365 giorni, Libroarbitrio, UN RACCONTO A SETTIMANA

– TROPPO TARDI PER GODERSELO – per #unraccontoasettimana – Rubrica letteraria 2dR

G. Courbet, Autoritratto o Uomo disperato, 1843, Nasjonalgalleriet di Oslo

Che ore sono? oo:oo, l’ora delle streghe, e tu stai bene, stai ancora bene. E’ solo questo bruciore, qua, dove le dita pigiano sulla bocca dello stomaco, o forse è solo il diaframma schiacciato, contratto, contrito. E ti manca l’aria, non respiri, soffochi, come se avessi la testa sott’acqua, o magari in uno di quei sacchetti per surgelare gli alimenti, che poi si appannano e vengono risucchiati dall’annaspare. E’ il caldo, forse, o magari solo il buio, il buio, ancora il buio no, il buio ti prego no.
Che ore sono? 01:11, e stai ancora bene, stai bene, ma le lenzuola s’incollano alla pelle, o forse la pelle alle lenzuola e questo materasso è troppo scomodo o forse troppo comodo o magari sono i rumori, giù in strada, le macchine i passanti i randagi e immagini le loro storie, crei a tavolino battute e copioni e colpi di scena e sono ancora le 01:12 e non chiudi occhio, non puoi, non vuoi, non ci riesci, sì sì, una sigaretta, ci vuole una sigaretta, ma dove hai lasciato il tabacco? No, qua no, forse se sposti la mano di là, ah sì, il comodino il telecomando il pulsante della lampada ed eccolo, sì la superficie liscia del pacchetto e il ruvido del bollo del monopolio e la morbidezza del tabacco ma, ma come si gira una sigaretta? Pensa, pensa, lo sai fare, è una vita che lo fai, prendi il filtro poi il tabacco, no no, prendi la cartina poi l’accendino, no no, inspira espira, calmo, calmo, lo sai fare lo sai fare, inspira prendi il tabacco, espira la cartina, inspira rolla, espira filtro, inspira accendi, espira fili di fumo salgono nel buio della stanza e s’arzigogolano in facce visi ghigni con le zanne di fuori, il posacenere prendi il posacenere.
Cazzo t’eri quasi addormentato.
Che ore sono? 01:51, e stai bene, stai ancora bene ma hai ribaltato il posacenere alzandoti di scatto, sudato salato stralunato e c’è cenere dappertutto e mozziconi e cartine strappate ma va bene così, la luce non l’accendi e la schiena s’adagia al buio, ma non quel buio, non quello che ti strizza il culo e t’irrigidisce che quasi non ti muovi, quasi non pensi, quasi non respiri, no, il buio della stanza ti piace, quello confortante, silenzioso come un utero e non ci sono le vocine a parlare sussurrare bisbigliare, non ci sono se resti sveglio non ci sono se resti sveglio non ci sono se resti sveglio, non esistono, nulla esiste prima della linea d’ombra, prima di quel sottile confine tra il sonno e la veglia quando saltano fuori i mostri i mostri i mostri, basta accendere la tv, ma ce l’hai la tv? pensa pensa pensa e non ascoltare il cuore che tump tump o le orecchie fiuuuu, non l’ascoltare, sì, ce l’hai, la tv ce l’hai, e il telecomando? no, anzi sì sì, ma dov’è? sotto la schiena no sotto al letto no dietro la spalliera no, ah sì, il comodino, è tutto sul comodino, tutto il necessario è sul comodino, o nel cassetto, sì nel cassetto ma non è ora, ora non è ora, e come si accende la tv? pensa pensa pensa, e smetti di far tremare quella mano e le gambe, quale bottone? quale? è il bottone giallo o il viola o il rosso o l’azzurro o l’indaco? ma che cazzo di colore è l’indaco? è il rosso, s’accende con il rosso, o forse è l’auto distruzione?
Che ore sono? 02:32, e stai bene, stai ancora bene illuminato da una televendita muta e ancora poche ore e sorgerà il sole e tutto passerà, andrai a lavoro e tutto passerà, ci saranno rumori e voci e suoni e fragore e sferragliare e tintinnare e le vocine non ti prenderanno, no, non potranno e ci sarà troppa luce per il buio e per i mostri, sì, ci saranno solo gli altri di mostri, in giacca e cravatta e sorrisi madreperla da figli di puttana e labbra gonfie di botulino e tette di silicone e compensazioni a quattro e due ruote e fucili d’assalto per missioni di pace e grandi manovre d’emergenza finanziarie spericolate e gli innamorati che si baciano s’accoppiano s’accoppano e la rete che ti ammalia t’ammala t’ammazza, sì sì presto sarà l’alba, e c’è vita là fuori basta non guardare il buio qua dentro, qua, dentro di te con le sue voci e le zampette e le ali stracciate e i denti affilati e le squame verdi e non respiri e il cuore batte la fronte umida lo stomaco brucia, e i denti tritano altri denti, inspira espira inspira espira e vai al bagno, un po’ d’acqua fresca non può farti male, non quanto loro, ma come ci vai al bagno? pensa pensa pensa, come cazzo ci vai al bagno? ok ok ok, un piede giù, bravo così, poi l’altro, ci sei, visto che te lo ricordi? adesso bravo, così, un piede poi l’altro poi l’altro e adesso come si apre il rubinetto a destra o sinistra? sinistra o destra? dai, prova, no, ecco è l’altro, e non è successo niente, visto? bravo sì, bagnati i polsi le braccia il viso e adesso? adesso torni al letto? ce l’hai un letto? cazzo sì! non ti agitare non far salire la pressione non sudare non aprire il cassetto del comodino, bravo, così, rilassati, ma non chiudere gli occhi, pensa pensa pensa e non sarà mai buio e non ci saranno voci e non aprirai il cassetto.
Che ore sono? 03:04, e stai ancora bene e non sei pazzo, tu non sei pazzo, è solo il mondo la fuori e la sua velocità e il suo sbrigati e il sei in ritardo e il corri e il sorpassa sbrana uccidi conquista, e non sai, qua dentro, cosa c’è che non va e non sai neanche se c’è qualcosa che non va ma tanto non lo sai come vanno le cose, a quelli lì, quelli sorridenti, quelli che respirano a fondo, quelli normali, ma anche tu sei normale, non dire di no, forse i pensieri corrono troppo o forse le sinapsi te l’hanno allacciate male o forse t’ha preso un fulmine quando eri piccolo e tutta quell’elettricità nella testa ti manda fuori fase, e cos’è questa puzza? forse i tuoi circuiti in corto o magari ti sei cagato sotto sentendo quelle zampine arrampicarsi lungo la schiena inerpicarsi su per il collo e trapanarti la scatola cranica, ah no, è solo la cenere tra le lenzuola zuppe di sudore, e questo rumore? sono arrivati cazzo sono arrivati, no, no, è solo il cuore in gola che martella infierisce massacra e fa troppo caldo fa troppo caldo, alzati apri la finestra esci in balcone e prendi una boccata d’aria, ma come si fa? come cazzo si fa? ok, la maniglia, di qua, anzi no di là e poi l’anta avanti, no indietro e la zanzariera? come cazzo si leva la zanzariera, espira inspira espira inspira, manca aria manca aria manca aria, fanculo passaci attraverso, piegati sulle ginocchia, poggia i pugni per terra guarda il sudore sgocciolare sul pavimento annusa la notte sorreggiti al vaso e vomitaci dentro e pensa pensa pensa al mutuo alle rate alle bollette all’appuntamento dal medico a quello in officina ai tuoi amici che ti vogliono vedere che è una vita che non ti fai vedere a quella ragazza che ti ha chiesto di uscire che è una vita che te l’ha chiesto il cassetto ma non pensare al cassetto cazzo, o forse sì, no, non ci pensare, tra poco passa tutto, tra poco sarà tutto passato, tranne il passato che rimane lì tra le ombre del buio con i mostri e le voci e le zampette, e il futuro, anche il futuro rimane sempre là, rimane sempre futuro e non arriva mai, nulla cambia e tutto resta uguale, non scorre un cazzo qua, fanculo Eraclito, o forse era Aristotele o Socrate o che cazzo ne sai non hai mai studiato, o forse sì? e chi diceva che credersi immuni alla pazzia è un…che cazzo ti frega, tu non sei pazzo tu non sei pazzo tu non sei pazzo.
Che ore sono? 04:14, e tu stai bene, non sei pazzo ti dico che non sei pazzo, è che non guardi abbastanza tv, l’accendi al buio ma non la guardi, magari ti farebbe bene con tutti quei programmi interessanti rilassanti rincoglionenti, forse la smetteresti di farti tutte quelle domande e di darti tutte quelle risposte che quando ti svegli poi sembra di stare sul palco di una grande recita, e no, non lo fare, non iniziare ad arrovellarti se questa vita non è forse solo una recita con tante repliche incollate una dietro l’altra, no, e non ti rispondere che siamo solo attori con maschere per ogni occasione e no, non ti domandare che cazzo di senso abbia alzarsi la mattina e continuare a lavorare per continuare a pagare per continuare a lavorare per continuare a pagare, e no, non ti rispondere che se un senso non lo vedi allora non c’è, e non pensare ad atomi molecole ioni, a batteri bacilli virus, che non esistono e li vedi, no, cioè scusa, mi sto incartando pur io, che non li vedi ma esistono, non t’impelagare in questo dedalo che nel labirinto il mostro ha già fiutato la paura e fremono le narici scalpitano i zoccoli rimbombano i passi e tu hai perso il filo, sì lo so, hai perso il filo e adesso non sai come uscirne come io ho perso il filo del discorso e non so cosa dire, e allora sì, batti la testa con le mani, stagna in posizione fetale fecale fatale e assapora il sale delle lacrime e il ferro del sangue che ti cola dalle guance che azzanni, fai tutto ciò che vuoi, corri urla strilla picchia accoppiati, ma sai accoppiarti? pensa pensa pensa, magari potresti distrarti, chiami qualcuna a casa e poi…poi…poi sai come si fa? cazzo sì che lo sai, l’hai fatto milioni di volte? l’hai mai fatto prima? certo che l’hai fatto ma come sì fa allora? allora lo metti dentro, no aspetta, prima lo tiri su, poi lo, ma come cazzo si tira su? inspira espira inspira espira, piano, più piano, stai correndo troppo, bravo, così, calmo, calmo, e non dirmi di non dirti di stare calmo che poi m’innervosisco anch’io, ok adesso non ci pensare, a quello che sai fare, a quello che non sai fare, alle bugie che ti hanno detto, con cui t’hanno cresciuto nutrito plasmato, era solo per il tuo bene, o forse per il loro, non so, basta che non pensi al cassetto, no, non allungare la mano, no, non aprirlo, bravo così, rimettiti giù che è quasi finita un’altra notte in bianco nell’oscurità fuori l’oscurità.
Che ore sono? 05:22, e tu stai ancora bene e non sei pazzo, stanco forse, ma non pazzo, stanco sì, di tutte queste notti senza dormire perché non riesci a dormire perché loro non la smettono di urlare gridare strepitare perché tu non fai nulla per farle tacere perché loro non sanno cosa hai fatto di male per assillarti o forse sei tu a non saperlo ma sai che non ce la fai più a vivere così con gli occhi gonfi e lo stomaco che brucia e il macigno sullo sterno e il nodo alla gola e il sudore lungo la schiena e le mani che tremano, prudono che vorresti tanto mollargliene uno a qualcuno, fargli male, sentire i denti incrinarsi sotto i tuoi colpi, il cranio sfaldarsi aprirsi sventrarsi in una fontanella zampillante di rosso viscoso e poi passartelo con una mano sul volto il rosso viscoso e sentirne il sapore su papille e pupille e andartene in giro con una cazzo di sega circolare a smembrare persone a sparargli tra gli occhi a piantargli un paletto nel cuore, perché ti stanno sul cazzo, tutti, tutti ti stanno sul cazzo, e ne vuoi il sangue sul pavimento sul soffitto sul filo dell’accetta, o forse sei tu, eh? forse sei tu che ti stai sul cazzo, eh? forse è il tuo il sangue che vorresti far schizzare tutt’attorno, eh? forse sono tue le membra da sparpagliare sul selciato, ma non ricordi come si fa, giusto, non sai come si fa, o forse sì? No, non allungare la mano verso il cassetto, no, non aprirlo lasciandolo scivolare silenzioso sui binari, no, non frugare con le dita tra le carte e le monetine e una vecchia candela e un santino ancora più vecchio con su la foto di un vecchio che era molto vecchio quando tu eri molto piccolo e non scansare il coltello a serramanico e no, non l’accarezzare, manca poco stringi i denti, e no, non ci passare le dita per tutta la lunghezza, no, non ne apprezzare il peso nella mano, è quasi finita resisti, no, non la tirare fuori, non ti specchiare sulla superficie liscia, mettila via, mettila via, manca poco è sarà tutto finito, no, non sorridere pensando che tanto domani ricomincerebbe tutto daccapo, no, non dire che non è mai finita e non finirà mai, no, non sorridere mentre apri la bocca, no, non piangere mentre ne senti il freddo peso sulla lingua calda, no, non reprimere un conato quando la spingi in fondo alla gola, no, ti prego, non farlo, non aprire gli occhi mentre rimuovi la sicura e premi piano sul grilletto e pensi che non ne hai mai sentito il fragore, che sono anni che arranchi in una continua confusione di vocine e frullare d’ali e zampettare di mostri, in un imperterrito rumore, vociare chiasso trambusto casino caos, e non ne sentirai mai il fragore, il botto, l’esplosione.
La denotazione di una detonazione.
Sarà solo silenzio.
Sarà troppo tardi per goderselo.

 

Estratto dal libro Poker d’incubi,
scritto da Gianluca Pavia & Lié Larousse,
firmato DuediRipicca.
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365 giorni, Libroarbitrio

IL MIO TERAPISTA – GIANLUCA PAVIA

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Il mio terapista
assomiglia ad Al Pacino
e dice che posso vincere
tutte le mie paure,
il mio senso d’inadeguatezza,
sarà
ma non mi sento all’altezza.
Il mio terapista
dice che non è il caso
di sognare macellerie messicane
catastrofi nucleari
o di fare come Douglas
in quel vecchio film,
il mio terapista è una persona per bene
mi parla di sentimenti
emozioni
e dice che mi dovrei lasciare andare,
ma poi
chi lo paga il riscatto all’ansia?
Il mio terapista dice
che dovrei stare meno nella testa,
più nella pancia
e che non tutta l’umanità
può starmi sul cazzo,
questione di spazio
credo.
Il mio terapista
dice che sono un bipolare
con tendenze compulsive
a schemi ossessivi,
il mio terapista
non è sempre facile da seguire,
io faccio sì sì con la testa
e continuo ad impazzire.
Il mio terapista
mi ascolta attento,
preoccupato forse
scarta i miei incubi
e fa sì sì con la testa,
credo lo stia facendo
impazzire.
Il mio terapista
assomiglia ad Al Pacino in Scarface
speriamo solo
non voglia che dica ciao
al suo amichetto.
 
di Gianluca Paviadal libro #spietatesperanze edito Miraggi Edizioni #psichosquad
Libro e autore li potete trovare domani alla Presentazione Libri Spietate Speranze – .Lié. – Poker d’incubi e anche on line:
https://www.amazon.it/Spietate-speranze-Gianlu…/…/8899815445

DuediRipicca

365 giorni, Libroarbitrio

. volevo abbassare le armi e invece dovrò spararmi. – Lié Larousse

Takato Yamamoto

 

.della confusione mentale
te che ne sai?
quando credi d’aver messo tutto in ordine
nella testa, e invece una stilettata di follia
e la sua vertigine, e il cervello si disordina
disorientato
non capisci più nulla, del nulla
te che ne sai?
quando è così vuoto da riempirti fino all’orlo
e poi quello trabocca
come il bicchiere di troppo
in una finita nottataccia di troppo
sveglio invischiato da troppo
ed è davvero tutto, troppo
troppo più grande di te
come tutte le botte, i calci, le rese, le risa, le risse,
tutto accaduto per tutto e per niente, e del tutto e del niente
te che ne sai?
E poi volevo
credimi, lasciarmi stare
e invece no
“chi muore senza lasciar alcun segno è come se non fosse nato”.

365 giorni, Libroarbitrio

RUMORI AL PIANO DI SOPRA – Gianluca Pavia

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Odio restare solo
con i miei pensieri,
non hanno un dolce suono
ma il cigolio sinistro
di associazioni mentali
a delinquere.
Il terapista dice
che dovrei amarmi
di più,
che tutto si basa
sull’amore,
quel fottuto latitante
senza identikit.
Bastarsi da solo
non è sufficiente
– dice –
cucinarsi
pagare le bollette
pulirsi il culo,
non è tutto.
Ognuno ha bisogno
di condividere
di sentimenti
ed emozioni
– dice –
altrimenti si uccide l’anima.
Un po’ come guardare la tv,
penso,
o sgranare rosari
o fare carriera.
Non ha tutti i torti,
forse,
e resto sveglio
a pensarci su
mentre al piano di sopra,
nella testa,
riparte il tramestio.

Gianluca Pavia
DuediRipicca
#JREA

365 giorni, Libroarbitrio

Basta l’anima, e se scopri di averla magari in una vita di mancanze riesci a trovare – Lié Larousse

ti-basta-lanima

.cosa ne sai della confusione mentale
quando credi di aver messo tutto in ordine nella testa
e poi una stilettata di follia e la sua vertigine
ti disordinano il cervello disorientandoti
e non capisci più nulla, del nulla cosa ne sai?
quando è così vuoto da riempirti fino all’orlo
e poi trabocca come il bicchiere di troppo
in un’infinita nottataccia di troppo
e sei invischiato in qualcosa di troppo
ed è davvero, troppo più grande di te,
delle botte, dei calci e delle parole picchiate nel mezzo,
attanagliato dalla frustrazione
che fa venire sempre più voglia d’essere disfatti
soddisfatti dall’insoddisfazione
di tutto e di niente
e del tutto e del niente cosa ne sai?
dei sogni infranti, delle speranze dismesse
delle anonime notti insonni
come questa con la musica alle spalle
e la luna che brucia in panne
e di te che domandi che ne sai di domani
e infatti non lo so
ma perché dovrei saperlo?
ma perché? Ma cosa m’importa
di questo famoso futuro
che vorrebbero tutti già vedere
e del presente che abbandonano
mentre vorrebbero tanto viverlo
e il passato
quello è passato, non domandarti come
piuttosto basta, domandati se hai un’anima
ecco cosa ti basta
la tua anima ti basta
se ce l’hai e la vedi e la tocchi e le parli e la senti
magari in una vita di mancanze riesci a trovare
finché saprai tenerla a te.

365 giorni, Libroarbitrio

L’Olimpo degli scrittori – Charles Bukowski

 

farfallina body painting -  foto show eur 2011

tutto ciò che m’interessava
era scommettere
vincere ogni tanto
sbronzarmi scopare e scrivere
non potevo farne a meno
il mondo era pieno di fantocci
non esistevano più scrittori
erano burattini di Capitol City
sceneggiatori da quattro soldi
sfruttati e sottopagati
io al confronto ero Dio
non mi interessava scrivere
un nuovo testamento
io e Dio eravamo simili
ad entrambi interessavano
storie di reietti
casi umani
la disperazione
la follia

La tua vita è la tua…tu sei meraviglioso…

 

365 giorni, Libroarbitrio

Hashish – Thèophile Gautier

Henri Gervex Rolla-Madame Sabatier-lettera a Gautier

Avanzai verso la parte luminosa della sala dove  parecchie forme umane si agitavano attorno a un tavolo, e non appena la luce mi raggiunse, facendomi riconoscere, un potente evviva scosse le profondità sonore del vecchio edificio.
“E’ lui! E’ lui!”, gridarono insieme varie voci.
“Diamogli la sua parte!”
Il dottore stava in piedi accanto a un tavolo su cui c’era un vassoio carico di piattini di porcellana giapponese. Con una spatola estraeva da un vasetto di cristallo un pezzo di pasta o marmellata verdastra, grosso all’incirca come un pollice, e lo posava su ogni piattino, accanto a un cucchiaio d’argento dorato.
Il viso del dottore era raggiante di entusiasmo;  gli occhi sfavillavano, gli zigomi s’imporporavano, le vene delle tempie formavano un disegno sporgente, le narici dilatate aspiravano l’aria con forza.
“Questo vi sarà detratto dalla vostra porzione di paradiso”, mi disse porgendomi la dose che mi spettava.
Dopo che ciascuno ebbe mangiato la sua parte, fu servito il caffè alla maniera araba, cioè con il fondo e senza zucchero.
Poi ci mettemmo a tavola.
Una tale inversione negli usi culinari avrà probabilmente sorpreso il lettore; infatti non si è soliti bere il caffè prima della minestra e in genere le marmellate si mangiano all’ultimo.
La cosa merita decisamente una spiegazione.

 

 

365 giorni, Libroarbitrio

Viaggio – Lindze

Circo

E scopro di
Essere
me stesso
solo in movimento.

Nella transizione
continua
da una posizione e l’altra.

Nella trasformazione
improvvisa di un equilibrio
e uno squilibrio.

Vivo nel moto perpetuo,
in guardia
o nel processo di passarla
anche questa volta,
nella pulsazione
ritmica del dolore e
in quell’istante in cui
non sento nulla
e nell’attimo dopo,
quando
una fitta mi devasta.

Della meta me ne fotto,
vivo solo
in quella scheggia
di tempo
di follia
che mi porta
da un
luogo
e in un altro.