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PER TE: UN MESSAGGIO DAL FUTURO – Fioritura del Sé

“Da bambini ci insegnano che dal dolore bisogna stare alla larga, ma quello che non ci insegnano è che il fallimento non toglie la vita, anzi, la arricchisce, perché è proprio il fallimento a mostrarci cosa non funziona e a dirci in cosa correggere il tiro per fare meglio.

L’alternativa sana quindi è la pratica di una virtù nobile: il Coraggio.

Vulnerabilità e Coraggio camminano insieme, una non può esprimersi senza l’altra perché sono composti dagli stessi ingredienti: una buona dose di incertezza, rischio ed un bel carico emotivo.”

ASCOLTA IL MESSAGGIO DAL FUTURO

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Anno 2021: la Nuova Inquisizione! L’Umanetica e il caso COVID19

“Chi muove la massa ed il suo prossimo attraverso il ricatto, l’accusa e la paura della morte confonde l’aiuto con l’umiliazione, e la protezione con il sopruso. La sua giustizia è parziale, la sua onestà apparenza, la sua filosofia povera, e la sua scienza cieca, perché non mira a conoscere ma teme l’incontro e favorisce lo scontro, per queste ragioni tutte chi fonda il suo agire su tali pilastri non può considerarsi umano.”

ASCOLTATE IL COMUNICATO nel link di seguito, ascoltate le argomentazioni di chi fa ricerca e dedica la sua vita a servizio per il prossimo.

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.LA VITA COMUNQUE. LIÉ LAROUSSE FEAT. EMILIO STELLA. IN USCITA IL PRIMO “BOOKMUSCIC FILM” ITALIANO

SONO EMOZIONATISSIMA

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VILLA ADA incontra il mondo con Giulia Anania & Emilio Stella in: Bella, Gabriella! Mamma Roma e le sue figlie/ Lunedì 28 giugno 2021 /

E sì, è proprio così, ci sono artisti che instancabilmente condividono e promuovono le nostre radici musicali con i loro talenti, e parliamo della cantautrice, paroliera e poetessa Giulia Anania e del cantautore Emilio Stella, che assieme si sono uniti per dare forma al più grande evento dell’estate romana 2021 a Villa Ada con Bella, Gabriella! Mamma Roma e le sue figlie

Bella, Gabriella! Mamma Roma e le sue figlie è uno spettacolo di Giulia Anania e Emilio Stella dove vengono cantate le donne di Roma. Non solo Gabriella Ferri, Anna Magnani, Monica Vitti ma anche la Gattara, Marcella che fa l’accattona, Angela che fa le pulizie nelle case popolari, Ludovica che cerca un lavoro su una panchina, Bianca il corpo ma non l’amore. Giulia Anania e Emilio Stella sono due cantautori profondamente legati alla città più cinematografica, popolare, verace, carnale, poetica, sincera del mondo. Una diva irraggiungibile e fragile; un esplosione di sentimento, risata e tormento. La Roma di Gabriella Ferri e delle tante Mamme Roma, raccontata da due artisti in uno spettacolo coinvolgente tra risate e lacrime. Con le canzoni e le poesie originali scritte da Giulia e Emilio ..e le canzoni, le poesie le strade di Gabriella Ferri MammaRoma.

Villa Ada Roma Incontra il Mondo è un progetto di Arci Roma. Un’associazione di promozione sociale che conta più di 70 circoli sul territorio romano e 40.000 soci. Un’associazione autonoma e pluralista che non persegue scopi di lucro e che opera nel campo della Cultura, della Società, della Solidarietà, dei Diritti, della Formazione, per la promozione umana e civile attraverso la forma associativa.

L’evento: Giulia Anania & Emilio Stella in: Bella, Gabriella! Mamma Roma e le sue figlie

• Ore 20:30 nell’area free:
Proiezione in anteprima nazionale ” Spettacoli Improvvisi”
un documentario sentimentale dedicato alle artiste e agli artisti di Roma, ai luoghi che ci hanno tolto e a quelli che difenderemo.
Girato da Giulia Anania e Claudia Borgia; con la Regia di Giulia Anania, Claudia Borgia e Valerio Nicolosi.

Villa Ada Roma incontra il Mondo e FACE Magazine.it presentano
Lunedì 28 Giugno | Giulia Anania & Emilio Stella in: Bella, Gabriella! Mamma Roma e le sue figlie• Tickets online: http://bit.ly/VA_GABRIELLAFERRI
🕕 Apertura Area Free: 19:00
🕘 Inizio Concerto: 21:30
🕑 Chiusura Villa 02:00
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Comprando due o più biglietti dichiari di essere congiunto con chi verrà con te e ti saranno assegnati dei posti vicini. Se vuoi acquistare il biglietto per te e qualcun altro non a te congiunto, dovrai fare due acquisti separati.

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“Che sia un’estate senza rospi sul cuore” Fiori di pesco e pagine scritte – di Martina Benigni

Il 12 dicembre 2020 salpavamo insieme alla volta di questo viaggio fra libri, poesie, riflessioni, paesi del mondo e posti del cuore. Non sapevamo dove saremmo giunti, né come ci saremmo arrivati, sapevamo, però, che era necessario partire, spiegare le vele e lasciarle gonfiare dalla brezza del nostro sentire, senza rotta, né mappa, perché l’unica rotta possibile è il Viaggio stesso.

Spero di essere riuscita a farvi compagnia in questi mesi incredibili, tremendi e meravigliosi, nei quali ognuno di noi, giorno dopo giorno, ha portato avanti il proprio cammino, trasformandosi, spero, senza sosta. Ci siamo scritti, ci siamo letti, ci siamo districati fra gli impegni quotidiani per ritrovarci qui ogni sabato, come le foglie che cadendo, o volteggiando spinte dal vento, tornano sempre alla radice.  In questo viaggio nel quale ci siamo tenuti “virtualmente” per mano, siamo stati in Italia, in Cina, tra le montagne della Resistenza, nei passi infiniti dei migranti e dei viandanti, fra le rime di un verso e in tanti altri posti, reali e sognati, tutto, in fondo, per dedicarci alla ricerca continua dell’Isola Sconosciuta, quella di cui parla Saramago, e della Spiaggia dei Sogni dell’ “Onda Perfetta”,  luoghi a cui tutti tendiamo pur senza saperlo.

Ho cercato di farvi conoscere autori e autrici in base alle mie esperienze e alle mie conoscenze, che grazie a voi ho avuto la possibilità di ampliare, ed è sempre grazie a voi se, oggi, ho ancora più voglia di leggere e di scoprire cose e parole nuove. Ma, più di tutto, voglio ringraziarvi perché di settimana in settimana, scrivendo, sono riuscita a conoscermi sempre meglio e a scoprirmi sempre nuova. Perciò grazie a voi e, soprattutto, a Lié Larousse, che con i suoi capelli rossi profumati, la sua risata contagiosa e la sua dolcezza infinita, mi ha fatto dono di questa splendida possibilità, direttamente a “casa sua”: mi ha donato un posto dove ricercare e ricercarmi, dove far sentire la mia voce, con tutto il coraggio che serve, quello che lei riflette in ogni parola che scrive. Grazie.

Giugno è sempre stato il mese degli “arrivederci”, delle separazioni, delle serate in pizzeria per dirsi: “Ciao! Passa una bella estate.”  Giugno profuma di malinconia e sale sulla pelle, profuma di grattachecche sul lungotevere e maturità. Dietro a tutti questi profumi, però, si cela un retrogusto dolce e amaro di settembre e di scelte che verranno, perché settembre, si sa, è il mese delle scelte e del procrastinare, un po’ come gennaio, ma più bello.

E dunque, anche il “nostro” giugno è arrivato e a me non resta che salutarvi, cari compagni e care compagne di viaggio. Vi saluto e vi auguro di passare una bellissima estate, un’estate vera, pura, un’estate in cui spero possiate soprattutto trovare Tempo: tempo per la gioia, tempo per mettere in disordine e poi riordinare, tempo per la tristezza, tempo per fare un pensiero al tramonto ed uno all’alba, tempo per sognare e leggere un bel libro, tempo per fare ed essere ciò che volete. Vi auguro di imparare cose nuove ogni giorno, di imparare a fare spazio, e di amare, tanto e sempre. Vi auguro e mi auguro, permettetemi, di “togliere il rospo dal cuore”, quello di cui parla Antonio Gramsci nella lettera del 27 giugno 1932 alla sua amata Iulca.

Carissima Iulca,

ho ricevuto i tuoi foglietti, datati mesi e giorni diversi. Le tue lettere mi hanno fatto ricordare una novellina di uno scrittore francese poco noto, Lucien Jean, credo, che era un piccolo impiegato in una amministrazione municipale di Parigi. La novella si intitolava In uomo in un fosso. Cerco di ricordarmela.

Un uomo fortemente vissuto, una sera: forse aveva bevuto troppo, forse la vista continua di belle donne lo aveva un po’ allucinato. Uscito dal ritrovo, dopo aver camminato un po’ a zig-zag per la strada, cadde in un fosso. Era molto buio, il corpo gli si incastrò tra rupi e cespugli; era un po’ spaventato e non si mosse, per timore di precipitare ancora più in fondo. I cespugli si ricomposero su di lui, i lumaconi gli strisciarono addosso inargentandolo (forse un rospo gli si posò sul cuore, per sentirne il palpito, e in realtà perché lo considerava ancor vivo). Passarono le ore; si avvicinò il mattino e i primi bagliori dell’alba, incominciò a passare gente.

L’uomo si mise a gridare aiuto. Si avvicinò un signore occhialuto; era uno scienziato che ritornava a casa, dopo aver lavorato nel suo gabinetto sperimentale. Che c’è? Domandò. – Vorrei uscire dal fosso, rispose l’uomo. – Ah, ah! Vorresti uscire dal fosso! E che ne sai tu della volontà, del libero arbitrio, del servo arbitrio! Vorresti, vorresti! Sempre così l’ignoranza. Tu sai una cosa sola: che stavi in piedi per le leggi della statica, e sei caduto per le leggi della cinematica. Che ignoranza, che ignoranza! – E si allontanò scrollando la testa tutto sdegnato.

Si sentono altri passi. Nuove invocazioni dell’uomo. Si avvicina un contadino, che portava al guinzaglio un maiale da vendere, e fumava la pipa: ah, ah! Sei caduto nel fosso, eh! Ti sei ubriacato, ti sei divertito e sei caduto nel fosso. E perché non sei andato a dormire come ho fatto io? – E si allontanò, col passo ritmato dal grugnito del maiale.

E poi passò un artista, che gemette perché l’uomo voleva uscire dal fosso: era così bello, tutto argentato dai lumaconi, con un nimbo di erbe e fiori selvatici sotto il capo, era così patetico! E passò un ministro di Dio, che si mise a imprecare contro la depravazione della città che si divertiva o dormiva mentre un fratello era caduto nel fosso, si esaltò e corse via per fare una terribile predica alla prossima messa.

Così l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze. – Non so se ti ho dato il gusto della novella, e se essa sia molto appropriata. Ma almeno in parte credo di sì: tu stessa mi scrivi che non dai ragione a nessuno dei due medici che hai consultato recentemente, e che se finora lasciavi decidere agli altri ora vuoi essere più forte.

Non credo che ci sia neanche un po’ di disperazione in questi sentimenti: credo che siano molto assennati. Occorre bruciare tutto il passato, e ricostruire tutta una vita nuova: non bisogna lasciarci schiacciare dalla vita vissuta finora, o almeno bisogna conservarne solo ciò che fu costruttivo e anche bello. Bisogna uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore.

Cara Iulca, ti abbraccio teneramente.

(Lettera di Antonio Gramsci a Giulia Schucht, 1932)

Grazie! Buona estate! Vi abbraccio più forte che posso.

Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

La rinascita della poesia cinese: i poeti “oscuri” – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Le primavere morte e rinate
sono un’ardente poesia
che insieme alla mia nostalgia sollevano
una marea immensa”.

(Gu Cheng, estratto di una poesia tratto dal volume “Nuovi poeti cinesi”, Einaudi)

Come vi ho raccontato in un articolo precedente, la poesia cinese nasce migliaia di anni fa e da subito si avvale, nella forma scritta, di tutta la potenza espressiva ed estetica dei caratteri cinesi. Tale millenario poetare che si era districato fra l’alternarsi delle dinastie, sere illuminate da una languida luna, esili e guerre sanguinose, si “arresta” soltanto nel 1942 quando il Grande Timoniere, Mao Zedong, a Yan’an delinea i dettami ai quali la letteratura e l’arte si sarebbero dovute piegare da quel momento in poi.

Quelli che sono passati alla storia come i “Discorsi di Yan’an”, e che si presentavano come un occasione di “dibattito” e “scambio di opinioni”, diventano un vero e proprio dictat dal quale nessuno può tirarsi indietro. Diventa da subito chiaro come l’arte e la letteratura altro non siano che meri strumenti, armi al servizio della politica, del Partito, piccoli ingranaggi che fanno parte di una grande macchina politica nella quale, tutto sommato svolgono un ruolo necessario- ma non importante. Arte e letteratura devono “servire le masse”, “parlare delle masse con la lingua delle masse”, devono fornire il corretto esempio in modo che tutti quanti possano darsi anima e corpo alla giusta causa del comunismo cinese. Immaginate, a questo punto, che fino praticamente al 1976, anno della morte di Mao, nessuno scrittore o scrittrice ha avuto la possibilità di esprimersi liberamente senza seguire i dettami del Partito e senza ripetere le stesse frasi figlie del cosiddetto “Discorso Maoista”, una vera e propria forma mentis che ingloba e inghiotte tutto, soffocando qualsiasi spazio individuale. Un irrigidimento senza precedenti che culmina nel tetro periodo della Grande Rivoluzione Culturale (1966-1976) durante il quale gli scritti privati e dunque “pericolosi” vengono bruciati, insieme ai templi, alle poesie antiche e a tutto quello che esprime quella che secondo i Rivoluzionari era una cultura “borghese” e “antirivoluzionaria”. Le uniche forme “d’arte” e di “scrittura” permesse sono i tristemente celebri dazibao, manifesti critici dai grandi e minacciosi caratteri neri che infestano ogni strada, creando un ambiente asfittico e violento: le critiche e le accuse, insensate, che vi vengono riportate arrivano, in certi casi, a costare la vita al malcapitato o alla malcapitata presi di mira.

Con la morte di Mao, però, si apre una nuova pagina della storia cinese in generale. Dal punto di vista letterario, per esempio, si assiste ad una vera e propria rinascita, sebbene lenta e a volte un po’ claudicante: tutti quegli scrittori e quelle scrittrici che fino ad allora avevano costretto al silenzio le proprie penne, si lasciano andare ad una voglia irrefrenabile di poter far sentire la propria voce, di potersi esprimere, di poter scrivere sperimentando una lingua che a questo punto deve necessariamente ripartire da zero, spogliandosi di tutta quella retorica politica e “incamiciata” che da troppo tempo aveva costretto la ricchissima lingua cinese ad un pugno di espressioni fisse, vuote e violente. Una delle grandi rivincite di questi autori e queste autrici è la possibilità di ritornare all’Io, non al “grande Io” (in cinese, da wo大我), inteso come soggetto collettivo voluto dalla Rivoluzione, ma al “piccolo io” (xiao wo小我) che finalmente ha la possibilità di esprimere la ricchezza dell’individuo come singolo e dunque della profondità della propria identità, unica e irripetibile.

Questa riappropriazione della lingua inizia proprio dalla poesia, prima che nella narrativa, attraverso un movimento di poeti e di poetesse che all’inizio si riunì intorno ad una rivista underground, non ufficiale, nota come Jintian (今天), cioè “Oggi” , fondata nel 1978 da poeti come Bei Dao (1949-), che già nel titolo esprime l’esigenza di concentrarsi sul momento presente, lasciandosi alle spalle le brutture dei dieci anni appena trascorsi; leggiamo, infatti nell’editoriale:

“Dal bagno di sangue sorge l’alba dell’oggi, abbiamo bisogno di fiori multicolori, di fiori che appartengono veramente alla Natura, di fiori che sboccino veramente nel cuore degli uomini. Il nostro oggi ha radici nel passato e nella nostra ricca terra, ha radici, nasce e muore in questa certezza. Il passato è ormai trascorso, il futuro è ancora lontano, per la nostra generazione, oggi e soltanto oggi esiste!”

Alla poesia di questo folto gruppo di poeti-sperimentatori, viene dato dalla critica ufficiale, come spesso capita, un nome denigratorio, ovvero Menglong Sh” 朦胧诗, “Poesia Oscura”, in riferimento a quella che appariva come un’ incomprensibilità e opacità di fondo, a un poetare complesso e chiuso, i cui riferimenti spesso sfuggivano negandosi ad ogni interpretazione. Tale “gruppo”, sebbene sia improprio definirlo tale in quanto ogni poeta esprime la propria unicità artistica senza rifarsi ad alcuna regola o “scuola”, ben accettò “l’etichetta” e ne fece un vero e proprio vanto, proprio perché dietro a quell’apparente oscurità si celava una luce, più o meno flebile, spesso quella delle stelle, ma sempre presente. Secondo Yang Lian (1955-), ormai cittadino britannico e tra i maggiori esponenti della “corrente”- termine perfettibile, tutta la poesia contemporanea cinese nasce dalla rottura con la “lingua del passato” e la ricerca di una nuova lingua che meglio si attagli alle esigenze del tempo e del singolo, in una delle sue poesie, infatti, dice: “Io creo la mia lingua”, a sottolineare la riappropriazione di quest’ultima. Sebbene la poesia classica rimanga un faro sempre acceso e visibile da ogni dove, i poeti contemporanei sanno che è impossibile ricopiarla, bisogna infatti creare un nuovo modo di fare poesia che tuttavia non smette di fare i conti con i “grandi del passato”. Ciò che accomuna questi poeti è, in fondo, la consapevolezza dell’esistenza di una “pensabilità della poesia”, come sostiene Claudia Pozzana, secondo la quale la poesia sarebbe dotata di “procedure di pensiero indipendente”. 

I poeti che si radunano intorno alla rivista Jintian condividono il dolore profondo della Rivoluzione Culturale e lo esprimono in poesia attraverso un folto susseguirsi di dubbi, di domande; un continuo interrogare e interrogarsi, guidati dalla luce delle stelle e caratterizzato da immagini decisamente inusuali rispetto al panorama della poesia cinese fino ad allora. Tornano in auge parole come “vita”, “morte”, “sole”, “luna”, “io” e tante altre che seppur semplicissime e quotidiane, almeno per noi, rimandano invece a tutto un universo che era stato volontariamente dimenticato e soffocato in favore di paroloni come “socialismo”, “masse”, “guerra”, “Rivoluzione” e tante altre. Questo viaggio alla riscoperta della lingua cinese e della poesia come forma pensante e libera non è affatto facile, ci si trova a dover scavalcare a mani nude degli alti muri, come quelli di cui parla la poetessa Shu Ting (1952-) in uno dei suoi componimenti: Di notte, il muro si anima,/ stende i suoi molli tentacoli,/ mi stringe, mi soffoca,/ mi adegua a ogni forma.”

Ogni poesia meriterebbe un’attenta analisi che ne identifichi i temi principali, i rimandi al passato e al “trauma” indelebile che tuttavia può essere esorcizzato ed elaborato attraverso la parola, ma spero che sarete voi a farvi un’idea al riguardo leggendo queste splendide, difficili e necessarie voci della poesia cinese degli anni ’80. Vi lascio intanto una poesia e vi auguro una buona lettura!

Il vecchio secolo scopre la fronte
e scuote le spalle ferite
la neve copre le rovine — bianca e inquieta
come schiuma d’onde, si muove in una selva oscura
una voce sperduta ci giunge da quegli anni
non ci sono strade
attraverso questa terra che la morte ha reso misteriosa

Il vecchio secolo ingannando i suoi figli
lascia ovunque scritte irriconoscibili
la neve sulla pietra corregge la sporcizia decorata
io stringo nelle mani la mia poesia
chiamami! Nell’istante anonimo
la barca del vento portando la storia è passata in fretta
dietro di me — come un’ombra
mi segue una fine

Dunque ho capito:
un gemito non è un rifiuto, le dita della fanciulla e
il modesto mirto sono immersi nei cespugli viola
sguardi come meteoriti si tuffano nell’oceano immenso
ho capito che ogni anima infine sorgerà di nuovo
portando il profumo fresco e umido del mare
portando l’eterno sorriso e la voce che non si piega
salendo verso il puro mondo azzurro
e io declamerò il mio poema

Crederò che ogni ghiacciolo è il sole
queste rovine, essendoci io, diffondono una strana luce
tra questi campi pietrosi ho ascoltato un canto
mi nutre un seno pieno di gemme
avrò nuova dignità e sacro amore
sui campi candidi denuderò
un cuore
sul cielo candido denuderò
un cuore
e sfiderò il vecchio secolo
perché sono poeta

Sono poeta
se voglio che la rosa sbocci, la rosa sboccerà
la libertà tornerà, portando la sua piccola conchiglia
in cui risuona l’eco di una tempesta
l’aurora tornerà, la chiave dell’alba
ruoterà nella giungla, i frutti
maturi lanceranno fiamme
anch’io tornerò, a scavare di nuovo
il destino doloroso
a coltivare questa terra nascosta dalla neve.

(Poesia di Yang Lian, trad.it. Alessandro Russo)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Come la poesia può cambiarti la vita: i versi di Cesare Pavese – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Ci sono certi giorni che pesano come macigni e non sai il perché, vanno così e sembra non ci sia nulla da fare al riguardo. In quei giorni ci sono poche cose che riescono a salvarmi ed una di queste è la Poesia. Mi siedo, oppure sto in piedi, prendo un libro e lascio che il malumore si sciolga fra i versi, come un cucchiaino di miele in una tazza di tè; lo guardo scivolare piano piano fino a staccarsi dal foglio, ticchetta come quelle gocce d’acqua che riescono a sfuggire dal rubinetto, ma il ritmo è più lento, quasi rilassante, nulla a che vedere con le torture di un tempo. Finalmente, il miele disciolto si è disperso, staccatosi dalla pagina ha liberato i versi ed è diventato una sorta di vapore acqueo finissimo che si nasconde alla mia vista e finalmente il cuore e la mente si alleggeriscono, si fanno soffici nuvole di zucchero filato, perché è così che credevo fossero davvero da piccola, quando fantasticavo di tuffarmici dentro per gioco.

Il peso dal cuore, oggi, me lo ha tolto Cesare Pavese (1908-1950), che purtroppo, invece, si è dato per vinto troppo giovane, cedendo a quel “vizio assurdo” di cui tanto parlava nelle lettere e non solo. Il poeta, scrittore e antifascista piemontese ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario italiano, tanto nella poesia quanto nella prosa, due piani che, in realtà, riesce a fondere magistralmente in un’unica penna che sa tessere “poesie narrative” e “prose poetiche” senza il minimo sforzo, o almeno così appare.

Cesare Pavese nato nelle langhe e vissuto per diversi anni in campagna, con le mani e i piedi immersi nella terra, che tanto vagheggerà nelle sue opere, ben presto si trasferisce nella Torino antifascista dove si dedicherà agli studi con uno sguardo sempre attento e partecipe all’attualità del tempo. Pavese rifiuta da subito il verso ungarettiano e il metro tradizionale, rifiuta persino l’influenza dei poeti francesi come Baudelaire, così importanti all’epoca, per farsi ammiratore e grande conoscitore, invece, della letteratura anglo-americana; discuterà, infatti, una tesi su Walt Whitman (1819-1892) dal quale riprenderà soprattutto l’amore per la natura e la gioia delle lunghe passeggiate nei boschi, liberi, così come dovremmo essere. Questo slancio verso una diversa concezione di “comunità” e di libertà compare spesso nei suoi versi dove le persone si sdraiano sull’erba, sui fossi, sulla terra baciata dal sole o vicino ai torrenti, quasi a voler sentire il contatto tra i corpi: quello umano e quello della natura, che in realtà ci appartiene come noi apparteniamo al suo. Emblematici a tal proposito sono i seguenti versi che rappresentano, non a caso, le parole di una donna: “dovremmo poter star nudi e vederci senza fare sorrisi da furbi”. Vivere, dunque, insieme la verità di tutti senza malizie.

La vita già difficile dello scrittore sarà scossa ulteriormente dall’arresto dell’amico e intellettuale antifascista-siamo negli anni Trenta e vale la pena sottolineare l’adesione o meno al fascismo-  Leone Ginzburg (1909-1944), che vedrà di lì a poco anche la condanna al confino dello stesso Pavese il quale passerà un anno a Brancaleone Calabro, dove tuttavia non si abbandona del tutto all’amara tristezza della prigionia, ma scrive. Scrive tanto e si guarda intorno, aggiungendo splendidi versi alla già ricca raccolta “Lavorare stanca” che da tempo aspettava di essere pubblicata. La raccolta, dopo non pochi problemi con la censura fascista, verrà finalmente pubblicata nel 1936.

Le poesie di “Lavorare stanca” sono segnata da una cifra comune: il cinismo timido e risoluto di Pavese che si pone come osservatore più o meno disincantato della realtà e degli esseri umani che tutti i giorni si trovano a fare i conti con le difficoltà della vita. Conformismo, ipocrisia e frustrazione sociale sono tutti elementi che Pavese delinea e attacca con la sua penna, cercando di porsi alla stregua di un sociologo che tuttavia non può chiamarsi fuori dalla “materia” d’esame. Le poesie di questa raccolta sono, potremmo dire, asciutte, semplici, segnate da piccoli e immensi momenti rivelatori che risvegliano il lettore o la lettrice, mettendoli in crisi e costringendoli a farsi delle domande e ad interrogarsi sulla propria vita. In questi versi ci sono tanti nomi comuni, quasi nessun nome proprio, a voler indicare un’indefinitezza che solo così può abbracciare l’universale e con esso fondersi. Essendo stata scritta negli anni Trenta, non si può far a meno di collocare la raccolta nel periodo storico, e a leggere, come fece Franco Fortini, l’asfissia delle “colline insensibili”, “immobili come fossero secoli”, come l’asfissia del periodo fascista, un’impossibilità di movimento dettata non tanto dalla vita dei campi quanto dalla violenza fascista.

“Anche noi ci fermiamo a sentire la notte/ nell’istante che il vento è più nudo: le vie/ sono fredde di vento, ogni odore è caduto;/ le narici si levano verso le luci oscillanti.” Quanta bellezza in questi pochi, semplici versi? Ecco, questa è la base su cui si fonda il poetare di Pavese: la semplicità. Il suo vocabolario, infatti, si compone di un pugno di parole umilissime che tornano sempre come terra, casa, donna, nudità, silenzio e tante altre che abbiamo imparato a conoscere e ad amare col tempo, cercando sempre di scavare al fondo di ogni singola parola portatrice di universi. Sempre dalla stessa poesia:

“Anche lei si è scaldata nel sole e ora scopre/ nella sua nudità la sua vita più dolce, / che nel giorno scompare, e ha sapore di terra.”

Nel 1938, dopo aver scritto e pubblicato molto, diventa redattore di casa Einaudi curando diverse e importanti collane oltre che a lavorare con alcuni degli intellettuali più importanti dell’epoca come Elio Vittorini, Leone Ginzburg, amico ritrovato, e la stessa Natalia Ginzburg. Tra “Lavorare stanca” e “La casa in collina” (1948) c’è la Guerra, che Pavese racconta proprio nel romanzo appena citato in cui la “casa” del titolo è quella della sorella, dove lo scrittore trova rifugio durante quei terribili anni. Nel 1950 vince il Premio Strega grazie a “La bella estate” (1949) dove racconta la storia di un’adolescente che fa i conti con l’amore e con le prime esperienze segnando un cambiamento totale nella sua vita. Il tema del passaggio dall’adolescenza alla maturità, infatti, è molto caro a Pavese che lo tratta tanto in poesia quanto in prosa, mettendo a contrasto le “stagioni” della vita quali adolescenza ed età adulta proprio come mette a contrasto città e campagna.

Cesare Pavese è stato definito più volte come “una delle voci più isolate della poesia” del tempo ed in effetti la sua opera si erge solitaria in mezzo a tutte le altre, proprio come il poeta che, in fin dei conti, visse una vita altrettanto solitaria che però, penso, abbia cercato di combattere fino all’ultimo. Sebbene Pavese si definisca “vecchio” e disincantato, ormai disinnamorato della vita che altro non è che pura vanità, in realtà si tradisce con i suoi stessi versi che più volte, invece, dichiarano uno strenuo amore per la vita e per tutte le cose che battono al ritmo dello stesso cuore: “Hai un sangue, un respiro. / Vivi su questa terra.”

La raccolta pubblicata postuma “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1951), proprio perché intrisa della consapevolezza della fine ultima e inevitabile, sembra aggrapparsi ancor di più alla vita, sino a graffiarla, quasi. Ci sono, come sempre, tante immagini di donna, spiragli di luce e di amore, ci sono gli elementi della natura che trovano dimora negli esseri umani e viceversa:

“Anche la notte ti somiglia, / la notte remota che piange/ muta, dentro il cuore profondo, e le stelle passano stanche”. O ancora: “Come/ erba viva nell’aria/ rabbrividisci e ridi, / ma tu, tu sei terra. / Sei radice feroce. Sei la terra che aspetta.”

Pavese non si è rassegnato alla vita e nemmeno alla morte, si dibatte, cade, si rialza e cade di nuovo, ma in ogni parola si respira la vita e la voglia di battersi, dolorosamente: “Lottare senza posa e pur sapere/ che questo sarà sempre il mio destino!”; “Mi sento traboccare d’una vita/ caldissima, potente”, così scriveva Pavese tra il 1923 ed il 1925. In questa “lotta” l’unica “arma” che si propone di usare è la poesia, e infatti: “Il poeta attraversa/ tutto il cielo notturno/ e ha gesti grandi, come chi combatta.”

Per parlare di Pavese e della sua penna non basterebbe un giorno intero e nemmeno tutta la delicatezza del mondo, perciò vi saluto con una sua poesia sperando di avervi fatto venir voglia di leggere le opere di questo scrittore unico nel suo genere:

Per tutta l’esistenza
ti avrò, fragilità,
nella stanchezza ardente del mio sangue.

Mi sei venuta accanto
colla promessa viva di un’aurora,
sconvolgendomi il sangue

come un grande tesoro
che si potrà conoscere
e possedere fino a sazietà.
Racchiudevi un mistero di dolore
e di gioia profonda, sconosciuta.

Oh un attimo solo di te
e mi saresti stata per la vita
un ricordo di sogno.
Ma non ti sei svelata.
Hai saputo il tuo gioco.
Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo
rinascondendo in te
il segreto degli occhi arrovesciati,
della tua bellezza piú grande,
dell’attimo che gioia e sofferenza
si fanno un solo brivido.

Mi hai strappate le lacrime dal cuore.
E da quel giorno buio
dinanzi al tuo ricordo
per tutta l’esistenza
dovrò soffrire ancora
la febbre del mistero che ho perduto.

(12 agosto 1928)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

Henry David Thoreau: “Ascoltare gli alberi” e ritrovarsi – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

Oggi, 5 giugno, si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente, il World Enviroment Day, giornata che dal 1974 vuole riportare al centro il tema dell’ambiente e della sua salvaguardia nel tentativo di sensibilizzare tutti gli individui al rispetto del nostro Pianeta, sempre più stremato dallo sfruttamento sfrenato voluto dai seguaci del dio denaro.

Il tema di questa quarantasettesima edizione, nello specifico, è quello del “Ripristino degli Ecosistemi”, sul manifesto della giornata leggiamo:

“Questo è il nostro momento. Non possiamo tornare indietro nel tempo. Ma possiamo coltivare alberi, rendere più verdi le nostre città, rinaturalizzare i nostri giardini, cambiare la nostra dieta e pulire i fiumi e le coste. Siamo la generazione che può fare pace con la natura.”

“Fare pace con la natura” sperando che lei voglia fare pace con noi: questo è l’obiettivo della nostra generazione ma anche di quelle future che dovranno, senza dubbio, riparare i danni di quelle precedenti. Basta pensare a quello che sta accadendo in Amazzonia per comprendere la gravità della situazione. Al giorno d’oggi, con le tecnologie a nostra disposizione, sarebbe possibile cambiare totalmente il corso degli eventi, non solo “salvare il salvabile”, quindi, ma addirittura migliorare la situazione partendo, ad esempio, da nuovi modelli educativi, sensibili a tematiche come quella del cambiamento climatico.

Il nostro Pianeta ha bisogno di cure, sono anni che cerca di farcelo capire: se nell’operetta morale “Dialogo della Natura e di un islandese” dello splendido poeta Giacomo Leopardi (1978-1837), era l’uomo a “fuggire la Natura” al fine di vivere una vita “oscura e tranquilla”, oggi, sarebbe la Natura stessa a fuggire da noi. Bisogna, allora, iniziare ad ascoltare la voce limpida della Natura, comprenderne le richieste più che evidenti e finalmente agire.

A proposito di ascoltare, c’è un libretto che ho trovato estremamente bello e prezioso dell’americano Henry David Thoreau (1817-1862), che si intitola proprio “Ascoltare gli alberi”. Henry David Thoreau è stato un filoso e uno scrittore, famoso il testo autobiografico “Walden ovvero vita nei boschi” (1854) e il celebre saggio “Disobbedienza Civile” (1849). “Walden” racconta dei due anni che Thoreau trascorse in totale solitudine e autonomia nei boschi nei pressi di Concord, Massachusetts, diventando ben presto un vero e proprio libro sacro della filosofia del “ritorno alla natura”, nonché libro fondamentale per gli ecologisti. Il saggio “Disobbedienza civile”, invece, ha riscosso un successo così grande tanto da ispirare personaggi come Gandhi oltre che ad essere ancor oggi oggetto di accesi dibattiti sulla legittimità dell’infrangere le leggi qualora esse non rispecchino il volere dei cittadini.

Il libro che vi propongo è piuttosto minuto ma denso di riflessioni profonde, tratte perlopiù dal diario di Thoreau. L’ho letto in pochi giorni, tra una fermata del tram e l’altra, ritrovandomi anche io a viaggiare, come Thoreau, fra boschi e ruscelli, nonostante mi dimenassi fra rotaie e strade chiassose. Nonostante l’ambiente non proprio bucolico, sono comunque riuscita a respirare la stessa pace che il filosofo americano ritrovava nella natura, riuscendo a sentire persino “il grillo, il gorgoglio del ruscello” e “il fruscio del vento fra gli alberi” parlarmi “in modo sobrio ma incoraggiante de continuo progresso dell’universo.”
Il nostro Thoreau consiglia proprio di ascoltare la voce dei rami e delle foglie per riuscire a ritrovare il proprio posto nel mondo, tanto fra la gente quanto fra gli alberi stessi, in un’armoniosa unione con tutto ciò che ci circonda, senza opposizione alcuna.

“È straordinario come siano universali questi imponenti sussurri, questi sfondi sonori- la risacca, il vento nella foresta, le cascate e così via- che pure all’orecchio e nell’origine sono essenzialmente una sola voce, la voce della terra, il respiro o il russare della creatura. La terra è la nostra nave e questo è il suono del vento nel sartiame mentre navighiamo.”

Nel corso della lettura, ci si imbatte spesso nei paragoni che l’autore tesse fra la natura- più nello specifico gli alberi- e gli esseri umani, che condividerebbero tra le altre cose la Crescita, un elemento straordinario, che non è determinato tanto dal tempo quanto dalle caratteristiche intrinseche possedute da ogni essere:

“L’uomo è come un albero che non è limitato dall’età, ma cresce fin quando ha radice nel terreno. Dobbiamo solo vivere nell’alburno e non nel durame. Il troncone contorto ha radici tenere quanto il giovane alberello.”

Attraverso gli occhi dell’autore ci ritroviamo a camminare fra piante sconosciute e altre note ma che, cangiando di continuo, ci appaiono sempre nuove. Nessuna cima d’albero vista all’alba è uguale a quella vista al tramonto e così noi. La Natura può insegnarci tanto, come ci dice lo scrittore, ma più spesso ci ricorda semplicemente di chi siamo e di quei valori che ci scorrono dentro come la tenacia e la resistenza. A pensarci bene non siamo così diversi da quei pini imperituri che “combattono con le tempeste di un secolo” portano innumerevoli, sofferte e meravigliose cicatrici, “eppure non si ritirano mai.”

L’autore, oltre a regalarci immagini vivaci di paesaggi silvestri, attraverso un linguaggio estremamente poetico, ci regala anche un innato ottimismo che può aiutarci a superare le sfide della vita, come leggiamo nella riflessione riguardo all’amamelide:

“Mentre le sue foglie cadono, sgorgano i fiori. L’autunno, allora, è in realtà una primavera. Tutto l’anno è una primavera.”

Buona Giornata Mondiale dell’Ambiente e buona lettura!

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Portami il tramonto in una tazza”: le poesie di Emily Dickinson – Fiori di pesco e pagine scritte di Martina Benigni

“Finestra su San Giacomo d’Acri” fotografia di Chiara Morrone

Emily Dickinson (1830-1886) è oggi una delle poetesse americane più amate ed acclamate dalla critica, sebbene in vita riuscì a pubblicare soltanto sette poesie, anonime, delle oltre mille che scrisse con cura su quadernini e fogli di carta slegati sparsi per tutta la stanza, riportate alla luce soltanto dopo la sua morte.

Dickinson non scrisse soltanto tantissime poesie, ma altrettante lettere attraverso le quali è possibile ricostruirne la vita, segnata da un volontario ed infrangibile isolamento nel quale la giovane poetessa deciderà di chiudersi all’età di 23 anni. Scrive in una lettera del 1853: “Non me ne vado più di casa.” E ancora nel 1869: “Non mi spingo oltre il giardino di mio padre.” Per 41 anni, infatti, non metterà praticamente mai piede fuori dalla stanza, la cui porta tiene però sempre socchiusa, pronta ad accogliere i rumori “del mondo esterno”, dei quali canta nelle poesie, e dalla quale ammira lo scorrere del tempo attraverso l’eterno filtro della finestra. L’unico contatto col mondo esterno, infatti, oltre ai libri e alla fitta corrispondenza con pochi intimi amici, sarà proprio la finestra che sembra filtrare, allora, anche la sua poesia. La poetessa ha uno sguardo, dunque, profondamente introspettivo, ma che guarda sempre fuori, tutto teso a ciò che circonda la sua prigione dorata, in quanto l’attesa e il silenzio mischiati alla solitudine, elementi sempre presenti nella sua poesia come nella vita, fungono da preziosi strumenti per raccogliere meglio la vita fuori di sé che non la lascia mai indifferente: “È allora che le colline hanno un modo di essere/che fa sentire il cuore-altrove-.”

Per anni la vita di colei che nella sua città natale, Amherst in Massachusetts, fu soprannominata “Il Mito”, perché si diceva che si vestisse solo di bianco senza mai mostrarsi a nessuno, destò quasi più curiosità della sua poesia. Soltanto oggi la critica sta cercando di staccare, per quanto possibile, la vita dall’arte, leggendo le parole per quello che sono, come la poetessa le ha posate sul foglio, nude, difficili, “spasmodiche” e rivoluzionarie: “Alcuni dicono che/ quando è detta, /la parola muore./ Io dico invece che/ proprio quel giorno/comincia a vivere.”

Al contrario di quanto si possa pensare, la poesia di Dickinson è ricca di temi diversi e immagini inusuali, metafisiche, che abbagliano e rabbuiano al tempo stesso. L’amore è uno di quei temi che trova grande spazio fra i suoi versi intricati. Le poesie ad esso dedicate sono profonde e grondano di sentimenti diversi, tra i quali un dolore profondo che perciò può solo essere guadato: “Sono capace di passare a guado il dolore-/ Stagni interi di dolore-“. Oltre a questo, però, c’è anche una fortissima e sensuale tensione verso l’altro da sé, irraggiungibile, ma sempre presente: “Amore- tu sei profondo-/ non ce la faccio ad attraversarti-/ ma se fossimo in due […]”. C’è dunque una forte consapevolezza dell’esistenza potente, tangibile e dolorosa che fa sì che si “spazzino” i “cocci del cuore” dell’Amore, che come sempre, tutto muove. Leggiamo infatti: “Che l’amore è tutto ciò che c’è,/ è tutto quello che sappiamo dell’amore;/è abbastanza[…]”.

Come successe anche per Antonia Pozzi, gli scritti di Dickinson furono sottoposti ad una brutale operazione chirurgica da parte di coloro che si occuparono della loro pubblicazione. Alcune poesie erano evidentemente troppo scandalose e scomode per i tempi e per il puritanesimo imperante, di certo una donna di una rispettabile famiglia di avvocati non poteva parlare di desiderio né tantomeno di pazzia o di disagi vari che evidentemente non era tenuta a provare, figuriamoci a mettere nero su bianco. Per fortuna, però, sono tanti i versi intatti che ci regalano la voce autentica di questa poetessa così devota alla solitudine: “Sarei forse più sola senza la mia solitudine”.

La sua poesia, eternamente filtrata dalla cornice della finestra che separa e fonde il “dentro” e il “fuori”, è pervasa da una straordinaria sensitività, ricca di metafore spesso oscure e caratterizzata da un linguaggio mutevole e veloce, costellato di trattini, punti, e lettere maiuscole, a voler appunto dare rilievo ad alcuni elementi piuttosto che ad altri. Una poesia che sa orientarsi nella Notte: “poi- lo sguardo si abitua alla notte-/ e senza incertezza affrontiamo la strada”, ma che tende, in fondo, alla luce: “Se non avessi mai visto il sole/ avrei sopportato l’ombra-/ Ma la luce ha reso il mio Deserto/ ancora più selvaggio.”

La grande capacità di osservazione e la consapevolezza del mondo della poetessa, fanno sì che tutto diventi pretesto per cantare e per superare quell’attesa infinita di cui tanto ci parla nei suoi versi. Una forza interiore che trasforma l’isolamento e la paura in poesie, a volte aspre, che vanno lette con coraggio, quello stesso coraggio che lei stessa affronta “in solitudine”, in “una vita di silenzi”.

Vi lascio con alcuni suoi versi sperando, come sempre, di farvi venire voglia e fame di poesia:

Se tu dovessi venire in autunno
mi leverei di torno l’estate
con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
come fa la massaia con la mosca.

Se entro un anno potessi rivederti,
avvolgerei in gomitoli i mesi,
per poi metterli in cassetti separati –
per paura che i numeri si mescolino.

Se mancassero ancora alcuni secoli,
li conterei ad uno ad uno sulla mano –
sottraendo, finché non mi cadessero
le dita nella terra della Tasmania.

Se fossi certa che, finita questa vita,
io e te vivremo ancora –
come una buccia la butterei lontano –
e accetterei l’eternità all’istante.

Ma ora, incerta della dimensione
di questa che sta in mezzo,
la soffro come l’ape-spiritello
che non preannuncia quando pungerà.

(1862)

Articolo di Martina Benigni

365 giorni, Libroarbitrio

“Balzac e la Piccola Sarta cinese”: un libro sull’importanza dei libri per la rubrica letteraria del sabato – Fiori di pesco e pagine scritte – di Martina Benigni

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“Mi alzai dal letto solo quando ebbi finito di leggere l’ultima pagina. Luo non era ancora rientrato. Immaginai che fin dal mattino si fosse precipitato giù per il sentiero per andare a raccontare alla Piccola Sarta quella bella storia di Balzac. Rimasi per un po’ in piedi sulla soglia della nostra casa e mangiai un pezzo di pane di granturco contemplando la sagoma della montagna di fronte. Il villaggio della Piccola Sarta era troppo lontano perché riuscissi a distinguerne le luci. Mi figurai in che modo Luo le stesse raccontando la storia, e mi sentii pervadere da un sentimento fino ad allora sconosciuto, una gelosia amara, divorante.”

(Dai Sijie, “Balzac e la Piccola Sarta cinese”)

Era lo scorso anno quando finalmente mi decisi a leggere quel libro dalla copertina azzurrina che mi spiava, immobile, da tempo: era sempre stato là, sulla libreria bianca del corridoio ad aspettare il giorno in cui, cresciuta, avrei trovato il tempo ed il modo di leggerlo. Si potrebbe dire che siamo cresciuti insieme senza saperlo. La prima volta che lo vidi, infatti, avevo forse dieci anni e ricordo ancora l’odore inconfondibile delle pagine nuove e della busta di carta nella quale era stato al calduccio nel tragitto dal negozio a casa. Ora che lo tengo tra le mani, ha la copertina sbiadita, ed i bordi mangiati, ma è ancora possibile riconoscere il volto bellissimo appena illuminato da una lampada ad olio della Piccola Sarta cinese. Sembra un altro libro e penso che lo sia perché ora che lo leggo le parole devono essere diverse da quelle di dieci anni fa, io sono diversa, e forse, se lo leggessi fra altri dieci anni mi sembrerebbe ancora trasformato.

La sorte ha voluto che “Balzac e la Piccola Sarta cinese” fosse proprio uno dei libri consigliati durante un corso per farci comprendere un po’ meglio il clima che si respirava durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976) in Cina. L’autore, Dai Sijie (1954-), descrive con grande maestria, attraverso i piccoli grandi dettagli che segnano un’epoca, le vite di quei ragazzi costretti alla rieducazione nelle campagne, i giovani istruiti, ed il loro intrecciarsi alle vite di chi la terra ce l’ha nel sangue e nelle vene. Un incontro, potremmo dire, non solo di generazioni diverse ma anche di culture praticamente diverse, data la vastità del territorio cinese e le tradizioni singolari radicate in ogni angolo del paese, anche nel più piccolo villaggio fra le montagne.

È proprio in uno sperduto villaggio fra le suggestive e maestose montagne cinesi, perennemente avvolte dalla nebbia, che si svolge il romanzo. I due protagonisti sono due adolescenti, il Narratore, di cui non ci viene svelato il nome, e Luo. I due ragazzi sono entrambi figli di medici ed hanno la fortuna non solo di conoscersi praticamente da sempre, ma anche di capitare nello stesso villaggio e di poter, dunque, affrontare insieme la sfida che li attende. Le giornate nel villaggio della Fenice del Cielo trascorrono tutte allo stesso modo, ovvero lavorando dall’alba al tramonto, tuttavia, i giovani ragazzi dimostrano di avere tutta l’intelligenza e la scaltrezza che ragazzi della loro età dovrebbero avere, riuscendo a svignarsela architettando piani più o meno di successo e ad ingannare il capo villaggio semplicemente spostando le lancette dell’orologio. La vita nella loro palafitta trascorre serena e senza troppi intoppi, ma è evidente che manca qualcosa perché solo riempirsi la pancia, e nemmeno troppo, non è di certo vivere. L’evento attorno al quale ruota tutta la storia è la scoperta sensazionale di una valigia di “libri proibiti” tenuta nascosta da uno dei loro compagni, Quattrocchi, il quale, dopo una faticosa battaglia, presterà ai due un unico libro, Ursule Mirouët di Balzac. I ragazzi butano giù il volume tutto d’un fiato, come un bicchier d’acqua nel deserto e ben presto, ancora affamati, decidono di rubare la valigia attirati da quei mondi sconosciuti e incredibili che le le parole dei libri rendono quasi tangibili. Iniziano dunque tutta una serie di letture che li porterà a confrontarsi non solo con loro stessi e con il mondo ma anche con l’amore e l’altro da sé. Sono di estrema tenerezza i passi in cui Dai Sijie racconta en passant delle guance arrossate dei giovani protagonisti che per la prima volta scoprono quella parola tanto bella e tremenda che è l’amore, e che per i due si manifesterà anche “materialmente” attraverso la conoscenza della Piccola Sarta, così chiamata perché figlia di un famosissimo sarto di un paese ancora più remoto del loro, appollaiato sui monti come un nido d’aquila.

I tre diventano amici per la pelle: lei gli mostrerà la semplicità e la purezza della vita di montagna, mentre i due le racconteranno delle loro esperienze e soprattutto di quel Balzac e delle sue storie straordinarie che se non fossero scritte nero su bianco, sembrerebbero frutto di qualche allucinazione da fungo velenoso. L’intenzione di Luo, che nel frattempo inizia una tenera storia d’amore con la ragazza, è quella di trasformarla attraverso la lettura per farne molto più che “una semplice montanara”. Alcuni eventi imprevedibili metteno i personaggi di fronte a scelte importanti che li trasformeranno inevitabilmente così come si trasformeranno i loro rapporti. Alla fine, la Piccola Sarta, stupirà tutti scegliendo di “seguire Balzac”.

In questo romanzo troviamo descrizioni precise che anche attraverso il dettaglio apparentemente meno importante riescono a portarci indietro nel tempo e nello spazio, in un ambiente nel quale l’autore ci fa entrare senza difficoltà, facendoci sentire parte integrante della narrazione, quasi fossimo accanto ai protagonisti che in piena notte si sforzano a tenere gli occhi aperti per finire l’ennesimo libro. Proprio l’importanza dei libri, bene necessario, come anche la quarantena ci ha insegnato, è uno dei temi fondamentali della storia che ci ricorda di quanto senza di loro saremmo persi e decisamente meno umani. Altro aspetto importante è sicuramente il percorso di trasformazione dei personaggi, soprattutto quello della Piccola Sarta che, da donna, seppur giovane, si trova a dover fare delle scelte diverse dai ragazzi, vivendo in una sorta di storia nella Storia perché, come sappiamo, i destini di uomini e donne sono stati spesso condizionati da stereotipi che hanno fatto sì che “essere donna” volesse dire vivere gli eventi della Storia seguendo una trama diversa, a parte. La delicatezza di Dai Sijie nel descrivere questo mare di prime scoperte, sensazioni, desideri, emozioni e dubbi rende la lettura estremamente piacevole, leggera e profondissima al tempo stesso.

Buona lettura!

Articolo di Martina Benigni