365 giorni, Libroarbitrio

Inquieto – Lindze

fotografia set prossima uscita E.G.

Come una chiocciola
che la notte
bruca l’umida verdura
e il giorno chiusa
nel suo guscio
sogna il vasto oceano.

Come le megattere
che del mare
cantano il mistero,
gli oscuri abissi
e tramandano
le antiche storie
di quando
piene di dolore
lasciarono la terra.

Come le meduse
che viaggiano lontano
arrese alle correnti
e nulla sognano poiché
esse stesse sono
il sogno incorporeo
di mari dormienti.

Come un cane
alla catena
che ulula alla luna
e ricorda quando
correva libero
per le foreste
e il sapore della preda
e del suo caldo sangue.

Come una sequoia
millenaria che guarda
gli uomini come
fossero formiche
e rimpiange
un passato antico
in cui essi le cantavano
la sua grandezza e
la sua gloria.

Come il primo
respiro di un neonato
che non capisce
cosa sia il dolore
e rabbioso urla
il tempo in cui
era perso nel suo
sogno amniotico.

Come il repentino
raggrumarsi delle nubi,
e i lampi come graffi
improvvisi della tela
e quella maledetta
attesa
in sospensione
e poi finalmente
il nubifragio.

Come un uomo solo
in una stanza
mal illuminata,
gli artigli fra i capelli
che tenta di arginare
un  vuoto
che non ha provenienza.
E prega che la notte
cali il suo mantello oscuro,
la sua unica amica
e gli doni, infine,
l’agognato oblio.

Lindze

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365 giorni, Libroarbitrio

“Er puggile sonato” Lollo

Giovanni-Segantini-L-ultima-fatica-del-giorno

Era stato a’n pugno esatto dalla gloria

a solo ‘n passo dar diventà er campione:

co’ l’avversario ormai ito ‘n confusione

sur ring danzava già gustanno la vittoria.

Ma quanno che c’hai troppa confidenza

è lì ch’er diavolo t’aspetta come n’amante:

er rivale che partì disperato co’n montante

e pe’ culo je corpì er mento de potenza.

Fu cappaò brutto, cadde a terra come morto

e quer botto je segnò pe’ sempre la cariera,

nun s’ariprese più: nun ce fu modo né maniera

se diede ar clandestino: de sordi stava a corto.

Quante botte prese: troppe, pe’ ‘n’unico marpione,

insino a che divenne mezzo sciroccato

fu chiamato lo scemo der rione: lo sbroccato,

e nessuno più s’aricordò de quer campione.

E borbottando pe’ li vicoli, solitario s’aggirava

perso ner passato come ‘na mosca nella giada

li rigazzini  lo piaveno a serciate pe’ la strada,

ma lui nun li sentiva: in se stesso camminava.

Lavorava come ‘n pazzo come manovale,

senza fa ‘n fiato: ‘n culo come ‘n secchio

a sera ‘n casa faceva er vuoto fronte specchio

sognandose quer ring, co’n fottuttissimo rivale.

Fu ‘na vorta ‘n strada: s’allenava a dà cazzotti

che se dimenticò der monno e venne circondato

da ‘n gruppo de coatti, branco losco e malandato:

tutti contro uno, quei balordi così s’erano ridotti.

“Ah ecco er puggile sonato!!” urlavano sguaiati

tutt’intorno a quer poraccio ridendo come pazzi,

lui sei li guardava: nun capiva quei schiamazzi,

poi un coatto uscì dar cerchio: de quelli palestrati.

Se mise ‘n guardia cor soriso fra li denti

grosso come n’cristo gustanno già er pestaggio,

er puggile sonato se squadrava quer servaggio

insino che ‘ntese ‘n gong che lo mise sull’attenti!

Era stato uno dei coatti a corpì er palo della luce

pe fa’ lo scherzo come de n’inizio de n’incontro

nun sapeva d’avè dato er via a quello scontro

riportanno quer diavolo ar passato: quello truce.

Er pubblico all’intorno, er sono de campana:

er mec era iniziato, se fece serio, concentrato

nun avrebbe perso n’antra vorta, assicurato,

già studiava er suo rivale co’ carma disumana.

Er coatto se fece avanti senza n’attenzione,

pensando de combatte con misero micetto,

nun aveva ancora afferato quer concetto:

che avevan tramutato er micio in un leone.

Tranquillo er coatto partì de dritto, senza slancio

er pugile sonato già lo vide ‘n lontananza:

uscì da quell’attacco con massima eleganza

tronco verso er basso, ‘ncrociò partì de gancio.

Fu na bomba in piena faccia: ‘na mina…

se sentì ‘no schiocco de mascella

er coatto se sciolse come ‘na frittella,

e cadde a terra, stecchito dalla crina.

Er coattume, basito più nun se moveva

er puggile cadde in ginocchio braccia ar celo

aveva vinto quell’incontro co’n gran zelo

rimasero in silenzio, nessuno più rideva.

Ar processo ar poro puggile je diedero ‘na venti

ma lui manco ce badava: oramai era partito

la fece franca ‘nvece er gruppo de coatti inebedito

e furon dichiarati tutti  innocenti…

…che in questo monno Giustizia è rara mercanzia

e purtroppo esse ‘n gruppo de dementi nun è reato

nun se po’ giudica  er tasso de idiozia

antrimenti mezzo monno anderebbe carcerato.

365 giorni, Libroarbitrio

Bhagavadgita e tanti auguri per i nostri due anni Libroarbitrio!

Manara Hommage

Sono seme eterno di tutti gli esseri,
ragione dell’uomo razionale,
gloria in chi è illustre.

Nei forti sono la forza
libera da smania e da passione.

Nelle creature sono un desiderio
che mai è in conflitto con la giustizia.

Amen

L.L.

( mia rispettabilissima traslucidazione traduttoriale dallo psico sanscrito )

365 giorni, Libroarbitrio

“Rapida, senza lasciare traccia scorre” di Friedrich Schiller

Roma 1 marzo 2014

Friedrich Schiller

(…) rapida, senza lasciare traccia scorre
al di là dei sensi l’arte stupenda dell’attore,
mentre l’opera dello scalpello e il canto
del poeta sopravvivono ai millenni.
Sulla scena la magia muore con l’artista;
quando il suono svanisce dall’orecchio
scompare anche l’effimera creazione,
nulla di duraturo ne conserva la gloria.
Ardua è l’arte, fuggevole il premio,
i posteri all’attore non intrecciano
ghirlande: perciò con mano avara
il presente deve cogliere, l’istante
ch’è suo sfruttare pienamente,
conquistare il favore dei contemporanei,
edificarsi un monumento vivo
nell’animo dei più degni e dei migliori.
Solo così anticipa l’immortalità,
poiché colui che ha soddisfatto i migliori
del suo tempo, avrà vita in eterno.

Friedrich Schiller fu fautore di un teatro specifico dei tempi, dove i protagonisti erano persone realistiche, non più eroi idealizzati.
La sua opera, veicolo dei valori positivi della borghesia in ascesa, vicina alle idee di libertà e ribellione dello sturm und Drang, affrontò, nell’arco di un ventennio, i temi più significativi della cultura contemporanea: la difesa dei diritti dell’individuo, la ribellione ai vincoli delle convenzioni sociali, la condanna dell’arbitrio e dell’assolutismo.
Don Carlos, la trilogia del Wallenstein, Maria Stuarda, La pulzella d’Orléans, Gugliemo Tell, sono solo alcuni tra i più famosi drammi della vastissima produzione schilleriana.
Oltre alle tragedie, il genio poetico di Schiller si manifestò anche nella composizione di odi, inni e ballate, molte delle quali furono musicate da importanti musicisti: così fece Schubert con Nostalgia e Beethoven con il famoso Inno alla gioia.

A domani
Lié Larousse

365 giorni, Libroarbitrio

Young e i pensieri notturni sulla vita, la morte e l’immortalità: storia di un’autobiografia

Roma 21 maggio 2013

Nato a Upham nello Hampshire nel 1683 Edward Young compì gli studi a Oxford e manifestò precocemente un talento letterario versatile ed elegante. Intrapresa la carriera ecclesiastica fu cappellano del re Giorgio II e rettore Welwyn.

Dopo la pubblicazione di due tragedie classicheggianti, di sette satire dal titolo L’amore della gloria, passione universale, e della raccolta poetica Carme sull’ultimo giorno, che non gli diedero il successo ambiziosamente cercato, divenne celebre con Il lamento, ovvero pensieri notturni sulla vita, la morte e l’immortalità composto tra il 1742 e il 1746.

E’ un’elegia autobiografica, scritta dopo la morte della moglie e altri lutti familiari, in cui si anticipa il tema preromantico della meditazione notturna sulla tomba.

La lunga riflessione religiosa in nove libri, o “notti”, è opera emblematica della cosiddetta “graveyard school” o “scuola cimiteriale”, costituita da un gruppo di poeti, che portarono il culto della sensibilità a livelli di morbosità quasi patologica, concentrando la loro attenzione su tutte le tematiche relative alla morte, ai cimiteri e  alle lugubri atmosfere notturne.

Morì nello Hertfordshire nel 1765 e la sua opera si diffuse e influenzò tutta la poesia preromantica europea.

A domani

LL

 

365 giorni, Libroarbitrio

Il poema storico

Roma 16 febbraio 2013

Amore, gloria e virtù

L’interesse della storia quale fondamento di riflessione sulla condizione umana diventa invece in un poema latino, L’Africa, motivo di celebrazione della gloria e della grandezza di Roma. Iniziata anch’essa a Valchiusa dopo il ritorno da Roma, la composizione di questo poema epico-storico si lega al solenne riconoscimento dato da Roberto d’Angiò al Petrarca, nel 1341, con l’incoronazione in Campidoglio. Ancora in via di composizione a quella data, il poema latino fu proseguito a Parma nel 1341 e in seguito ampliato e riveduto, ma interrotto al IX libro. Il poema, al quale Petrarca attribuiva un particolare valore come opera di poesia nel senso classico della parola, si conformava al modello virgiliano non solo per lo stile, ma anche per l’accostamento di motivi epici e di motivi sentimentali.

L’Africa da una parte attingeva al Somnium Scipionis, il frammento della Repubblica ciceroniana, che ebbe tanta fortuna nel Medioevo perché sotto forma di un sogno avuto da Scipione ragionava del destino celeste che tocca ai virtuosi e soprattutto ai benemeriti della patria, dall’altra alle Storie di Tito Livio che sono rivolte alla celebrazione dello sviluppo glorioso del popolo romano. I libri sulla seconda guerra punica appartengono alla esigua parte salvata (anche per opera del Petrarca) della monumentale opera di Livio. Ma anche ad Ovidio, il cantore dell’amore, si rifaceva il Petrarca per l’ispirazione stessa del poema, che si piegava ad una tematica meno solenne di quella richiesta dall’argomento epico, e più vicina alla consueta vena del poeta quale frattanto si esprimeva nelle liriche volgari.

Del resto, a parte i due libri iniziali, tutto il poema risultava dalla ricucitura, non portata completamente a termine, di una serie di pezzi, spesso concepiti secondo un modello lirico. L’esempio più tipico è uno degli squarci più significativi dell’Africa, il lamento di Magone morente, che il poeta forse compose in onore di Roberto D’Angiò, dopo la morte di lui nel 1343. Il passo era destinato alla meditazione sulla caducità della vita, sulla precaria condizione dell’uomo, ad un tema cioè verso il quale sempre più decisamente si avviava la riflessione del poeta.

A domani

LL