365 giorni, Libroarbitrio

“Le relazioni pericolose” Laclos

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“Nel mio cammino,
tra la prudenza e la timidezza;
che, soprattutto, io,

possa temere un uomo al punto di non vedere altra salvezza che nella fuga?
No! Mai.
Bisogna vincere o perire.
Io voglio lui; lui vuole farlo sapere, ma non lo farà:
ecco in due parole il nostro romanzo.” 

365 giorni, Libroarbitrio

“Il Circo Maledetto” Ann Featherstone

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Era ancora una bella giornata limpida e le allodole cantavano sulla distesa dei campi. Il mio cuore era leggero ed ero determinata a tornare al cottage di buon umore per mostrare a Mrs Gifford che il mio ammutinamento aveva avuto buoni effetti quindi diedi istruzioni a Pirthy Taverner di prendere la strada più lunga , quella che attraversava Bliss Valley, risaliva e ridiscendeva Bliss Hill per giungere alle spalle del cottage, piuttosto che tagliare per il villaggio. Il tragitto sarebbe stato più lungo ma così, pensai, avrei avuto modo di prepararmi e godere di un ultimo prezioso momento di solitudine (Gifford da allora avrebbe di sicuro seguito ogni mia mossa!) Pirthy era una compagnia gradevole, non diceva una parola ma si preoccupava in continuazione della mia comodità.
Avevamo appena aggirato la collina e con piacere guardavo la valle che si stendeva  davanti a me come un mosaico verde e il Jasmine Cottage, sotto di noi, con il camino fumante, quando, piena di orrore, afferrai il braccio di Prithy riuscendo a stento a credere ai miei occhi. Davanti alla casa c’era una carrozza, nere e chiusa, e due persone: un uomo incredibilmente grasso con una giacca di colore chiaro, che se ne stava tranquillamente appoggiato al muro esterno del cottage, e accanto a lui una donna vestita di blu con un grembiule bianco ( questo dettaglio mi è rimasto impresso nella memoria); entrambi mi davano la schiena e guardavano assorti la strada del villaggio. La strada  che avrei  percorso se non fossi stata determinata a godermi quell’ultimo scampolo di libertà.

365 giorni, Libroarbitrio

“Er Natale de un Babbo” scritto da Lollo & illustrato da Enrico Riposati

 

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Er ventiquattro, ‘na città piena de luci

tratteneva er fiato aspettanno er redentore,

regazzini a festa pieni de gioia e de fervore

pe’ na serata de magnate e piatti truci.

 

Se svejò de botto in un brutto vicoletto,

n’occhio nero er sangue sur petto,

no strano alone sur cavallo dei carzoni

pure ‘n sorcio lo guardava da ‘n cantone

co’ n’aria schifata, de disapprovazione…

 

Arzasse ‘n piedi fu un tripudio de dolori,

finta barba de lato e beretto rosso rincarcato,

e strambi ricordi: de fumo e bicchierate de liquori,

nun je riccontavano dove diavolo era stato,

solo i carci ricordava, de’ n’infame buttafori.
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Se fece forza butannose pe’ strada,

a vedè l’ora fra poco doveva riattacare,

arrivò davanti ar centro commerciale

pieno de festoni e famije alla sfilata:

 

er principale l’aspettava lì all’entrata,

quanno lo vide co’ n’arai assai schifata

je fece “Fatte ‘na doccia e cambiete er costume,

che puzzi e fai schifo sei pieno de lordume!”
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S’aritrovò da Babbo Natale arivestito,

su un trono, circondato da balocchi

na torma urlante in fila de marmocchi

e un mar de cranio a dir poco inferocito.

 

E mentre li regazzini accontentava

pensava alla paga della sera,

mezza fella per quer tipo de cariera:

l’unica cosa che su quer trono l’incollava

 

Era solo, senza nisuno: peggio de ‘n cane

ad aspettallo nessun cardo focolare,

solo du’ cartoni in croce e un freddo vento

a ricordaje ‘na bastarda vita in fallimento.

 

Così staccanno chiamò sora Carmela,

trent’anno d’onorata professione:

Posso venì? C’ho sordi e abnegazione!”

Je disse senza ombra de cautela.
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Carmela, la sera de Natale era da sola

arispose: “Vieni pure raggiugime ora!”

E s’incontrorno du anime rejette e sole

e fecero l’amore in silenzio, senza parole

come solo du pazzi disperati sanno fare,

che danno e prendono senza manco ringraziare

 

Babbo cadde poi addormentato,

dall’arcol, dalle botte e da troppo amore frastornato

russava come ‘n treno alla stazione,

solo je mancava lo sbruffo de vapore…

 

Carmela invece arimase aggrapata a quella panza,

come ‘na naufraga sur legno, in cerca de speranza,

che la solitudine è ‘na bestia brutta, de più a Natale

anche un po’ d’amore inaspettato può bastare.

 

Stette immobile quasi senza respirare,

speranno de dilatà quer momento all’infinito,

e in quer silenzio interiore, ancestrale,

 

se godeva l’attimo de pace conquistato

sapenno che quell’istante così ambito,

nun sarebbe più de tanto mai durato.

 

La vigilia der Natale era finita

na città stanca dai bagordi s’era assopita,

la luna irradiava un ber lucore,

e io nun ve so dì, se in quella sera tanto ambita,

ce sia stata più gioia….o più dolore.

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365 giorni, Libroarbitrio

“Canzone del pirata” José de Espronceda

 Arthur Hughes - The Property RoomArthur Huges – The Property Room

La mia nave è il mio tesoro
è mio Dio la libertà
la mia legge forza e vento
unica patria il mar sarà.

E se cado
cos’è la vita?

Per perduta
già la diedi
quando il giogo
dello schiavo
fieramente
mi strappai.

365 giorni, Libroarbitrio

“Smetti di Parlare” Ghemon

Buona domenica a me!
A Voi!
Liberi di andare
e colorare
e volare are are are!

…devono lasciarmi solo perdere
vivo male se mi infastidiscono
e non me lo posso più permettere
mi viene da andare lontano
via di qua…

365 giorni, Libroarbitrio

“Dove la Luce” da Sentimento del tempo 1930 Ungaretti

Antonio Discovolo Bambini osservano il Mare di Liguria

Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.

Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d’ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov’è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d’oro.

L’ora costante, liberi d’eta,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.

 

365 giorni, Libroarbitrio

“Gigli” Anna Achmatova

bimba e mare 

Ho colto gigli splendidi e profumati,
pudicamente chiusi,
come una schiera di fanciulle innocenti.
Dai tremuli petali, bagnati di rugiada
ho bevuto profumo, felicità, pace.

Il cuore batteva e tremava, come per un dolore,
i pallidi fiori dondolavano la corolla
di nuovo sognavano quella lontana libertà,
quel paese dove con te sono stata nei sogni…

365 giorni, Libroarbitrio

Seneca “Il Tempo” (IV parte)

Roma 8 marzo 2014

Uomo. Scoperta. Morte. Desiderio di mettere fine. Per il fine maggiore prossimo. Rinascere. Nuovo. Uomo.
L.L.

Cristo

Seneca
Il tempo IV

Molti uomini grandissimi a un certo punto
si liberano  da tutti gli impegni, rinunciano a
ricchezze, incarichi, piaceri, e fino all’ultimo
giorno non pesano ad altro che ad imparare a
vivere; ma di essi i più escono dalla vita
confessando di non sapere ancora vivere…
L’uomo grande, credimi,
quello che sa stare al di sopra degli errori umani
non permette che gli si porti via neanche
un minuto del tempo che gli appartiene,
e proprio per questo la sua vita è lunghissima,
perché è stata tutta a sua disposizione
dal principio alla fine.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Cesare Pavese “Semplicità”

Roma 8 dicembre 2013

Cesare Pavese

L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione.
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e morendo in un pezzo di pane.

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano il caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.

L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce, si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
E compare la lepre e non hanno più freddo.

da Poesie edite e inedite, Einaudi, Torino

Uno dei problemi che maggiormente tormentarono Cesare Pavese fu quello della solitudine dell’uomo la quale sarebbe disperata se non fosse attenuata dai sogni che ci concedono l’evasioni. E il protagonista di questa poesia trova appunto nel sogno il rifugio e la consolazione della sua esistenza che è stata buia nel carcere ed è buia nella libertà. Anzi, quando era rinchiuso, se mordeva un pezzo di pane, sognava campi arati liberi e spaziosi, un casolare caldo, un bicchiere di vino sulla tavola; il pane stesso assumeva il sapore della carne di lepre. Ora che  è libero e potrebbe vedere avverate le sue speranze, si accorge che le cose nella realtà sono più lontane che nel sogno. Soltanto il vino, che al primo assaggio “non sa che di nebbia”, può far nascere di nuovo, come per miracolo, le fantasie e le illusioni necessarie a infondere la forza di vivere.

Buona domenica
A domani
Lié Larousse