365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – La Terza classe – Daniele Miglietti

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Dacché erano partiti dal porto di Napoli, la prora, rivolta ad Ovest, s’era più volte imbattuta nell’appassionato e tragico dramma del sole che naufraga, siderale, nello specchio dell’acqua.
C’era chi sosteneva che s’era già sull’oceano, chi invece affermava che ad affacciarsi dalla poppa e ad avere occhi abbastanza buoni si sarebbe potuta scorgere ancora la costa Italiana.
Alle domande il personale di bordo scuoteva seccatamente il capo, lasciando intendere che, in mare aperto, un passeggero di terza classe godeva degli stessi diritti che vantava sulla terraferma, se non di non meno. Forse se avessero avuto del denaro avrebbero potuto comprare quell’informazione. Ma, in fondo, a cosa sarebbe servito? Non era forse questo il motivo per cui si erano imbarcati? Si diceva che lì, dov’erano diretti, anche quelli come loro si sarebbero lasciati alle spalle la miseria, l’ignoranza e la malattia: quei fantasmi che a casa li stavano divorando.
L’unica cosa di cui s’era certi era quello sciamare incessante d’anime tra le centinaia di sporche cuccette del piroscafo Ermanno, stipati così com’erano l’uno contro l’altro appena sul filo dell’acqua. E in mezzo a quella distesa di disperati che ficcanasavano qua e là, tossivano, o che, semplicemente, iniziavano a impazzire, le teste contro le paratie, c’erano quell’uomo e quel bambino. Loro due, che, appena un mese prima, se gli aveste chiesto di portarvi al mare, vi avrebbero accompagnato al torrente dietro la loro spelonca, allo stesso rivolo dal quale attingeva loro madre per dissetare i propri figli, le sue due vacche cieche, e quella vecchia gallina che avrebbero presto mangiato perché troppo vecchia per covare. Ma la mamma era stata trovata in fondo ad un burrone, un cestino di strame intrecciato colmo di vavusi ancora stretto in pungo, e le vacche erano state vendute sulla piazza per pagare la traversata.

– Raccontami ancora di mamma, di quando non ero nato,ripeteva Giacomino.

–Riposa ora, – rispondeva risoluto Riccardo

Dalla cuccetta sottostante si udiva la lotta sfrenata dei bastoni e delle spade, e il grande tintinnare di coppe colme d’oro. Erano i lucani che giocavano a carte.
Riccardo si sporse dalla cuccetta: – Per favore, u criaturu dorme. Tena ‘a freve.

– Biat a ta figlj. E chi dorm’ cu stu mar’ aggitat’? – gli fecero coro loro.

Riccardo, per l’ennesima volta, dacché erano partiti, ripeté: – Non è mio figlio, è fratima.
Giacomino e Riccardo erano rispettivamente l’ultimo e il primo dei fratelli, in quella giovane Italia del 1899 nel quale la mortalità media stava a sei anni e mezzo.
Giacomino si trovava alla sua ottava primavera e, seppur già da tempo la vita lo avesse edotto alla crudeltà della sopravvivenza, erano ancora visibili nei suoi piccoli occhi neri quel moto di vitalità che contraddistingueva i suoi coetanei; scintillio destinato a scemare col tempo e a scomparire lungo le guance, come lacrime tamponate. A dividere Riccardo e Giacomino vi era una lunga serie di fratelli, nati lungo l’arco di diciassette anni, tutti morti al nascere o comunque ancora bambini. Ma la morte di un bambino, nella Calabria rurale del tempo, era cosa assai meno grave della morte di una capra. Una capra dava latte, un bambino grattacapi.

– E Gesù Bambino… C’è anche all’America ‘u bumminiellu? – domandò Giacomino.

– C’è anche all’America – fece il fratello.

– Sai, gli ho regalato ‘u strummolo…

– A chi hai regalato ‘u strummolo, Giacomi’?

– Al bambin Gesù, quando eravamo al porto… – Giacomino delirava.

– Ma che dici, Giacomi’? ‘U strummolo è qua – Riccardo si cavò dalla tasca della giacca la trottola e la mostrò al fratello – Lo vedi? L’ho io!

Giacomino non rispose, aveva gli occhi chiusi. S’era addormentato.

Riccardo toccò la fronte del fratello. Era umida e calda come il coperchio della cassarola di loro madre, quando con uno straccio lo sollevava e con una forchetta infilzava una patata per controllare se era cotta.

– Piove fuori?

– E che ne sappiamo noi? – risposero i lucani. – Guarda dall’oblò.

Riccardo pigiò il suo naso abbronzato contro il vetro, ma sebbene la luna fosse piena, era impossibile capirlo. Di lampi non ce n’erano. Tese l’orecchio, ma in mezzo al baccano dei passeggeri, al ronzare dei motori, e allo sciabordio delle acque era impossibile sentire se fuori ci fossero tuoni, la sua più grande paura. Ogni tanto il fragore di un’onda che si scagliava contro lo scafo lo faceva sobbalzare.
Riccardo cavò dalla tasca dei calzoni il sigaro e il suo pensiero ritornò al Porto di Napoli, dove li avevano fatti aspettare per cinque giorni prima dell’imbarco. Li avevano lasciati lì, affamati, a dormire all’addiaccio ghiacciato e ad ustionarsi al sole. La pietà dei Napoletani li aveva sorretti. Uomini che, vedendo quella distesa fatta di scheletri umani e valigie di cartone, di tanto in tanto giungevano con pezzi di pane, incitandoli a dividerseli da buoni cristiani. Ma quel pane finiva sempre nelle mani dei più forti, e poco rimaneva alle donne, ai giovani e ai bambini come Riccardo e Giacomino. Poi, finalmente, giunse il giorno in cui era stata issata la passerella di terza classe, tra il molo e il piroscafo. I due fratelli si erano pazientemente messi in fila, ad attendere il fatidico passo. Allora Riccardo si era sentito strattonato per la collottola, ed era pronto a ricevere qualche legnata, come già era successo le poche volte che aveva osato farsi valere per un pezzo di quel fatidico cibo. – Non ho niente! – s’era subito difeso. Ma giratosi, stagliato contro di lui, aveva trovato un uomo dai baffi folti e ben curati, finemente arricciati come zampe d’insetto. In mano stringeva un bastone di canna, e le sue scarpe erano protette da un paio di ghette candide. Sul capo sfoggiava un lucido cappello al cui confronto la coppola di Riccardo pareva un cencio gettato lì per caso. I due si erano brevemente guardati negli occhi; lo sguardo di Riccardo era basso e stanco. – Tieni, – aveva detto l’uomo a Riccardo mettendogli qualcosa in mano. – Per il viaggio. Ne troverai degli altri uguali in America. Viene da Cuba, – Riccardo aveva osservato il grosso sigaro nel palmo della sua mano con aria interrogativa. – Già. Tieni anche questi, – aveva allora fatto il signorotto, mettendogli in mano una scatola di fiammiferi – Be’, buon viaggio allora. E buona fortuna, amico mio! – Riccardo non gli aveva risposto.

Ora quel sigaro, donatogli da quel gentiluomo, appariva al suo naso e al suo tatto così accattivante e profumato che un bisogno irresistibile lo aveva assalito. Era il desiderio del benessere, il bisogno universale, umano e brutale della normalità; era la voglia di sottrarsi a quel budello angusto di dialetti che lo circondava, al mormorio incessante dei motori che lo spazientiva, alla congerie di aliti afflitti e pesanti di attese appena sussurrate che impregnava quel dormitorio galleggiante.

Riccardo decise così di salire sopraccoperta, poiché, se avesse acceso il sigaro lì, il suo odore avrebbe certamente destato l’attenzione di qualche manigoldo pronto a sottrarglielo. Fu così che abbandonò la cuccetta e il piccolo Giacomino, ormai profondamente addormentato.

Né vento né onde aggredivano ora la carena dell’Ermanno, e il ponte principale era livido, imbevuto com’era della luce della luna. I banchi di denso vapore che esalava il fumaiolo, in alto, appena a tergo del ponte di comando, si mescolavano come spiaggia alle nubi. L’odore del mare impregnava piacevolmente i legni, i metalli, e le carni.
Subito immersi i capelli caprini nel gelo della notte, Riccardo udì provenire da babordo un urlo belluino: – Fije mi! Fije mi’! –. Due marinai circondavano una donna in lacrime, inginocchiata di fronte a quello che a Riccardo sembrò un piccolo fardello avvolto in una stuoia grezza.
Riccardo avvicinatosi a quelle persone, vide che quella avvolta nella stoffa era una piccola figura umana: un bambino. All’altezza del collo gli era stato legato un grosso peso di piombo.

– Oddio, il figlio mio! Oddij je fije mi! – la giovane donna marsicana piangeva.

– Che accadde? – domandò Riccardo a uno dei due marinai presenti.

– Una malattia?

– Sì. Un ceppo a bordo, probabilmente. – spiegò l’uomo.

– E si muore?

– Per la maggiore i bambini.

Riccardo tremò al pensiero del fratello febbricitante in quella cuccetta sporca. La donna continuava a disperarsi.

– E ora?

– Lo buttiamo in mare.

– In mare? – rabbrividì Riccardo.

– È la procedura. È il terzo da quando siamo partiti.

Riccardo capì che quel mare non conosceva riguardi per le normali cerimonie funebri. Vide le labbra della marsicana baciare attraverso la canapa la leggera testa infagottata del bambino. Vide i marinai issare il piccolo cadavere, e sporgersi dalla balaustra. Vide il corpo cadere violentemente, trascinato brutalmente da quel peso di piombo, in mare, in un tonfo. L’udì. L’ultimo urlo di una madre che aveva perso un figlio durante quel viaggio intrapreso con cieca fiducia.

I quattro restarono ritti a babordo, con gli occhi verso il basso, in attesa che quel corpicino impacchettato s’inabissasse, per sempre.

Ciò non accadde.

– Non affonda! – esclamò il marinaio.

La giovane madre si aggrappò alla ringhiera con una forza improbabile e cercò di sbalzarsi: – Fije mi! –. I due marinai la presero di peso: – Si calmi! – la donna si lasciò andare tra le loro braccia. Era svenuta.
La salma del bambino prese a fluttuare tra le onde, avvolta in quel telo bianco, reso brillante dalla luna.

– Dev’essersi slegata la fune, – fece uno dei due marinai – e il piombo dev’essere andato giù.

– Dev’essere senz’altro questo, – fu d’accordo il collega – Altrimenti è inspiegabile.

Le onde nere e quel bambino dal volto che Riccardo non avrebbe mai conosciuto, una delle tante mummie del mare che, mentre uomini e donne cercavano di raggiungere la terra sconosciuta, la terra del lavoro, delle opportunità, del riscatto sociale, l’oceano catturò quei decenni. Un abisso che conobbe vicende di speranza; di fede abbandonata. Di tragedie lasciate alle spalle da coloro che a quei viaggi sopravvissero, ma che poi, col sangue e col sudore, avrebbero scoperto che quell’America da cartolina non esisteva. Frotte di migranti che si sarebbero improvvisati arrotini lungo le strade di Manhattan, che si sarebbero rovinati gli occhi cucendo guanti a Down Neck, o che si sarebbero spezzati la schiena gettando binari e fissando traversine per le ferrovie transcontinentali americane, insieme a negri e cinesi. Questo era il sogno americano per chi di americano non aveva nulla.

–Riportiamola sottocoperta, – disse un marinaio all’altro, accennando alla marsicana. – Lei rimane qui? Ma Riccardo fece: – Scendo anch’io, – e del sigaro non fu più interessato.

Il corpo del bambino, intanto, andava alla deriva, lentamente, bianco e sempre più piccolo, come una barchetta di carta sospinta dal vento, nel buio della notte.

*****

Racconto “La Terza classe” scritto da Daniele Miglietti
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Volevo solo morire e invece sono morto – Gianluca Pavia / Lié Larousse – DuediRipicca

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Riponi il mezzo caschetto antinfortunistica sull’appendiabiti. La mezza tuta logora, mezza maglia e lo scarpone. Lasci il gabbiotto del cantiere senza salutare. Non è che non ti piacciano i tuoi colleghi, o non ti piaccia parlare, è che loro con la bocca per intero fanno troppo chiasso, e a te pizzica l’orecchio, quindi non hai mai dato confidenza a nessuno da quando il capo, Uno-Capo, carissimo amico d’infanzia di tuo padre, ti ha compassionevolmente assunto, e figuriamoci se da quel giorno Uno-Manovale-tra-i-tanti si sia mai avvicinato per scambiare una chiacchiera con te. Pure Uno-Capo in verità non riesce a parlarci con te, e la paga, mezzo salario ovviamente, te lo fa pervenire sul tuo conto tutti i primi del mese, puntuale alle ore 8:00. Quindi lasci il tuo posto di lavoro ogni sera così, senza nemmeno mezza parola. L’occhio destro puntato a terra, svelto, con la tua sola pedata destra, cammini lungo il bordo del marciapiede diretto a casa. Segui lo scolo delle fognature senza incontrare nessun Uno da cui divincolarti, ciononostante, avverti lo stesso lo sguardo dei passanti starti addosso. Soprattutto quello dei passanti piccini.
Carini -, bisbigli,- piccoli Uno, loro sono solo un po’ curiosi, tutto qui, mentre i grandi Uno…davvero brutta gente.-
Tutti si rovinano crescendo!”, diceva sempre tuo padre quando tornavi dalla scuola deciso a non metterci più piede. Prima ti squadrano in malo modo poi un brivido di disgusto li pervade storcendogli le labbra attorno le guance, e allora indispettito e dispettoso, in quei momenti quando proprio non ne puoi più.
BUH!- esclami ancora oggi con rabbia, a volte mezzo divertito, fissandoli finché non se ne vanno per primi. Sai perfettamente cosa li mette a disagio. Non la tua parte destra praticamente identica alla loro, ma la nebulosa trasparente mancanza di quella sinistra.
Mandi un giro di chiave. Trac. E mezzo. Ac. Sfili la chiave. Marci la suola della scarpa su mezzo zerbino leggendo LCE CASA . Sorpassi l’uscio. Mandi un giro di chiave. Trac. E mezzo. Ac. Finalmente a casa, al sicuro dalla confusione, dal traffico, dal caos della città, e Intero è davvero una città caotica. Ti sei voluto trasferire nella grande metropoli anni fa, ma ora vorresti sparisse inghiottita nel vuoto cosmico che aleggia color vermiglio tra i satelliti Terra e Giove, e con lei i suoi cittadini. Intanto li chiudi tutti fuori. Afferri mezzo telecomando che t’attende tutte le sere sulla mezza mensola mezza affissa sulla mezza parete. Premi il tastino gommoso e lo riponi dove l’avevi preso. Era una parete intera prima di prenderla a picconate per mozzarla, proprio appena traslocato, ed ora è alta fino alla cinta del mezzo pantalone, così puoi vedere cosa c’è nell’altro mezzo vano senza metterci piede. Nonostante sia passato tanto tempo, le briciole di polvere del foratino arancio, di tanto in tanto, precipitano nel nulla sottostante che ti separa proprio dal mezzo vano oltre la mezza parete mozzata al di qua del mezzo ingresso. Al di là filtra la luce della sera attraverso le mezze persiane della mezza finestra, parla mezzo televisore prontamente adagiato su mezzo divano, mezzo tavolino soggiorna con gli angoli morti di sbieco svenuti su mezzo tappeto, con sopra poggiato mezzo vaso, con mezza acqua, e mezzo pesce morto a galla in fase di decomposizione avanzata. Al di qua mezzo corridoio. Due porte. Una mezza chiusa, una mezza aperta. Dalla mezza aperta s’affaccia la ceramica di un water, sporge quella di un mezzo lavandino e quella spigolosa di una porzione di vasca. Da quella mezza chiusa, non vedi niente. E’ mezza chiusa dalla parte sinistra. Ti svesti della scarpa destra col nebuloso trasparente piede sinistro, abbandoni la calzatura in direzione dell’aldilà osservando la curva liscia fronte mento collo della ceramica del water. Pensi che il tuo profilo ha un qualcosa di familiare a quel gabinetto, e che gli Uno vedano così la tua parte mancante, una verticale sinistra latrina di nebulosa trasparenza. T’incammini verso di lei lasciando una traccia umida a terra e il nulla dell’altra inesistente nebulosa trasparente pedata. Pisci mirando tutto a destra mentre osservi schizzi giallino sparpagliarsi a sinistra, e li vedi sbiadire e divenire nebulosa e poi trasparenti. Un giochetto che facevi già da bambino, quando credevi che spostandoti troppo a sinistra ti saresti perso nella tua stessa nebulosa trasparente mancanza, e chissà dove saresti finito, forse perso nel vuoto totale, e tuo padre non avrebbe più saputo trovarti. Col passare del tempo ti sei reso conto che non saresti sparito proprio in nessun luogo spostandoti più o meno a sinistra, perché a te manca proprio la parte sinistra, o meglio, c’è, ma è di nebulosa trasparenza. Raddrizzi la mira e l’unico serio pensiero è: – Meno male che il pisello è dalla parte destra del corpo,- perché pure se fino ad oggi è sempre stato solo maneggiato da te – pensa che iella non averlo proprio .
Lo riponi tutta a destra nelle mezze mutande alla “non si sa mai”, e con un misto di orgoglio e arrendevolezza vai al lavandino, acciuffi spazzolino e dentifricio e spazzoli forte mezza arcata dentale superiore ed inferiore, sputi tutto diluito dalla sola saliva, poi storcendo le labbra ciucci un po’ di liquido celeste da una bottiglietta di plastica, un gargarismo, due gargarismo, tre,
Così ha deciso di morire, senza dolore alcuno, senza la presenza di parenti o amici. Solo.-
Le parole provenienti dal mezzo televisore ti fanno trasalire.
T’asciughi la mezza bocca con la manica del mezzo cappotto che non hai ancora tolto e scivoli fuori dal bagno, senza degnarti di mezzo sguardo dato che lo specchio non c’è. L’hai frantumato. Raccolto i pezzi. E gettati. Non serve. In punta del piede, in bilico sull’uscio tra il bagno e il mezzo corridoio aguzzi l’udito.
In tutta serenità, già mille Uno hanno deciso di porre fine ai propri giorni. Il “Servizio della Dolce Morte”, come l’hanno chiamata i ricercatori dell’azienda ospedaliera Sant’Uno, ha fatto molto per chi decide di lasciarsi andare in pace offrendo servizio di trasporto assicurato da tutte le grandi metropoli, biglietti a prezzi agevolati, volatreni diretti, unica fermata: il capolinea.-
Le parole si ripetono nella tua mezza mente, sfuggono e tornano deliziose.
Lasciarsi andare in pace. Possibile? Finalmente si può morire senza sentire dolore?-
Il dolore. Già la parola stessa è terribile, figuriamoci il provarlo. Tutto qui. Non è che si deve avere chissà quale terrificante motivo o segreto indicibile o malattia incurabile per decidere di voler morire, Uno è libero di fare ciò che vuole, figuriamoci Mezzo. Così con mezzo sorriso lasci il mezzo corridoio, mentre dal mezzo televisore continua a trillare la presentatrice a figura intera del TgUno. Passi alla destra della mezza sinistra porta chiusa, ti sdrai sul mezzo letto attaccato alla parete e afferri solo mezze parole, con la mezza testa, tutta persa lontano.
Ancora rivendicazioni. Paladini della vita contro la Dolce Morte.-
Continui a sorridere mentre mezza pila di mezzi panni ammucchiati è lì lì per cedere al suo mezzo peso, il problema è che non sopporti gli armadi pieni di sportelli, e allora meglio che i mezzi indumenti stiano a terra, vicino la mezza fila delle scarpe. Destro, il mocassino, destro, lo scarponcino da lavoro, destra, la scarpa da jogging, destra, quella nera elegante mai indossata.
Ecco perché quel giorno t’ho acquistata, allora io non lo sapevo ancora, ma ora lo so!-
Minacce di nuovi attentati. Allarmi bomba nelle stazioni e sui volatreni.-
Ignorando la mezza tv, e continuando sempre di più a mezzo sorridere t’alzi in fretta, frughi tra i panni alla ricerca di mezza giacca nera, la gamba destra del pantalone di velluto nero, mezza camicia bianca, e prendi lei, la scarpa destra elegante mai messa.
Ecco, così mi vestirò per quando andrò a morire .
Riponi tutto sul letto e osservi la tua sagoma di stoffa mentre la pila crolla cadendo rovinosamente sulle calzature.
-Perfetto. Domani partirò.-
La mezza tv, continua a sproloquiare, ma ormai non ci fai neanche più mezzo caso.
Numero d’emergenza…Adesso passiamo alla FormulaUno.-
Ti volti, t’avvicini alla mezza cucina a gas e dalla busta di carta del pane aperto prendi un grissino,vai alla mezza scrivania adagiata prima del mezzo letto alla stessa parete, ti siedi sul mezzo cuscino, ingurgiti il grissino, apri il cassettino destro, prendi carta e penna e. E il mezzo sorriso si chiude in una mezza “o” di disapprovazione, diciamo una “c”.
Si mostra in bianco e nero mezza capigliatura pettinata all’indietro, un occhio, destro, narice, destra, labbro superiore ed inferiore carnoso, destro, un puntino nero su mezzo mento, mezza faccia destra insomma, una fotografia stampata tagliata verticalmente e relegata in mezza cornice. Il regalo di tuo padre per i tuoi diciotto anni, o almeno secondo lui quello era il tuo diciottesimo compleanno. Perché Uno Papà ti ha trovato sulla spiaggia abbandonato. In un primo momento gli eri parso un corallo gettavo sulla riva dalle onde, e siccome Uno Papà ha una collezione infinita di conchiglie e frutti del mare ormai estinti, nell’affrettarsi a reperire quel piccolo tesoro si è accorto di te Mezzo, essere di non si sa quale specie, solo quando già ti aveva preso tra le mani. Così questa la tua prima fotografia dei tuoi probabili diciotto anni e sapendo che lui aveva buone intenzioni non l’hai mai gettata. Ti era bastato nasconderlo quel dono, in fondo al cassetto, sotto fogli di carta che solitamente non usi. Perché odi scrivere pure se l’ami profondamente, il problema è che sei mancino. Non destrorso, e quindi non ne sei capace, non ne sei mai stato capace di raddrizzare la calligrafia d’illeggibile nebulosa trasparenza, neanche con l’aiuto del tuo Uno Papà che si metteva lì vicino a te e ti faceva scrivere infinite volte, sono destrorso sono destrorso, fino a che tu poi esasperato: – E no!- Gli urlavi.- E no Uno Papà, non lo sono!-
Perciò finite le scuole, se non proprio per un esigente esigenza, hai smesso di scrivere. Ora invece, due parole di saluti e ringraziamenti al tuo Uno Papà vorresti proprio scrivergliele. Ma ti blocchi di nuovo. Osservi quei lineamenti. Appartengono a te. Tu sei Mezzo. Sei il mezzo di ogni cosa. L’altra metà? L’altra metà di ogni cosa? Sei nato senza. Hai imparato a vivere senza, quindi non serve.
Non ti serve?
Ancora te lo domandi.
E ancora non trovando risposte né soluzioni quando c’è di troppo attorno a te, lo tagli via.
Gli altri sono Uno. Quelli che vivono facendo caos nel caos.
E tu invece sei solo Mezzo. Mezzo nella terra degli Uno che vive nella caotica città di Intero.
E fa male.
Fa male nella mezza mente, tra le mezze parole che non ti escono, come le lacrime che non piangi, forse perché il cuore non è come il pisello, non lo puoi ripiegare da un lato, lui sta tutto a sinistra, e forse tu neanche ce l’hai un cuore, o forse è solo nebulosa trasparenza.
Passi mezza nottata in bianco ad arrovellarti su questo quesito, ma quando spunta mezza alba, per carità, basta, e mezzo eccitato infili la chiave. Ne mandi un giro. Trac. E mezzo. Ac. Osservi la tua “LCE CASA” , pensi alle forbici, ai coltelli, alle accette, alle seghe e che grazie al “Servizio della Dolce Morte” non ne avrai più bisogno. Poi mezzo sorridi, di nuovo, perché il pensiero che tutto stia per finire indolore è così leggero e confortante da sognare che la “Dolce Morte” sia una bella ragazza, e sempre sorridendo pensi che con la iella che hai sarà Una-Stronza, ciononostante sei pronto per la partenza. E t’incammini alla stazione del volatreno.
La carrozza è mezza vuota, l’altra metà è occupata da Uni e Une nei loro splendidi abiti interi sfoggiando sorrisi completi di chi ha una vita che è Una. Raggiungi il tuo posto vicino al finestrino. Punti l’occhio fuori. Guardi in alto perché sotto è un precipizio di binari e ti da’ il voltastomaco.
Fuori ha iniziato a piovere. Bella la pioggia. Quando piove provi un gran gusto nel camminarci sotto. Che cada fitta e sottile, grossolana ed impetuosa, è comunque tiepida la pioggia. Ti lasci colpire dalle gocce che si spaccano librandone altre più piccine. Ti piacciono le cose piccine. Un picchiettio che t’accarezza spargendosi dappertutto e dappertutto ti bagna scivola e si mescola alla tua nebulosa trasparenza, e un brivido ti percuote lungo mezzo collo fino a sotto il mezzo mento e ancora più su. E’ come ricevere un mezzo bacio. A volte credi che dare un mezzo bacio possa essere bello come riceverlo della pioggia.
– Ciao.-
Trasali dal dolce pensiero. Infastidito ti volti. Una-Bambina è seduta al posto libero affianco al tuo. Non le rispondi, torni a guardare fuori attendendo che si accorga del tuo essere Mezzo e che se ne vada spaventata o in lacrime o terrorizzata, scegliesse lei.
– Ciao.- Insiste.
Prendi aria dalla narice e pensi ma questa Una-Bambina non ce l’ha una Una-Mamma, o un Uno-Papà? E nel mentre dei tuoi pensieri la senti lasciare il sedile piano piano. Deve averti visto ed è fuggita pensi.
– Ohi, t’ho detto “ciao”, ma che sei sordo?-
Davanti il tuo unico destro occhio Una-Bambina ti guarda con l’arcata sopraccigliare incurvata come un punto interrogativo, il naso arricciato, le labbra in una smorfia buffa e ti tiene la mezza bocca tra la sue piccole dita scuotendoti il mezzo viso.
– Ohi? Ma che sei morto?-
Ti scosti come impaurito, atterrito, no, di più, terrorizzato, e qualcosa prende a scombussolarsi tutto nella mezza nebulosa trasparenza, rimbombando nella mezza mente.
Lei scivola a terra. Si ritira su. Sale di nuovo sulla tua gamba destra, si siede sul tuo ginocchio, ti squadra da capo a piede tutta la mezza sinistra, poi storcendosi tutta osserva la mezza parte destra.
Tu sei immobile spaventatissimo ed incredulo.
Lei fissa con le mani sulle sue ginocchia e la testa curvata a guardarti nell’occhio. S’avvicina, piano piano, e: – Buh!-
Tu sobbalzi.
Lei ride ricadendo indietro ma l’afferri per il braccio giusto in tempo.
– Allora sei vivo!- Esclama.- E perché non mi rispondi? Sei sordo?- Ti strilla nell’orecchio che a momenti non ti ci rende lei, mezzo sordo.
Scuoti la mezza testa ancora sconvolto accennando un velocissimo “no”.
– Ho capito! Allora sei muto?.-
Agiti lo stesso “no”, ma lentissimo questa volta.
– Mmh, strano però, perché non parli allora?- Poi si sistema di nuovo cavalcioni e si riavvicina piano piano al tuo occhio.
– Il tuo occhio è grigio come il tempo fuori, io ho gli occhi castani guarda.-
E si spiaccica le mani sulle palpebre e stira la pelle giù sulle guance e ti fa pure la linguaccia.
– Vedi?-
Accenni un sì col mezzo volto.
– A scuola un compagno, il più antipatico di tutti, e pure il più brutto, mi dice sempre che sono marroni color cacarella, e allora io gli do un pugno sul naso .
E mima la scena e ti tiri indietro non si sa mai ti colpisca.
– Io mi chiamo Luce di Luna, come la stella, quella famosa, che è morta quando è morto pure la stella di nome Sole che faceva la luce gialla. Io so tutta la storia. Tu la conosci?-
Fai “sì” con la mezza testa, sempre senza proferire mezza parola.
Tre Uni in lunghi cappotti neri entrano trafilati nella carrozza un attimo prima che il
dondolio anticipi la partenza del volatreno. Tossiscono, bisbigliano l’Uno nell’orecchio dell’altro Uno.
La voce stereofonica avvisa di sedersi ed allacciare le cinture. Tu osservi la Una-Bambina di nome Luce di Luna seduta sulla tua gamba. Lei ti strizza l’occhio e sguscia a velocità di biscia sul sedile di fianco che già s’è allacciata le cinture, abbassa il bracciolo che vi separa, afferra la tua cinta, l’allaccia avendo cura di racchiudere al suo interno la tua nebulosa trasparenza che oscilla al dondolio della pre-partenza. Tu non fai mezza mossa. T’accorgi che sulla testa indossa un occhiale con le lenti scure e un po’ arancio, a mo’ di ferma capelli. Luce ti osserva non facendo altro che sorridere che quasi fa fare mezzo sorriso pure a te, se non fossi preoccupato per tutto quell’agitarsi nella nebulosa trasparenza, che lo senti pulsare anche in gola, nelle tempie.
Luce, cala l’occhiale sul naso, prende aria, ci gonfia le guance e stringe i braccioli con forza. Tu le copi le movenze, prendi aria, ci gonfi la mezza guancia e niente, il bracciolo a sinistra non lo puoi stringere, è come il cuore, nel lato sbagliato di un essere mezzo sbagliato. I denti di Luce battono fortissimo e fanno volontariamente confusione. Tu serri la tua mezza bocca e ci tieni i denti chiusi dentro e silenziosi. La discesa ad altissima velocità vi spiaccica i corpi sui sedili. Le guance di Luce sventolano lasciando libere praline di saliva, la nebulosa trasparenza s’allarga scontrandosi con tutto ciò che incontra. Il lancio. Partiti.
– Figooooo.- La voce di Luce irrompe nell’aria e nel tuo voltastomaco che s’agita volendo mezzo scapparti fuori. E ride forte “AHRAHRAHRAHRA” di quella risata di tutte le note allegre e gutturali, e mezzo ridi di cuore anche tu, respingendo in dentro il conato, con le note dell’aria che entra ed esce in un “HSHSHSHSHS”.
E la guardi con l’occhio che t’inizia a luccicare bagnandosi, e non capisci il perché, ci si sarà cacciata un po’ di polvere dentro, ma lei continua a ridere e non ha idea di quanto ti ricorda Brio. Brio, Una-Amichetta del cuore. Brio Una-Compagna di giochi, l’unica che aveva avuto il coraggio di sederti di fianco, allo stesso Uno-Banco vuoto per metà, quella sinistra. Brio che giocava sempre con te, e ti stava sempre appiccicata anche se gli Uno-Genitori non volevano. O almeno, ti era rimasta vicina fino al giorno dell’incidente, fino al giorno in cui volle essere come te, il giorno in cui per la prima volta Uno-Papà ti guardò con lo sguardo inevitabile.
Era triste, arrabbiato, ma tu non lo potevi sapere che Una non diventa mezza, neanche se la seghi per verticale. Uno-Papà di Brio, nonché Uno-avvocato, non si era fatto mezzo scrupolo, e adesso Uno-Papà campava con sola mezza pensione in una mezza pensione. L’incidente. Avrai avuto probabilmente cinque anni, perché quanti anni hai veramente nessuno lo sa, all’epoca iniziasti a tagliare a metà ogni cosa intera, creando non pochi disastri e disagi al povero e buono tuo Uno Papà. E lui che esasperato t’urlava dietro
– Mai una volta che ti venisse in mente di ricostruirle le cose!-
Povero Uno-Papà che si ritrovava per casa mezzo litro di latte, mezzo chinotto, mezza passata di pomodoro su mezza fetta biscottata e sul pavimento della cucina appariva a fine giornata un’opera d’arte astratta. Mezzi libri uguale mezzi voti. Cercavi d’assomigliare alle cose o almeno che loro somigliassero a te. Ma niente. La difficoltà poi aumentava dal tuo incaponirti che l’unico verso giusto era quello verticale. Nessuno ti capiva. Ormai neanche più il tuo Uno-Papà, sempre più stanco e demoralizzato. Ma lei, Brio, sembrava avesse una risposta per tutto. La sapeva lunga lei, figlia di Uno-Avvocato e Una-Chirurgo. Un giorno durante la ricreazione ti si piazzò davanti con la pagina strappata della rivista di medicina a cui era abbonata la sua Una-Mamma. Riportava l’immagine di due Une-Sorelle-Gemelle-Siamesi, in un riquadro erano attaccate, in un altro staccate. Sotto la scritta POST OPERATORIO la descrizione dell’intervento nei minimi particolari più gli strumenti utilizzati. E Brio, che la sapeva proprio proprio lunga, da dietro la schiena ti mostrò la valigetta della Una-Mamma con tutti gli attrezzi chirurgici.
– Ta tannnn!-, esclamò.
Certo è che non c’erano proprio tutti tutti gli strumenti medici, ma almeno i più importanti sì. Gocce di Dormibenventiquattrore, pinze, ovatta, disinfettante, garze, filo per sutura, ago e grappette ma soprattutto il bisturi. Ricordi perfettamente la convinta risposta che ti diede alla tua incerta domanda.
– Ma sei sicura?-
– Sì! Voglio essere come te. Mezza.-
Le passasti la soluzione disinfettante dalla testa ai piedi con le garze dal liquido rossastro imbevuto. Ovviamente, verticale.
– Ahi mi pizzica l’occhio!-
– E tanto non ti servirà più tra poco. Brio fai ancora in tempo a ripensarci.-
– Ti ho detto che voglio essere Mezza! E non chiamarmi più Brio. Comincia a chiamarmi Io e passami le goccine per favore.-
– Pensi che sentirai tanto dolore?-
No, non credo. Qui c’è scritto che hanno somministrato gocce tranquillanti pre-operazione.-
– E poi?-
– E poi boh, non lo so. Segue sull’altra pagina, ma io non ho fatto in tempo a strapparla via questa mattina, ma ho letto ieri. Iniziata la conta si sono subito addormentate per un po’ di ore, le hanno tagliate, e quando si sono svegliate erano divise. Quindi tu conta, taglia e sbrighiamoci!-
– Scusa di quante ore di sonno si parla?-
– Non me lo ricordo, uffa quante domande, facciamo che appena hai fatto mi dai due pizzicotti e mi svegli, e ce ne andiamo a casa da te!-
– Va bene. Allora conto: Uno, uno-due, uno- tre, uno-quattro.-
Inspirasti col bisturi stretto tra le dita tremolanti, lo infilzasti al centro della tenera testolina di Brio. Tutto quello che accadde dopo è un avvolgersi di figure sul nastro a righe bianche e rosse del gelataio.
– Luce? Luce dove sei?-
– Sono qui mamma.-
– Lascia stare in pace il signore, mi scusi se le ha creato. –
La Una-Mamma s’interrompe all’istante. T’osserva mentre spalanca bocca e occhi all’unisono e caccia un urlo così forte di terrore che nemmeno stesse per finire il mondo, e Intero, o stesse assistendo all’implosione di Sole e Luna, o allo zampillare di sangue fuori dal cranio di Brio. Forte così forte che a te, Luce e a tutti i presenti vi tocca tapparvi gli orecchi.
Tranne i tre Uno-con-la-giacca-nera. Quelli se ne stano lì in piedi, alla testa del vagone a controllare l’ora sull’orologio. A battere i piedi a terra. Ad asciugarsi la fronte.
Mamma, cosa urli?- Chiede Luce.
Allontanati da quel…quel…quel mezzo coso.- Implora Una-Mamma portandosi le mani al volto.
Te lo eri promesso alla maggiore età che te ne saresti andato lontano a crearti la tua giusta mezza vita, proprio per non sentire mai più urla disperate come queste.
Luce ti guarda, guarda tutta la tua mezza figura, e pure l’altra di nebulosa trasparenza, come se ti stesse valutando per la prima volta. E dal sorriso che le riempie il visino, non deve essere una brutta valutazione.
– Ma mamma, non è un “mezzo coso”, è un Uno-Mezzo. –
La madre rimane pietrificata. Luce ti sorride e stringe il tuo braccio sinistro, o quello che dovrebbe esserci sotto la nebulosa trasparenza, e quella cosa che strepitava tanto nel tuo mezzo nulla sinistro ora ha aumentato il volume. E senti che si stringe, e rimbomba, e qualcosa di caldo scivola via dall’occhio destro, e pure da quello che dovrebbe essere il sinistro.
Scusa, ma Una-Mamma è un po’ nervosa, stiamo andando a salutare Una-Nonnina. Sai, è molto malata, e vuole andare in un posto dove starà meglio. –
I tre Uno-in-giacca-nera si lasciano scivolare via le giacche mentre pensi che questa Una-Bambina è proprio simpatica.
Ti asciughi la guancia destra, ma lei non ha finito.
E tu, vuoi andare anche tu nel posto dove si starà meglio?
Gli altri viaggiatori iniziano ad urlare, ma tu non te ne curi, quella domanda ti è esplosa dentro, e lo spostamento d’aria ti scombussola la mezza mente.
Sì. Forse. Non lo so.- Sussurri appena, che qualcosa ti blocca la mezza gola, t’inchioda le parole al mezzo palato.
Allora se non ci vai, dopo ti va di giocare un po’ con me?
Le senti appena quelle parole. La carrozza è tutto un urlo e un battere di mani sul vetro e la sirena del freno d’emergenza che qualche Uno ha tirato.
Certo.- Ti sorprendi delle tue stesse parole, mentre segui Luce scivolare dal sedile, prendere la madre per mano e sedersi con lei qualche fila più in là, proprio a pochi metri dai tre Uno-con-la-giacca-nera che non hanno più la giacca, ma uno strano gilè pieno di fili e lucine.
Le mezzo sorridi mentre il più alto fa un passo in avanti stringendo nelle mani quello che sembra un telecomando, mentre fuori Intero oscilla sotto il vagone del volatreno, mentre quella morsa a sinistra si scioglie irradiandosi in tutto il corpo, visibile e nebulosa trasparenza. E ancora le mezzo sorridi mentre Uno-con-il-telecomando urla: – Viva la vita, a morte la Dolce Morte.
E Mezzo, sorridi, mentre pensi che volevi solo morire e invece…l’esplosione ti strappa dal tuo Mezzo pensiero.

Racconto “Volevo solo morire e invece sono morto”
scritto da Gianluca Pavia e Lié Larousse – DuediRipicca
scelto per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Copertina del libro Poker d’incubi di DuediRipicca
edito da AlterEgo edizioni, con prefazione di Paolo Di Paolo
Se desiderate la copia firmata dagli autori potete scriverci a:
duediripicca@yahoo.com

Potete acquistare il libro con all’interno il racconto vincitore del Premio
“Racconti nella Rete 2016” in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link  http://www.alteregoedizioni.it/poker-dincubi/

DuediRipicca

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#PremioRaccontinellaRete

 

365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Il cane che amava Schopenhauer – Assunta Decorato

jean-luis-forain-il-pescatore-dacqua-dolce

Le tre del pomeriggio. Il sole tiepido di maggio, l’erba morbida sotto i piedi scalzi, una sedia a dondolo di legno girata verso il lago. Silenzio.
Il professor Savio si appoggiò con forza ai braccioli della sedia e scese col sedere lentamente, per conferire solennità al momento e non sforzare il ginocchio malandato; poi si appoggiò con la schiena, piano piano, come se due grandi mani lo stessero mettendo a letto con dolcezza. Lasciò andare la testa contro il legno, chiuse gli occhi e sollevò i piedi da terra: il dondolio della sedia lo cullò verso il suo sogno realizzato.
Aspettava quel momento da tutta la vita: il primo giorno di pensione. Niente più studenti,
assistenti o colleghi docenti. Finalmente poteva trascorrere il tempo con l’unica persona degna delle sue conversazioni: se stesso.
Tese il naso a godersi il profumo della lontananza dal resto del mondo.
“Aaaahhh!” sospirò. Non si preoccupò nemmeno di scacciare la mosca che gli si era appoggiata all’angolo dei baffi.
Allungò la mano verso il tavolino su cui aveva lasciato alcuni libri, l’unica compagnia che non faceva mai sentire soli, ne prese tre e li esaminò con attenzione: la sua nuova vita non poteva cominciare con una lettura mal ponderata.
Optò per Platone.
Si sistemò sulla sedia, inforcò gli occhiali, controllò che la bottiglietta d’acqua e il panino al prosciutto fossero a portata di mano e, accertatosi che niente avrebbe potuto rovinare il suo tanto agognato ritiro, cominciò a leggere.
Aveva cambiato angolazione al libro a seconda della luce che mano a mano diminuiva, come se con le pagine volesse catturare il giorno fino alla fine, e proprio quando anche l’ultimo raggio di sole stava per scappare, il professor Savio si ritrovò a fissare pieno di ammirazione l’ultima frase del Fedone. Annuì serio: a Platone sì che avrebbe concesso un applauso. Fece schioccare la copertina chiudendo il volume con una mano sola, si girò e per poco non si ribaltò: c’era una testa pelosa all’altezza dei suoi occhi. Si aggrappò al libro come se volesse nascondercisi dietro.
“E tu, da quanto sei qui?” chiese non appena gli tornò il respiro.
Il cane in tutta risposta cominciò a scodinzolare.
“Non sembri randagio. Sei scappato dai tuoi padroni?”
La coda continuava a rimbalzare sull’erba.
“Hai fatto bene. Le persone sono stupide. John Donne diceva: No Man is An Island, e sai perché? Perché era stupido. Gli intelligenti non sopportano la compagnia”
Gli occhi del cane non mollavano quelli del professore.
“Beh? Che c’è? Hai fame?”
Prese il panino che aveva dimenticato di mangiare e ne staccò un pezzo.
“Puoi mangiare il prosciutto, vero?”
“Whoof!”
“Immagino voglia dire sì”. Il cane lo prese tra i denti e sollevò la testa, masticando con maestria, poi si rimise seduto accanto alla sedia del professore e continuò a guardarlo. L’unico rumore era quello della coda che picchiettava il terreno.
“Ancora?”
“Whoof!”
Il professore staccò un altro pezzo, poi un altro e un altro ancora, fino a che il panino non finì. Il cane, comunque, non se ne andò.
“Senti, è inutile che mi guardi, ormai è quasi buio e io rientro a casa. Da solo. Come ben si conface alle persone d’intelletto. Prendi esempio da me e va’ per la tua strada senza dar retta a nessuno, soprattutto a chi conosci. Sono i peggiori.”
Raccolse i libri e l’acqua dal tavolino.
“Buonanotte” lo salutò mentre era già sul vialetto di casa.
“Whoof!” rispose il cane quando il professore sparì dietro la porta d’ingresso.
Il mattino dopo, il professor Savio infilò la camicia di lino, i pantaloni lunghi leggermente risvoltati per non farli macchiare d’erba, e bevve il suo caffè davanti alla libreria, saggiando i libri uno ad uno per scegliere a quali dedicarsi. Poi, tenendone tre sotto braccio, uscì in giardino. Dopo due passi umidi tra l’erba si bloccò: il cane era ancora lì.
“E tu? Che fai?”
Il cane si risvegliò dal sonno e si sedette con la testa bella dritta ad aspettarlo vicino alla sedia a dondolo.
“Guarda che è presto per il panino. Non ho niente da darti”
Il cane non si mosse.
“Ho capito. Io mi siedo qui a leggere, tu fa’ quello vuoi”, e come il giorno precedente scelse uno dei tre libri che aveva appoggiato sul tavolino, si lasciò andare al dondolio, e si mise a leggere. Ma quei due occhi non si staccavano dai suoi.
Il professor Savio provò a ignorarlo, a lanciargli occhiate cattive, a tossire fingendo imbarazzo, ad un certo punto con un gesto rapido e di cui la sua spalla si sarebbe pentita il giorno seguente raccolse un rametto da terra e lo scagliò lontano. Niente. Il cane non si mosse.
Sbuffò guardando alternativamente lui e il libro.
“Senti” gli disse “Così non funziona: se mi fissi in quel modo non riesco a concentrarmi!”. Il cane cominciò a scodinzolare. “Ho capito, vado a farti il panino”
Qualche minuto dopo tornò portando due piatti.
“Hai fatto venir fame anche a me” lo incolpò, e intanto spezzettava il panino e glielo lanciava, ridendo per il modo in cui si leccava i denti.
“Ci ho messo la bresaola, va bene lo stesso?”
“Whoof!”. Dopo aver finito il suo pranzo, però, il cane restò lì: l’unica cosa che muoveva era la coda, che sventagliava a destra e sinistra. Con gli occhi teneva imprigionati quelli del professore.
Savio sospirò:
“Sai che facciamo? Visto che vuoi stare qui, allora leggerò a voce alta, così magari anche tu impari qualcosa”. Prese il volume e gli mostrò la copertina. “Questo è Kant,” spiegò lentamente, come se parlasse ad un turista straniero “L’opera si intitola Critica della Ragion Pura e…”
Il cane prese a mugugnare appiattendosi sull’erba.
“Che c’è? Lo so che può essere un po’ ripetitivo con tutte queste triadi, però ti assicuro che dopo averlo letto la tua visione del mondo sarà molto diversa!”
Il cane nascose gli occhi con le zampe, lamentandosi sempre più forte.
“Vabbè, cambiamo libro allora. Che ne dici di Schopenhauer?”
“Whoof!” fece il cane di nuovo dritto e scodinzolante.
E così il professor Savio lesse a voce alta per lui, lesse fino a che non divenne buio, e poi ancora il giorno dopo, e quello seguente, e quello dopo ancora. Per un mese il cane dormì nel suo giardino, e il professore la sera, dalla finestra, lo spiava sonnecchiare.
Un giorno, il professore andò al supermercato (la spesa era l’unica attività sociale a cui doveva per forza sottomettersi) e lasciò il cane ad aspettarlo fuori, nella sua solita posa seria; non serviva legarlo: minacciare di mandarlo a letto senza Schopenhauer era abbastanza perché obbedisse.
Quando uscì, una donna agitata piagnucolava al cellulare e intanto abbracciava il cane come se fosse un parente che aveva creduto morto, lo accarezzava, si faceva leccare le mani. Il professore borbottò:
“Adesso dovrò anche parlarci con questa. La gente quando vede un po’ di pelo rincretinisce”
“È bello, vero?” le chiese.
“Dove… dove lo ha trovato?” rispose lei ignorando chi tentava di parlarle dall’altro lato del telefono. “Non l’ho trovato, ha semplicemente cominciato a vivere nel mio giardino”
“E lei non ha pensato di chiamarmi?”
Il professore sgranò gli occhi:
“Ma, guardi, io non la conosco, e se sono venuto qui è proprio per evitare di parlare con…”
“Questo cane è mio! Non ha visto i volantini?” e gliene indicò uno appeso ad un lampione, proprio di fronte a lui. La foto mostrava un cane smarrito, davvero uguale a quello che credeva fosse suo.
“Mi scusi, è solo che stava nel mio giardino, dividevamo un panino, gli leggevo Schopenhauer. E lui lo capiva davvero, mica come i miei studenti…”
“Schopenhauer? Ma è pazzo? È un cane! Stava con lei solo perché gli dava da mangiare! Vieni Arthur, andiamo a casa” la donna si allontanò tenendo il cane al collare, che camminava a testa bassa e con la coda che strusciava per terra. Il professore riuscì a sentire i mugolii anche a metri di distanza.
“Si chiama Platone” sussurrò e una lacrima gli si incastrò in una ruga.
Il professor Savio andò a casa, e senza neanche mettere a posto la spesa si infilò a letto, sentendo che il silenzio e la solitudine che aveva tanto cercato lo stringevano troppo. Mentre si odiava per non riuscire a capire come liberarsi da quella morsa, piangendo, si addormentò.
Il giorno dopo Platone scappò dai suoi padroni per tornare da lui, abbaiò, grattò la porta, si allungò con le zampe fino alle finestre, ma il professore non si svegliava; allora tornò in paese e chiamò aiuto, la sua padrona fece arrivare un’ambulanza, i medici lo toccarono e poi lo lasciarono lì.
“Andiamo a casa Arthur, ti do da mangiare” gli disse la padrona accarezzandogli la testa, ma Platone piangeva, non se ne voleva andare e rimase immobile davanti alla finestra finché gli uomini vestiti di nero non portarono via il professore.
Seppellirono il professor Savio di sera, e al funerale non andò nessuno.
Di notte, dopo che il custode ebbe chiuso i cancelli del cimitero, Platone si intrufolò tra le sbarre tenendo qualcosa tra i denti; trovò la tomba priva di fiori, ci appoggiò sopra il libro e si sdraiò accanto. Aspettava la mattina, aspettava che il professore si svegliasse e gli leggesse ancora Schopenhauer.

Racconto “Il cane che amava Schopenhauer” scritto da Assunta Decorato
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Opera pittorica – “Il pescatore d’acqua dolce” – Jean Luis Forain

Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Bevomangiofumo – Michela Tognotti

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Questa ve la devo proprio raccontare. A voi, sì, a voi che state leggendo.
Mi presento, sono George. Nessun cognome, un George come tanti.
Bene, dicevo… Ah, scusate, mi accendo una sigaretta, in questo bar ci sono solo amici, chiudono un occhio.
Ahhhh! Che meraviglia! Era da un po’ che non ne fumavo una. Esattamente da un’ora, da prima che arrivasse qui mia madre. Sì, avete capito bene: quella santa donna di mia madre.
Non l’avete vista? Ma come? Era qui, fino a dieci minuti fa, se n’è appena andata…
E allora vi siete persi uno spettacolo di donna. E’ già vecchiotta, sui cinquantacinque, ma si tiene bene.
Ve l’avevo detto che ho trent’anni? No, mi sa che non ve l’avevo detto.
Comunque, mia madre, dicevo, non approva che beva e che fumi, quindi mi sono dovuto trattenere fino a che è stata qui. Mica che abbia paura di lei, no, però mi dispiace se pensa male di me. E’ una salutista, è sempre stata fissata con l’igiene. Per lei sono astemio e non fumo.
E’ chiaro che fa finta di non sapere.
Pensavo che non mi avrebbe mai trovato in questo bar un po’ nascosto, da pokerino, ecco, non da happy hour come quelli che è abituata a frequentare lei con le sue amiche. Sono rimasto a bocca spalancata quando me la sono vista arrivare qui dentro. Una come lei qui, in questo, diciamocelo, letamaio! Non dovrebbe neanche passarci davanti.
Lì per lì ho pensato che ci fosse arrivata tramite una delle sue associazioni benefiche. E’ fissata, quella santa donna, fissata! Ha la mania di voler salvare tutti, soprattutto quelli che non conosce. Però la gente non sempre vuol essere salvata. C’è chi vuole sprofondare nella melma per scelta, non per sfortuna. E lei, no, si sente tanto angelo custode.
Ma così mi sto allontanando dalla storia che vi volevo raccontare.
Ho bisogno però di bere qualcosa: vi dispiace se ordino un bicchiere di vino rosso?
Insomma, dicevo, mia madre piomba qui, a colpo sicuro. Sapeva di trovarmi qui. E sapeva che mi avrebbe trovato in compagnia.
Come dite? Non l’avete vista la persona che era con me? E’ andata via cinque minuti prima che se ne andasse mia madre. Possibile? Oh, ma non avete visto niente, allora! Ok, finisco il racconto, manca poco, ormai. Prima sarà meglio che mi faccia portare due stuzzichini e l’intera bottiglia di questo miele rosso.
Vedete, io sono un attore. Sissignori, un attore di teatro. Off. Molto off. Però me la cavo, ho di che vivere, ho di che mangiare, ho di che bere. E mi diverto. Anzi, me la godo proprio. Ho un buco al Greenwich, un buco che più buco non si può, ma chissenefrega! Non ci sto mai. Mangio fuori, e spesso dormo fuori. Serve solo per cambiarmi la biancheria intima, quando salto tra un letto e l’altro.
Dicevo, dunque: mia madre. E’ venuta qui per dirmi che disapprovava. Oh, beh, detto da lei, non è una novità: disapprova tutto, a prescindere. Voleva che facessi l’avvocato. Ma ci pensate? L’avvocato io, come il mio imbalsamato padre! Da scompisciarsi dalle risate… No, non fa per me. Comunque sia, quella santa donna, senza neanche salutarmi ha cominciato tutta una sequela di rimproveri: e il tuo lavoro, e il tuo appartamento, e le tue relazioni sentimentali, bla bla bla…
Ha battuto soprattutto su quel punto. E naturalmente ne ha avute da dire anche per la persona al tavolo con me. Ora, l’amico in mia compagnia, di cui mi sfugge il nome, Michael? Gabriel? Raphael?, un Arcangelo, insomma, è un amico, ma con moderazione. No di certo fino al punto di sorbirsi le fisime di mia madre. Abbiamo passato la notte insieme, e basta. Di sicuro non lo rivedrò domani.
Insomma, lei pensava che fosse una specie di fidanzato, e intendeva fargli capire che non sarebbe mai stata la remissiva suocera di un gay, come si vedono nelle fiction in tv. Così se n’è andato velocemente.
In realtà di Michael o come si chiama non me ne frega niente. E’ carino, abbiamo fatto sesso.
Chiuso.
Ho dunque cercato di farlo capire a mia madre, che non ho un fidanzato fisso, e che li cambio tutte le sere, o quasi.
Pensavo svenisse, stecchita, qui, su questo pavimento. Il suo Chanel si sarebbe sciolto, al contatto del suolo lercio.
Se n’è andata senza salutarmi, come era venuta.
Starà già pensando a quale Associazione rivolgersi per salvarmi.
Beh, che volete che vi dica, lei è fatta così.
Io sono fatto così. E non voglio essere salvato.
Dovrà farsene una ragione.
E meno male che non avevo ancora ordinato il vino.

*****

Racconto “Bevomangiofumo” scritto da Michela Tognotti
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Opera pittorica  “Alcuni cerchi”- Wassily Kandisky -1926

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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Maria – di Elena Margreth

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Per un istante, un eterno attimo, pensai che tutto ciò che stava accadendo era terribilmente ingiusto e che, se il Signore amava realmente Cristo, non doveva permettere che suo figlio, che MIO figlio andasse a morire in quel modo.
Pensiero dettato da una rabbia che per poco si sovrappose al dolore, pensiero cupo che scacciai via immediatamente, sapendo che in cuor mio era ingiusto.
Avanzavamo.
Io lo seguivo con la forza della disperazione di una madre che vede il figlio soffrire e lui, Gesù, avanzava a passo lento, con i piedi insanguinati, le braccia e le spalle impegnate a sorreggere una pesante trave di legno, il corpo ricoperto di lividi e sputi pieni di odio gratuito, il suo viso e la corona di spine erano sporchi di sangue.
Compiva ogni singolo e doloroso passo con la sola forza della fede.
Così arrivammo alla cima di quella collina.
Mi chinai su di lui in preda ai singhiozzi, avrei voluto stringerlo, ma sapevo che gli avrei fatto solo del male, avrei voluto poterlo curare, avrei voluto impedire a quegli uomini ciò che ormai era inevitabile.
Presi il suo volto tra le mie mani e lo accarezzai, lo guardai negli occhi con la consapevolezza che non avrei più rivisto la loro luce.
Rimasi lì per troppo poco tempo perché mi presero e mi spostarono di peso.
Un uomo gli si avvicinò porgendogli un bicchiere di latte e miele dicendo che con quello il dolore si sarebbe attenuato, ma Gesù rifiutò.
Mi fecero allontanare ancora impedendomi di vederlo, ma sentii le sue urla.
Poi lo vidi, vidi il suo corpo che veniva trascinato in alto, sentivo il suo dolore, sentivo che respirava a fatica, sentivo le sue costole rompersi e i polmoni alla ricerca di aria, sentivo le sue parole che chiedevano perdono, perdono per tutti coloro che peccavano, per coloro che avevano deciso la sua condanna.
Sentivo il suo amore espandersi.
Sentivo la sua fede.
Pura.
Ad un tratto non sentii più nulla, i suoi occhi si spensero e la sua bocca non riuscì più a trovare aria, fecero scendere il suo corpo e io lo presi tra le mie braccia con delicatezza, come se avessi paura di fargli del male e lo cullai lasciandomi distruggere dal dolore.
Erano passati due giorni dalla morte di Cristo e il dolore si era sostituito ad un vuoto che faceva quasi più male.
Mi continuavo a ripetere che dovevo essere forte, mille volte in passato mi ero immaginata questo momento pensando soprattutto di essere di sostengo per gli apostoli; sapevo che non ce l’avrebbero fatta da soli.
Ora appena mi incontravano tacevano, ma era giunto il momento di vederli, di parlargli, così entrai nella loro stanza e subito il silenzio scese fra di noi.
Senza giri di parole gli comunicai ciò che era loro compito fare: continuare la missione di Cristo.
Ero fredda e lucida quando pronunciai quelle parole, ma appena incontrai i loro sguardi dubbiosi e sentii delle obiezioni provai rabbia, ma una rabbia dolce, come quando Gesù si era trattenuto più a lungo nel tempio e non aveva avvisato dove si trovasse, ecco così ero arrabbiata, ma anche preoccupata, molto preoccupata.
Tutti tacquero, lessi nei loro occhi un’altra forza, ma soprattutto tenacia.
Successivamente mi ritirai nel mio dolore, incamminandomi con un cesto di oli e profumi contenente anche una nuova veste bianca verso il luogo dove era riposto il corpo di mio figlio.
Camminavo lentamente e a tratti non riuscivo a tenere le lacrime, mi sentivo pesante e mi muovevo con un’immensa fatica, alzai lo sguardo da terra solo quando mi trovai davanti al sepolcro, ma appena alzai il viso notai con stupore che la pietra che chiudeva l’ingresso era stata spostata.
Entrai preoccupata, ma non trovai né il suo corpo né la veste macchiata di sangue che lo ricopriva.
Uscii velocemente con l’intenzione di chiedere aiuto e appena i miei occhi si adattarono alla luce lo vidi.
Cristo era lì con il suo sorriso luminoso e rassicurante e con gli occhi vivi che emanavano amore.
Mi chiamò prima per nome e poi “madre”.
Sentendo la sua voce, quella voce che temevo persa, mi lasciai scappare insieme al sorriso una lacrima di gioia.
Mio figlio aprì le braccia e dai bordi delle maniche si intravedevano le ferite.
Ci abbracciammo a lungo in silenzio.
Il mio cuore si riempì di calore e pace.
E fede.

*****

Racconto “Maria” scritto da Elena Margreth
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

Opera pittorica – La Pietà – Salvador Dalì

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“Racconti nella Rete 2016” edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi, in tutte le librerie a distribuzione nazionale oppure on line al link di seguito:

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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori- Isbraa e Tabush – Diana Salvadori

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Piove. Piccoli ticchettii sulla stoffa sopra la mia testa. È già mattino, lo vedo nella trasparenza della tela verde.
Non ho voglia di alzarmi, sto bene qui distesa al calduccio. Tabush, il mio giovane gatto bianco e rosso, è raggomitolato ai miei piedi, li scalda. Guardo i piccoli movimenti della stoffa mentre le gocce la spingono in basso. Penso al sole delle mie strade, mentre andavo a scuola, e ridevo con la mia amica.
Ci piacevano due ragazzi: Tadir e Monder. Loro, ci sorridevano, noi, non potevamo guardarli ma li sentivamo, vicini, curiosi. Così facevamo sempre la stessa strada, per farci trovare, farci vedere. Eravamo promesse spose, allora, ma la vita, poi, ci ha fatto arrivare fin qui, al confine.
Tabush si muove, agita la coda, per farmi capire che si sta svegliando, ma resta sui miei piedi; anche lui non vuole uscire.
Mi piaceva tanto Tadir, aveva occhi neri, lunghi, leggermente a mandorla. Un gran sorriso, mani magre e decise. Parlava poco, stava fermo con gli altri uomini a osservarmi. Sentivo che lui era diverso, lui guardava proprio me. Quella me nascosta, segreta a tutti, quella dei sogni.
Tadir sorrideva poco, ma mentre mi guardava, lo sentivo sorridere, per me. Sorrideva, come me, dei sogni.  Sì, anche Tadir sognava, di diventare un bravo calzolaio, o meccanico, di essere un giovane marito, di danzare euforico al mio fianco. E poi, tanti bambini, maschi e femmine. Forse, lui guardava in me, i miei sogni.
Tabush si allunga, si stira, mi fa leggere fusa sulla pancia, io rido, il suo pelo mi fa il solletico. Qualcuno fuori urla che sta arrivando il cibo.
L’ultima volta che ho visto Tadir, la mia amica mi ha detto: “Ti ha scritto una poesia, è sotto il sasso al ponte delle pietre, dai, corri, andiamo a prenderla”. Ero a casa, Tabush sdraiato al sole mi ha seguito, ha giocato con le pietre mentre io leggevo: “Mia cara Isbraa, il suono del tuo nome è nel battito del mio cuore, quando si fermerà, mi troverai nel tuo battito.”
Tabush mi sale sul viso, si struscia sul mio naso, mi lecca una guancia.
Oggi non so dove sia Tadir.
Mentre facevo la valigia, ho preso la sua poesia, l’ho riletta; ho piegato il foglio nove volte, in segno di buon auspicio, ho preso il cofanetto azzurro e lì l’ho riposto. Ora è sotto il mio cuscino.
Alla partenza, Tabush era nervoso, miagolava e graffiava le mie gambe, si aggrappava alla valigia. Ho preso uno scialle, fine, l’ho arrotolato attorno al suo collo, lui si è calmato. Ho accarezzato il suo pelo rosso e bianco e gli ho detto: “Tu e Tadir venite con me”.
Qui, a Idomeni, non ho ancora visto la mia amica e neppure il mio Tadir.
Lei, prima di partire, mi ha lasciato un suo diario, dicendomi: “Isbraa, non scordiamoci di noi”. Anche lei, di poche parole.
Tabush ora vuole uscire, io lo controllo, ho paura di perderlo, così me lo coccolo ancora un po’ mentre gli metto il suo piccolo scialle.
Fuori non piove più, siamo in tanti, oggi sappiamo dove siamo, domani lo scopriremo.
Io spero di ritrovare la mia amica. Io spero di sposare Tadir.
Tabush mi aiuterà.

Racconto “Isbraa e Tabush”  scritto da Diana Salvadori
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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Opera pittorica
– L’attesa –  Lucio Fontana – 1965

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Potete acquistare il volume dei racconti vincitori del Premio
“Racconti nella Rete 2016”
edito da Nottetempo, a cura di Demetrio Brandi,
in tutte le librerie a distribuzione nazionale
oppure on line al link di seguito:
http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/racconti-nella-rete-2016

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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Il corredo – Giusi Scerri

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Oltrepassavano i muri con i loro suoni, cadenzati e acuti, inseguendosi nell’aria fino ad arrivarle alle orecchie. Ascoltarli, era quello che più le piaceva sentire, quando la mattina tornava su questa dimensione. Ogni giorno era l’inizio di una avventura nuova, non si aspettava niente, ma era certa che tutto fosse là ad aspettarla. Un tintinnio di porcellana, due donne, le loro voci lontane quel che bastava per non sentire le parole. Profumi di timo, pomodoro a soffriggere, odori che arrivavano lenti e intensi fin dentro il sonno della domenica. Uno sbattere di sportello, frammenti di risate, rumori di passi, in cucina la vita era già iniziata, mentre, accovacciata tra le lenzuola, assaporava le impronte dei sogni appena lasciati.

La luce filtrava decisa dalle persiane verdi a indicare che ora di alzarsi, eppure, Caterina, preferiva indugiare, come se avesse paura di consumare troppo in fretta la giornata, o che essa, vivendola, deludesse le aspettative che in quel momento erano lì custodite e da ammirare.
Era un rito alzarsi, poggiare i piedi sulle mattonelle fresche, indugiare a sentire l’aria sulle gambe, il tempo fresco e dilatato dei giorni di festa.
L’armadio bianco a tre ante era posto davanti al letto, leggero e incombente allo stesso tempo.
Caterina apriva le finestre per lasciare entrare la luce naturale del giorno e il cinguettio degli uccelli sembrava invadere la camera insieme al caldo del sole dei primi giorni d’estate.
Ora avrebbe avuto tutto il tempo per “ammirare” quel piccolo tesoro, distribuito, sui due ripiani a sinistra dell’armadio.
Nel momento in cui si aprivano le ante il profumo di lavanda e di canfora anticipava, alla vista, quello spettacolo di colori.
Scatole fiorite, buste lucide, pile di asciugamani rilegate con fiocchi rosa e bianchi, lenzuola ricamate, “strofinacci” da cucina, con disegni naif, che portavano lontano la fantasia.
Quando le mani arrivavano a poggiarsi sulla prima pila di spugna, indugiavano ad accarezzare quella morbidezza, ogni colore pareva dare sulla pelle una sensazione diversa.
Poi con cura, Caterina, cominciava ad appoggiare le scatole ancora chiuse sul letto, alcune contenevano camicie da notte ricamate, forse da riservare ai viaggi o a quando sarebbe diventata mamma. Le camicie di seta, invece, scappavano dalle mani un po’ tremanti per la paura di sciuparle, cangiavano alla luce e la voglia di indossarne qualcuna e guardarsi allo specchio era troppo grande ogni volta.  Ve ne era una in particolare, color amarena, che metteva in risalto la sua pelle bianca, sembrava un vestito da sera, era bello specchiarsi e riconoscersi.
Successivamente, con lentezza e soddisfazione, le riponeva nelle scatole raccogliendole nella velina, uno scricchiolio lieve nel ripiegare i suoi tesori.
A seguire tirava fuori i completi da cucina e le lenzuola, quando voleva essere più audace, le portava al viso per annusarne l’essenza fiorita della vita futura.
Quali tavole avrebbero apparecchiato quelle tovaglie? quali letti avrebbero abitato le lenzuola?
Il cuore sembrava scorrere dal petto alla gola e dalla gola al petto, quando sentiva un rumore arrivava inaspettato, indugiava qualche minuto e quando era certa di non essere sentita, con delicatezza, riponeva tutto al suo posto nell’armadio: “i loro incontri dovevano rimanere segreti”.

Quando la nonna portava a casa un nuovo pezzo del corredo, Caterina si sentiva orgogliosa, sapeva che ella aveva fiducia in lei, che la riteneva importante come donna e come portatrice di vita. La nonna sapeva che avrebbe mutato forma un giorno, che forse sul momento non l’avrebbe capito appieno quel gesto, ma sentiva che ne stava cogliendo l’importanza.
Aveva traslocato dalla casa della sua infanzia ormai da anni e fu così impegnata a vivere, che non si accorse del tempo che passava veloce, parte del corredo fu usato, altro andò materialmente perduto, eppure, si rese conto che il ricordo che restava di esso lo sorpassava, oltre le stagioni e i ricordi, il gesto, restava indelebile.
Caterina aveva sviluppato la consapevolezza che il “corredo” non sarebbe mai andato perduto, che la cura con la quale era stato messo da parte, anno dopo anno, fino ad arrivare a lei una volta diventata grande, le aveva dato la sicurezza e la fiducia, che le generazioni che l’avevano preceduto la stessero pensando e le dessero sostegno.
Spostandosi in uno spazio speciale ringraziò sua nonna e capì quando le diceva: “Ti verrò in mente tante volte e dirai, la mia nonna aveva ragione”. La nonna ne aveva già fatto esperienza e con amore lo comunicava a quella bambina che con gratitudine avrebbe tramandato il suo corredo.

 

Racconto “Il corredo”  scritto da Giusi Scerri
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I Lunedì di LuccAutori”

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365 giorni, Libroarbitrio

I Lunedì di LuccAutori – Simonetta – Ottavio Mirra

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“Sono la pecora sono la vacca, se agli animali si vuol giocare, sono la femmina camicia aperta, piccole tette da succhiare” (Fabrizio De André)

Mi chiamo Simonetta, fino a ieri per venirmi a trovare bastava allungarsi dallo zoo di Fuorigrotta fino al Viale dei Giochi del Mediterraneo. Adesso se ti devo raccontare come sia finita lì, la storia è lunga e non credo tu abbia tutto questo tempo. Vediamo se ci riesco in due parole.
Da piccola, come tutti quelli del quartiere, giocavo a pallone per strada. Allora non c’erano i campi di calcetto e ci si arrangiava. Io ci giocavo perché mi piacevano i contatti. Mi piacevano i tackle, con il pallone in mezzo a dieci piedi che scalciavano. Con i pantaloncini corti, si scontravano le ginocchia nude, si strusciavano le cosce. A questo pensavo quando andavo a giocare, a questo e agli abbracci dopo i gol. E io di gol ne facevo tanti. Giocavo, mi strusciavo, segnavo e abbracciavo. Il motivo per cui mi piacesse così tanto giocare a pallone con i ragazzi, me lo spiegò un giorno Don Quirino, senza bisogno di parole, mentre ero in sagrestia inginocchiata di fronte a lui per confessarmi. Io con Don Quirino non ce l’ho per niente. Con lui è successo solo quella volta, ma mi è bastata per capire, così mi sono messa in proprio e dopo un po’ avevo la fila davanti alla porta. Ho conosciuto un sacco di gente, e c’è stato anche chi mi ha voluta bene davvero.
Lo sai che ognuno di noi nasconde dentro di sé un maschio e una femmina? Ma certo che lo sai. Ecco, tra i due io ho preferito la femmina, e quella sono stata, per tutta la vita. Bella, alta, imponente, da guardare. Il tempo mi ha solo sfiorata, e su Viale dei Giochi del Mediterraneo contavo ancora qualcosa. Bastava un velo di trucco in più e i miei sessantatré anni sembravano quaranta.
Fino a ieri, come sai.
Poi è arrivato lui, si è accostato con la macchina e mi ha chiesto come mi chiamassi. Era bellino, simpatico. Gli ho sorriso. Simonetta, gli ho detto, mi chiamo Simonetta, e sono salita. Questa volta però è andata male. A lui non è piaciuto il lato maschile che ancora mi porto appresso. Come se contasse qualcosa. Mi sono sempre detta che se non conta per me, non dovrebbe contare per nessuno. Lui, invece, ne ha fatto una questione di vita o di morte e con il coltello mi ha tagliato la gola.
Ora mi prenderai per pazza se ti dico che mentre stavo morendo mi è venuto da ridere. Mi ha uccisa uno che ha il mio nome al maschile, si chiama Simone. Ma ti rendi conto? Mi ha uccisa la mia parte maschile.
Vedi Pietro, ora che sono arrivata davanti alla tua porta, sono io che ho una domanda per te: dimmi, conta anche qui?

Racconto “Simonetta”  scritto da Ottavio Mirra
scelto da DuediRipicca
per la rubrica “I lunedì di LuccAutori”

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