365 giorni, Libroarbitrio

un giorno come un altro – L.L.

passione

Opera pittorica di Roberto Ferri 

26 aprile

Sguardi che compaiono
da vicoli come cunicoli.
Mentre stanze segrete consumano
rimembranze di battaglie sconosciute.
E’ notte. E vorrei fosse presto giorno.
E’ giorno. E prego perché la notte accorra a proteggermi
oscurando. 

Dio. Non puoi salvare.
Nessuno. Da se stesso. Di se stesso.

Dio non risanerai mai i tuoi feriti.

I tuoi figli.
Io tua figlia.
Non puoi riparare un danno già compiuto da genitori egoisti, ex corrotti, persecutori, povertà, depressione o semplicemente squilibrio chimico.
Io.Non riesco ad annullare ferite psichiche, fasciare vecchie cicatrici, mandar via antichi lividi con un bacio. Non riesco a mandar via il dolore. Zittire le voci nella sua testa, nella mia, in quella della gente.
Non sarò mai in grado di salvare gli oppressori dall’opporsi a un mondo che hanno preso ad odiare. Troveranno sempre il modo di ricominciare da dove i prepotenti hanno lasciato perdere. Diventeranno loro i più prepotenti. Faranno diventare me il nemico. Io sono il nemico ora. E tu dove ti sei perso Dio? Non lo vedi che non ci riesco, che sola non ce la faccio? Non importa quanto sono convinta di aver fatto davvero ogni cosa in mio potere per dimostrare la mia indifferenza, e mentre agogno il tuo sconfinato sostegno per non morire, imparo che non potrò mai salvare un miserabile bastardo da se stesso.
E’ un muro di fuoco in continua espansione e nella sua scia si abbevera della mia acqua, si sta nutrendo di me, la mia energia, i colori stanno sbiadendo ad ogni sua sorsata, e alla fine ucciderà la mia anima.
Sarò nulla.
Non sarà soddisfatto finché non sarò miserabile quanto lui.
E a questo punto il disprezzo sarà un perpetuarsi dietro cancelli altrui, mosaici di celle senza serrature per la via d’uscita.
Una volta sconfinata lì sarà di fatto impossibile per me pattuire una tregua.
Non importa più l’età del tempo, né il male del tempo.
Non gli importa più nulla di nulla, se non.
Mangiarmi.
Spolparmi viva.
Tormentata.
Immobilizzata come un fermo immagine incrinato e intrappolato dentro un proiettore rotto.
Frustata dal suo vuoto spazio interiore d’occhi acidi al di là la tragedia, il mio stesso senso d’impotenza. Vicolo cieco. Aggrappare le mani attorno filo spinato, e percuoterlo percossa.
Infuriata per la colpa, per le stronzate idealizzate nelle mente.
Insistere resistendo alla lotta.
Inspira lentamente.
Voglia di tirare calci, schiacciargli la faccia, fracassargli la testa.
Espira.
Labbra gonfie. Le mie. Anche i denti mi fanno male.
Mi resta di succhiare caffeina e codeina da una cannuccia.
Si vaporizzeranno i lividi.
– Le ossessioni vanno uccise per farle sparire definitivamente – , m’ha sussurrato all’orecchio umettato dalla sua saliva.
Ora fisso fronde d’alberi. Platani. Appaiono molli. Riversi. Come salici ma senza pianto.
Intanto bisogna pregare per la resurrezione in un’anonima chiesetta.
Per la redenzione.
Un angelo tenebroso cadrà giù dal cielo per me.
Brillanti sogni compro messi in intossicazioni pericolose per la mia salute mentale boccioli selvatici bagnati d’acqua santa.
Amen.

L.L.

365 giorni, Libroarbitrio

Jerome David Salinger “Il giovane Holden” (parte seconda)

Roma 10 novembre 2013

Salinger

Il rifiuto del conformismo e dell’ipocrisia della società

Holden Caulfield è uno studente diciassettenne, proveniente da una agiata famiglia di New York.
Il giovane, duramente provato anche dall’esperienza traumatica della morte del fratello maggiore Allie, il cui ricordo non lo abbandona mai, si rifiuta – per così dire – di crescere, di adeguarsi alle norme di un mondo che gli appare stupido, ipocrita, privo di significato e di autentici valori. Espulso dal college di Percy per scarso rendimento scolastico, Holden, sulla via del rientro a New York, cerca esperienze nuove, che gli indichino che la vita borghese degli adulti ha un qualche senso, ma tutto lo delude, nessuno è in grado di capirlo.
Giunto a New York, decide di non vedere i genitori prima che essi abbiano ricevuto dal college la lettera di espulsione. Entra perciò in casa di nascosto, per incontrarsi con la sorellina Phoebe, l’unica persona con cui abbia un reale rapporto affettivo, forse perché nella sua ingenuità la bambina è ancora lontana dall’ipocrita mondo degli adulti.
Dopo una nuova delusione, l’incontro con il professor Antolini, un suo vecchio insegnante, che Holden teme voglia sedurlo, il giovane pensa di voler fuggire da New York, di non tornare mai a casa, ma un nuovo tenero incontro con Phoebe lo dissuade.
Holden ritorna così dai genitori.
Il romanzo si chiude con le considerazioni del giovane, in ospedale, affidato alle cure di uno psicoanalista:

” Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è qui, continuano a chiedermi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. E’ una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come faccio a saperlo? Giuro che è una domanda stupida.” 

A domani

Lié Larousse