scossa ulteriormente dall’arresto dell’amico e intellettuale antifascista-siamo negli anni Trenta e vale la pena sottolineare l’adesione o meno al fascismo-  Leone Ginzburg (1909-1944), che vedrà di lì a poco anche la condanna al confino dello stesso Pavese il quale passerà un anno a Brancaleone Calabro, dove tuttavia non si abbandona del tutto all’amara tristezza della prigionia, ma scrive. Scrive tanto e si guarda intorno, aggiungendo splendidi versi alla già ricca raccolta “Lavorare stanca” che da tempo aspettava di essere pubblicata. La raccolta, dopo non pochi problemi con la censura fascista, verrà finalmente pubblicata nel 1936.

Le poesie di “Lavorare stanca” sono segnata da una cifra comune: il cinismo timido e risoluto di Pavese che si pone come osservatore più o meno disincantato della realtà e degli esseri umani che tutti i giorni si trovano a fare i conti con le difficoltà della vita. Conformismo, ipocrisia e frustrazione sociale sono tutti elementi che Pavese delinea e attacca con la sua penna, cercando di porsi alla stregua di un sociologo che tuttavia non può chiamarsi fuori dalla “materia” d’esame. Le poesie di questa raccolta sono, potremmo dire, asciutte, semplici, segnate da piccoli e immensi momenti rivelatori che risvegliano il lettore o la lettrice, mettendoli in crisi e costringendoli a farsi delle domande e ad interrogarsi sulla propria vita. In questi versi ci sono tanti nomi comuni, quasi nessun nome proprio, a voler indicare un’indefinitezza che solo così può abbracciare l’universale e con esso fondersi. Essendo stata scritta negli anni Trenta, non si può far a meno di collocare la raccolta nel periodo storico, e a leggere, come fece Franco Fortini, l’asfissia delle “colline insensibili”, “immobili come fossero secoli”, come l’asfissia del periodo fascista, un’impossibilità di movimento dettata non tanto dalla vita dei campi quanto dalla violenza fascista.

“Anche noi ci fermiamo a sentire la notte/ nell’istante che il vento è più nudo: le vie/ sono fredde di vento, ogni odore è caduto;/ le narici si levano verso le luci oscillanti.” Quanta bellezza in questi pochi, semplici versi? Ecco, questa è la base su cui si fonda il poetare di Pavese: la semplicità. Il suo vocabolario, infatti, si compone di un pugno di parole umilissime che tornano sempre come terra, casa, donna, nudità, silenzio e tante altre che abbiamo imparato a conoscere e ad amare col tempo, cercando sempre di scavare al fondo di ogni singola parola portatrice di universi. Sempre dalla stessa poesia:

“Anche lei si è scaldata nel sole e ora scopre/ nella sua nudità la sua vita più dolce, / che nel giorno scompare, e ha sapore di terra.”

Nel 1938, dopo aver scritto e pubblicato molto, diventa redattore di casa Einaudi curando diverse e importanti collane oltre che a lavorare con alcuni degli intellettuali più importanti dell’epoca come Elio Vittorini, Leone Ginzburg, amico ritrovato, e la stessa Natalia Ginzburg. Tra “Lavorare stanca” e “La casa in collina” (1948) c’è la Guerra, che Pavese racconta proprio nel romanzo appena citato in cui la “casa” del titolo è quella della sorella, dove lo scrittore trova rifugio durante quei terribili anni. Nel 1950 vince il Premio Strega grazie a “La bella estate” (1949) dove racconta la storia di un’adolescente che fa i conti con l’amore e con le prime esperienze segnando un cambiamento totale nella sua vita. Il tema del passaggio dall’adolescenza alla maturità, infatti, è molto caro a Pavese che lo tratta tanto in poesia quanto in prosa, mettendo a contrasto le “stagioni” della vita quali adolescenza ed età adulta proprio come mette a contrasto città e campagna.

Cesare Pavese è stato definito più volte come “una delle voci più isolate della poesia” del tempo ed in effetti la sua opera si erge solitaria in mezzo a tutte le altre, proprio come il poeta che, in fin dei conti, visse una vita altrettanto solitaria che però, penso, abbia cercato di combattere fino all’ultimo. Sebbene Pavese si definisca “vecchio” e disincantato, ormai disinnamorato della vita che altro non è che pura vanità, in realtà si tradisce con i suoi stessi versi che più volte, invece, dichiarano uno strenuo amore per la vita e per tutte le cose che battono al ritmo dello stesso cuore: “Hai un sangue, un respiro. / Vivi su questa terra.”

La raccolta pubblicata postuma “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1951), proprio perché intrisa della consapevolezza della fine ultima e inevitabile, sembra aggrapparsi ancor di più alla vita, sino a graffiarla, quasi. Ci sono, come sempre, tante immagini di donna, spiragli di luce e di amore, ci sono gli elementi della natura che trovano dimora negli esseri umani e viceversa:

“Anche la notte ti somiglia, / la notte remota che piange/ muta, dentro il cuore profondo, e le stelle passano stanche”. O ancora: “Come/ erba viva nell’aria/ rabbrividisci e ridi, / ma tu, tu sei terra. / Sei radice feroce. Sei la terra che aspetta.”

Pavese non si è rassegnato alla vita e nemmeno alla morte, si dibatte, cade, si rialza e cade di nuovo, ma in ogni parola si respira la vita e la voglia di battersi, dolorosamente: “Lottare senza posa e pur sapere/ che questo sarà sempre il mio destino!”; “Mi sento traboccare d’una vita/ caldissima, potente”, così scriveva Pavese tra il 1923 ed il 1925. In questa “lotta” l’unica “arma” che si propone di usare è la poesia, e infatti: “Il poeta attraversa/ tutto il cielo notturno/ e ha gesti grandi, come chi combatta.”

Per parlare di Pavese e della sua penna non basterebbe un giorno intero e nemmeno tutta la delicatezza del mondo, perciò vi saluto con una sua poesia sperando di avervi fatto venir voglia di leggere le opere di questo scrittore unico nel suo genere:

Per tutta l’esistenza
ti avrò, fragilità,
nella stanchezza ardente del mio sangue.

Mi sei venuta accanto
colla promessa viva di un’aurora,
sconvolgendomi il sangue

come un grande tesoro
che si potrà conoscere
e possedere fino a sazietà.
Racchiudevi un mistero di dolore
e di gioia profonda, sconosciuta.

Oh un attimo solo di te
e mi saresti stata per la vita
un ricordo di sogno.
Ma non ti sei svelata.
Hai saputo il tuo gioco.
Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo
rinascondendo in te
il segreto degli occhi arrovesciati,
della tua bellezza piú grande,
dell’attimo che gioia e sofferenza
si fanno un solo brivido.

Mi hai strappate le lacrime dal cuore.
E da quel giorno buio
dinanzi al tuo ricordo
per tutta l’esistenza
dovrò soffrire ancora
la febbre del mistero che ho perduto.

(12 agosto 1928)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Henry David Thoreau: “Ascoltare gli alberi” e ritrovarsi – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Oggi, 5 giugno, si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente, il World Enviroment Day, giornata che dal 1974 vuole riportare al centro il tema dell’ambiente e della sua salvaguardia nel tentativo di sensibilizzare tutti gli individui al rispetto del nostro Pianeta, sempre più stremato dallo sfruttamento sfrenato voluto dai seguaci del dio denaro.

Il tema di questa quarantasettesima edizione, nello specifico, è quello del “Ripristino degli Ecosistemi”, sul manifesto della giornata leggiamo:

“Questo è il nostro momento. Non possiamo tornare indietro nel tempo. Ma possiamo coltivare alberi, rendere più verdi le nostre città, rinaturalizzare i nostri giardini, cambiare la nostra dieta e pulire i fiumi e le coste. Siamo la generazione che può fare pace con la natura.”

“Fare pace con la natura” sperando che lei voglia fare pace con noi: questo è l’obiettivo della nostra generazione ma anche di quelle future che dovranno, senza dubbio, riparare i danni di quelle precedenti. Basta pensare a quello che sta accadendo in Amazzonia per comprendere la gravità della situazione. Al giorno d’oggi, con le tecnologie a nostra disposizione, sarebbe possibile cambiare totalmente il corso degli eventi, non solo “salvare il salvabile”, quindi, ma addirittura migliorare la situazione partendo, ad esempio, da nuovi modelli educativi, sensibili a tematiche come quella del cambiamento climatico.

Il nostro Pianeta ha bisogno di cure, sono anni che cerca di farcelo capire: se nell’operetta morale “Dialogo della Natura e di un islandese” dello splendido poeta Giacomo Leopardi (1978-1837), era l’uomo a “fuggire la Natura” al fine di vivere una vita “oscura e tranquilla”, oggi, sarebbe la Natura stessa a fuggire da noi. Bisogna, allora, iniziare ad ascoltare la voce limpida della Natura, comprenderne le richieste più che evidenti e finalmente agire.

A proposito di ascoltare, c’è un libretto che ho trovato estremamente bello e prezioso dell’americano Henry David Thoreau (1817-1862), che si intitola proprio “Ascoltare gli alberi”. Henry David Thoreau è stato un filoso e uno scrittore, famoso il testo autobiografico “Walden ovvero vita nei boschi” (1854) e il celebre saggio “Disobbedienza Civile” (1849). “Walden” racconta dei due anni che Thoreau trascorse in totale solitudine e autonomia nei boschi nei pressi di Concord, Massachusetts, diventando ben presto un vero e proprio libro sacro della filosofia del “ritorno alla natura”, nonché libro fondamentale per gli ecologisti. Il saggio “Disobbedienza civile”, invece, ha riscosso un successo così grande tanto da ispirare personaggi come Gandhi oltre che ad essere ancor oggi oggetto di accesi dibattiti sulla legittimità dell’infrangere le leggi qualora esse non rispecchino il volere dei cittadini.

Il libro che vi propongo è piuttosto minuto ma denso di riflessioni profonde, tratte perlopiù dal diario di Thoreau. L’ho letto in pochi giorni, tra una fermata del tram e l’altra, ritrovandomi anche io a viaggiare, come Thoreau, fra boschi e ruscelli, nonostante mi dimenassi fra rotaie e strade chiassose. Nonostante l’ambiente non proprio bucolico, sono comunque riuscita a respirare la stessa pace che il filosofo americano ritrovava nella natura, riuscendo a sentire persino “il grillo, il gorgoglio del ruscello” e “il fruscio del vento fra gli alberi” parlarmi “in modo sobrio ma incoraggiante de continuo progresso dell’universo.”
Il nostro Thoreau consiglia proprio di ascoltare la voce dei rami e delle foglie per riuscire a ritrovare il proprio posto nel mondo, tanto fra la gente quanto fra gli alberi stessi, in un’armoniosa unione con tutto ciò che ci circonda, senza opposizione alcuna.

“È straordinario come siano universali questi imponenti sussurri, questi sfondi sonori- la risacca, il vento nella foresta, le cascate e così via- che pure all’orecchio e nell’origine sono essenzialmente una sola voce, la voce della terra, il respiro o il russare della creatura. La terra è la nostra nave e questo è il suono del vento nel sartiame mentre navighiamo.”

Nel corso della lettura, ci si imbatte spesso nei paragoni che l’autore tesse fra la natura- più nello specifico gli alberi- e gli esseri umani, che condividerebbero tra le altre cose la Crescita, un elemento straordinario, che non è determinato tanto dal tempo quanto dalle caratteristiche intrinseche possedute da ogni essere:

“L’uomo è come un albero che non è limitato dall’età, ma cresce fin quando ha radice nel terreno. Dobbiamo solo vivere nell’alburno e non nel durame. Il troncone contorto ha radici tenere quanto il giovane alberello.”

Attraverso gli occhi dell’autore ci ritroviamo a camminare fra piante sconosciute e altre note ma che, cangiando di continuo, ci appaiono sempre nuove. Nessuna cima d’albero vista all’alba è uguale a quella vista al tramonto e così noi. La Natura può insegnarci tanto, come ci dice lo scrittore, ma più spesso ci ricorda semplicemente di chi siamo e di quei valori che ci scorrono dentro come la tenacia e la resistenza. A pensarci bene non siamo così diversi da quei pini imperituri che “combattono con le tempeste di un secolo” portano innumerevoli, sofferte e meravigliose cicatrici, “eppure non si ritirano mai.”

L’autore, oltre a regalarci immagini vivaci di paesaggi silvestri, attraverso un linguaggio estremamente poetico, ci regala anche un innato ottimismo che può aiutarci a superare le sfide della vita, come leggiamo nella riflessione riguardo all’amamelide:

“Mentre le sue foglie cadono, sgorgano i fiori. L’autunno, allora, è in realtà una primavera. Tutto l’anno è una primavera.”

Buona Giornata Mondiale dell’Ambiente e buona lettura!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Wisława Szymborska: la poetessa dello stupore – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Per capire Wislawa Szymborska leggete Wislawa Szymborska - la Repubblica

“Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.”

(Dalla poesia “Sulla morte senza esagerare” di Wisława Szymborska)

Wisława Szymborska (1923-2012) è stata una celebre poetessa polacca, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1996. Il comitato che le assegnò il Premio scrisse nella motivazione: “Per aver creato della poesia che tramite ironica precisione permette di mettere in luce il contesto storico e biologico in frammenti di realtà umana.” In effetti, la poesia della Szymborska fa pensare, emozionare e sorridere: più volte i suoi versi sono riusciti a strapparmi qualche risata dolce-amara, proprio perché l’ironia che li colora è brillante e piacevole, sembra di chiacchierare con quell’amico o quell’amica che sa sempre qual è la cosa giusta da dire e quando.

La sua giovinezza, a Cracovia, è segnata da eventi traumatici come la seconda guerra mondiale che la costringe, sotto Hitler, a studiare clandestinamente per ottenere il diploma, mentre sotto Stalin si vede negata la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, nel 1948, perché non in linea con i dettami del realismo socialista. Negli anni ’50, però, si iscrive al Partito Comunista, riscoprendone i valori e dedicandosi totalmente alla “causa”. La sua relazione con la politica, tuttavia, non fu affatto semplice ed in seguito, dopo aver lasciato il Partito, nella vita come nei versi, dirà: “Ho sempre guardato a tutta la sfera terrestre con la sensazione che ancora in altre parti del mondo si svolgono fatti terribili. Ma dopo una crisi profonda negli anni ’50 ho capito che la politica non è il mio elemento. Ho conosciuto gente molto intelligente per la quale tutta la vita intellettuale consisteva nel mediare su quello che aveva detto Gomulka ieri e oggi Gierek. Un’intera vita chiusa in un orizzonte così terribilmente ristretto. Così mi sono sforzata a scrivere versi che potessero superare questo orizzonte. Non mancano in essi le esperienze polacche. Se ad esempio fossi una poetessa olandese, la maggior parte dei miei versi non sarebbero stati scritti. Ma alcuni sarebbero stati scritti ugualmente, indipendentemente dal luogo dove sarei vissuta. Questa è una cosa importante secondo me”. 

Il successo delle sue poesie, già prima del Nobel, è dovuto soprattutto all’universalità dei temi trattati, dei dubbi che confessa a sé stessa e chi legge, nonché alla semplicità delle immagini che cuce con la stessa delicatezza di una nonna che, paziente, prepara un maglioncino al nipote o alla nipote. Troviamo un esempio di questa abbacinante semplicità in versi come i seguenti: “Piace-/ ma piace anche la pasta in brodo;/ piacciono i complimenti e il colore azzurro, / piace una vecchia sciarpa, / piace averla vinta, / piace accarezzare un cane.” Una semplicità che si accompagna alla lucida consapevolezza della finitezza materiale di tutte le cose, nella quale però risiede una bellezza unica, che gli Dei ci invidiano da sempre: “Ci sei- perciò devi passare./ Passerai- e qui sta la bellezza.”

L’andatura riflessiva e scherzosa delle poesie di  Szymborska apre ai lettori e alle lettrici un mondo quasi incantato, in cui anche l’immagine più triste o angosciosa diventa pretesto per rivolgere, tutto sommato, uno sguardo ottimistico al domani. Non è mai tutto nero o tutto bianco, ci sono sempre sfumature, e nulla si ripete due volte allo stesso modo, ogni cosa è fatta di trasformazioni: “Non c’è giorno che ritorni,/ non due notti uguali uguali,/ né due baci somiglianti,/ né due sguardi tali e quali.”La forza silenziosa e gentile che guida la penna della poetessa è lo stupore, quel sentimento che rende tutto unico e irripetibile, che splende negli occhi dei bambini e troppo spesso si offusca in quelli dei “grandi”. Un po’ come il Fanciullino di Pascoli, ma in modo totalmente diverso, Szymborska indaga il mondo attraverso la lente di un instancabile stupore che le permette di partecipare “a questo gioco con regole ignote” che è la vita. C’è di fondo un “Non lo so” esistenziale che spinge la poetessa ed il poeta in generale ad interrogarsi e a rinnovare continuamente la propria insaziabile sete di conoscenza. Il mondo, allora, diventa una sorpresa continua, persino le cose più umili possono e devono essere vissute con stupore perché il Nostro Tempo è unico e non c’è nulla che dovremmo dare per scontato. Quale mistero si cela dietro ad un “filo d’erba calpestato/ dal corso di incomprensibili eventi”? Non ci è dato di saperlo, forse, ma il vero dramma, penso, sta nel non chiederselo nemmeno.

Un tema fondamentale nella sua poesia, anche se poco riconosciuto da una certa critica, è quello dell’amore, al quale sono in realtà dedicate esplicitamente solo una manciata di poesie. L’apparente marginalità dell’amore nei versi della poetessa è smentita soltanto da un’attenta lettura, grazie alla quale è possibile cogliere, invece, le molteplici forme e situazioni in cui esso si manifesta tanto nella vita quanto sul foglio. Nelle sue “poesie d’amore” troviamo preoccupazioni quotidiane e slanci metafisici, grandi dolori e gioie vivifiche. Troviamo la solita ironia che sempre muove l’ingegno poetico dell’autrice e che regala sorrisi sornioni come in questo caso: “Ma già sanno di noi […] E sanno i bicchieri perché sul fondo/ il tè avanzato si raffredda./ Swift ormai non può certo fare conto/ che questa notte qualcuno lo legga.”
Ci sono poi poesie in cui gli amanti si mischiano alla natura nel panteismo più romantico e fiabesco che ci dà la sensazione di trovarci di fronte ad un dipinto: “Si amarono tra i noccioli/ sotto soli di rugiada,/ raccolsero nei capelli/ foglie e terra bagnata.”
Nella poesia “Addio a una vista”, dedicata alla perdita dell’uomo amato, l’amore affonda nel dolore insopportabile dell’assenza che viene raccontato in maniera originale e profondissima al tempo stesso perché racconta di un’accettazione pacifica, di un dolore che non si tramuta in odio ma che, seppur presente, non diventa livore verso il mondo, ma nuova lente attraverso cui filtrare la realtà, arrivando a percepirla in modo ancora più sentito: “Prendo atto/ che la riva di un certo lago/ è rimasta – come se tu vivessi ancora –/ bella come era.

Ci sarebbe ancora tanto da dire su questa poetessa “figlia” del suo secolo, ma penso che siccome la poesia nasce dal silenzio, come lei stessa sostenne, affiderò al silenzio del foglio le parole che non so dire, ed alla sua poesia il “compito” di stupirvi, come ha fatto con me.

Un amore felice

Un amore felice. E’ normale?

è serio? è utile?

Che se ne fa il mondo di due esseri

che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,

i primi qualunque tra un milione, ma convinti

che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;

la luce giunge da nessun luogo

perché proprio su questi, e non su altri?

Ciò offende la giustizia? Si.

Ciò offende i principi accumulati con cura?

Butta giù la morale dal piedistallo? Si, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:

se almeno dissimulassero un po’,

si fingessero depressi, confortando così gli amici!

Sentite come ridono – è un insulto.

In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,

quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano

sembra un complotto contro l’umanità!

E’ difficile immaginare dove si finirebbe

se il loro esempio fosse imitabile.

Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,

di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,

chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?

Il tatto e la ragione impongono di tacerne

come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.

Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.

Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,

capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l’amore felice

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Portami il tramonto in una tazza”: le poesie di Emily Dickinson – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

“Finestra su San Giacomo d’Acri” fotografia di Chiara Morrone

Emily Dickinson (1830-1886) è oggi una delle poetesse americane più amate ed acclamate dalla critica, sebbene in vita riuscì a pubblicare soltanto sette poesie, anonime, delle oltre mille che scrisse con cura su quadernini e fogli di carta slegati sparsi per tutta la stanza, riportate alla luce soltanto dopo la sua morte.

Dickinson non scrisse soltanto tantissime poesie, ma altrettante lettere attraverso le quali è possibile ricostruirne la vita, segnata da un volontario ed infrangibile isolamento nel quale la giovane poetessa deciderà di chiudersi all’età di 23 anni. Scrive in una lettera del 1853: “Non me ne vado più di casa.” E ancora nel 1869: “Non mi spingo oltre il giardino di mio padre.” Per 41 anni, infatti, non metterà praticamente mai piede fuori dalla stanza, la cui porta tiene però sempre socchiusa, pronta ad accogliere i rumori “del mondo esterno”, dei quali canta nelle poesie, e dalla quale ammira lo scorrere del tempo attraverso l’eterno filtro della finestra. L’unico contatto col mondo esterno, infatti, oltre ai libri e alla fitta corrispondenza con pochi intimi amici, sarà proprio la finestra che sembra filtrare, allora, anche la sua poesia. La poetessa ha uno sguardo, dunque, profondamente introspettivo, ma che guarda sempre fuori, tutto teso a ciò che circonda la sua prigione dorata, in quanto l’attesa e il silenzio mischiati alla solitudine, elementi sempre presenti nella sua poesia come nella vita, fungono da preziosi strumenti per raccogliere meglio la vita fuori di sé che non la lascia mai indifferente: “È allora che le colline hanno un modo di essere/che fa sentire il cuore-altrove-.”

Per anni la vita di colei che nella sua città natale, Amherst in Massachusetts, fu soprannominata “Il Mito”, perché si diceva che si vestisse solo di bianco senza mai mostrarsi a nessuno, destò quasi più curiosità della sua poesia. Soltanto oggi la critica sta cercando di staccare, per quanto possibile, la vita dall’arte, leggendo le parole per quello che sono, come la poetessa le ha posate sul foglio, nude, difficili, “spasmodiche” e rivoluzionarie: “Alcuni dicono che/ quando è detta, /la parola muore./ Io dico invece che/ proprio quel giorno/comincia a vivere.”

Al contrario di quanto si possa pensare, la poesia di Dickinson è ricca di temi diversi e immagini inusuali, metafisiche, che abbagliano e rabbuiano al tempo stesso. L’amore è uno di quei temi che trova grande spazio fra i suoi versi intricati. Le poesie ad esso dedicate sono profonde e grondano di sentimenti diversi, tra i quali un dolore profondo che perciò può solo essere guadato: “Sono capace di passare a guado il dolore-/ Stagni interi di dolore-“. Oltre a questo, però, c’è anche una fortissima e sensuale tensione verso l’altro da sé, irraggiungibile, ma sempre presente: “Amore- tu sei profondo-/ non ce la faccio ad attraversarti-/ ma se fossimo in due […]”. C’è dunque una forte consapevolezza dell’esistenza potente, tangibile e dolorosa che fa sì che si “spazzino” i “cocci del cuore” dell’Amore, che come sempre, tutto muove. Leggiamo infatti: “Che l’amore è tutto ciò che c’è,/ è tutto quello che sappiamo dell’amore;/è abbastanza[…]”.

Come successe anche per Antonia Pozzi, gli scritti di Dickinson furono sottoposti ad una brutale operazione chirurgica da parte di coloro che si occuparono della loro pubblicazione. Alcune poesie erano evidentemente troppo scandalose e scomode per i tempi e per il puritanesimo imperante, di certo una donna di una rispettabile famiglia di avvocati non poteva parlare di desiderio né tantomeno di pazzia o di disagi vari che evidentemente non era tenuta a provare, figuriamoci a mettere nero su bianco. Per fortuna, però, sono tanti i versi intatti che ci regalano la voce autentica di questa poetessa così devota alla solitudine: “Sarei forse più sola senza la mia solitudine”.

La sua poesia, eternamente filtrata dalla cornice della finestra che separa e fonde il “dentro” e il “fuori”, è pervasa da una straordinaria sensitività, ricca di metafore spesso oscure e caratterizzata da un linguaggio mutevole e veloce, costellato di trattini, punti, e lettere maiuscole, a voler appunto dare rilievo ad alcuni elementi piuttosto che ad altri. Una poesia che sa orientarsi nella Notte: “poi- lo sguardo si abitua alla notte-/ e senza incertezza affrontiamo la strada”, ma che tende, in fondo, alla luce: “Se non avessi mai visto il sole/ avrei sopportato l’ombra-/ Ma la luce ha reso il mio Deserto/ ancora più selvaggio.”

La grande capacità di osservazione e la consapevolezza del mondo della poetessa, fanno sì che tutto diventi pretesto per cantare e per superare quell’attesa infinita di cui tanto ci parla nei suoi versi. Una forza interiore che trasforma l’isolamento e la paura in poesie, a volte aspre, che vanno lette con coraggio, quello stesso coraggio che lei stessa affronta “in solitudine”, in “una vita di silenzi”.

Vi lascio con alcuni suoi versi sperando, come sempre, di farvi venire voglia e fame di poesia:

Se tu dovessi venire in autunno
mi leverei di torno l’estate
con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
come fa la massaia con la mosca.

Se entro un anno potessi rivederti,
avvolgerei in gomitoli i mesi,
per poi metterli in cassetti separati –
per paura che i numeri si mescolino.

Se mancassero ancora alcuni secoli,
li conterei ad uno ad uno sulla mano –
sottraendo, finché non mi cadessero
le dita nella terra della Tasmania.

Se fossi certa che, finita questa vita,
io e te vivremo ancora –
come una buccia la butterei lontano –
e accetterei l’eternità all’istante.

Ma ora, incerta della dimensione
di questa che sta in mezzo,
la soffro come l’ape-spiritello
che non preannuncia quando pungerà.

(1862)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Balzac e la Piccola Sarta cinese”: un libro sull’importanza dei libri per la rubrica letteraria del sabato – Fiori di pesco e pagine scritte – di Martina Benigni

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“Mi alzai dal letto solo quando ebbi finito di leggere l’ultima pagina. Luo non era ancora rientrato. Immaginai che fin dal mattino si fosse precipitato giù per il sentiero per andare a raccontare alla Piccola Sarta quella bella storia di Balzac. Rimasi per un po’ in piedi sulla soglia della nostra casa e mangiai un pezzo di pane di granturco contemplando la sagoma della montagna di fronte. Il villaggio della Piccola Sarta era troppo lontano perché riuscissi a distinguerne le luci. Mi figurai in che modo Luo le stesse raccontando la storia, e mi sentii pervadere da un sentimento fino ad allora sconosciuto, una gelosia amara, divorante.”

(Dai Sijie, “Balzac e la Piccola Sarta cinese”)

Era lo scorso anno quando finalmente mi decisi a leggere quel libro dalla copertina azzurrina che mi spiava, immobile, da tempo: era sempre stato là, sulla libreria bianca del corridoio ad aspettare il giorno in cui, cresciuta, avrei trovato il tempo ed il modo di leggerlo. Si potrebbe dire che siamo cresciuti insieme senza saperlo. La prima volta che lo vidi, infatti, avevo forse dieci anni e ricordo ancora l’odore inconfondibile delle pagine nuove e della busta di carta nella quale era stato al calduccio nel tragitto dal negozio a casa. Ora che lo tengo tra le mani, ha la copertina sbiadita, ed i bordi mangiati, ma è ancora possibile riconoscere il volto bellissimo appena illuminato da una lampada ad olio della Piccola Sarta cinese. Sembra un altro libro e penso che lo sia perché ora che lo leggo le parole devono essere diverse da quelle di dieci anni fa, io sono diversa, e forse, se lo leggessi fra altri dieci anni mi sembrerebbe ancora trasformato.

La sorte ha voluto che “Balzac e la Piccola Sarta cinese” fosse proprio uno dei libri consigliati durante un corso per farci comprendere un po’ meglio il clima che si respirava durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976) in Cina. L’autore, Dai Sijie (1954-), descrive con grande maestria, attraverso i piccoli grandi dettagli che segnano un’epoca, le vite di quei ragazzi costretti alla rieducazione nelle campagne, i giovani istruiti, ed il loro intrecciarsi alle vite di chi la terra ce l’ha nel sangue e nelle vene. Un incontro, potremmo dire, non solo di generazioni diverse ma anche di culture praticamente diverse, data la vastità del territorio cinese e le tradizioni singolari radicate in ogni angolo del paese, anche nel più piccolo villaggio fra le montagne.

È proprio in uno sperduto villaggio fra le suggestive e maestose montagne cinesi, perennemente avvolte dalla nebbia, che si svolge il romanzo. I due protagonisti sono due adolescenti, il Narratore, di cui non ci viene svelato il nome, e Luo. I due ragazzi sono entrambi figli di medici ed hanno la fortuna non solo di conoscersi praticamente da sempre, ma anche di capitare nello stesso villaggio e di poter, dunque, affrontare insieme la sfida che li attende. Le giornate nel villaggio della Fenice del Cielo trascorrono tutte allo stesso modo, ovvero lavorando dall’alba al tramonto, tuttavia, i giovani ragazzi dimostrano di avere tutta l’intelligenza e la scaltrezza che ragazzi della loro età dovrebbero avere, riuscendo a svignarsela architettando piani più o meno di successo e ad ingannare il capo villaggio semplicemente spostando le lancette dell’orologio. La vita nella loro palafitta trascorre serena e senza troppi intoppi, ma è evidente che manca qualcosa perché solo riempirsi la pancia, e nemmeno troppo, non è di certo vivere. L’evento attorno al quale ruota tutta la storia è la scoperta sensazionale di una valigia di “libri proibiti” tenuta nascosta da uno dei loro compagni, Quattrocchi, il quale, dopo una faticosa battaglia, presterà ai due un unico libro, Ursule Mirouët di Balzac. I ragazzi butano giù il volume tutto d’un fiato, come un bicchier d’acqua nel deserto e ben presto, ancora affamati, decidono di rubare la valigia attirati da quei mondi sconosciuti e incredibili che le le parole dei libri rendono quasi tangibili. Iniziano dunque tutta una serie di letture che li porterà a confrontarsi non solo con loro stessi e con il mondo ma anche con l’amore e l’altro da sé. Sono di estrema tenerezza i passi in cui Dai Sijie racconta en passant delle guance arrossate dei giovani protagonisti che per la prima volta scoprono quella parola tanto bella e tremenda che è l’amore, e che per i due si manifesterà anche “materialmente” attraverso la conoscenza della Piccola Sarta, così chiamata perché figlia di un famosissimo sarto di un paese ancora più remoto del loro, appollaiato sui monti come un nido d’aquila.

I tre diventano amici per la pelle: lei gli mostrerà la semplicità e la purezza della vita di montagna, mentre i due le racconteranno delle loro esperienze e soprattutto di quel Balzac e delle sue storie straordinarie che se non fossero scritte nero su bianco, sembrerebbero frutto di qualche allucinazione da fungo velenoso. L’intenzione di Luo, che nel frattempo inizia una tenera storia d’amore con la ragazza, è quella di trasformarla attraverso la lettura per farne molto più che “una semplice montanara”. Alcuni eventi imprevedibili metteno i personaggi di fronte a scelte importanti che li trasformeranno inevitabilmente così come si trasformeranno i loro rapporti. Alla fine, la Piccola Sarta, stupirà tutti scegliendo di “seguire Balzac”.

In questo romanzo troviamo descrizioni precise che anche attraverso il dettaglio apparentemente meno importante riescono a portarci indietro nel tempo e nello spazio, in un ambiente nel quale l’autore ci fa entrare senza difficoltà, facendoci sentire parte integrante della narrazione, quasi fossimo accanto ai protagonisti che in piena notte si sforzano a tenere gli occhi aperti per finire l’ennesimo libro. Proprio l’importanza dei libri, bene necessario, come anche la quarantena ci ha insegnato, è uno dei temi fondamentali della storia che ci ricorda di quanto senza di loro saremmo persi e decisamente meno umani. Altro aspetto importante è sicuramente il percorso di trasformazione dei personaggi, soprattutto quello della Piccola Sarta che, da donna, seppur giovane, si trova a dover fare delle scelte diverse dai ragazzi, vivendo in una sorta di storia nella Storia perché, come sappiamo, i destini di uomini e donne sono stati spesso condizionati da stereotipi che hanno fatto sì che “essere donna” volesse dire vivere gli eventi della Storia seguendo una trama diversa, a parte. La delicatezza di Dai Sijie nel descrivere questo mare di prime scoperte, sensazioni, desideri, emozioni e dubbi rende la lettura estremamente piacevole, leggera e profondissima al tempo stesso.

Buona lettura!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Carmen Yáñez: poesie “per sistemare i conti con l’orrore con tutta la tenerezza della quale sono capace” per Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Qualche giorno fa sono riuscita finalmente a fare una passeggiata al mare: nulla di che, un caffè alla salsedine e l’azzurro a riempirmi gli occhi ed il cuore ingrigiti dall’asfalto. Il mare, come sempre, riesce a suscitare in me sensazioni e pensieri profondi, lampi di chiarezza assoluta, scene che passano veloci nella mente e le onde a fare da colonna sonora ad un film che non rivedrò più. Certi pensieri che nascono di fronte al mare sono leggeri come granelli di sabbia, e come questi fuggono via, trasportati dal vento, impercettibili, mentre con le mani proviamo, illusi, a trattenerli. Sono piccole epifanie, piccole illuminazioni che riescono a levigarci col tempo, come scogliere irlandesi, ma ce ne rendiamo davvero conto solo col passare dei giorni, o degli anni se serve. Nel frattempo, tutti questi granelli, trovano casa nel mondo e sul fondo del mare che, paziente, ce li restituisce dopo averli accuditi con dolcezza. 

Il mio “pensiero-granello” si era perso fra le pieghe frenetiche della settimana, solo adesso lo vedo poggiarsi dolcemente sulla scrivania, vicino alla penna e al romanzo di Luis Sepúlveda. Lo sfioro appena con la punta dell’indice, per paura che spaventato possa scapparsene di nuovo: non oppone resistenza, si lascia carezzare e così, ormai sicura, lo avvicino al mio orecchio per decifrarne la lingua. Ma certo! Carmen Yáñez!

Un filo rosso d’amore infinito collega l’articolo precedente a quello di oggi, nel quale non posso non parlare della poetessa e attivista Carmen Yáñez (1952), moglie di Luis Sepúlveda. La giovane Carmen, figlia di operai, finisce nel 1975 nelle luride mani della polizia politica di Pinochet, ingrandendo le fila desaparecidos. Riuscita a sfuggire all’inferno di Villa Grimaldi, è costretta a vivere in clandestinità abbandonando l’amato Cile, proprio come Lucho il quale, già esule, si era sposato nuovamente in Germania.  La loro storia, come dice in un’intervista la stessa poetessa, è stata costellata da tanti re-incontri, fino ad arrivare a quello finale che sancirà la loro rinnovata unione con la decisione di risposarsi e di vivere insieme nella resistenza e nel rifiuto di qualsiasi forma di rabbia o di odio, veleni potenti i cui segni si sono impressi sulla loro pelle.

Le prime poesie della Yáñez vengono pubblicate in Svezia, dove vive grazie alla protezione dell’ONU negli anni ’80, prima di trasferirsi nelle Asturie. Come afferma lei stessa “Niente di ciò che scrivo è senza il motore dei miei sentimenti” e dunque nei suoi versi troviamo la sua vita e tutto ciò che la riguarda: i paesaggi, le malinconie, i dolori, la condizione di migrante, la memoria, le battaglie civili, l’urgenza del verso e dell’essere ma anche quella fonte vivifica che è l’amore.

Il suo poetare crea atmosfere fiabesche imbevute di quotidiano, le immagini sono profonde e leggere al tempo stesso come leggiamo in questi potenti versi: “Ciascuno/ porta il proprio tempo/ tra le ciglia,/ un dolore accumulato/ tra le cornici dell’esistenza.”

I versi della poetessa cilena sono “impegnati” politicamente e umanamente, due parole che ai giorni nostri sembrano farsi la guerra ma che dovremmo, invece, cominciare ad usare insieme, armoniosamente, senza escludersi a vicenda. Tra i suoi versi, quelli d’amore si nutrono di immagini semplici, vere, di “silenzi” e di “parole che riempiono”, “del mondo” perché è in esso che dimora l’altro. Nella poesia “Amare”, leggiamo: “Amare la sera condivisa/ la pioggia sul tetto/ quando il cielo cade a pezzi/ di tristezza.”

Le parole sono scelte con cura e pesate con precisione, con esattezza, non cadono mai a caso sul foglio ma trovano il loro posto in una trama fitta di metafore e immagini che alludono contemporaneamente ad una dimensione più profonda, non sempre deducibile, ma che sono ostentatamente attaccate alla vita di tutti i giorni ed è per questo che possiamo riconoscerci in ogni verso, perché i temi, comunque, restano sempre universali anche se calati in contesti o riferimenti specifici.

Tra le tematiche che per forza di cose tornano più spesso nelle raccolte della Yáñez c’è quella del dramma della migrazione, dell’essere migrante con la speranza sempiterna di poter un giorno tornare a casa, di riconoscersi ancora, di ritrovare le strade note di un tempo, come nella poesia “Civico”: Cerco quella stessa strada/ quel civico. /L’insegna spenta, /la porta chiusa e dentro/ la polvere copre la mia perplessità. /Le ragnatele ordiscono il nostro sogno infranto/su un piano disprezzato.” La poetessa sente fin dentro alle ossa il dolore delle donne, degli uomini e dei bambini che ogni giorno rischiano la propria vita in barca o su strade tormentate per trovare un angolo di pace, per rivendicare il proprio diritto di esistere e realizzarsi, ed è con la scrittura che riesce a dargli voce, ma anche ad opporsi in modo sano alla violenza insensata dei nostri tempi.

L’ultimissima raccolta della poetessa cilena, “Senza ritorno”, riprende i temi di sempre, come la “cocciuta nostalgia” ma ad essi si aggiunge dolorosa e meravigliosa al tempo stesso, l’ultima poesia scritta per Lucho mentre era in vita. La voce della Yáñez è una voce universale, che sa raccontare e raccontarsi con una forza tale che quasi ferisce il lettore che alla fine, però, non può non sentirsi trasformato dopo un viaggio così profondo che lo porta, in definitiva, a coltivare la certezza luminosa che l’estate arriva sempre e che un mondo migliore è possibile.

Vi lascio con una sua poesia tratta dalla raccolta “La latitudine dei sogni”:

Ci sei;

i gerani, le azalee,

la raccolta dei frutti

dell’estate del tuo amore

mi dicono dolcemente il tuo nome.

Ci sei;

i tuoi passi,

la scala che scricchiola deliziosa,

il tuo silenzio rumoroso

lassù in soffitta.

I fantasmi che ti spiano

le parole che incontrano le tue parole,

il tuo desiderio,

storie che entrano nella tua luce.

La tua rabbia,

una tempesta che scema con la sera calma.

Così scrivi per i giusti, degli stolti;

così la tua voce corre sui cornicioni.

mi sei, mi esisti

ed è ora che devo

proteggerti lo sguardo.

È il tempo plurale

nostro,

il pretesto per parlare ancora d’amore.

È la sera sulla pelle

dorata di sole e anni.

È dolcezza che scorre ancora e non so

fino a quando nelle vene

di questo nostro piccolo mondo.

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”: una favola per amare la lettura e la natura – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

“Quanto a baciare, come diceva?, «con ardore», come diavolo si faceva? Ricordava di aver baciato pochissime volte Dolores Encarnación del Santísimo Sacramento Estupiñán Otavalo. Forse in alcune rarissime occasioni lo aveva fatto così, con ardore, come il Paul del romanzo, ma senza saperlo.”

(Luis Sepúlveda, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”)

Il 16 aprile 2020 ci lasciava il meraviglioso Luis Sepúlveda (1949-2020), imprimendo una tristezza indelebile nel cuore di tutti noi. Definendosi sempre “cittadino prima che scrittore” ha speso la sua vita a “dar voce a chi non ha voce”, fino all’ultimo istante, fino all’ultimo, doloroso, addio. Il coronavirus è riuscito a sradicare un uomo che non si era fermato neanche davanti alla dittatura di Pinochet, e a noi oggi non resta che portare avanti le sue idee riguardo alla democrazia, al rispetto per l’ambiente, all’amore e al rifiuto di qualsiasi forma di razzismo, attraverso la lettura della sua magnifica penna.

Lucho, come lo chiamavano affettuosamente gli amici e l’amata moglie Carmen, non fu solo un grande paroliere, ma anche un’attivista politico, un giornalista, un migrante ed un convinto ecologista. Grazie alla sua opera è possibile interfacciarsi con la storia del Novecento in tutte le sue sfumature con un fondo di ottimismo per un mondo migliore, che Luis, senza dubbio ha contribuito e contribuirà a costruire.

Proprio come il poeta Nâzım Hikmet (1902-1963),  l’esperienza del carcere, seppur tremenda, non riesce a scalfire la vitalità interna dell’autore, che infatti riuscirà a scrivere opere di grande bellezza e profondità come “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, favola che tutti i grandi dovrebbero non solo raccontare ai bambini ma leggere e rileggere per ricordarsi che spesso nella vita bisognerebbe imparare ad essere come il gatto Zorba e la piccola Fortunata.

Il libro di cui voglio palarvi, però, è “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, apparso in Italia nel 1993. Questo romanzo, o “favola ecologica”, parla soprattutto d’amore: non solo quello che “il vecchio” cerca avidamente nei libri, ma anche e soprattutto quello per la lettura in sé e per la natura, grande protagonista di tutta la storia. La vicenda è ambientata a El Idilio, villaggio immerso nel Sud America, dove Antonio José Bolívar Proaño, il “vecchio”, appunto, dimora da moltissimi anni. Per un periodo decide di stare in mezzo agli shuar, indios che gli insegnano a vivere con la foresta, seguendone rispettosamente i ritmi e le leggi. Gli shuar lo trattano come fosse uno di loro, rivelandogli i segreti e le meraviglie del “grande verde”, insegandogli il linguaggio delle piante e degli animali, facendolo a poco a poco allontanare dalla sua mentalità violenta di colono bianco, o gringo. Un episodio particolare costringe il Vecchio a lasciare la comunità degli shuar per stabilirsi in una capanna presso El Idilio dove grazie alle sue conoscenze riesce a risolvere questioni spinose, come quella in cui saranno coinvolti un gringo ammazzato ed un fiero tigrillo che il Vecchio si vede costretto, a malincuore, a cacciare. Proprio quest’ultima faccenda costituisce la vera e propria storia del romanzo, attorno alla quale ruotano personaggi, ricordi e mondi che si incontrano-scontrano.

Antonio conduce una vita abbastanza solitaria e non vede di buon occhio gli uomini che provano continuamente a violentare la natura per i loro sporchi guadagni, costruendo “il capolavoro dell’uomo civilizzato: il deserto”. L’amore per la natura si alterna a quello per la lettura: il nostro Antonio, infatti, fa una scoperta strepitosa: sa leggere. Pensava di essersene dimenticato dopo tanto tempo nella foresta, ma invece, grazie alle elezioni del paese, scopre di esserne ancora capace. Da allora, non farà altro che questo: leggere e ancora leggere rigorosamente romanzi d’amore, “riempiendosi al tempo stesso di dubbi e di risposte”. Non possedendo alcun libro, però,  è sempre costretto a farseli prestare da tutte quelle persone che hanno la possibilità di andare periodicamente in città. Le scene in cui vengono descritte le impressioni di Antonio riguardo ai libri, i pensieri che scaturiscono dalle letture, e lo struggimento per i personaggi che via via incontra, sono di una dolcezza che commuoverebbe anche i cuori più duri.

In poco più di 130 pagine, Lucho, riesce a creare nel lettore le emozioni di un’intera saga, ci si ritrova su un’altalena emotiva dalla quale dispiace dover scendere a fine libro, viene voglia di “pagare un altro giro” e poi un altro ancora, fino a saziarsi di dolori e gioie, lacrime e sorrisi. In poco tempo si è costretti a fare i conti con la violenza di alcuni esseri umani ma anche con la bellezza disarmante di altri, per non parlare delle riflessioni che siamo chiamati a fare rispetto al trattamento che stiamo riservando all’ambiente, grande malato dei nostri tempi. Penso che le ultime righe del romanzo siano le migliori per concludere anche questo articolo la cui autrice, a modo suo, continua a credere e a battersi per un mondo migliore:

“…si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”.

365 giorni, Libroarbitrio

Evento: “Ritiro Esperenziale: La Vocazione, scopri il tuo tesoro interiore!” Aperte le prenotazioni per il 12 e 13 Giugno 2021 – Scuola Umanetica Fioritura del Sé

La Scuola Umanetica Fioritura del Sé presenta il ritiro esperienziale in presenza: La Vocazione, scopri il tuo tesoro interiore! Il 12 e 13 giugno, immersi nella natura, percorreremo insieme le vie che portano all’autoconoscenza.

Questo è un incontro importante, un’occasione per prendersi Cura di Sé e della propria forma interiore nella costruzione di un ponte tra spirito e mente. Offre la possibilità di iniziare un processo di liberazione verso una vita che ci rappresenti pienamente, scoprire il nostro “Tesoro” Interiore, farne un nuovo punto di partenza e tornare a muoversi verso il vero significato della propria esistenza.
Non è mai troppo tardi ed è possibile trasformare quel malessere, governare con gioia la propria vita e fare dell’Unicità un Potere.
Insieme, attraverso la relazione, condizione naturale dell’essere umano, diverremo lettere di una stessa parola, formeremo e sperimenteremo l’Unità, dando vita ad un dialogo alla scoperta del proprio tesoro interiore, per arrivare a desiderare, immaginare e poi creare una vita fondata su un sentimento di felicità. Il metodo attivo ha come fine la scoperta del proprio potenziale, mentale e spirituale, e la costruzione di una bussola personale da seguire, affinché la vita fiorisca e non venga subìta ma vissuta.
L’Anima è sensibile, vuole essere ri-conosciuta e non sopporta il pensiero meccanico di una vita che sia solo frenesia.

Per informazioni e prenotazioni: Ritiro esperenziale: La Vocazione, Scopri il tuo Tesoro Interiore! | Fioritura del Sé (fiorituradelse.it)

Conduce il ritiro con amore: Amira Musleh, educatrice, studiosa e ricercatrice di scienze teosofiche ed umanistiche, nasce a Roma nel 1982.

Nei suoi viaggi per il mondo è andata alla ricerca di caratteristiche comuni tra le varie culture, che potessero creare una mappa armonica per lo sviluppo della Coscienza.
Parallelamente, dal 2000, frequenta, studia e sperimenta più di 50 corsi sull’evoluzione personale e spirituale sia in Italia che all’estero, osservando le dinamiche psicologiche, spesso dannose, causate da pseudo maestri ai danni di persone fragili alla ricerca di loro stesse.
Nel 2016 crea “Fioritura del Sé”, un metodo attivo slegato da qualsiasi pratica o credo religioso che favorisce la fioritura della propria esistenza a partire dalla propria unicità.
Da quel momento, aiuta le persone a riequilibrare in una sintesi armoniosa mente e spirito, al fine di raggiungere un corretto processo di pensiero autonomo, responsabile del benessere individuale e collettivo.
Conduce seminari di autoconoscenza e percorsi di fioritura personale, ideatrice e fondatrice della Scuola Umanetica “Fioritura del Sé”.

365 giorni, Libroarbitrio

Italo Calvino e la Resistenza – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Il 25 Aprile 2020 “Bella Ciao” passava a tutto volume fra le strade deserte d’ Italia costellate di cuori appesi ai balconi. Ricordo che c’era un bel sole e la realtà, seppur incerta, sembrava meno opprimente. Cantai quest’inno più volte e mentre le lacrime mi rigavano lentamente il viso, mi sentii abbracciare da migliaia di corpi invisibili, da una storia che parlava anche di me, di noi. Passai l’interna giornata ad ascoltare le storie delle partigiane e dei partigiani, ad immaginarmeli giovani e coraggiosi, spaventati ed innamorati. Una di loro raccontò dell’ultima volta in cui fece l’amore con il suo uomo, fra i campi, laddove si consumava la lotta, e di come le fossero rimasti i segni sulla schiena, forse i più belli mai avuti. La libertà mi sembrò davvero una cosa semplice allora…

Quest’anno le strade saranno un po’ meno deserte, forse, in apparenza. Mi domando se riuscirò a portare un fiore rosso per le vie, se riuscirò a fare qualcosa, se riuscirò a sentirmi parte di un sogno o di una speranza, parole che come mai sembrano mancare all’appello. Spesso mi sono sentita dire che la Resistenza è finita ed è ora di andare avanti, quasi fosse un “inciampo” della storia, ma penso che, invece, ci sia ancora tanto da fare, e che la nostra piccola resistenza quotidiana possa davvero fare la differenza. Proprio come può farla leggere un libro, e lo sapevano bene i nazifascisti che, infatti, ne bruciarono a migliaia senza riuscire ad incenerire le idee.


“Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino (1923-1985), può essere considerato un classico della letteratura della Resistenza: è stato letto e riletto- forse non abbastanza- ma come diceva lo stesso autore: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” e sembra impossibile dargli torto. Questo romanzo neorealista fu pubblicato nel 1947 da Einaudi, riscuotendo da subito un grandissimo successo. Fra gli altri, lo stesso Cesare Pavese (1908-1950) scrisse una recensione al bellissimo romanzo, commentando: “A ventitré anni ltalo Calvino sa già che per raccontare non è necessario «creare i personaggi», bensì trasformare dei fatti in parole. Lo sa in un modo quasi allegro, scanzonato, monellesco. A lui le parole non fanno paura ma nemmeno gli fanno girare la testa: fin che hanno un senso, fin che servono a qualcosa le dice, le snocciola, le butta magari, come si buttano i rami sul fuoco, ma lo scopo è la fiamma, il calore, la pentola.”

La storia, per chi non la conosce, è quella di un bambino del “carrugio”, “sboccato” e “cencioso” di nome Pin, fratello di una prostituta che si ritrova ad andare anche con i tedeschi, cosa che gli costerà le canzonature di tutti gli abitanti del borgo ligure dove vive. Il piccolo Pin ha circa dieci anni ma vuole fare l’adulto e passa le giornate all’osteria fra alcol, sigarette e parolacce, imitando tutti i comportamenti che vede fra i grandi intorno a lui. Un giorno, per provare il suo coraggio, ruba la pistola P38 di un tedesco, cliente della sorella, e va a nasconderla in quel posto speciale che conosce solo lui: il sentiero dove fanno il nido i ragni. Arrestato per il furto, finirà in carcere dove conoscerà alcuni partigiani, ai quali dopo una serie di peripezie finirà per unirsi, costruendo, poi, un rapporto importante e profondo con uno di loro, Cugino.

La storia è ricca di dettagli che rendono il tutto più vivido e vissuto: si ha l’impressione di sentire il freddo della montagna entrare nelle ossa, mischiato all’odore dei campi dorati macchiati di sangue. Viene voglia di abbracciare Pin e di sedersi a mangiare con la brigata per parlare di marinai e di sirene, di amori veri e strade sbagliate, dei sogni di democrazia, dell’Italia liberata e di come migliorarla. I partigiani di Calvino, va detto, non sono degli “eroi”, non hanno tratti nobili, ma piedi lerci e cuori grandi. Sono, come confessa l’autore, i “peggiori possibili”, dei tipi un po’ “storti” che però, nonostante tutto, furono guidati da un grande senso di giustizia e da “un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi”.
La mia piccola resistenza di oggi è quella di condividere con voi un piccolo estratto di questo romanzo perché i libri dicono già tutto, basta solo trovare il coraggio di leggerli.

Buon 25 Aprile!

“Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

Articolo Martina Benigni